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Polemos

 

Majority report
di Luciana Viarengo
L'omicidio Reggiani e la condanna di un popolo

Il viale, lasciata la stazione della ferrovia Roma-Viterbo, è stretto e lungo, e alle nove di una sera di fine ottobre è talmente buio che viene voglia di mettersi a correre per lasciarselo più in fretta alle spalle. Poco lontano da lì, baracche di cartone e lamiera, indegne anche del peggior canile e dove, invece, si consumano vite a perdere, in uno spazio sospeso di deprivazione e di totale abbandono. Chi abita a Tor di Quinto o deve raggiungere la Flaminia Vecchia, da lì deve passare per forza, e lo fa con l’ansia e la camminata veloce.
Giovanna Reggiani in via Tor di Quinto ci abitava, in un complesso di case recintate da cancelli, ma sono state le baracche il teatro in cui si è svolto per lei l’ultimo atto, aggredita e massacrata da Nicolae Romulus Mailat. L’assassino è un rom. Gli altri, quelli che dividevano con lui quella sorta di slum nostrana, lo hanno descritto come “uno che non ci sta con la testa” e hanno avuto parole dure per le azioni di Mailat. Ma la condanna da parte dei rom non è bastata. Per illuminare il crimine di Mailat non è stato usato un occhio di bue, ma frontali ben piazzati ai lati del boccascena, così che fin da subito il pubblico ha avuto sotto gli occhi non l’assassino ma un intero popolo.

Nella precarietà economica e lavorativa determinata da un sistema che mostra le corde ai limiti del collasso, e nel crescente disconoscimento del ruolo determinante che la società ricopre nel degrado del singolo, lo straniero – sia esso rom o migrante – ben si presta a rappresentare un’ aggravante quando non, addirittura, una concausa.
Ciò che la popolazione autoctona percepisce, grazie alla costante manipolazione delle informazioni trasmesse, non è un mutamento in atto al quale rispondere con adeguate misure strutturali, sociali ed economiche – oltreché politiche – bensì una sensazione costante e ansiogena di caos e di violenza, funzionale a un potere che di questa percezione fa uno strumento di controllo. La soluzione agli innegabili problemi – non di integrazione, parola ai limiti del razzismo, ma di coabitazione e convivenza – pare essere legata solo a dure e radicali operazioni nell’ambito della cosiddetta sicurezza pubblica.
E se la minaccia esterna – l’Altro da noi – rimane sempre e comunque una carta vincente da calare per chi, nell’esercizio di un pubblico potere, necessiti di capri espiatori per spingere e ‘normalizzare’ politiche di sapore totalitario, l’omicidio di Giovanna Reggiani ha rappresentato un vero e proprio jolly, all’indomani dell’approvazione del cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’. Si sono immediatamente attivate le ruspe e il disegno di legge sull’espulsione dei cittadini comunitari si è trasformato in decreto con una prontezza non consueta.

Il crimine di Mailat – efferato, come amano definirlo i media e le autorità, perché ex-fera, a sottolinearne l’impronta bestiale – ha dunque avallato la necessità e la legittimità delle recrudescenze securitarie previste perché, oltre ad appartenere a quel generico gruppo sociale nel quale ci hanno abituati a identificare coloro che minano la sicurezza dei ‘normali’, il colpevole è un rom rumeno.
Solo poche settimane prima dell’omicidio di Giovanna Reggiani, un giudice tedesco ha sentenziato nella condanna di un immigrato sardo che l’impronta etnica – paradossalmente attenuante in quello specifico caso di stupro e sequestro – marchia in modo indelebile il destino di un uomo. La sentenza ha avuto nel nostro paese una giusta accoglienza di sdegno e incredulità.
All’arrivo delle ruspe nei campi fra Tor di Quinto e via Foce dell’Aniene, nessuna voce incredula si è levata. Molteplici, invece, quelle degli esponenti politici che, concordi nella sostanza, dagli opposti schieramenti parevano volersi contendere la scena e il merito dell’azione punitiva.
L’efferatezza di Mailat è l’efferatezza di un’intera popolazione, i cui membri sono ritenuti culturalmente, e forse geneticamente, predisposti al crimine. Come tali, dunque, vanno isolati e allontanati prima che, assoggettati al loro inesorabile fato di criminalità, possano delinquere.

Perché stupirsi se, all’indomani del delitto Reggiani, il Consiglio dei ministri ha decretato che l’antidoto, unico e indispensabile, per far fronte all’‘emergenza rumena’ era l’espulsione dei cittadini comunitari a rischio? Si tratta semplicemente di saper prevedere il futuro: una sorta di Precrime nostrana, meno scientificamente strutturata ma ben più massiva e radicale di quella rappresentata in Minority Report, il racconto pubblicato da Philip K. Dick nel 1956 e ripreso da Spielberg per una personale rilettura cinematografica del 2002.
Nel futuro remoto immaginato da Dick, i crimini sono quasi del tutto scomparsi grazie a un’organizzazione poliziesca, la Precrime appunto, diretta da John Anderton. Avvalendosi dei vaticini di tre veggenti, questo apparato disciplinare cattura e imprigiona il potenziale esecutore di un crimine prima che il delitto venga commesso.
Tuttavia, un importante rimando fra Minority Report e l’attuale situazione è riscontrabile, ancora prima che nella tematica affrontata, nelle date di uscita del racconto e della sua versione cinematografica: lo scritto ha visto la luce in pieno regime maccartista, il film nell’immediato post-11 settembre. Su entrambi i periodi – guerra fredda e ‘guerra al terrorismo’ – si allunga l’infamia delle liste nere, lo stigma del colpevole in quanto parte di una determinata comunità. Una sorta di colpevolezza metafisica.
“Anderton disse: «Immagino che conosca la mia teoria sulla precriminalità.»
«Solamente la parte di dominio pubblico» rispose Witwer. «Con l’aiuto dei suoi veggenti lei è riuscito ad abolire il sistema di punizione posteriore alla consumazione del delitto. Cioè ha eliminato le prigioni e le pene pecuniarie. Come tutti sappiamo queste punizioni non impediscono l’esecuzione del crimine. E quando la vittima è morta, non le serviva a nulla che il suo assassino venisse punito…» […] Anderton riprese: «Avrà intuito, suppongo, il lato negativo, dal punto di vista legale, della metodologia criminale. Noi, infatti, arrestiamo persone che non hanno violato la legge».
«Ma che lo farebbero di sicuro se fossero lasciate a se stesse» affermò convinto Witwer”.

Anche chi governa il nostro paese nutre la stessa caparbia certezza di Witwer, futuro successore di Anderton al timone della Precrime. I nostri legislatori, dotati di capacità precognitive, non si limitano a scrutare nel futuro dei criminali in fieri. La preveggenza investe anche il panorama politico.
I tre veggenti della Precrime di Dick operano assolutamente avulsi dalla realtà che li circonda. I loro vaticini apparentemente incomprensibili vengono rielaborati attraverso computer.
“I tre idioti se ne stavano tutto il giorno imprigionati nelle loro speciali poltrone a schienale alto. […] La loro mente ottusa e ottenebrata era avvolta dal buio; tuttavia quegli esseri dal cranio enorme sul corpo rattrappito vedevano nel futuro. Il congegno analizzatore registrava le profezie e, mentre i tre veggenti parlavano, le macchine li ascoltavano con la massima attenzione”.
Nel nostro presente, in realtà, i sistemi informatici vengono prevalentemente impiegati nei sondaggi, per elaborare e pilotare consensi, di vitale importanza in un momento politico in cui il neonato Partito democratico e le supremazie giocate sul filo di uno o due punti percentuali esigono il massimo allargamento possibile della base elettorale.
Se, come è ipotizzabile, i canini del partito di estrema destra di Storace succhieranno con gusto i consensi più radicali dalla giugulare di Alleanza nazionale – rendendo ancor più evanescente il suo incarnato, già di un pallido grigio-moderato – è altrettanto prevedibile che l’appropriazione da parte del Partito democratico di tematiche come ‘la Sicurezza’, in una forma che da sempre è patrimonio ideologico e culturale della destra, sia destinata a favorire un’ulteriore trasfusione, a favore del Pd, dell’ala più moderata del centrodestra.

Il sindaco di Roma, nonché leader del Partitone, ha dichiarato che “prima dell’ingresso della Romania nell’Unione europea, Roma era la città più sicura del mondo”.
Il concetto – demagogico, quindi vantaggioso dal punto di vista elettorale – abbracciato anche dalla ‘nuova’ sinistra, di sicurezza pubblica intesa univocamente come prodotto di una logica disciplinare è il legittimo risultato della mutazione che, negli anni, ha profondamente cambiato il patrimonio ideologico della sinistra fino a sconfessarne le origini.
A proposito della sicurezza nella società capitalistica, Karl Marx scriveva: “La sicurezza è il più alto concetto sociale della società civile, il concetto della polizia, secondo cui l'intera società esiste unicamente per garantire a ciascuno dei suoi membri la conservazione della sua persona, dei suoi diritti e della sua proprietà. […] Nessuno dei cosiddetti diritti dell'uomo oltrepassa dunque l'uomo egoista, l'uomo in quanto membro della società civile, cioè l'individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio privato, e isolato dalla comunità. Ben lungi dall'essere l'uomo inteso in essi come specie, la stessa vita della specie, la società, appare piuttosto come una cornice esterna agli individui, come limitazione della loro indipendenza originaria. L'unico legame che li tiene insieme è la necessità naturale, il bisogno e l'interesse privato, la conservazione della loro proprietà e della loro persona egoistica» (1).

Concetti di sicurezza e società che la sinistra, una volta ripudiate le proprie radici marxiste e abbracciate le logiche del neoliberismo, non può che condividere e praticare.
L’alzata di scudi contro le invasioni dall’est è stata dunque trasversale, con abuso di espressioni a dir poco discutibili, e solo apparentemente incaute, in realtà funzionali alla creazione e al mantenimento dell’insicurezza che i ‘normali’ nutrono nei confronti dei marginali.
Pazienza per gli effetti collaterali, come la lievitazione di un già ipertrofico razzismo, che arma di spranghe commandos come quello di Tor Bella Monaca, dal quale vennero aggrediti incolpevoli muratori rumeni. Esiste sempre la possibilità di una dissociazione e di una condanna postume. E pazienza anche per la topica di immani proporzioni che ha visto in breve tempo assimilare rom e rumeni, in una sommatoria di tutte le valenze negative collezionate per entrambi.

Ma le previsioni sul futuro politico escono addirittura dai confini nazionali quando i veggenti pronunciano la parola ‘Schengen’. Per gli Accordi omonimi, il 21 dicembre ha segnato l’entrata in vigore del Trattato dell’Unione europea per nove Stati: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Ungheria e Malta. Un bacino abnorme di potenziale migrazione. Secondo la logica della nostrana Precrime, una calamità da prevenire. Tuttavia il rimedio radicale della carcerazione preventiva previsto nell’Occidente futuribile di Minority Report non è attuabile nel caso specifico. Non è ipotizzabile infatti, da parte di un regime che si definisce democratico, una soluzione di reclusione massiva – i cpt si sono dimostrati un vero macigno nella scarpa del governo e la carcerazione di massa di popolazioni nomadi e/o europee rimanda a panorami inquietanti del secolo scorso. La situazione già critica delle carceri italiane, inoltre, scoraggia da sola un provvedimento che la porterebbe al collasso.
Non rimane dunque che rinviare al mittente o, come recita il decreto, “allontanare dal territorio nazionale i cittadini dell’Unione per motivi di ordine pubblico e di pubblica sicurezza”.

Ma anche un apparato apparentemente perfetto come quello della Precrime di Dick ha il suo punto debole. Il suo stesso creatore, Anderton, si trova impigliato nelle sue maglie allorché si accorge di essere uno dei futuri colpevoli di omicidio e come tale da incarcerare. La vittima del crimine è un certo Kaplan a lui sconosciuto, che si rivelerà essere un generale dell’esercito esautorato, desideroso di screditare l’operato della Precrime.
È proprio Kaplan, volendo dimostrare l’inattendibilità di una punizione preventiva, a dichiarare: “Molte persone sono state arrestate grazie al sistema di profilassi criminale. Non erano accusate di reati che avevano commesso, ma che avrebbero commesso in seguito. Tuttavia, come si può essere matematicamente certi di ciò che avverrà nel futuro?”
Noi, intesi come nazione, lo siamo. È bastato un omicidio per sancire che chiunque si sia trovato, almeno una volta in condizioni critiche e appartenga a una determinata etnia, commetterà dei crimini. Così come, forse, è bastato l’allargamento dell’area Schengen a paventare terrificanti scenari di violenza e criminalità importate dai paesi dell’Est. Del resto, non è forse vero che il famigerato ‘pacchetto sicurezza’ prevede un investimento di ben 11 milioni di euro per la banca dati del DNA? Ribadendo la pre-veggenza che chi ha sbagliato una volta lo farà di nuovo, poiché non esistono rieducazione o redenzione possibili in una società che identifica se stessa come vittima anziché fonte di sostegno e recupero.
Ma qual è la debolezza del sistema? “L’unanimità dei tre veggenti è desiderabile, ma il fenomeno si verifica di rado. In linea di massima, si ottiene un rapporto di maggioranza dedotto dalle previsioni di due dei tre veggenti e, inoltre, un rapporto di minoranza con lievi variazioni, relative di solito al tempo e al luogo”.
Le variazioni, in realtà non sono poi tanto lievi. La vicenda mostra, infatti, come il rapporto di minoranza contempli che Anderton, venuto a conoscenza del suo immediato futuro di criminale, non commetta il delitto. Ciò nonostante, il sistema prevede che siano gli altri due rapporti – apparentemente concordi sulla colpevolezza – a condannarlo alla pena preventiva. La carcerazione si basa infatti sul rapporto di maggioranza: due versioni concordanti su tre.
Nel nostro paese, maggioranza di governo e opposizione – seppure con i dovuti scontri da copione – hanno sfornato un majority report tutto italiano, nel rispetto del quale si è mosso e si muoverà il Governo.

Da Strasburgo, tuttavia, una voce dissonante: quella del Parlamento europeo, levatasi a contrastare le infelici sortite di inizio novembre del commissario alla Giustizia Franco Frattini, in merito all’applicazione della direttiva 2004/38, sulla libertà di circolazione nell’Unione europea. Dichiarazioni con le quali Frattini ha reso pubblica la sua personale soluzione del problema: «Si va in un campo nomadi e a chi sta lì si chiede “tu di che vivi?”. Se quello risponde “non lo so” lo si prende e lo si rimanda in Romania. Così funziona la direttiva europea. Semplice e senza scampo».
Invece non funziona esattamente così, tant’è che il Parlamento europeo ha definito queste dichiarazioni “contrarie allo spirito e alla lettera della direttiva” oltre che motivate da finalità poco edificanti, quali la carriera politica nazionale del commissario stesso.
La risposta europea è stata una risoluzione votata a metà novembre, nella quale la libera circolazione viene ribadita come “uno dei principi fondamentali della UE”, un diritto che non può essere negato per motivi economici e contro il quale si debbono prendere provvedimenti “proporzionati e fondati esclusivamente sul comportamento personale dell’individuo” e non per “ragioni di prevenzione generale”. A questa risoluzione va aggiunta un’intervista rilasciata pochi giorni prima da Josè Manuel Barroso al quotidiano La Repubblica, nella quale il presidente della Commissione europea sottolineava come sia compito di ogni nazione, regione e comune operare in favore dell’integrazione sul territorio. L’Europa ha messo a disposizione strumenti finanziari e normativi. Peccato che l’Italia non abbia mai chiesto di accedere ai fondi per l’insediamento dei rom che la Commissione aveva stanziato (2).
Nel nostro paese il rapporto di maggioranza ha già stabilito in quale direzione sia necessario muoversi per prevenire ma, come nel racconto di Dick, sarebbe opportuno tenere conto del rapporto di minoranza rappresentato da Strasburgo, il solo per ora a prevedere quella possibilità di coabitazione civile e sociale che il rapporto di maggioranza ha già escluso. A priori.

 

Luciana Viarengo

 

(1) Karl Marx, La questione ebraica, Editori Riuniti, Roma 1978
(2) Tempi difficili, Giovanna Baer, PaginaUno n. 5/2007

 

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