Il viale, lasciata la stazione della ferrovia Roma-Viterbo,
è stretto e lungo, e alle nove di una sera di fine ottobre è
talmente buio che viene voglia di mettersi a correre per lasciarselo
più in fretta alle spalle. Poco lontano da lì, baracche
di cartone e lamiera, indegne anche del peggior canile e dove, invece,
si consumano vite a perdere, in uno spazio sospeso di deprivazione e
di totale abbandono. Chi abita a Tor di Quinto o deve raggiungere la
Flaminia Vecchia, da lì deve passare per forza, e lo fa con l’ansia
e la camminata veloce.
Giovanna Reggiani in via Tor di Quinto ci abitava, in un complesso di
case recintate da cancelli, ma sono state le baracche il teatro in cui
si è svolto per lei l’ultimo atto, aggredita e massacrata
da Nicolae Romulus Mailat. L’assassino è un rom. Gli altri,
quelli che dividevano con lui quella sorta di slum nostrana, lo hanno
descritto come “uno che non ci sta con la testa” e hanno
avuto parole dure per le azioni di Mailat. Ma la condanna da parte dei
rom non è bastata. Per illuminare il crimine di Mailat non è
stato usato un occhio di bue, ma frontali ben piazzati ai lati del boccascena,
così che fin da subito il pubblico ha avuto sotto gli occhi non
l’assassino ma un intero popolo.
Nella precarietà economica e lavorativa determinata da un sistema
che mostra le corde ai limiti del collasso, e nel crescente disconoscimento
del ruolo determinante che la società ricopre nel degrado del
singolo, lo straniero – sia esso rom o migrante – ben si
presta a rappresentare un’ aggravante quando non, addirittura,
una concausa.
Ciò che la popolazione autoctona percepisce, grazie alla costante
manipolazione delle informazioni trasmesse, non è un mutamento
in atto al quale rispondere con adeguate misure strutturali, sociali
ed economiche – oltreché politiche – bensì
una sensazione costante e ansiogena di caos e di violenza, funzionale
a un potere che di questa percezione fa uno strumento di controllo.
La soluzione agli innegabili problemi – non di integrazione, parola
ai limiti del razzismo, ma di coabitazione e convivenza – pare
essere legata solo a dure e radicali operazioni nell’ambito della
cosiddetta sicurezza pubblica.
E se la minaccia esterna – l’Altro da noi – rimane
sempre e comunque una carta vincente da calare per chi, nell’esercizio
di un pubblico potere, necessiti di capri espiatori per spingere e ‘normalizzare’
politiche di sapore totalitario, l’omicidio di Giovanna Reggiani
ha rappresentato un vero e proprio jolly, all’indomani dell’approvazione
del cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’. Si sono immediatamente
attivate le ruspe e il disegno di legge sull’espulsione dei cittadini
comunitari si è trasformato in decreto con una prontezza non
consueta.
Il crimine di Mailat – efferato, come amano definirlo i media
e le autorità, perché ex-fera, a sottolinearne l’impronta
bestiale – ha dunque avallato la necessità e la legittimità
delle recrudescenze securitarie previste perché, oltre ad appartenere
a quel generico gruppo sociale nel quale ci hanno abituati a identificare
coloro che minano la sicurezza dei ‘normali’, il colpevole
è un rom rumeno.
Solo poche settimane prima dell’omicidio di Giovanna Reggiani,
un giudice tedesco ha sentenziato nella condanna di un immigrato sardo
che l’impronta etnica – paradossalmente attenuante in quello
specifico caso di stupro e sequestro – marchia in modo indelebile
il destino di un uomo. La sentenza ha avuto nel nostro paese una giusta
accoglienza di sdegno e incredulità.
All’arrivo delle ruspe nei campi fra Tor di Quinto e via Foce
dell’Aniene, nessuna voce incredula si è levata. Molteplici,
invece, quelle degli esponenti politici che, concordi nella sostanza,
dagli opposti schieramenti parevano volersi contendere la scena e il
merito dell’azione punitiva.
L’efferatezza di Mailat è l’efferatezza di un’intera
popolazione, i cui membri sono ritenuti culturalmente, e forse geneticamente,
predisposti al crimine. Come tali, dunque, vanno isolati e allontanati
prima che, assoggettati al loro inesorabile fato di criminalità,
possano delinquere.
Perché stupirsi se, all’indomani del delitto
Reggiani, il Consiglio dei ministri ha decretato che l’antidoto,
unico e indispensabile, per far fronte all’‘emergenza rumena’
era l’espulsione dei cittadini comunitari a rischio? Si tratta
semplicemente di saper prevedere il futuro: una sorta di Precrime nostrana,
meno scientificamente strutturata ma ben più massiva e radicale
di quella rappresentata in Minority Report, il racconto
pubblicato da Philip K. Dick nel 1956 e ripreso da Spielberg per una
personale rilettura cinematografica del 2002.
Nel futuro remoto immaginato da Dick, i crimini sono quasi del tutto
scomparsi grazie a un’organizzazione poliziesca, la Precrime appunto,
diretta da John Anderton. Avvalendosi dei vaticini di tre veggenti,
questo apparato disciplinare cattura e imprigiona il potenziale esecutore
di un crimine prima che il delitto venga commesso.
Tuttavia, un importante rimando fra Minority Report e l’attuale
situazione è riscontrabile, ancora prima che nella tematica affrontata,
nelle date di uscita del racconto e della sua versione cinematografica:
lo scritto ha visto la luce in pieno regime maccartista, il film nell’immediato
post-11 settembre. Su entrambi i periodi – guerra fredda e ‘guerra
al terrorismo’ – si allunga l’infamia delle liste
nere, lo stigma del colpevole in quanto parte di una determinata comunità.
Una sorta di colpevolezza metafisica.
“Anderton disse: «Immagino che conosca la mia teoria sulla
precriminalità.»
«Solamente la parte di dominio pubblico» rispose Witwer.
«Con l’aiuto dei suoi veggenti lei è riuscito ad
abolire il sistema di punizione posteriore alla consumazione del delitto.
Cioè ha eliminato le prigioni e le pene pecuniarie. Come tutti
sappiamo queste punizioni non impediscono l’esecuzione del crimine.
E quando la vittima è morta, non le serviva a nulla che il suo
assassino venisse punito…» […] Anderton riprese: «Avrà
intuito, suppongo, il lato negativo, dal punto di vista legale, della
metodologia criminale. Noi, infatti, arrestiamo persone che non hanno
violato la legge».
«Ma che lo farebbero di sicuro se fossero lasciate a se stesse»
affermò convinto Witwer”.
Anche chi governa il nostro paese nutre la stessa caparbia
certezza di Witwer, futuro successore di Anderton al timone della Precrime.
I nostri legislatori, dotati di capacità precognitive, non si
limitano a scrutare nel futuro dei criminali in fieri. La preveggenza
investe anche il panorama politico.
I tre veggenti della Precrime di Dick operano assolutamente avulsi dalla
realtà che li circonda. I loro vaticini apparentemente incomprensibili
vengono rielaborati attraverso computer.
“I tre idioti se ne stavano tutto il giorno imprigionati nelle
loro speciali poltrone a schienale alto. […] La loro mente ottusa
e ottenebrata era avvolta dal buio; tuttavia quegli esseri dal cranio
enorme sul corpo rattrappito vedevano nel futuro. Il congegno analizzatore
registrava le profezie e, mentre i tre veggenti parlavano, le macchine
li ascoltavano con la massima attenzione”.
Nel nostro presente, in realtà, i sistemi informatici vengono
prevalentemente impiegati nei sondaggi, per elaborare e pilotare consensi,
di vitale importanza in un momento politico in cui il neonato Partito
democratico e le supremazie giocate sul filo di uno o due punti percentuali
esigono il massimo allargamento possibile della base elettorale.
Se, come è ipotizzabile, i canini del partito di estrema destra
di Storace succhieranno con gusto i consensi più radicali dalla
giugulare di Alleanza nazionale – rendendo ancor più evanescente
il suo incarnato, già di un pallido grigio-moderato – è
altrettanto prevedibile che l’appropriazione da parte del Partito
democratico di tematiche come ‘la Sicurezza’, in una forma
che da sempre è patrimonio ideologico e culturale della destra,
sia destinata a favorire un’ulteriore trasfusione, a favore del
Pd, dell’ala più moderata del centrodestra.
Il sindaco di Roma, nonché leader del Partitone, ha dichiarato
che “prima dell’ingresso della Romania nell’Unione
europea, Roma era la città più sicura del mondo”.
Il concetto – demagogico, quindi vantaggioso dal punto di vista
elettorale – abbracciato anche dalla ‘nuova’ sinistra,
di sicurezza pubblica intesa univocamente come prodotto di una logica
disciplinare è il legittimo risultato della mutazione che, negli
anni, ha profondamente cambiato il patrimonio ideologico della sinistra
fino a sconfessarne le origini.
A proposito della sicurezza nella società capitalistica, Karl
Marx scriveva: “La sicurezza è il più alto concetto
sociale della società civile, il concetto della polizia, secondo
cui l'intera società esiste unicamente per garantire a ciascuno
dei suoi membri la conservazione della sua persona, dei suoi diritti
e della sua proprietà. […] Nessuno dei cosiddetti diritti
dell'uomo oltrepassa dunque l'uomo egoista, l'uomo in quanto membro
della società civile, cioè l'individuo ripiegato su se
stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio privato, e isolato
dalla comunità. Ben lungi dall'essere l'uomo inteso in essi come
specie, la stessa vita della specie, la società, appare piuttosto
come una cornice esterna agli individui, come limitazione della loro
indipendenza originaria. L'unico legame che li tiene insieme è
la necessità naturale, il bisogno e l'interesse privato, la conservazione
della loro proprietà e della loro persona egoistica» (1).
Concetti di sicurezza e società che la sinistra, una volta ripudiate
le proprie radici marxiste e abbracciate le logiche del neoliberismo,
non può che condividere e praticare.
L’alzata di scudi contro le invasioni dall’est è
stata dunque trasversale, con abuso di espressioni a dir poco discutibili,
e solo apparentemente incaute, in realtà funzionali alla creazione
e al mantenimento dell’insicurezza che i ‘normali’
nutrono nei confronti dei marginali.
Pazienza per gli effetti collaterali, come la lievitazione di un già
ipertrofico razzismo, che arma di spranghe commandos come quello di
Tor Bella Monaca, dal quale vennero aggrediti incolpevoli muratori rumeni.
Esiste sempre la possibilità di una dissociazione e di una condanna
postume. E pazienza anche per la topica di immani proporzioni che ha
visto in breve tempo assimilare rom e rumeni, in una sommatoria di tutte
le valenze negative collezionate per entrambi.
Ma le previsioni sul futuro politico escono addirittura dai confini
nazionali quando i veggenti pronunciano la parola ‘Schengen’.
Per gli Accordi omonimi, il 21 dicembre ha segnato l’entrata in
vigore del Trattato dell’Unione europea per nove Stati: Estonia,
Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia,
Ungheria e Malta. Un bacino abnorme di potenziale migrazione. Secondo
la logica della nostrana Precrime, una calamità da prevenire.
Tuttavia il rimedio radicale della carcerazione preventiva previsto
nell’Occidente futuribile di Minority Report non è attuabile
nel caso specifico. Non è ipotizzabile infatti, da parte di un
regime che si definisce democratico, una soluzione di reclusione massiva
– i cpt si sono dimostrati un vero macigno nella scarpa del governo
e la carcerazione di massa di popolazioni nomadi e/o europee rimanda
a panorami inquietanti del secolo scorso. La situazione già critica
delle carceri italiane, inoltre, scoraggia da sola un provvedimento
che la porterebbe al collasso.
Non rimane dunque che rinviare al mittente o, come recita il decreto,
“allontanare dal territorio nazionale i cittadini dell’Unione
per motivi di ordine pubblico e di pubblica sicurezza”.
Ma anche un apparato apparentemente perfetto come quello
della Precrime di Dick ha il suo punto debole. Il suo stesso creatore,
Anderton, si trova impigliato nelle sue maglie allorché si accorge
di essere uno dei futuri colpevoli di omicidio e come tale da incarcerare.
La vittima del crimine è un certo Kaplan a lui sconosciuto, che
si rivelerà essere un generale dell’esercito esautorato,
desideroso di screditare l’operato della Precrime.
È proprio Kaplan, volendo dimostrare l’inattendibilità
di una punizione preventiva, a dichiarare: “Molte persone sono
state arrestate grazie al sistema di profilassi criminale. Non erano
accusate di reati che avevano commesso, ma che avrebbero commesso in
seguito. Tuttavia, come si può essere matematicamente certi di
ciò che avverrà nel futuro?”
Noi, intesi come nazione, lo siamo. È bastato un omicidio per
sancire che chiunque si sia trovato, almeno una volta in condizioni
critiche e appartenga a una determinata etnia, commetterà dei
crimini. Così come, forse, è bastato l’allargamento
dell’area Schengen a paventare terrificanti scenari di violenza
e criminalità importate dai paesi dell’Est. Del resto,
non è forse vero che il famigerato ‘pacchetto sicurezza’
prevede un investimento di ben 11 milioni di euro per la banca dati
del DNA? Ribadendo la pre-veggenza che chi ha sbagliato una volta lo
farà di nuovo, poiché non esistono rieducazione o redenzione
possibili in una società che identifica se stessa come vittima
anziché fonte di sostegno e recupero.
Ma qual è la debolezza del sistema? “L’unanimità
dei tre veggenti è desiderabile, ma il fenomeno si verifica di
rado. In linea di massima, si ottiene un rapporto di maggioranza dedotto
dalle previsioni di due dei tre veggenti e, inoltre, un rapporto di
minoranza con lievi variazioni, relative di solito al tempo e al luogo”.
Le variazioni, in realtà non sono poi tanto lievi. La vicenda
mostra, infatti, come il rapporto di minoranza contempli che Anderton,
venuto a conoscenza del suo immediato futuro di criminale, non commetta
il delitto. Ciò nonostante, il sistema prevede che siano gli
altri due rapporti – apparentemente concordi sulla colpevolezza
– a condannarlo alla pena preventiva. La carcerazione si basa
infatti sul rapporto di maggioranza: due versioni concordanti su tre.
Nel nostro paese, maggioranza di governo e opposizione – seppure
con i dovuti scontri da copione – hanno sfornato un majority report
tutto italiano, nel rispetto del quale si è mosso e si muoverà
il Governo.
Da Strasburgo, tuttavia, una voce dissonante: quella del Parlamento
europeo, levatasi a contrastare le infelici sortite di inizio novembre
del commissario alla Giustizia Franco Frattini, in merito all’applicazione
della direttiva 2004/38, sulla libertà di circolazione nell’Unione
europea. Dichiarazioni con le quali Frattini ha reso pubblica la sua
personale soluzione del problema: «Si va in un campo nomadi e
a chi sta lì si chiede “tu di che vivi?”. Se quello
risponde “non lo so” lo si prende e lo si rimanda in Romania.
Così funziona la direttiva europea. Semplice e senza scampo».
Invece non funziona esattamente così, tant’è che
il Parlamento europeo ha definito queste dichiarazioni “contrarie
allo spirito e alla lettera della direttiva” oltre che motivate
da finalità poco edificanti, quali la carriera politica nazionale
del commissario stesso.
La risposta europea è stata una risoluzione votata a metà
novembre, nella quale la libera circolazione viene ribadita come “uno
dei principi fondamentali della UE”, un diritto che non può
essere negato per motivi economici e contro il quale si debbono prendere
provvedimenti “proporzionati e fondati esclusivamente sul comportamento
personale dell’individuo” e non per “ragioni di prevenzione
generale”. A questa risoluzione va aggiunta un’intervista
rilasciata pochi giorni prima da Josè Manuel Barroso al quotidiano
La Repubblica, nella quale il presidente della Commissione europea sottolineava
come sia compito di ogni nazione, regione e comune operare in favore
dell’integrazione sul territorio. L’Europa ha messo a disposizione
strumenti finanziari e normativi. Peccato che l’Italia non abbia
mai chiesto di accedere ai fondi per l’insediamento dei rom che
la Commissione aveva stanziato (2).
Nel nostro paese il rapporto di maggioranza ha già stabilito
in quale direzione sia necessario muoversi per prevenire ma, come nel
racconto di Dick, sarebbe opportuno tenere conto del rapporto di minoranza
rappresentato da Strasburgo, il solo per ora a prevedere quella possibilità
di coabitazione civile e sociale che il rapporto di maggioranza ha già
escluso. A priori.
Luciana Viarengo
(1) Karl Marx, La questione
ebraica, Editori Riuniti, Roma 1978
(2) Tempi difficili, Giovanna
Baer, PaginaUno n. 5/2007
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