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dicembre 2011- gennaio 2012
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Recensione de La
campana di vetro di Sylvia Plath |
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La vicenda prende avvio nell'estate del '53; in
una New York, simbolicamente opprimente per l'afa estiva, dove l'io
narrante, Esther Greenwood, studentessa di college non ancora ventenne,
fa praticantato presso una rivista femminile. La promessa implicita del romanzo è subito
dichiarata, fin dall'incipit, nel quale Sylvia Plath fa ricorso alla
memoria storica collettiva: all'oppressione dell'afa newyorkese aggiunge
quella del bombardamento mediatico per la morte dei Rosenberg, la
coppia accusata di spionaggio e giustiziata sulla sedia elettrica
durante il maccartismo. Una scelta che appare funzionale ai fini di
inquadrare e rappresentare sì il periodo storico, ma anche
e soprattutto l'alienazione che, come una campana di vetro appunto,
incombe sulla vita della protagonista: la condanna a morte e l'esecuzione
dei Rosemberg per mano delle istituzioni costituiscono un forte rimando
simbolico all'alienazione e alla pulsione di morte che i rigidi schemi
sociali indurranno nella fragile protagonista, con una sorta di esecuzione
diluita nel tempo, ma non per questo meno letale. In questa prima parte, la fase newyorkese, viene
mostrato al lettore il cammino – quasi una sorta di rito iniziatico
– che la protagonista, così come tutte le altre donne,
deve obbligatoriamente percorrere se intende inserirsi ed essere accettata
socialmente. E' qui che Esther accumula esperienze e subisce il costante
bombardamento delle regole morali. Con un risultato, di forma e di
contenuti, che ricorda a tratti la voce dell'Holden Caulfield salingeriano.
E se quest'ultimo è stato una sorta di eroe archetipico per
più di una generazione di maschi, il pensiero non convenzionale,
il cinismo e lo humour nero di Esther che caratterizzano in particolare
questa fase della narrazione, hanno di certo efficacemente rappresentato
la parte repressa o inespressa di molte lettrici . Il rifiuto di Esther al rito di integrazione sociale
alla quale viene sottoposta, è anche affidato a una serie di
simboli come il bagno e un brodo di pollo, per esempio, entrambi con
funzione di lavacro purificatore, attraverso il quale Esther torna
a sentirsi incontaminata dopo l'esperienza fallimentare di una festa,
nel primo caso, e dopo l'intossicazione alimentare, nel secondo. Ma
significativo più di ogni altro, è il simbolo dei vestiti.
Fotografati all'inizio della narrazione come costosi ed estremamente
glamour, subiscono via via che la vicenda si svolge un progressivo
degrado: dapprima sparsi per la stanza, poi sporchi, quindi ammonticchiati
e gettati sotto il letto e, infine, presa la decisione di abbandonare
New York, lanciati dal terrazzo dell'albergo. Una palese manifestazione
di rigetto, quasi una scelta di ascetismo per contrastare l'accerchiamento
delle convenzioni. La scoperta più importante, tuttavia, è
che Buddy, da perfetto uomo anni '50, pur amandola, non riesce a condividerne
le aspirazioni; “la poesia è come polvere”, le
dice, convinto che le ambizioni letterarie verranno spazzate via da
una sana e appagante maternità, condizione insieme a quella
di moglie dalla quale Esther si sente assolutamente aliena. Come per altri passaggi determinanti nel percorso
di Esther, la messa in atto di questo progetto sarà strettamente
legato al simbolo del sangue. Già presente nella colluttazione
durante il tentativo di stupro e nelle goffe prove generali che precedono
il tentativo di suicidio, il sangue sembra suggerire in ogni passaggio
topico della vita di Esther una componente rituale di sacrificio:
sofferenza nel corpo per una seppure momentanea conquista di benessere
spirituale. Anche i mezzi di comunicazione diventano perfette
casse di risonanza per tutto ciò che è istituzionale
e convenzionale, quindi lontano dal sentire della protagonista: dal
ritaglio di giornale sulla verginità, alle immagini delle donne
stereotipate ed eleganti delle riviste, fino alle pubblicazioni inneggianti
alla maternità e farcite con foto di neonati, senza dimenticare
le affissioni, i comunicati radio e gli articoli riguardanti i Rosenberg. Sylvia Plath, si dimostra molto critica verso il
campo di potere medico e le strutture che lo sorreggono; ne sottolinea
l'arroganza, l'autocompiacimento e la mancanza di attenzione verso
il malato. Cure dolorose e inappropriate, infatti, non riusciranno
a distogliere la sua protagonista dalla decisione di uccidersi. Per la prima volta Esther trova comprensione e il
suo modo anticonvenzionale di pensare e di agire non solo non è
vissuto come “sbagliato” e condannabile, ma viene sostenuto
dalla psichiatra come uno strumento di autocoscienza e quindi di guarigione.
La campana di vetro, Sylvia Plath, Mondadori, 1968 |