| A partire dagli anni Ottanta, Milano sta accanitamente
combattendo una guerra feroce contro la sua antagonista di sempre, Parigi,
per accaparrarsi la scintillante etichetta di 'capitale della Moda'.
L'industria delle armi, che in ogni sistema vive, prolifica e si spende
con ogni mezzo per scatenare e prolungare il conflitto di proprio interesse,
è in questo caso l'industria del lusso, attualmente in grado
di fagocitare finanziamenti privati e ancor di più pubblici che,
per quantità e continuità, sarebbe riduttivo definire
ingenti.
Accade così che, a scadenze regolari, la Milano reale scompaia
come d'incanto, per lasciar spazio a una Milano immaginifica e immaginaria,
che seppellisce la prima a colpi di show room e chiassosi eventi mediatici.
Primo tra tutti quello della Settimana della Moda, in cui stilisti accreditati
dalla Camera della Moda dispongono di spazi e risorse indirizzate alla
promozione e alla comunicazione, garantendosi la possibilità
di creare dal nulla un plastificato mondo fiabesco. Un’ipnosi
collettiva che permea sempre più la società, divenendo
artificiale campanile che rintocca al tempo delle nuove stagioni naturali:
primavera/estate, autunno/inverno. E nulla più conta.
Non contano i finanziamenti sottratti alla cultura, alle politiche sociali,
alla costruzione di un progresso reale. Niente di male se la precarizzazione
del lavoro è diventata ormai una pratica diffusa quanto perversa.
Svanisce qualunque progettualità legata alla creazione di un'identità
individuale, alla ricerca di un percorso personale e unico di coscienza
e conoscenza, perché niente di tutto questo, per il sistema moda,
appare interessante da perseguire. Più succulenta semmai l'opportunità
di riproporre un'identità collettiva, di massa, veicolabile e
ampiamente indotta, schiava di un'unificazione gretta e banale, omologata
a un unico credo: quello del consumo, che trae forza ed esistenza dal
concetto di bisogno, e il concetto di bisogno modifica e adatta per
riuscire a sopravvivere. Produci, consuma, muori. Il ciclo deve ripetersi
come un mantra inarrestabile. E se il bisogno del superfluo ha assicurato
la sopravvivenza del sistema fino a ora, appare chiaro che una sirena
rossa urla e strepita, perché il nuovo e ammaliante gioco di
prestigio è creare, una volta soddisfatto il superfluo, il bisogno
del lusso.
È in questo contesto che si inserisce la controversa
figura di Serpica Naro, che si impone a livello mediatico internazione
durante la Settimana della Moda del febbraio 2005.
Residente a Tokio, Serpica Naro è una giovane designer anglonipponica,
che grazie a un profilo seducente e trasgressivo, non fatica a essere
inclusa nel calendario della più ambita vetrina modaiola italiana.
Una bellezza asiatica con una cicatrice sulla guancia, che parla di
un drago che “gioca sempre con sé e i fanciulli e le fanciulle
che hanno il coraggio di accarezzarlo. Gira e rigira su se stesso, si
colora danza, si agita e segue sempre il ritmo dei propri desideri e
dei desideri delle persone con cui passa il tempo”.
Laureata al Bunka Fashion College, conquista gli addetti ai lavori per
la scelta di tessuti high tech, di avveniristiche tecniche di taglio
che contemplano l’invenzione del mascheramento, e per l’uso
spregiudicato di tessuti rifrangenti e fasciature nelle collezioni moda.
Nel suo proporsi al pubblico, è soprattutto una sperimentatrice
eclettica e suggestiva, non innova perché è lei l’innovazione.
Dalla realizzazione degli irriverenti eco-pannolini, all’ambizioso
progetto giapponese del Droplife System, rivoluzionario trattamento
per le pelli secche.
Ma il vero potenziale di Serpica Naro non risiede tanto nei suoi vestiti,
quanto nell’ideale che incarna. Una vita di trasgressione vissuta
a cavallo tra Londra e Tokyo, il legame viscerale con l’underground
, gli incontri discutibili con i personaggi più controversi che
circolano dietro le quinte sono il pendolo che oscilla di fronte agli
occhi del mondo.
Alla vigilia di febbraio, il suo nome non conosce confini: Giappone,
Korea, Hong Kong.
La Settimana della Moda comincia, i riflettori si accendono. E Serpica
Naro, carnefice e vittima della sua indole irriverente, incarnazione
dell’immaginario del lusso e della lussuria più sfrenata,
non resiste e continua a far parlare di sé. Non ha rispetto per
niente e per nessuno, e lo fa capire subito.
Tenta prima di affittare uno dei più importanti centri sociali
milanesi per la sua sfilata, pretendendo un ambiente suburbano adeguato
alla sua collezione, e successivamente lancia negli ambienti omosessuali
un appello di reclutamento di persone affette dal virus dell’Hiv
per fungere da mannequin. E Milano si scalda, perché centri sociali
e movimenti gay annunciano un’agguerrita manifestazione per impedire
a questa icona di un’industria del lusso disumana e arrogante,
di sfilare impossessandosi dell’esistenza e dell’essenza
umana per renderla mostra e spettacolo. Esplodono azioni di protesta
contestualmente alle sfilate di Prada e di Laura Bagiotti.
Per prevenire disordini durante la sfilata di Serpica Naro, vengono
mobilitate le forze dell'ordine. Per presidiare il cavalcavia dove il
tendone è stato allestito per l'evento serale, arrivano sul posto
sin dal primo pomeriggio due camionette della polizia per questioni
di ordine pubblico, e qualche responsabile della DIGOS, in quanto l'attacco
contro la sfilata di Serpica Naro, e quindi contro il sistema moda in
generale, è considerata come iniziativa politica.
Nel tardo pomeriggio iniziano ad arrivare i giornalisti, prima pochi
e sparuti, poi sempre più numerosi, insieme a fotografi e personalità
del mondo dello spettacolo. Quando manca ormai poco alla sfilata, il
tendone è gremito, sono presenti sul posto le telecamere di Studio
Aperto e del TGR di Raitre. A pochi minuti dall'inizio della manifestazione,
nonostante tutto, dal Pergola Move, centro sociale situato nelle vicinanze
della location, parte l'annunciato corteo di protesta, che prende la
forma di una vera e propria processione al seguito di un altare 2x2
di San Precario, fantasioso Santo Protettore dei Lavoratori Precari,
con tanto di immagine salvifica portata a spalla.
Ma qualcosa non funziona. Le camionette della polizia: sparite. Dei
responsabili della DIGOS: nemmeno l'ombra. La processione non incontra
nessuna resistenza, e irrompe pacificamente nel tendone della manifestazione,
assiepandosi intorno al palco costringendo i presenti ad attimi di tesa
incertezza.
Sul palco, all'improvviso, sale una giovane manifestante che si impossessa
del microfono, e comincia dando il benvenuto agli intervenuti. Appare
ancora più chiaro che qualcosa non vada, anche perché
alcuni riconoscono nella manifestante Nadja Fortuna, la pr personale
di Serpica Naro.
L'annuncio dal microfono, a questo punto, sancisce definitivamente lo
svelamento, che è l'inizio della beffa: Serpica Naro, annuncia
fiera la sua pr, non esiste. E il nome dell'inesistente stilista è
l'anagramma di San Precario, il falso protettore dei lavoratori precari
inventato un anno prima dagli attivisti della crew Chainworkers. Le
forze dell'ordine, inviate nel pomeriggio dalle istituzioni, sono state
celermente rimandate a casa dai permessi di affitto firmati e approvati
che Nadja Fortuna (identità anch’essa inventata di sana
pianta) aveva richiesto e ricevuto, addirittura con tanto di scuse da
parte del Comune di Milano per un leggero ritardo nel concederlo.
Nei momenti di confusione che seguono, alcuni vip tra cui l’esemplificativo
“Ottusangolo”, accorso all'evento in cerca di flash, se
ne vanno piccati. Ma quasi tutti restano, e la sfilata ha inizio.
Serpica Naro, dunque, non esiste. Esiste tuttavia la sua collezione
di abiti, che viene presentata come previsto, con tanto di approvazione
della Camera della Moda. Sulle passerelle, otto applauditissimi modelli
che rappresentano con sarcasmo alcuni aspetti della precarietà:
abiti che nascondono la maternità per non essere licenziate,
gonne anti-mano morta piene di trappole per topi, minigonne sexy per
fare carriera più in fretta, abiti da sposa per donne senza cittadinanza
italiana, tute da lavoro che nascondono il pigiama, per essere sempre
pronti a lavorare notte e giorno;abiti double face per chi fa due lavori
e quelli antistress per quando sei sfinito dalla fatica, le magliette
con il numero dei giorni che mancano al licenziamento.
E dopo i capi-provocazione, sfila la collezione vera e propria che i
precari hanno autoprodotto con la partecipazione della londinese Sailor
Mars, dell’Industrial Culture milanese e di Yo Mango.
Il primo pensiero è che Serpica Naro e il suo entourage abbiano
organizzato una delle maggiori operazioni di marketing creativo che
Milano ricordi da diversi anni. Ma c’è qualcosa di più.
La reazione dei mass media
Il pane di cui generosamente i quotidiani dell’indomani ci approvvigionano,
racconta di una “beffa”, di una curiosa e simpatica presa
in giro. E questo, già di per sé, fa riflettere. Potrebbe
apparire banale, ma la questione è seria.
Il dato primario è il seguente: la protesta tradizionale, oggi,
non fa più notizia. Qualcuno ne parla nel caso ci sia una questione
di ordine pubblico particolarmente seria, magari nel caso in cui “ci
scappa il morto”. I contenuti di una protesta tradizionale, in
generale, non tengono alto l’interesse. Sono lo sfondo di un episodio
drammatico o bizzarro, ma non sono il punto centrale. La verità,
semmai, è un’altra, atroce e banale nella sua evidenza
come tante verità: le motivazioni annoiano, perché restano
le stesse. Le esemplificazioni sotto i nostri occhi sono molteplici:
leggi ad personam, conflitto d’interessi, corruzione di politici
e del sistema. Tutto questo annoia. Ed è agghiacciante.
È agghiacciante perché la motivazione più giusta
e profonda che muove un’indignazione, una volontà seria
di critica al sistema e al reale, ha –nel migliore dei casi –
una cartuccia sola da sparare, e guadagnare uno spazio informativo serio
è impresa ardua. Già la seconda volta che se ne parla
la notizia stenta. Paradossalmente, si inizia a parlare del “solito”
conflitto di interessi, delle “solite” leggi ad personam,
della “solita” corruzione dei politici, rimproverando ai
promotori di queste proteste una sorta di mancanza di fantasia, di scarso
senso del ritmo e dello spettacolo, perché insistendo e picchiando
sempre sugli stessi punti, rendono lo show meno vivace, persino un po’
fiacco.
Le logiche sottostanti, dunque, sono evidenti: basta volerle vedere.
Così come basta voler vedere come un fatto è in genere
riportato, commentato e criticato. La cartuccia è unica, ma può
essere ulteriormente disinnescata.
Si prenda il Corriere della Sera del giorno seguente agli avvenimenti
fin qui narrati, che dedica ai fatti un articoletto nascosto nelle pagine
centrali parlando di “sfilata burla dei devoti di San Precario”.
Calcando sulle dinamiche dello scherzo burlesco, l’evento viene
trasformato su due piedi nell’equivalente di una storia da ombrellone.
Serpica Naro, secondo il Corriere, è la “hoax” di
questi mattacchioni che fanno riferimento al Pergola Move, e di questi
eccentrici precari portatori di uno spirito goliardico un po’
sopra le righe.
L’abbaglio clamoroso preso dalla Camera della Moda, che senza
opporre nessuna difficoltà ha abilitato una stilista inesistente
tra le sfilate in programma, quello ancor più clamoroso del comune
di Milano che ha concesso permessi regolari all’identità
(anch’essa inventata di sana pianta) di Nadja Fortuna, inesistente
pr di un’inesistente stilista, vengono relegati a bozzetto di
una svista un po’ ridicola. Una sufficienza che ha reso possibile
un divertente intermezzo.
Le radici dell’esistenza della Settimana della Moda, e di tutto
il sistema che sta alle sue spalle, sembrerebbero essere meno serie
del previsto.
Ma non è tutto, perché il polverone da mettere sotto il
tappeto è straripante, e accade così che pochi giorni
dopo la sfilata di Serpica, una nota casa di moda, assai vicina alla
Camera della Moda, si inventa una mossa a sorpresa. La gestione della
burocrazia legata alla registrazione dei marchi è farraginosa,
e la casa modaiola di Enrico Coveri non si lascia scappare l’occasione:
a meno di dieci giorni dall’evento, vola all’estero per
registrare il marchio di Serpica Naro a livello internazionale, in modo
da saltare la registrazione italiana. Perché tutto questo zelo
nel voler distruggere quello che Serpica Naro rappresenta? Davvero è
necessario tutto questo? In dichiarazioni successive, verrà reso
noto per vie traverse che l’intento di Enrico Coveri e della Camera
della Moda sarebbe stato quello di utilizzare il marchio l’anno
seguente per proporre un concorso per stilisti emergenti. Perché
non rendere nota anche la palese esistenza di Babbo Natale?
Sono bastati tra i cento e i duecento lavoratori precari del mondo della
moda, coordinati dal collettivo Chainworkers, per creare, gestire e
imporre all’attenzione del pubblico e delle istituzioni internazionali
una finta stilista, con tanto di sito internet di riferimento, show
room, redazioni, tre uffici stampa di cui uno inglese, uno italiano
e uno giapponese, un book che la Camera della Moda ha approvato a pieni
voti, uno stile invidiato dai concorrenti più blasonati.. E sono
bastate 3 settimane e qualche migliaia di euro (spesi essenzialmente
per l’affitto e il riscaldamento della location della sfilata).
Qualcosa non va, è chiaro. Il messaggio recapitato alle firme
dell’alta moda e al sistema intero è eloquente, viste le
disposizioni di budget colossali e gli appoggi politici per sopravvivere
e creare… cosa? Trasformare l’inesistente in esistente sembrerebbe,
in questo caso, un operazione drammaticamente semplice. E ambigua.
A questo punto, appare chiaro che la verità sia un’altra,
molto più seria e molto più scottante. L’esistenza,
la consistenza e l’inattaccabilità del sistema moda devono
essere elevati a dogma, perché questo dogma, l’abbiamo
spiegato, fagocita una quantità di capitali imbarazzante, e di
fonda su meccanismi di autoconservazione che non devono essere violati.
E Serpica Naro, per quello che rappresenta, può scomparire nel
nulla, può diventare un’improbabile concorso per stilisti
emergenti, può essere la colorita barzelletta che ci si racconta,
ma non può, e non deve, metter piede nel campo dell’esistente.
WTO, TRIPS e altri racconti
Le leggi sulla proprietà intellettuale hanno come scopo quello
di proteggere i prodotti della creatività e dell’ingegno
in modo che gli autori possano essere retribuiti.
Il WTO (World Trade Organization) ha lo scopo di consentire una libera
concorrenza mondiale in ambito di beni e consumi, ed è in quest’ottica
che redige e amministra la gestione di quelli che vengono denominati
TRIPS (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights).
I meccanismi di tutela della proprietà intellettuale, attualmente,
sono basati sul concetto di salvaguardia dell’innovazione e dell’unicità,
e si configurano in tre diversi modi: brevetto, copyright e marchio.
Il brevetto si occupa di tutelare le specificità di un singolo
prodotto, e per depositarlo occorre esibirne fisicamente un prototipo
e la descrizione del processo utilizzato per generarlo.
Il Copyright, invece, si occupa del significato, della tutela della
forma significante, analizzando la somiglianza formale tra opere dello
stesso tipo. Per fare l’esempio delle canzoni depositate in Siae,
all’atto pratico si depositano solo alcune battute della canzone
in questione, e all’interno di un’ipotetica controversia,
viene valutato in qualche modo quanto un’opera rassomigli a quella
depositata, e si determina su queste basi un livello di somiglianza,
e di conseguenza un livello di plagio.
L’ultima forma di tutela è rappresentata dal marchio, altrimenti
detto brand o trademark, che tutela la riconoscibilità tra i
diversi prodotti di una stessa classe, e che fonda le sue considerazioni
di garanzia su dati quali la promozione effettuata, e la diffusione
che quel marchio ha nella mente delle persone.
Al lettore attento che si domandasse come sia possibile valutare la
diffusione di un marchio all’interno delle menti delle persone,
rimandiamo al sito di un organismo di riferimento denominato Interbrand
(www.interbrand.com), che si occupa specificatamente di redigere rapporti
e studi sul ranking dei diversi marchi. Qualche nota di costume: nella
classifica di ranking tra i marchi di tutto il mondo, ovvero la Best
Global Brands 2006, in cui il ranking è ricavato dal valore del
marchio, in testa figura il marchio Coca-Cola, con un valore di 67,000
milioni di dollari, che registra, ahinoi, un calo dell’1%.
Altra nota di costume, ma che fa riflettere sull’importanza del
tema trattato in queste pagine, scorrendo la classifica mondiale, il
primo marchio italiano è Gucci, con un valore del marchio di
7,158 milioni di dollari, e che registra un aumento di valore dell’8%.
Un caso? Forse no, perché concentrandosi sulla classifica dei
marchi italiani, dietro Gucci stanno Bulgari, Prada, Armani, che registrano
tutti un aumento tra il 4% e il 6%, e la new entry Burberry. Forse allora
le tematiche legate al sistema moda sono più calde di quanto
istintivamente si possa pensare.
Torniamo allora a considerare la definizione di marchio, cercando di
capirne veramente i significati nascosti. Partiamo dalle origini: il
concetto di marchio trae la sua genesi dagli allevamenti equini, in
cui l’allevatore marchiava a fuoco il cavallo (e successivamente
altri animali) in modo da tutelare il consumatore. Infatti, il marchio
veniva immediatamente legato alla qualità dell’animale,
alle modalità con cui veniva allevato e via dicendo. E’
chiaro che oggi il panorama risulta assolutamente diverso.
Il concetto di marchio con cui ci confrontiamo è legato a due
forme pesanti di ambiguità. Da una parte, il legame con il prodotto
è in pratica disintegrato, ed è quindi completamente svincolato
anche da qualunque concetto di innovazione. Si pensi, per esempio, alla
prassi ormai abituale, praticata da numerose aziende, che, producendo
magliette di cotone, rivendono poi i prodotti finiti che verranno diversamente
marchiate successivamente. La maglietta è la stessa: dov’è
il segno distintivo?
Ecco la seconda ambiguità: il marchio è il segno che viene
accoppiato a prodotti o servizi privi di caratteristiche specifiche
di innovazione e unicità, ed è proprio il marchio che
ne produce il valore. Il passo è sottile, ma decisivo, perché
grazie a questo stratagemma il mercato di oggetti materiali che tende
a essere saturo (la quantità di magliette circolanti imporrebbe
un prezzo basso), magicamente viene di nuovo aperto a un aumento di
prezzo che segue logiche differenti. Il passaggio è per molti
versi simile, per intenderci, ai meccanismi attuati dalla famosa Legge
Gasparri: per risolvere un problema di interesse, si modifica lo scenario
del mercato in modo quantomeno discutibile.
A questo punto la situazione è palese: il marchio, nato come
garanzia di tutela sull’oggetto-prodotto a vantaggio del consumatore,
è in realtà completamente svincolato da esso, e anzi proprio
la sua immaterialità permette di produrre oggetti comuni con
un margine di profitto alto quanto innaturale.
Per garantire tutti questi meccanismi, il WTO ha fatto dei TRIPS, di
cui prima parlavamo, un punto centrale della sua attività. Per
comprendere la direzione in cui ci stiamo muovendo, basti considerare
le due principali modifiche apportate negli ultimi anni a proposito
della legislazione inerente al marchio.
La prima: sarà possibile registrare un marchio e non produrre
niente per tre anni.
La seconda: i calcoli di quanto un marchio sia “ben conosciuto”
sono assolutamente indipendenti dalla reale diffusione dei suoi prodotti
sul territorio, ma è centrale considerare solo quanto è
stato comunicato e promosso.
Siamo allora quasi giunti alla fine di questo tortuoso cammino, perché
solo a questo punto è possibile comprendere come realmente funziona
il mondo della moda.
I marchi seguono strategie identiche. Prima di tutto, rubano dalla realtà
idee e originalità, attraverso l’assunzione di quelli che
vengono chiamati in gergo “cool hunter”, che si guadagnano
il (poco) pane nel migliore dei casi scopiazzando idee da strade, mestieri,
identità legate ad ambiti sportivi, e chi più ne ha più
ne metta.
Successivamente, rendono serializzabile uno stile, lo brandizzano, ordinano
la produzione sottocosto in paesi in cui il costo del lavoro è
più basso, reimportano, investono pesantemente in creatività
per l’imposizione del brand nella mente di quante più persone
possibili, vendono, incassano.
Ecco a voi la logica del look “worker” ispirato agli operai
di cantiere, i filoni ormai attempati dei look legati a sport underground
come skateboard o l’invernale snowboard. E quando la realtà
viene prosciugata, perché il suo ritmo di evoluzione e di generazione
di nuove tendenze risulta troppo lento, ecco che compare il ripescaggio
di tendenze appartenenti al passato, che vengono sapientemente (sic!)
impacchettate, serializzate e riproposte.
Ecco il sistema. Il brand accumula valore, lo aumenta e lo tutela con
le dinamiche della tutela del marchio. Il messaggio di cui si fa portatore
è tipicamente “quello che più potrebbe funzionare
in questo momento”: qualunque esso sia, è un messaggio
fasullo per definizione.
In ultima analisi, quello che accade nella realtà che ci sta
di fronte ogni giorno è che i lavoratori impiegati nelle fasi
di vendita, produzione e persino creazione del brand sono costretti
a sacrificare dignità, energie e moralità per generare
un valore immateriale che confluirà completamente nel marchio,
ovvero in qualcosa di assolutamente estraneo a loro, e di cui non gioveranno
in alcun modo.
Ecco il sistema. Ecco la Settimana della Moda. Ecco i meccanismi di
un sistema in grado di autoconservarsi e autoalimentarsi.
Cos’è davvero Serpica Naro
To hack significa “aprire”, “dissezionare”,
cercando in particolare una soluzione “non convenzionale”.
Nessun sistema è veramente inattaccabile. Ogni sistema ha i suoi
punti deboli. E soprattutto, per mettere in crisi un sistema, la via
dell’hacking suggerisce di ritorcere contro di esso i suoi stessi
procedimenti. Conoscerlo profondamente per poterlo scardinare.
Questo ha fatto Serpica Naro incuneandosi nel sistema per dissezionarlo.
E questo ha continuato a fare durante tutto questo anno trascorso. Ha
rivelato, beffandolo, che il suo prestigio è vapore , come se
non bastasse, ne ha alterato e deformato il senso, attribuendogliene
un altro.
Serpica Naro, oggi, è quello che viene chiamato Meta-Brand, o
marchio liberato. Se non riuscite a recuperare questo concetto nella
vostra memoria, non preoccupatevi. Non potreste, visto che la licenza
con cui il marchio Serpica Naro è coperto è la prima al
mondo per le sue caratteristiche, ed è stata elaborata dal collettivo
Chainworkers.
Ispirandosi alla filosofia del software libero, e richiamando alcuni
principi delle licenze Creative Commons (con cui, tra l’altro,
è coperta questa rivista nella sua interezza), oggi il marchio
Serpica Naro è libero di essere utilizzato da chiunque si riconosca
nei percorsi che hanno portato alla sua creazione, il che significa
anche rispettare vincoli riguardanti le condizioni lavorative degli
addetti alla produzione, i materiali e le tecniche di produzione utilizzati,
e accettare infine che tutte queste creazioni siano liberamente riproducibili,
in parte o in toto, e che i prodotti derivati siano rilasciati secondo
la medesima licenza.
Ecco allora che licenziare un marchio diventa cosa assolutamente nuova
e differente: significa condividere tutti i diritti che la legge riserva
al proprietario del marchio stesso. Il vero proprietario di un processo
sociale è la collettività che sa condividere saperi ed
esperienze, e attraverso questo metodo riesce a combattere seriamente
la precarietà, lo sfruttamento gretto del reale e dei lavoratori
come fossero risorse rinnovabili, l’invenzione di desideri collettivi
falsi e vuoti, volti unicamente alla creazione di un valore economico
di un Inesistente, immateriale e fuorviante.
Capire i nuovi meccanismi proposti da Serpica Naro non è immediato,
proprio perché siamo di fronte a un’innovazione, e di innovazioni,
purtroppo, non siamo più così abituati a parlare. Una
strada percorribile per definire meglio Serpica Naro diventa, allora,
cercare di capire che cosa non è.
Prendiamo a esempio il marchio RED, creato da Bono Vox, leader e vocalist
degli U2, che invita le grandi multinazionali a produrre un prodotto
rosso con questo marchio, destinando una parte del profitto ricavato
dalla vendita, all’acquisto di medicinali per l’Africa.
Lontani dal discutere il moto umanitario che può aver spinto
a intraprendere una tale strategia, risulta d’altro canto chiaro
che questa operazione a livello pratico non fa che rendere il sistema
esistente ancora più forte e consistente. Infatti, lo sfruttamento
dei lavoratori all’interno delle aziende rimane inalterato, e
pur tagliando parte del valore-profitto legato al brand, in realtà
ne aumenta implicitamente il valore e lo destina al pagamento di brevetti
farmacologici alle big farm, anch’esse parte integrante del sistema,
e anzi uno zoccolo particolarmente duro.
Altro esempio: CTM-Altromercato, che segue lo slogan dell’”equo
e solidale”. L’idea proposta da Altromercato è quella
che, all’interno della piramide del valore composta da vendita,
produzione e creazione del brand, vengano pagati di più i lavoratori
che producono il bene. Questa è una buona cosa, indubbiamente,
ma una zona d’ombra resta. Per esempio, il fatto di distribuire
all’interno dell’Esselunga, ovvero la catena di supermercati
che con una struttura piramidale incrociata dispone delle pratiche anti-sindacali
più feroci in tutta Italia, per i creatori di Altromercato non
è essenzialmente un problema. Per quanto li riguarda, questo
non è un aspetto di cui occuparsi.
Appare allora più chiaro che cosa Serpica Naro abbia fatto e
stia cercando di fare, perseguendo un approccio totale che permetta
di combattere un sistema viziato in tutte le sue componenti, proponendo
di fatto un’alternativa reale.
In questo progetto, la creazione del brand viene condotta attraverso
la “complicità precaria”, produzioni creative e azioni
mediatiche. Il brand, liberalizzato secondo una licenza apposita di
cui abbiamo parlato prima, permette di sottrarre il lavoratore alle
logiche della precarietà perché il valore immateriale
creato e inglobato nel MetaBrand viene ridistribuito nella rete di autoproduzioni
(apponendo il logo).
Infine, la diffusione di concetti avversi al neoliberismo come condivisione,
partecipazione attiva e uguaglianza sociale attraverso uno stile “precario”,
porta avanti un immaginario che incarna orizzonti e valori reali, spronando
all’azione personale.
Serpica Naro, dunque, vuole proporsi come una rete di persone solidali,
che grazie al loro stare insieme possano combattere la brutale costrizione
della precarietà, che rende il lavoratore debole perché,
di fatto, isolato: in perenne competizione con l’azienda e con
gli stessi altri lavoratori.
Gli strumenti di protesta tradizionali, di fatto, si configurano oggi
come tardivi e inefficaci. È recente la notizia dello sciopero
indetto dall’80% di lavoratori di un call center londinese, sciopero
di cui nessuno si è accorto perché le telefonate entranti
sono state dirottate nella sede distaccata indiana. Ed ecco a voi lo
sciopero trasparente, in cui non solo la voce della protesta viene di
fatto eliminata alle sue radici, ma addirittura costringe i lavoratori
che non scioperano (in questo caso il call center indiano) a un doppio
carico di lavoro. Lo scontro frontale non ha alcun senso, perché
non è in grado di dare risultati.
Ed è su questa linea che Serpica Naro ha creato, tra le altre
cose, il Punto San Precario, che vuole diventare un punto di aggregazione
solidale in cui, grazie alla collaborazione volontaria di avvocati professionisti,
i lavoratori precari possono ottenere consulenza specialistica, e riuscire
a precarizzare i precarizzatori. Il servizio è gratuito, e, nel
caso di vittoria della causa, il lavoratore precario può decidere
in modo volontario se destinare parte dell’indennizzo ottenuto
per contribuire al progresso e alla costruzione del Punto San Precario.
In questo momento sono state seguite con successo una quarantina di
cause, e il numero aumenta rapidamente. Particolarmente significativa,
tra le altre, la battaglia legale condotta e vinta contro il colosso
SEA, nota azienda che si occupa di servizi aeroportuali.
Spostare il desiderio collettivo verso qualcosa di davvero importante,
combattere la precarietà e riappropriarsi della dignità
del proprio lavoro, distruggere meccanismi perversi di creazione del
valore immateriale che sembravano inattaccabili: tutto questo adesso
sta diventando possibile. Ed ecco perché Serpica Naro fa così
paura.
Marco Despontin
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