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Inchiesta

 

Casa diritti dignità
Milano: alloggi popolari e occupazioni

di Christian Caurla e Giovanna Cracco

Inchiesta a Milano, alloggi popolari e occupazioni, situazione e prospettive, l'art.5 del decreto Lupi-Renzi, il diritto alla residenza: la parola a chi occupa, al comitato di lotta per la casa e all’assessore in Comune

 

 

Milano: 60.000 case popolari di proprietà Aler (Azienda lombarda edilizia residenziale), ossia della Regione, di cui 2.500 vuote da ristrutturare e 3.400 occupate abusivamente; 28.000 case popolari di proprietà del Comune e gestite da MM (Metropolitane milanesi), di cui 2.500 vuote da ristrutturare e 1.200 occupate; 23.000 nuclei famigliari in lista di attesa per un alloggio popolare, e dalle 800 alle 1.000 case assegnate a rotazione ogni anno.

Crisi economica e flussi migratori hanno portato sulle pagine dei quotidiani, il più delle volte per sgomberi forzati e una gestione securitaria della situazione, la questione abitativa; un problema
sempre più pressante a cui la politica dà risposte spesso inadeguate e a volte semplicemente punitive.


Il Piano Casa Lupi-Renzi: l’art. 5
Il bisogno non si ferma per legge. Se neghi a chi occupa abusivamente una casa di avere la residenza e le utenze, le persone fanno a meno della prima e si allacciano abusivamente per avere acqua, luce e gas; se quando li sgomberi, per impedire che l’alloggio venga occupato nuovamente togli il contatore del gas, le persone usano le bombole. Questa è la situazione creata dall’art. 5 del Piano Casa Lupi-Renzi.

Con l’obiettivo di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive, il decreto n. 47 del marzo 2014, convertito poi nel maggio dello stesso anno nella legge 80, nega a chi non detiene un regolare contratto d’affitto la possibilità di richiedere sia la residenza che l’allacciamento ai pubblici servizi. Misure di questo tipo falliscono però nel loro intento deterrente di fronte al bisogno primario di una casa; risultando quindi inefficaci, mantengono viva unicamente la volontà punitiva. Non solo per le condizioni di vita a cui costringono gli occupanti, ma per l’emarginazione sociale a cui li condannano: “I soggetti che occupano abusivamente alloggi di edilizia residenziale pubblica non possono partecipare alle procedure di assegnazione di alloggi della medesima natura per i cinque anni successivi alla data di accertamento dell’occupazione abusiva”, recita il comma 1-bis dello stesso art. 5.

Se una famiglia non è in grado di pagare un affitto significa che già vive in una condizione di forte disagio; la scelta estrema di occupare, perché dall’altra parte c’è solo la possibilità di andare, come si suol dire, sotto a un ponte – magari nell’attesa che la burocrazia faccia il suo corso e le venga assegnata la casa popolare di cui ha diritto – la condanna quindi a non poter uscire da quella situazione di emarginazione per cinque anni.

Disporre di un domicilio è un diritto fondamentale per esercitare quell’esistenza piena e dignitosa sancita dalla Costituzione. Senza una casa non è possibile soddisfare le necessità primarie alla vita dell’individuo: costituisce un riparo fondamentale, il punto d’appoggio, d’incontro e di sviluppo del singolo e della famiglia. Si tratta di una necessità così evidente che molte normative la presuppongono implicitamente: l’esercizio di diritti sociali costituzionalmente garantiti – quali l’assistenza sanitaria, l’iscrizione alla scuola dell’obbligo, alla graduatoria degli asili nido, alle agenzie del lavoro, l’esercizio dell’elettorato attivo e passivo – richiede infatti l’avere una residenza.

Data quindi la centralità del ruolo giocato nel sistema normativo, il suo rilascio – fino all’introduzione del decreto Lupi-Renzi – avveniva secondo criteri non elettivi: tutto ciò che era richiesto all’amministrazione comunale era verificare che il luogo di residenza indicato corrispondesse al vero. Di fatto dunque la discrezionalità che i nuovi criteri introducono nega diritti sociali ed è al limite dell’incostituzionalità.


L’Occupante
«Se ci sgomberano... non lo so. Torniamo a occupare.» Alice (nome di fantasia) e il suo compagno hanno circa trent’anni e provengono da due diversi Paesi dell’Unione europea; un anno e mezzo fa hanno occupato una casa Aler nel quartiere milanese di San Siro. 35 mq a occhio, un monolocale con uno stretto corridoio d’ingresso, un minuscolo cucinotto e un bagno talmente piccolo da non avere nemmeno il bidet, in cui vivono con la loro bambina di due anni e mezzo. «C’è anche il balcone,» dice Alice, «è bello avere un balcone, e nel corridoio ci sta il passeggino, così almeno non occupa posto qui.» Lo spazio vitale è ridotto al minimo, in effetti, per due adulti e una bambina: metti un divano – che diventa letto – un piccolo armadio, un tavolo, una libreria che fa anche da divisorio con il secondo letto, e tutta l’area disponibile dell’unica stanza se n’è già andata.

«Abbiamo scelto di vivere così» racconta Alice «nel senso che gli affitti sono altissimi: certo, lavorando entrambi tutto il giorno, anzi, facendo due lavori visto che io prendo 700 euro al mese faticando in un ristorante – e senza considerare che oggi non è nemmeno facile trovare lavoro – un affitto riusciremmo a pagarlo, ma è vita? Dovremmo lasciare nostra figlia a qualcuno, non vederla neanche crescere, e poi guadagnare anche abbastanza per pagare la baby sitter, in un circolo vizioso. Di fatto abbiamo occupato sia per bisogno che come forma di protesta, perché la casa dovrebbe essere un diritto ma ne fanno un business; non si possono fare soldi sul bisogno delle persone di avere un tetto sopra la testa, e costringerle a farsi sfruttare e a una vita che è pura sopravvivenza. Si tratta anche di riprendersi la dignità.»

Alice tocca un punto cruciale, il divario che è andato sempre più crescendo tra salari e affitti, a Milano come in tutta Italia. Un’elaborazione del Sole 24 Ore su dati Istat evidenzia come il canone di locazione medio nel 2013 fosse più alto del 495% rispetto al 1981; è il rialzo maggiore registrato all’interno di un paniere di dieci beni, dal latte alle automobili. E non serve sottolineare che il salario medio, negli stessi trentadue anni, non si è certo incrementato del 495% (1). «Se mi chiedi un affitto equo, che abbia una proporzione con il mio stipendio, allora lo pago, ma non mi puoi domandare 500 euro al mese per un monolocale di 30 mq» perché questi sono i prezzi di Milano, e nemmeno in quartieri particolarmente chic.

«Certo è una scelta che porta anche dei problemi, ancora di più dopo l’art. 5: non possiamo avere la residenza, e quindi nostra figlia non può andare all’asilo, non siamo iscritti al servizio sanitario, che significa anche non avere il medico di base qui in zona, non abbiamo nulla insomma di tutti i diritti sociali legati alla residenza. Per fortuna non siamo stati costretti a fare allacciamenti abusivi per luce e gas, perché questa casa era già stata occupata precedentemente e quindi quando siamo entrati le utenze c’erano, e le abbiamo mantenute.» Poi però c’è anche il senso di persistente precarietà: «Siamo illegali, quindi ci possono sgomberare in qualsiasi momento; quando suona il campanello e non aspettiamo nessuno non è facile, si vive in uno stato di insicurezza costante.»

700 euro al mese lei, entrate saltuarie lui, una bambina piccola, la famiglia di Alice rientrerebbe nei parametri economici per l’assegnazione di una casa popolare. Ma Alice non ha alle spalle cinque anni di residenza a Milano, condizione necessaria per entrare in graduatoria, e il fatto di aver occupato abusivamente la esclude in ogni caso per un lustro. «Questa casa è stata vuota tante volte, chiusa, occupata, sgomberata, richiusa, come molte altre di questo condominio. Abbiamo ridipinto i muri, ovviamente, ma è messa abbastanza bene, l’essenziale funziona...» Niente cade a pezzi, infatti; lo scarico dello sciacquone da un paio di giorni non va, ma domani sarà messo a posto, la luce del cucinotto è saltata, e quella neanche l’elettricista è riuscito a sistemarla, ha dovuto rimediare con una lampadina volante... ordinaria manutenzione insomma, quasi.

«In molte case l’impianto elettrico sembra perfetto, ma poi se vai a vedere quello centrale c’è solo un filo di rame, neanche il bifase, non dico la messa a terra, che è un lusso, ma il bifase. E quindi c’è anche il paradosso che se non l’avessimo occupata, questa casa resterebbe vuota e chiusa per chissà quanto tempo, perché se l’impianto non è a norma Aler non può assegnarla, deve prima sistemarla, e le ristrutturazioni Aler hanno tempi molto lunghi. Tra l’altro se le case sono vissute le manutenzioni ordinarie vengono fatte, perché chi ci vive ripara quello che si rompe.»

Aler conosce tutti gli abusivi, uno a uno. «Certamente sa che siamo qui. Fa una sorta di censimento degli occupanti, per controllare chi sono, passano i funzionari, soli o con con la polizia. Da noi sono venuti una volta, hanno chiesto i documenti, poi la polizia è tornata per notificarci il reato, perché occupare è illegale e quindi vieni denunciato. Ma noi staremo qui finché non ci sgomberano, perché non abbiamo scelta e perché la casa è un diritto.»

Scendendo le scale del condominio Aler, un appartamento è vuoto e chiuso, ed è facilmente riconoscibile perché, come si dice in gergo, è lastrato, ossia davanti alla porta è fissata una lastra di metallo, a impedirne – in teoria, poi con un po’ di forza e impegno la lastra si riesce a togliere – l’accesso; gli altri sono occupati o regolarmente abitati. Se non fosse per Alice, che ce li indica specificando il loro stato legale, non noteremmo la differenza. Una casa è tale quando è vissuta. Soprattutto se l’alternativa è una casa vuota e una famiglia per strada.


L’Assessore
«L’art. 5 è una presa di posizione punitiva e pericolosa, che non risolve un problema, anzi, può in qualche misura aggravarlo per via degli allacciamenti abusivi. » Parole di Gabriele Rabaiotti, Assessore Lavori pubblici e Casa del Comune di Milano, in carica dal giugno 2016. «Attenzione agli automatismi però: non è che prima, quando si potevano collegare le utenze senza un contratto di locazione, le persone non si allacciassero abusivamente, perché la questione vera è
che se mi attacco alla rete delle scale o delle cantine non pago la bolletta. Non voglio difendere il decreto Lupi, lungi da me, tuttavia questa è la realtà. Ma certo l’introduzione dell’art. 5 ha reso impossibile ogni allacciamento regolare, quindi ora tutti si attaccano abusivamente.»

Una fonte interna al Comune ci ha poi rivelato che A2A, tra le più grandi imprese di multiservizi italiane, è andata avanti per oltre un anno ad aprire nuove utenze senza contratti d’affitto, in barba al decreto, finché non gli è stato detto che era illegale; e la stessa fonte ha affermato che ancora oggi, nel mercato libero dell’energia, ci sono soggetti piccoli o molto piccoli che continuano a farlo. La ragione è semplice: i contratti sono soldi, denaro che entra.

È ovvio tuttavia che per vivere con acqua, luce e gas non si può contare sulla svista delle aziende fornitrici di energia, e nemmeno sul secondo decreto Minniti, che può dare risposte a situazioni particolari ma non offrire una soluzione sistemica: «Il decreto sancisce che il sindaco o il prefetto, su esplicita volontà di uno dei due, può derogare in casi di grave necessità o sicurezza pubblica. Per esempio: sono un occupante abusivo, ho dodici piani sopra la testa, ho la bombola del gas in casa: questa situazione pone problemi di sicurezza e incolumità pubblica» afferma Rabaiotti. Tuttavia a Milano la deroga non è mai stata applicata su case Erp, a conferma del suo carattere di eccezionalità.

C’è poi la questione della residenza e dei diritti sociali a essa collegati. A Milano una scappatoia è stata trovata: «Abbiamo introdotto la residenza virtuale presso alcuni soggetti del terzo settore, abilitati dall’anagrafe civica: il Cam in zona 1, per esempio, Case della carità, Caritas... È stata pensata per i senza dimora ma noi diciamo anche per gli occupanti abusivi, che possono recarsi presso queste realtà e registrare lì la loro residenza. Abbiamo in pratica fatto rientrare dalla finestra quello che Lupi ha fatto uscire dalla porta.»

Contro l’art. 5 e a favore di un riconoscimento della residenza si battono i movimenti di lotta per la casa, e Rabaiotti ha il merito di non sottrarsi al confronto: «Centri sociali e movimenti sono realtà legittime che incontro e con cui dialogo, ma la verità è che stanno cercando di entrare da quella parte, che è la finestra, per legittimare l’occupazione abusiva, che è la porta. Ma l’occupazione abusiva oggi è un reato, e per poterlo sanare, se voglio sanarlo, devo lavorare in modo diverso.»

Per affrontare il problema casa a Milano, Rabaiotti intende muoversi su più fronti: mettere mano alle due questioni spinose delle occupazioni abusive e delle case vuote, muovere il pacchetto pubblico, ossia turn over, e creare un comparto di locazione a canoni accessibili. Una sanatoria, che constatato lo stato di bisogno degli occupanti assegni loro regolarmente, e con un contratto di affitto a canone sociale, l’alloggio in cui già vivono, è ciò che chiedono i movimenti di lotta per la casa; a Milano l’ultima risale al 1989, ben ventotto anni fa.

Ma non è nelle intenzioni di Rabaiotti: «Voglio fare uno screening, un’analisi puntuale degli occupanti abusivi, per capire in quali casi c’è lo stato di necessità, perché non tutte le occupazioni sono dettate dal bisogno. Con dati alla mano possiamo poi ragionare politicamente, portare la questione in giunta e dire: che si fa ora? Perché se li sgombero e le persone vanno in carico ai servizi sociali è sempre la mano pubblica che lavora, e mediamente con un aumento di costi perché a quel punto devo dare loro sia i servizi che la casa; se la casa già ce l’hanno, li regolarizzo e quindi si fa anche un contratto d’affitto. Più che una sanatoria sarà un riordino, perché c’è molta confusione usata anche strumentalmente dalle parti politiche.»

Non sarebbe quindi istituita una commissione apposita, come già avvenne nel 2011 e che non approdò a nulla, ma si tratterebbe di un atto amministrativo, diciamo così. Indubbiamente positivo, ma proprio in quanto tale purtroppo applicabile solo alle 1.200 case occupate di proprietà del Comune, e non alle 3.400 di Aler.

Alloggi vuoti: sono 2.500 quelli che fanno capo a Palazzo Marino, da ristrutturare. Il vuoto chiama l’occupazione abusiva, il racket, chiama altro vuoto, perché spesso è in contesti degradati e quindi le case vicine non si riescono ad assegnare, non ci vuole andare nessuno. Come prima cosa dunque, afferma Rabaiotti, si devono fermare le occupazioni – e il Comune l’ha fatto dal 2016, mettendo in sicurezza gli appartamenti sfitti con porte blindate e non più lastrando, e in situazione particolarmente calde inserendo dei meccanismi di allarme di videosorveglianza – e poi intervenire ristrutturando e assegnando la casa. I finanziamenti sono stati circa 30 milioni per il 2016, 26,5 milioni quelli previsti per l’anno in corso – con l’obiettivo di recuperare oltre 800 appartamenti – e altrettanti per il 2018; denaro destinato solo al Piano Sfitti Erp e a cui vanno aggiunti i fondi per la manutenzione straordinaria.

Come quella che dovrebbe iniziare a ottobre a Lorenteggio-Giambellino (un accordo tra Aler, Regione e Comune), con l’abbattimento e la ricostruzione del primo di diversi edifici, il fatiscente civico 181, e la riqualificazione del 18% del quartiere, tra rifacimento strade, nuovi spazi pubblici,
bonifica di un’area verde e una biblioteca. «Le case sono sufficienti, io continuo a dire che non dobbiamo costruirne di nuove, anche perché non abbiamo i soldi per farlo. Ma a parte questo, mediamente nelle città italiane il 5% del patrimonio immobiliare è pubblico, mentre a Milano, tra Comune e Aler, è il 10%. Quindi il peso del patrimonio insediativo è importante. Poi è vero che Milano attrae domanda debole, però abbiamo anche il doppio delle case rispetto alle altre città. Il punto è l’uso del patrimonio esistente, e l’abuso, e il turn over.»

Considerando i numeri – 23.000 le famiglie in lista di attesa a fronte di 5.000 case vuote da ristrutturare e 4.700 occupate, tra Comune e Aler – sembra proprio che alloggi ne manchino. Ma il quadro non è questo, afferma Rabaiotti: «Tutto il tema della graduatoria andrebbe scomposto, riguardato con attenzione, e verificato. Un terzo delle domande infatti, quando vengono analizzate prima dell’assegnazione, risulta contenere dati falsi e non ha i requisiti per una casa popolare; un altro terzo scende nel punteggio, perché alcune dichiarazioni fornite non sono esatte; l’ultimo terzo, infine, ha autocertificato informazioni corrette.»

Poi c’è anche l’aspetto dell’assegnazione. Molte sono le variabili che incidono sui tempi, e si sentono spesso denunce di una burocrazia particolarmente lenta. Tuttavia capita che le difficoltà non siano ascrivibili solo alla struttura pubblica. «C’è la possibilità di avere due scelte, e succede che alla persona non vada bene nessuna delle due: a Quarto Oggiaro non la vuole, a Giambellino neanche... Giambellino è pieno di case vuote. Alcune case non le collocheremo mai perché il contesto, la nomea, il ghetto, il vicino, il rom che abita sopra... Un esempio: quando nel gennaio scorso abbiamo assegnato le case appena terminate, nuove, in via Appennini, sul primo blocco di trenta famiglie tre hanno rifiutato perché erano scomode rispetto al lavoro; una ci ha detto che se avesse saputo prima che non c’erano le cantine non avrebbe accettato.»

Difficile capire se erano le reali ragioni o delle scuse, perché il problema vero di via Appennini, si sa, è via Bolla, lì attaccata: un ‘buco nero’ viene spesso definito, un ‘ghetto’ di degrado fatto di caseggiati Aler fatiscenti, molti occupati da famiglie rom provenienti dagli sgomberi massicci effettuati nei campi durante i lavori per Expo. Ma sgomberare centinaia di persone senza dar loro un’alternativa significa metterle sulla strada, e a quel punto l’alternativa se la sono trovata da sole, occupando le case popolari vuote. Aler e Regione hanno più volte parlato di voler sistemare via Bolla, ma anche il primo agosto scorso il Consiglio regionale ha bocciato un ordine del giorno che stanziava le risorse per abbattere e ricostruire i palazzi ai civici 38, 40 e 42, una soluzione più conveniente alla ristrutturazione vista la condizione degli edifici. E quindi il ‘buco nero’, per ora, resta tale, e le case nuove di via Appennini continueranno a essere difficilmente assegnabili.

Questioni abuso e turn over. «Io sono arrabbiato con i decadenti – afferma Rabaiotti – non con gli occupanti. Con chi, non avendo più il titolo, resta dentro. Sono due forme di abuso, ma quella dei decadenti è più grave perché non c’è lo stato di bisogno.» È ‘decadente’ chi, per il miglioramento delle proprie condizioni economiche, non rientra più nei requisiti per avere una casa popolare. «Sono tra il 10 e il 12%. Non è un numero enorme ma neanche piccolo: sono circa 3.000 alloggi. Hanno un affitto maggiorato del 40% rispetto al canone locativo pieno, essendo decadenti, ma il 91% non lo paga. Io vorrei concentrarmi su questo, anche politicamente. Ci stiamo lavorando mandando le lettere di decadenza, perché senza la lettera non scatta il meccanismo del rilascio: il Comune deve avvisare la persona di essere decadente, e quest’ultima ha due anni di tempo per dire che non è vero.»

Dopodiché scattano i sei mesi per lasciare l’alloggio, ma di fatto è un procedimento poco efficace: «In due anni si possono fare tante cose. Per esempio, se ho dei beni patrimoniali li passo a mio fratello, e così rientro nei parametri per la casa popolare. In genere accade questo.»

Non meno problematica è la mancanza di turn over. «Le famiglie stanno mediamente trentacinque anni nelle case del Comune. È tantissimo. Non dico dieci anni, magari quindici, venti, ma trentacinque in media vuol dire che ci sono persone che ci vivono anche quarantacinque/cinquant’anni.» In effetti, ragionando in termini meramente economici, è difficile pensare che una famiglia che abbia avuto bisogno di una casa popolare negli anni Settanta non sia riuscita a migliorare la propria situazione fino a poterne uscire, perché sono stati anni in cui esisteva mobilità sociale; è oggi che non c’è, se non verso il basso, visto il lavoro sempre più precario e sottopagato.

«Sarà dura, infatti» riconosce Rabaiotti. «I nuovi ingressi tenderanno a essere medio/lunghi, ma non ci sono perché quelli vecchi, quelli degli anni Settanta, restano dentro. Da quelle case non se ne va nessuno. Che significa anche un problema di ottimizzazione: famiglie piccole e piccolissime, una o due persone, in case grandi e grandissime, quelle in cui sono entrati quarant’anni fa. E non gli si può dire di spostarsi in un alloggio più piccolo perché della casa grande c’è bisogno per una famiglia numerosa...»

Ma il pacchetto pubblico deve muoversi, è un punto centrale per Rabaiotti. Che significa che chi non ha più diritto deve uscire, ma anche che deve poter trovare soluzioni alternative. «Milano ha strozzato il mercato immobiliare, e quindi molte famiglie non se ne vanno dalla casa popolare perché i prezzi degli affitti sono alti. Dobbiamo riuscire a creare un comparto di locazione a canoni accessibili, un canone concordato, che la legge prevede, ma facciamo molta fatica perché il mercato è fortemente stressato verso l’alto e il proprietario non rinuncia a quell’aspettativa di remunerazione, piuttosto la casa resta vuota. Stiamo provando a fare in modo che alcuni di questi vuoti privati scivolino verso soluzioni che sono di quasi mercato, a redditi più contenuti per la proprietà, con incentivi fiscali, ma non è facile.»

Una difficoltà culturale, anche: vince l’idea che chi ha bisogno di una casa popolare sia un mezzo disperato, un disgraziato, che non pagherà mai l’affitto e danneggerà l’immobile. Il Comune sta infatti lavorando quasi solo con le grandi proprietà, più di cento alloggi, cercando di stringere accordi.

Rabaiotti ha davanti a sé ancora quattro anni scarsi, fino alle prossime elezioni amministrative del 2021: di sicuro ha chiaro in mente come muoversi e gli obiettivi che vuole raggiungere, e il Comune è una delle due istituzioni in gioco nella complicata questione delle case popolari – l’altra è la Regione. Vedremo cosa riuscirà a fare.


Il Comitato di lotta per la casa
«Noi chiediamo che Aler cominci ad assegnare le case vuote, iniziando i lavori di ristrutturazione se devono essere prima messe a norma; poi di affrontare la questione della requisizione del vuoto privato – di cui la precedente giunta comunale si era riempita la bocca e non ha fatto nulla – e il blocco degli sfratti, altrimenti non si arresta il crescere dell’emergenza abitativa; fermare la privatizzazione delle case popolari, che Aler ha in programma con la vendita di 10.000 alloggi, e la sanatoria per gli occupanti in stato di necessità.»

Il Comitato abitanti San Siro è una delle realtà più agguerrite del movimento di lotta per la casa a Milano. Nato nel 2009 come comitato di zona di resistenza agli sgomberi, negli anni è cresciuto e si è trasformato: ha creato un sindacato, Asia (Associazione inquilini e abitanti), confederato Usb, con cui relazionarsi con le istituzioni e aprire delle vertenze, ed è divenuto uno strumento di riappropriazione non solo della casa ma di un territorio, per stare insieme in modo attivo e costruire una comunità resistente e solidale; oggi ha uno sportello aperto tutti i martedì, per le persone che vivono un disagio abitativo, occupanti abusivi o sotto sfratto, e tiene un’assemblea settimanale con decine di persone. Una realtà costantemente presente con diverse iniziative, che su Milano si fa sentire.

Il quartiere, San Siro, costruito tra il 1935 e il 1947, è tra i più grandi realizzati dall’allora Istituto Autonomo per le Case Popolari, poi divenuto Aler: ben 6.110 alloggi, oggi sono 4.742, secondo dati che ci ha fornito la stessa Aler. Ieri come oggi, soffoca nel cemento e nella mancanza di attrezzature pubbliche e aree di socialità, e sempre meno sono gli esercizi commerciali aperti. Visto dall’alto, un rombo incastrato nella zona nord-ovest della città, lunghi palazzoni disposti su una rete stradale a base ortogonale con al centro piazzale Selinunte, l’unica zona un po’ verde. All’epoca, l’edilizia popolare era così concepita: dormitori, nulla più.

Oggi molti palazzi cadono a pezzi, altri sono in condizioni più dignitose, in qualcuno ci sono cantieri aperti. Welcome to San Siro recita un murales all’entrata del quartiere da via Paravia, a metà tra la rivendicazione di un territorio e la consapevolezza che, non per sua scelta, è una sorta di enclave a parte rispetto al resto della città. Ma c’è anche chi potrebbe vederlo come un avvertimento: entri a tuo rischio e pericolo. Angelo Sala, presidente di Aler, a maggio ha definito San Siro una zona “fuori controllo”, “un’area allo sbando”, insieme a Lorenteggio e via Gola. E di fatto sulle cronache locali finisce spesso per la microcriminalità e il racket delle case occupate. Oggi sono 901 le occupazioni abusive a San Siro, contate da Aler.

Gonzalo, del Comitato, ci accompagna in giro per il quartiere. «Ci sono occupazioni storiche che vanno avanti dagli anni ‘90, a cui sono seguiti vari flussi di occupazioni, caratterizzati da gruppi di provenienza da diversi Paesi, in quello che è anche una dinamica di solidarietà perché gira la voce: se una persona è in condizioni disperate e qui è riuscita a trovare una soluzione di questo tipo, lo dice agli altri. Il meccanismo è molto elementare: se ci sono case vuote, e ci sono persone in difficoltà senza casa, ci sono occupazioni. Qui oggi il 60-70% della popolazione è migrante – egiziani, marocchini, sudamericani, una comunità romena, che dopo la chiusura negli ultimi anni dei campi rom ha occupato qui... c’è un meticciato molto forte – e il restante per la maggior parte sono anziani, e questo crea problemi. Già è difficile, ci sono diverse conflittualità, anche generazionali e anche interne alle stesse comunità dei migranti, però il punto è che tutto questo viene lasciato ad autoregolarsi all’interno di un territorio privo di spazi pubblici dove sia possibile condividere momenti, socialità, conoscenza reciproca.»

Primo piano di un palazzo, una delle tante porte lastrate. «Questo appartamento è vuoto da almeno due/tre anni. All’interno è totalmente inagibile, quindi se i pompieri ti trovano dentro ti fanno uscire, ed è uno dei classici casi che alimenta il meccanismo del racket, che specula sulle persone che hanno estremo bisogno. Vengono e ti dicono: mi dai 1.000 euro e ti apro la casa. Tanti fanno debiti per avere quei 1.000 euro, sono disperati, e al racket non interessa che poi la famiglia rimanga dentro, anzi, se i pompieri la mandano via tanto meglio, la casa viene chiusa nuovamente e ripetono lo stesso gioco con qualcun altro. Ci sono zone in cui il racket è strutturato con la malavita, a San Siro è microcriminalità, gruppi di persone che l’hanno visto potenzialmente come un business e l’hanno messo in pratica. Noi lo denunciamo pubblicamente perché è lo sfruttamento di chi è già in difficoltà, e spesso finisce anche per legittimare la criminalizzazione dell’occupante, che invece dovrebbe essere considerato vittima, come il commerciante a cui viene chiesto il pizzo. Ma per risolvere il problema del racket occorre risolvere il problema delle case vuote: è il vuoto che chiama il racket, per questo noi diciamo che il racket è l’altra faccia della medaglia di Aler.»

Da qualunque punto di vista la si guardi, assessore o movimenti dal basso, il vuoto è il problema. Che significa, in altre parole, la mancanza di investimenti nelle ristrutturazioni, aver lasciato cadere a pezzi un patrimonio immobiliare; e per quanto riguarda Aler, grazie alle varie inchiesta giudiziarie ora si sa che il problema non era la mancanza di soldi ma il loro dirottamente nella corruzione e la mala gestione, al punto che nel 2013 l’ente regionale è stato commissariato.

“San Siro è oggetto di un importante intervento di riqualificazione urbana denominato Contratto di Quartiere, con un investimento di circa 35 milioni di euro per manutenzioni straordinarie edili, impiantistiche sugli edifici e all’interno dell’alloggi” ci ha scritto Aler, aggiungendo che l’ente ha ristrutturato e assegnato 750 alloggi nei primi otto mesi di quest’anno, in tutta Milano. «Il problema è che la gran parte delle case vuote non possono essere assegnate perché sono da ristrutturare» dice Gonzalo. «Non vengono fatti i lavori da molti anni, e anche quelli portati a termine spesso sono superficiali: ridipingono la facciata, le scale, ma i problemi strutturali e agli impianti non vengono risolti, come le infiltrazioni delle grondaie,» e ce ne mostra diverse in giro per il quartiere, in palazzine che non hanno cantieri aperti, «o cantine piene di amianto, o crepe nei muri portanti, edifici che i pompieri hanno dovuto evacuare e sono rimasti chiusi per anni; ora Aler ha iniziato lentamente a fare i lavori, finalmente. Ma poi c’è anche un altro problema, i ‘sotto-soglia’, appartamenti troppo piccoli rispetto alla normativa attuale e che quindi restano vuoti o dati in gestione ad associazioni caritatevoli perché facciano condivisioni, ma così si sposta il problema, non lo si risolve».

Anche la messa in vendita del patrimonio non è una soluzione. Aler è stata commissariata con 400 milioni di buco a bilancio, e come parte del Piano di risanamento aziendale la Regione ha deciso di mettere all’asta, entro il 2019, 10.000 unità tra alloggi, spazi commerciali e box, prevedendo anche la possibilità di prelazione da parte degli inquilini. «Ma è evidente che chi vive in una casa popolare non ha i soldi per comprarsela, » afferma Gonzalo «e infatti fioccano le proposte di annunci di mutui agevolati del 100%. Ma così si crea la situazione per cui il condominio diventa misto, tu cominci a pagare il mutuo ma poi arrivano le spese condominiali, quelle dei lavori di ristrutturazione o manutenzione, e alla fine o non paghi il mutuo e te la pignorano, o non paghi il condominio e te la pignorano, quindi finisce che sei pieno di debiti ed entri nel circuito infernale debiti/pignoramenti.»

Uno dei problemi di fondo sono gli sfratti. A San Siro arrivano molte famiglie sfrattate, sperando di riuscire a occupare. La maggior parte sono migranti, su cui la crisi e la perdita del lavoro ha inciso (il 57% delle occupazioni abusive a Milano sono a opera di stranieri, secondo dati Aler). Sono tante le famiglie italiane che hanno occupato nel quartiere, ma il dato è costante nel tempo, racconta Gonzalo; sono i migranti che aumentano.

«Non hanno un welfare famigliare alle spalle, e quindi si ritrovano senza altra soluzione. Una famiglia di italiani, magari giovane, può andare a casa dei genitori, dei nonni, dal fratello, dalla sorella... con tutte le problematicità che ne conseguono, ma può farlo. L’unica risposta a questa situazione è il passaggio da casa a casa: noi chiediamo che ci sia l’assegnazione di un alloggio popolare prima che la famiglia sia buttata fuori, e quindi gli sfratti devono essere bloccati. Tra l’altro spesso le famiglie sfrattate vanno in carico ai servizi sociali, messe in comunità o alberghi per tempi variabili a seconda della situazione, ed è uno spreco di soldi che con il passaggio da casa a casa non ci sarebbe.»

E poi ci sono gli sgomberi. «Due anni fa la Regione ha messo in piedi una roboante campagna mediatica, faremo 200 sgomberi al mese!, diceva, poi di fatto non è successo; un po’ perché ci sono state resistenze in molti quartieri, noi a San Siro siamo riusciti a bloccarne diversi, e un po’ perché non è fattibile. Continuano a farne, ma se calcoliamo che l’ordine di grandezza è di 3.400 case Aler occupate, ce ne vuole di tempo! Ma il punto è che la soluzione non è sgomberare, ma regolarizzare, con una sanatoria. Non nascondiamo che c’è chi se ne approfitta, ci è capitato di vedere persone che già avevano una casa e ne occupavano un’altra, dandola in affitto. Noi combattiamo queste situazioni, ma l’unica soluzione per evitarle è una sanatoria che verifichi lo stato di bisogno degli occupanti e poi li metta in regola dentro quell’alloggio.»

I numeri che ci ha fornito Aler parlano di 670 sgomberi effettuati ad agosto 2017 (193 solo a San Siro), di cui 79 su occupazioni consolidate che duravano da anni – “interventi che vengono concordati preventivamente durante appositi tavoli istituzionali, dopo verifiche approfondite sui nuclei familiari e la disponibilità a intervenire congiuntamente di Comune e forze dell’ordine” afferma sempre Aler – e 591 sgomberi “in flagranza, intervenendo sul posto appena la tentata occupazione viene segnalata e coinvolgendo assistenti sociali e forze dell’ordine”. Un trend costante negli ultimi anni di un’ottantina di sgomberi al mese – il 2015 ne ha infatti contati 978 e il 2016 ne ha visti 931 – e superiore alle nuove occupazioni registrate da Aler: 192 a oggi nel 2017, di cui 42 a San Siro.

«Per noi è importante avere un canale aperto con le istituzioni, basato su un rapporto di forza che è quello della mobilitazione, della costruzione di resistenza, ma anche di proposte concrete che portiamo avanti per risolvere il problema» racconta Gonzalo. «Capita che ci si trovi seduti a tavoli nei quali il rappresentante istituzionale ti dà ragione ma ti dice: “Sì però non abbiamo soldi, sì però non possiamo farlo, sì bellissimo poi vediamo...” E quindi una parte importante del nostro lavoro è anche la denuncia pubblica, perché le persone abbiano la consapevolezza di chi sono i responsabili. Qualcosa comunque lo abbiamo ottenuto e lo stiamo ottenendo. Per esempio sono anni che chiediamo l’assegnazione degli alloggi allo stato di fatto, che le case siano consegnate così come sono, con i lavori a carico dell’inquilino, che poi ne scala il costo dall’affitto, e due anni fa Aler ha iniziato a farlo; piccoli bandi da 50 alloggi, però ne hanno fatto più d’uno, quindi piano piano... anche se non è un numero rilevante, è qualcosa. Poi siamo riusciti a vincere molte assegnazioni, con il sindacato Asia pretendiamo delle risposte formali dalle istituzioni, e questo è un doppio binario che ci serve.»

Ora il Comitato è impegnato anche nella battaglia “Nessuna persona è illegale”, una mobilitazione per richiedere al Comune di concedere la residenza a tutti, migranti, occupanti, senzatetto... tutti, contro la disposizione punitiva dell’art. 5. Una residenza virtuale delocalizzata, nei vari municipi della città di Milano per i senza casa e nell’alloggio occupato per gli abusivi. Una cosa diversa dalla residenza virtuale di cui parla l’assessore Rabaiotti, presso alcune realtà del terzo settore. «È possibile farla, ma non è una procedura automatica» precisa Gonzalo, «per cui vai lì e ti danno la residenza: devi riuscire a fartela dare, nel senso che come condizione devi partecipare a determinati progetti di percorsi inclusivi. Quello che chiediamo noi è la possibilità di fare una semplice dichiarazione di residenza presso il municipio di zona.»

Anche sulla questione decadenti Gonzalo ha un punto di vista diverso rispetto a Rabaiotti: «Allo sportello del comitato sono arrivati diversi pensionati che, ricevuto il Tfr , sono usciti dai parametri economici per stare in una casa popolare. Ci sono anche questi casi, non sono persone che si sono arricchite ma che dopo una vita di lavoro hanno un gruzzoletto e magari con quello vorrebbero aiutare il figlio a comprare casa.» Al di là della questione in sé, se l’incasso del Tfr li debba far considerare decaduti o meno, il punto centrale forse è un altro, ed è la stessa considerazione già espressa sopra con Alice, l’occupante abusiva: il divario tra salari e affitti. Una persona che ha avuto per anni un lavoro stabile non dovrebbe ritrovarsi nelle condizioni di aver bisogno di una casa popolare.

Intorno alla questione delle occupazioni abusive circola poi una leggenda metropolitana dura a morire: il vecchietto che esce a fare la spesa e al rientro trova la casa occupata. «Può essere anche capitato,» dice Gonzalo «ma non è certo una costante, è raro, e quando è successo sono situazioni da condannare, ovviamente, e che si risolvono subito. Anche perché non ha senso occupare una casa dove vive già qualcuno, anche solo dal punto di vista della precarietà della situazione, visto che lo sgombero è assicurato e immediato. È più una narrazione fatta dai media. Molti anziani che vivono nelle zone popolari non escono, non vivono il quartiere; capita quello che si lamenta che è pieno di arabi, poi il suo migliore amico è Ahmed che gli porta su la spesa, “però lui lo conosco, lui è un amico”. E queste narrazioni creano un clima di paura che alcuni anziani fanno proprio, autoalimentando i racconti.»

Molti muri scrostati di San Siro sono colorati da murales («Lo facciamo come pratica di riqualificazione, chiamando vari artisti a dipingere: sono le nostre iniziative “Occupati del tuo quartiere”»). Organizzati e lotta. L’individualismo è il primo passo per l’infelicità collettiva, c’è scritto in uno, ed è indubbio. Ma forse quello più significativo è proprio di fronte allo spazio del Comitato, in via Micene, ed è di sole tre parole: Casa Diritti Dignità.

 

Christian Caurla e Giovanna Cracco

 

 

1) Cfr. A. Magnani, Paghiamo più dei nostri genitori? Dall’affitto al cinema, ecco i prezzi saliti in 30 anni fino al 500%, 31 ottobre 2013, Il Sole 24 ore

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