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Inchiesta

 

Marchiati a vuoto
di Marco Despontin
Serpica Naro mette a nudo il mondo della moda

A partire dagli anni Ottanta, Milano sta accanitamente combattendo una guerra feroce contro la sua antagonista di sempre, Parigi, per accaparrarsi la scintillante etichetta di 'capitale della Moda'.
L'industria delle armi, che in ogni sistema vive, prolifica e si spende con ogni mezzo per scatenare e prolungare il conflitto di proprio interesse, è in questo caso l'industria del lusso, attualmente in grado di fagocitare finanziamenti privati e ancor di più pubblici che, per quantità e continuità, sarebbe riduttivo definire ingenti.
Accade così che, a scadenze regolari, la Milano reale scompaia come d'incanto, per lasciar spazio a una Milano immaginifica e immaginaria, che seppellisce la prima a colpi di show room e chiassosi eventi mediatici. Primo tra tutti quello della Settimana della Moda, in cui stilisti accreditati dalla Camera della Moda dispongono di spazi e risorse indirizzate alla promozione e alla comunicazione, garantendosi la possibilità di creare dal nulla un plastificato mondo fiabesco. Un’ipnosi collettiva che permea sempre più la società, divenendo artificiale campanile che rintocca al tempo delle nuove stagioni naturali: primavera/estate, autunno/inverno. E nulla più conta.

Non contano i finanziamenti sottratti alla cultura, alle politiche sociali, alla costruzione di un progresso reale. Niente di male se la precarizzazione del lavoro è diventata ormai una pratica diffusa quanto perversa. Svanisce qualunque progettualità legata alla creazione di un'identità individuale, alla ricerca di un percorso personale e unico di coscienza e conoscenza, perché niente di tutto questo, per il sistema moda, appare interessante da perseguire. Più succulenta semmai l'opportunità di riproporre un'identità collettiva, di massa, veicolabile e ampiamente indotta, schiava di un'unificazione gretta e banale, omologata a un unico credo: quello del consumo, che trae forza ed esistenza dal concetto di bisogno, e il concetto di bisogno modifica e adatta per riuscire a sopravvivere. Produci, consuma, muori. Il ciclo deve ripetersi come un mantra inarrestabile. E se il bisogno del superfluo ha assicurato la sopravvivenza del sistema fino a ora, appare chiaro che una sirena rossa urla e strepita, perché il nuovo e ammaliante gioco di prestigio è creare, una volta soddisfatto il superfluo, il bisogno del lusso.

È in questo contesto che si inserisce la controversa figura di Serpica Naro, che si impone a livello mediatico internazione durante la Settimana della Moda del febbraio 2005.
Residente a Tokio, Serpica Naro è una giovane designer anglonipponica, che grazie a un profilo seducente e trasgressivo, non fatica a essere inclusa nel calendario della più ambita vetrina modaiola italiana. Una bellezza asiatica con una cicatrice sulla guancia, che parla di un drago che “gioca sempre con sé e i fanciulli e le fanciulle che hanno il coraggio di accarezzarlo. Gira e rigira su se stesso, si colora danza, si agita e segue sempre il ritmo dei propri desideri e dei desideri delle persone con cui passa il tempo”.
Laureata al Bunka Fashion College, conquista gli addetti ai lavori per la scelta di tessuti high tech, di avveniristiche tecniche di taglio che contemplano l’invenzione del mascheramento, e per l’uso spregiudicato di tessuti rifrangenti e fasciature nelle collezioni moda. Nel suo proporsi al pubblico, è soprattutto una sperimentatrice eclettica e suggestiva, non innova perché è lei l’innovazione. Dalla realizzazione degli irriverenti eco-pannolini, all’ambizioso progetto giapponese del Droplife System, rivoluzionario trattamento per le pelli secche.

Ma il vero potenziale di Serpica Naro non risiede tanto nei suoi vestiti, quanto nell’ideale che incarna. Una vita di trasgressione vissuta a cavallo tra Londra e Tokyo, il legame viscerale con l’underground , gli incontri discutibili con i personaggi più controversi che circolano dietro le quinte sono il pendolo che oscilla di fronte agli occhi del mondo.
Alla vigilia di febbraio, il suo nome non conosce confini: Giappone, Korea, Hong Kong.
La Settimana della Moda comincia, i riflettori si accendono. E Serpica Naro, carnefice e vittima della sua indole irriverente, incarnazione dell’immaginario del lusso e della lussuria più sfrenata, non resiste e continua a far parlare di sé. Non ha rispetto per niente e per nessuno, e lo fa capire subito.
Tenta prima di affittare uno dei più importanti centri sociali milanesi per la sua sfilata, pretendendo un ambiente suburbano adeguato alla sua collezione, e successivamente lancia negli ambienti omosessuali un appello di reclutamento di persone affette dal virus dell’Hiv per fungere da mannequin. E Milano si scalda, perché centri sociali e movimenti gay annunciano un’agguerrita manifestazione per impedire a questa icona di un’industria del lusso disumana e arrogante, di sfilare impossessandosi dell’esistenza e dell’essenza umana per renderla mostra e spettacolo. Esplodono azioni di protesta contestualmente alle sfilate di Prada e di Laura Bagiotti.

Per prevenire disordini durante la sfilata di Serpica Naro, vengono mobilitate le forze dell'ordine. Per presidiare il cavalcavia dove il tendone è stato allestito per l'evento serale, arrivano sul posto sin dal primo pomeriggio due camionette della polizia per questioni di ordine pubblico, e qualche responsabile della DIGOS, in quanto l'attacco contro la sfilata di Serpica Naro, e quindi contro il sistema moda in generale, è considerata come iniziativa politica.
Nel tardo pomeriggio iniziano ad arrivare i giornalisti, prima pochi e sparuti, poi sempre più numerosi, insieme a fotografi e personalità del mondo dello spettacolo. Quando manca ormai poco alla sfilata, il tendone è gremito, sono presenti sul posto le telecamere di Studio Aperto e del TGR di Raitre. A pochi minuti dall'inizio della manifestazione, nonostante tutto, dal Pergola Move, centro sociale situato nelle vicinanze della location, parte l'annunciato corteo di protesta, che prende la forma di una vera e propria processione al seguito di un altare 2x2 di San Precario, fantasioso Santo Protettore dei Lavoratori Precari, con tanto di immagine salvifica portata a spalla.
Ma qualcosa non funziona. Le camionette della polizia: sparite. Dei responsabili della DIGOS: nemmeno l'ombra. La processione non incontra nessuna resistenza, e irrompe pacificamente nel tendone della manifestazione, assiepandosi intorno al palco costringendo i presenti ad attimi di tesa incertezza.
Sul palco, all'improvviso, sale una giovane manifestante che si impossessa del microfono, e comincia dando il benvenuto agli intervenuti. Appare ancora più chiaro che qualcosa non vada, anche perché alcuni riconoscono nella manifestante Nadja Fortuna, la pr personale di Serpica Naro.

L'annuncio dal microfono, a questo punto, sancisce definitivamente lo svelamento, che è l'inizio della beffa: Serpica Naro, annuncia fiera la sua pr, non esiste. E il nome dell'inesistente stilista è l'anagramma di San Precario, il falso protettore dei lavoratori precari inventato un anno prima dagli attivisti della crew Chainworkers. Le forze dell'ordine, inviate nel pomeriggio dalle istituzioni, sono state celermente rimandate a casa dai permessi di affitto firmati e approvati che Nadja Fortuna (identità anch’essa inventata di sana pianta) aveva richiesto e ricevuto, addirittura con tanto di scuse da parte del Comune di Milano per un leggero ritardo nel concederlo.
Nei momenti di confusione che seguono, alcuni vip tra cui l’esemplificativo “Ottusangolo”, accorso all'evento in cerca di flash, se ne vanno piccati. Ma quasi tutti restano, e la sfilata ha inizio.
Serpica Naro, dunque, non esiste. Esiste tuttavia la sua collezione di abiti, che viene presentata come previsto, con tanto di approvazione della Camera della Moda. Sulle passerelle, otto applauditissimi modelli che rappresentano con sarcasmo alcuni aspetti della precarietà: abiti che nascondono la maternità per non essere licenziate, gonne anti-mano morta piene di trappole per topi, minigonne sexy per fare carriera più in fretta, abiti da sposa per donne senza cittadinanza italiana, tute da lavoro che nascondono il pigiama, per essere sempre pronti a lavorare notte e giorno;abiti double face per chi fa due lavori e quelli antistress per quando sei sfinito dalla fatica, le magliette con il numero dei giorni che mancano al licenziamento.
E dopo i capi-provocazione, sfila la collezione vera e propria che i precari hanno autoprodotto con la partecipazione della londinese Sailor Mars, dell’Industrial Culture milanese e di Yo Mango.
Il primo pensiero è che Serpica Naro e il suo entourage abbiano organizzato una delle maggiori operazioni di marketing creativo che Milano ricordi da diversi anni. Ma c’è qualcosa di più.

La reazione dei mass media
Il pane di cui generosamente i quotidiani dell’indomani ci approvvigionano, racconta di una “beffa”, di una curiosa e simpatica presa in giro. E questo, già di per sé, fa riflettere. Potrebbe apparire banale, ma la questione è seria.
Il dato primario è il seguente: la protesta tradizionale, oggi, non fa più notizia. Qualcuno ne parla nel caso ci sia una questione di ordine pubblico particolarmente seria, magari nel caso in cui “ci scappa il morto”. I contenuti di una protesta tradizionale, in generale, non tengono alto l’interesse. Sono lo sfondo di un episodio drammatico o bizzarro, ma non sono il punto centrale. La verità, semmai, è un’altra, atroce e banale nella sua evidenza come tante verità: le motivazioni annoiano, perché restano le stesse. Le esemplificazioni sotto i nostri occhi sono molteplici: leggi ad personam, conflitto d’interessi, corruzione di politici e del sistema. Tutto questo annoia. Ed è agghiacciante.
È agghiacciante perché la motivazione più giusta e profonda che muove un’indignazione, una volontà seria di critica al sistema e al reale, ha –nel migliore dei casi – una cartuccia sola da sparare, e guadagnare uno spazio informativo serio è impresa ardua. Già la seconda volta che se ne parla la notizia stenta. Paradossalmente, si inizia a parlare del “solito” conflitto di interessi, delle “solite” leggi ad personam, della “solita” corruzione dei politici, rimproverando ai promotori di queste proteste una sorta di mancanza di fantasia, di scarso senso del ritmo e dello spettacolo, perché insistendo e picchiando sempre sugli stessi punti, rendono lo show meno vivace, persino un po’ fiacco.
Le logiche sottostanti, dunque, sono evidenti: basta volerle vedere. Così come basta voler vedere come un fatto è in genere riportato, commentato e criticato. La cartuccia è unica, ma può essere ulteriormente disinnescata.

Si prenda il Corriere della Sera del giorno seguente agli avvenimenti fin qui narrati, che dedica ai fatti un articoletto nascosto nelle pagine centrali parlando di “sfilata burla dei devoti di San Precario”. Calcando sulle dinamiche dello scherzo burlesco, l’evento viene trasformato su due piedi nell’equivalente di una storia da ombrellone. Serpica Naro, secondo il Corriere, è la “hoax” di questi mattacchioni che fanno riferimento al Pergola Move, e di questi eccentrici precari portatori di uno spirito goliardico un po’ sopra le righe.
L’abbaglio clamoroso preso dalla Camera della Moda, che senza opporre nessuna difficoltà ha abilitato una stilista inesistente tra le sfilate in programma, quello ancor più clamoroso del comune di Milano che ha concesso permessi regolari all’identità (anch’essa inventata di sana pianta) di Nadja Fortuna, inesistente pr di un’inesistente stilista, vengono relegati a bozzetto di una svista un po’ ridicola. Una sufficienza che ha reso possibile un divertente intermezzo.
Le radici dell’esistenza della Settimana della Moda, e di tutto il sistema che sta alle sue spalle, sembrerebbero essere meno serie del previsto.
Ma non è tutto, perché il polverone da mettere sotto il tappeto è straripante, e accade così che pochi giorni dopo la sfilata di Serpica, una nota casa di moda, assai vicina alla Camera della Moda, si inventa una mossa a sorpresa. La gestione della burocrazia legata alla registrazione dei marchi è farraginosa, e la casa modaiola di Enrico Coveri non si lascia scappare l’occasione: a meno di dieci giorni dall’evento, vola all’estero per registrare il marchio di Serpica Naro a livello internazionale, in modo da saltare la registrazione italiana. Perché tutto questo zelo nel voler distruggere quello che Serpica Naro rappresenta? Davvero è necessario tutto questo? In dichiarazioni successive, verrà reso noto per vie traverse che l’intento di Enrico Coveri e della Camera della Moda sarebbe stato quello di utilizzare il marchio l’anno seguente per proporre un concorso per stilisti emergenti. Perché non rendere nota anche la palese esistenza di Babbo Natale?

Sono bastati tra i cento e i duecento lavoratori precari del mondo della moda, coordinati dal collettivo Chainworkers, per creare, gestire e imporre all’attenzione del pubblico e delle istituzioni internazionali una finta stilista, con tanto di sito internet di riferimento, show room, redazioni, tre uffici stampa di cui uno inglese, uno italiano e uno giapponese, un book che la Camera della Moda ha approvato a pieni voti, uno stile invidiato dai concorrenti più blasonati.. E sono bastate 3 settimane e qualche migliaia di euro (spesi essenzialmente per l’affitto e il riscaldamento della location della sfilata).
Qualcosa non va, è chiaro. Il messaggio recapitato alle firme dell’alta moda e al sistema intero è eloquente, viste le disposizioni di budget colossali e gli appoggi politici per sopravvivere e creare… cosa? Trasformare l’inesistente in esistente sembrerebbe, in questo caso, un operazione drammaticamente semplice. E ambigua.
A questo punto, appare chiaro che la verità sia un’altra, molto più seria e molto più scottante. L’esistenza, la consistenza e l’inattaccabilità del sistema moda devono essere elevati a dogma, perché questo dogma, l’abbiamo spiegato, fagocita una quantità di capitali imbarazzante, e di fonda su meccanismi di autoconservazione che non devono essere violati. E Serpica Naro, per quello che rappresenta, può scomparire nel nulla, può diventare un’improbabile concorso per stilisti emergenti, può essere la colorita barzelletta che ci si racconta, ma non può, e non deve, metter piede nel campo dell’esistente.

WTO, TRIPS e altri racconti
Le leggi sulla proprietà intellettuale hanno come scopo quello di proteggere i prodotti della creatività e dell’ingegno in modo che gli autori possano essere retribuiti.
Il WTO (World Trade Organization) ha lo scopo di consentire una libera concorrenza mondiale in ambito di beni e consumi, ed è in quest’ottica che redige e amministra la gestione di quelli che vengono denominati TRIPS (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights).
I meccanismi di tutela della proprietà intellettuale, attualmente, sono basati sul concetto di salvaguardia dell’innovazione e dell’unicità, e si configurano in tre diversi modi: brevetto, copyright e marchio.
Il brevetto si occupa di tutelare le specificità di un singolo prodotto, e per depositarlo occorre esibirne fisicamente un prototipo e la descrizione del processo utilizzato per generarlo.
Il Copyright, invece, si occupa del significato, della tutela della forma significante, analizzando la somiglianza formale tra opere dello stesso tipo. Per fare l’esempio delle canzoni depositate in Siae, all’atto pratico si depositano solo alcune battute della canzone in questione, e all’interno di un’ipotetica controversia, viene valutato in qualche modo quanto un’opera rassomigli a quella depositata, e si determina su queste basi un livello di somiglianza, e di conseguenza un livello di plagio.
L’ultima forma di tutela è rappresentata dal marchio, altrimenti detto brand o trademark, che tutela la riconoscibilità tra i diversi prodotti di una stessa classe, e che fonda le sue considerazioni di garanzia su dati quali la promozione effettuata, e la diffusione che quel marchio ha nella mente delle persone.

Al lettore attento che si domandasse come sia possibile valutare la diffusione di un marchio all’interno delle menti delle persone, rimandiamo al sito di un organismo di riferimento denominato Interbrand (www.interbrand.com), che si occupa specificatamente di redigere rapporti e studi sul ranking dei diversi marchi. Qualche nota di costume: nella classifica di ranking tra i marchi di tutto il mondo, ovvero la Best Global Brands 2006, in cui il ranking è ricavato dal valore del marchio, in testa figura il marchio Coca-Cola, con un valore di 67,000 milioni di dollari, che registra, ahinoi, un calo dell’1%.
Altra nota di costume, ma che fa riflettere sull’importanza del tema trattato in queste pagine, scorrendo la classifica mondiale, il primo marchio italiano è Gucci, con un valore del marchio di 7,158 milioni di dollari, e che registra un aumento di valore dell’8%.
Un caso? Forse no, perché concentrandosi sulla classifica dei marchi italiani, dietro Gucci stanno Bulgari, Prada, Armani, che registrano tutti un aumento tra il 4% e il 6%, e la new entry Burberry. Forse allora le tematiche legate al sistema moda sono più calde di quanto istintivamente si possa pensare.
Torniamo allora a considerare la definizione di marchio, cercando di capirne veramente i significati nascosti. Partiamo dalle origini: il concetto di marchio trae la sua genesi dagli allevamenti equini, in cui l’allevatore marchiava a fuoco il cavallo (e successivamente altri animali) in modo da tutelare il consumatore. Infatti, il marchio veniva immediatamente legato alla qualità dell’animale, alle modalità con cui veniva allevato e via dicendo. E’ chiaro che oggi il panorama risulta assolutamente diverso.

Il concetto di marchio con cui ci confrontiamo è legato a due forme pesanti di ambiguità. Da una parte, il legame con il prodotto è in pratica disintegrato, ed è quindi completamente svincolato anche da qualunque concetto di innovazione. Si pensi, per esempio, alla prassi ormai abituale, praticata da numerose aziende, che, producendo magliette di cotone, rivendono poi i prodotti finiti che verranno diversamente marchiate successivamente. La maglietta è la stessa: dov’è il segno distintivo?
Ecco la seconda ambiguità: il marchio è il segno che viene accoppiato a prodotti o servizi privi di caratteristiche specifiche di innovazione e unicità, ed è proprio il marchio che ne produce il valore. Il passo è sottile, ma decisivo, perché grazie a questo stratagemma il mercato di oggetti materiali che tende a essere saturo (la quantità di magliette circolanti imporrebbe un prezzo basso), magicamente viene di nuovo aperto a un aumento di prezzo che segue logiche differenti. Il passaggio è per molti versi simile, per intenderci, ai meccanismi attuati dalla famosa Legge Gasparri: per risolvere un problema di interesse, si modifica lo scenario del mercato in modo quantomeno discutibile.
A questo punto la situazione è palese: il marchio, nato come garanzia di tutela sull’oggetto-prodotto a vantaggio del consumatore, è in realtà completamente svincolato da esso, e anzi proprio la sua immaterialità permette di produrre oggetti comuni con un margine di profitto alto quanto innaturale.

Per garantire tutti questi meccanismi, il WTO ha fatto dei TRIPS, di cui prima parlavamo, un punto centrale della sua attività. Per comprendere la direzione in cui ci stiamo muovendo, basti considerare le due principali modifiche apportate negli ultimi anni a proposito della legislazione inerente al marchio.
La prima: sarà possibile registrare un marchio e non produrre niente per tre anni.
La seconda: i calcoli di quanto un marchio sia “ben conosciuto” sono assolutamente indipendenti dalla reale diffusione dei suoi prodotti sul territorio, ma è centrale considerare solo quanto è stato comunicato e promosso.
Siamo allora quasi giunti alla fine di questo tortuoso cammino, perché solo a questo punto è possibile comprendere come realmente funziona il mondo della moda.
I marchi seguono strategie identiche. Prima di tutto, rubano dalla realtà idee e originalità, attraverso l’assunzione di quelli che vengono chiamati in gergo “cool hunter”, che si guadagnano il (poco) pane nel migliore dei casi scopiazzando idee da strade, mestieri, identità legate ad ambiti sportivi, e chi più ne ha più ne metta.
Successivamente, rendono serializzabile uno stile, lo brandizzano, ordinano la produzione sottocosto in paesi in cui il costo del lavoro è più basso, reimportano, investono pesantemente in creatività per l’imposizione del brand nella mente di quante più persone possibili, vendono, incassano.
Ecco a voi la logica del look “worker” ispirato agli operai di cantiere, i filoni ormai attempati dei look legati a sport underground come skateboard o l’invernale snowboard. E quando la realtà viene prosciugata, perché il suo ritmo di evoluzione e di generazione di nuove tendenze risulta troppo lento, ecco che compare il ripescaggio di tendenze appartenenti al passato, che vengono sapientemente (sic!) impacchettate, serializzate e riproposte.
Ecco il sistema. Il brand accumula valore, lo aumenta e lo tutela con le dinamiche della tutela del marchio. Il messaggio di cui si fa portatore è tipicamente “quello che più potrebbe funzionare in questo momento”: qualunque esso sia, è un messaggio fasullo per definizione.
In ultima analisi, quello che accade nella realtà che ci sta di fronte ogni giorno è che i lavoratori impiegati nelle fasi di vendita, produzione e persino creazione del brand sono costretti a sacrificare dignità, energie e moralità per generare un valore immateriale che confluirà completamente nel marchio, ovvero in qualcosa di assolutamente estraneo a loro, e di cui non gioveranno in alcun modo.
Ecco il sistema. Ecco la Settimana della Moda. Ecco i meccanismi di un sistema in grado di autoconservarsi e autoalimentarsi.

Cos’è davvero Serpica Naro
To hack significa “aprire”, “dissezionare”, cercando in particolare una soluzione “non convenzionale”.
Nessun sistema è veramente inattaccabile. Ogni sistema ha i suoi punti deboli. E soprattutto, per mettere in crisi un sistema, la via dell’hacking suggerisce di ritorcere contro di esso i suoi stessi procedimenti. Conoscerlo profondamente per poterlo scardinare.
Questo ha fatto Serpica Naro incuneandosi nel sistema per dissezionarlo. E questo ha continuato a fare durante tutto questo anno trascorso. Ha rivelato, beffandolo, che il suo prestigio è vapore , come se non bastasse, ne ha alterato e deformato il senso, attribuendogliene un altro.
Serpica Naro, oggi, è quello che viene chiamato Meta-Brand, o marchio liberato. Se non riuscite a recuperare questo concetto nella vostra memoria, non preoccupatevi. Non potreste, visto che la licenza con cui il marchio Serpica Naro è coperto è la prima al mondo per le sue caratteristiche, ed è stata elaborata dal collettivo Chainworkers.
Ispirandosi alla filosofia del software libero, e richiamando alcuni principi delle licenze Creative Commons (con cui, tra l’altro, è coperta questa rivista nella sua interezza), oggi il marchio Serpica Naro è libero di essere utilizzato da chiunque si riconosca nei percorsi che hanno portato alla sua creazione, il che significa anche rispettare vincoli riguardanti le condizioni lavorative degli addetti alla produzione, i materiali e le tecniche di produzione utilizzati, e accettare infine che tutte queste creazioni siano liberamente riproducibili, in parte o in toto, e che i prodotti derivati siano rilasciati secondo la medesima licenza.

Ecco allora che licenziare un marchio diventa cosa assolutamente nuova e differente: significa condividere tutti i diritti che la legge riserva al proprietario del marchio stesso. Il vero proprietario di un processo sociale è la collettività che sa condividere saperi ed esperienze, e attraverso questo metodo riesce a combattere seriamente la precarietà, lo sfruttamento gretto del reale e dei lavoratori come fossero risorse rinnovabili, l’invenzione di desideri collettivi falsi e vuoti, volti unicamente alla creazione di un valore economico di un Inesistente, immateriale e fuorviante.
Capire i nuovi meccanismi proposti da Serpica Naro non è immediato, proprio perché siamo di fronte a un’innovazione, e di innovazioni, purtroppo, non siamo più così abituati a parlare. Una strada percorribile per definire meglio Serpica Naro diventa, allora, cercare di capire che cosa non è.
Prendiamo a esempio il marchio RED, creato da Bono Vox, leader e vocalist degli U2, che invita le grandi multinazionali a produrre un prodotto rosso con questo marchio, destinando una parte del profitto ricavato dalla vendita, all’acquisto di medicinali per l’Africa. Lontani dal discutere il moto umanitario che può aver spinto a intraprendere una tale strategia, risulta d’altro canto chiaro che questa operazione a livello pratico non fa che rendere il sistema esistente ancora più forte e consistente. Infatti, lo sfruttamento dei lavoratori all’interno delle aziende rimane inalterato, e pur tagliando parte del valore-profitto legato al brand, in realtà ne aumenta implicitamente il valore e lo destina al pagamento di brevetti farmacologici alle big farm, anch’esse parte integrante del sistema, e anzi uno zoccolo particolarmente duro.

Altro esempio: CTM-Altromercato, che segue lo slogan dell’”equo e solidale”. L’idea proposta da Altromercato è quella che, all’interno della piramide del valore composta da vendita, produzione e creazione del brand, vengano pagati di più i lavoratori che producono il bene. Questa è una buona cosa, indubbiamente, ma una zona d’ombra resta. Per esempio, il fatto di distribuire all’interno dell’Esselunga, ovvero la catena di supermercati che con una struttura piramidale incrociata dispone delle pratiche anti-sindacali più feroci in tutta Italia, per i creatori di Altromercato non è essenzialmente un problema. Per quanto li riguarda, questo non è un aspetto di cui occuparsi.
Appare allora più chiaro che cosa Serpica Naro abbia fatto e stia cercando di fare, perseguendo un approccio totale che permetta di combattere un sistema viziato in tutte le sue componenti, proponendo di fatto un’alternativa reale.
In questo progetto, la creazione del brand viene condotta attraverso la “complicità precaria”, produzioni creative e azioni mediatiche. Il brand, liberalizzato secondo una licenza apposita di cui abbiamo parlato prima, permette di sottrarre il lavoratore alle logiche della precarietà perché il valore immateriale creato e inglobato nel MetaBrand viene ridistribuito nella rete di autoproduzioni (apponendo il logo).
Infine, la diffusione di concetti avversi al neoliberismo come condivisione, partecipazione attiva e uguaglianza sociale attraverso uno stile “precario”, porta avanti un immaginario che incarna orizzonti e valori reali, spronando all’azione personale.

Serpica Naro, dunque, vuole proporsi come una rete di persone solidali, che grazie al loro stare insieme possano combattere la brutale costrizione della precarietà, che rende il lavoratore debole perché, di fatto, isolato: in perenne competizione con l’azienda e con gli stessi altri lavoratori.
Gli strumenti di protesta tradizionali, di fatto, si configurano oggi come tardivi e inefficaci. È recente la notizia dello sciopero indetto dall’80% di lavoratori di un call center londinese, sciopero di cui nessuno si è accorto perché le telefonate entranti sono state dirottate nella sede distaccata indiana. Ed ecco a voi lo sciopero trasparente, in cui non solo la voce della protesta viene di fatto eliminata alle sue radici, ma addirittura costringe i lavoratori che non scioperano (in questo caso il call center indiano) a un doppio carico di lavoro. Lo scontro frontale non ha alcun senso, perché non è in grado di dare risultati.

Ed è su questa linea che Serpica Naro ha creato, tra le altre cose, il Punto San Precario, che vuole diventare un punto di aggregazione solidale in cui, grazie alla collaborazione volontaria di avvocati professionisti, i lavoratori precari possono ottenere consulenza specialistica, e riuscire a precarizzare i precarizzatori. Il servizio è gratuito, e, nel caso di vittoria della causa, il lavoratore precario può decidere in modo volontario se destinare parte dell’indennizzo ottenuto per contribuire al progresso e alla costruzione del Punto San Precario. In questo momento sono state seguite con successo una quarantina di cause, e il numero aumenta rapidamente. Particolarmente significativa, tra le altre, la battaglia legale condotta e vinta contro il colosso SEA, nota azienda che si occupa di servizi aeroportuali.
Spostare il desiderio collettivo verso qualcosa di davvero importante, combattere la precarietà e riappropriarsi della dignità del proprio lavoro, distruggere meccanismi perversi di creazione del valore immateriale che sembravano inattaccabili: tutto questo adesso sta diventando possibile. Ed ecco perché Serpica Naro fa così paura.

 

Marco Despontin

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