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Inchiesta

 

Benvenuti al nord (2ª parte)
La mafia in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Veneto
di Daniela Bettera e Lara Peviani

(Paginauno n. 28, giugno - settembre 2012)

QUI la prima parte dell'inchiesta

Fra passato e presente, dal soggiorno obbligato al controllo del territorio alla collusione con la politica locale

Nella prima parte dell’inchiesta ci siamo chieste quanto il soggiorno obbligato abbia pesato nella salita al nord della mafia. Difficile dirlo, perché la criminalità organizzata vive, cresce, si radicalizza e si espande dove c’è ricchezza e denaro, creando collusione con la politica e l’economia legale.
Pensare quindi che il nord Italia ne potesse restare immune è frutto di colpevole ignoranza. Ma di certo, spedire al nord i mafiosi, pensando così di reciderne i legami con l’organizzazione, non è stata una gran pensata. Dopo avere analizzato, nella parte precedente, la situazione di ieri e di oggi dell’infiltrazione mafiosa in Lombardia e Piemonte, ci occupiamo ora di Liguria, Emilia Romagna e Veneto.

Liguria
Un comune sciolto per mafia nel 2011, Bordighera, e uno nel 2012, Ventimiglia, ci tranquillizzano sul fatto che la Liguria, nonostante le dichiarazioni ufficiali – è del 2009 la memorabile affermazione del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, all’epoca prefetto di Genova: “Emergenza mafia? Non ci risulta. Non abbiamo nessuna denuncia né dati che ci spingano a ipotizzare l’esistenza di infiltrazioni mafiose serie a Genova” – non sia esattamente libera dalla mafia.
Ma facciamo un passo indietro.

In principio fu Salvatore Fiandaca, spedito nel 1979 nel capoluogo ligure dal tribunale di Caltanissetta. Tempo un paio d’anni e Genova già aveva la sua prima ‘decina’, agli ordini di Piddu Madonia, Salvatore Riggio e Angelo Stuppia, che avrebbero dato vita alla ‘stidda’, una scheggia impazzita di Cosa nostra. Poi arrivò la famiglia di Vallelunga, con Di Giovanni e Lo Iacono, e quella dei ‘gelesi’, con Aglietti, Morso, Monachella e soprattutto gli Emmanuello, ultimi a sbarcare in terra ligure nel 1989. Mafia siciliana, dunque, ma non tardò ad arrivare anche la ‘ndrangheta.
In Liguria c’erano fiori e cantieri, con le nuove opere di costruzione, in primis l’autostrada, portate all’espansione dal boom economico del dopoguerra; settori certamente ricchi di possibilità per contatti politici, infiltrazioni e guadagni, ma per la criminalità organizzata il valore aggiunto della regione è sempre stato il suo territorio frontaliero, il facile accesso alla Costa Azzurra, dove dagli anni Settanta i clan hanno intessuto articolate reti logistiche per gli affari e la gestione di importanti latitanze, sfruttando anche i rapporti amichevoli con la storica criminalità marsigliese.

È in Francia, infatti, a Cap d’Antibes, che nei primi anni Ottanta viene arrestato il boss reggino Paolo di Stefano, poi seguito dal boss Luigi Facchineri, preso a Nizza nel 2002, da Rosmini, Antonio Mollica e Carmelo Gullace, solo per citarne alcuni. Paolo di Stefano è colui che negli anni Settanta portò la ‘ndrangheta al cambiamento, spingendo l’organizzazione a evolversi entrando nel giro degli appalti e dei rapporti politico-finanziari e scatenando una guerra contro i boss ‘tradizionalisti’ Macrì e Tripodo.
Un nuovo modo di ‘fare mafia’ che in Liguria ha trovato il suo territorio ideale. La relazione della Direzione nazionale antimafia (Dna) del 2006 lo conferma: le mafie in Liguria sono “orientate, più che a ottenere un diretto e immediato controllo del territorio, piuttosto alla conquista di mercati e riferimenti logistico-strategici per la gestione dei traffici illeciti”.
Una terra ricca, porti importanti, Genova, Savona, La Spezia, punti di collegamento tra nord e sud Italia e l’estero, un rinomato casinò e una fiorente industria del turismo che spesso e volentieri è legata allo scempio della costruzione selvaggia di abitazioni e hotel che l’alluvione dello scorso ottobre ha portato in primo piano, sono gli ingredienti di una torta golosa che le organizzazioni mafiose si spartiscono in base alle loro peculiarità criminali.

La camorra, radicata soprattutto a La Spezia e Massa – nella vicina Toscana – si occupa di traffico di droga, prostituzione di immigrate irregolari, ha in mano il racket delle estorsioni, ma soprattutto controlla il gioco d’azzardo all’interno delle bische clandestine e gestisce il business lucrosissimo della distribuzione delle apparecchiature video-poker. Risale al 2003 la maxi retata di 35 persone che detenevano il monopolio di queste macchinette, e a capo delle quali c’era il pregiudicato di Torre del Greco Vincenzo Di Donna. Affiliato alla Nuova Camorra Organizzata del boss Raffaele Cutolo, era diventato coi suoi tre figli un referente per la Toscana e la Liguria. Attivi nel commercio troviamo gli Angiollieri, legati al clan napoletano Gionta. A Sanremo e Ventimiglia, infatti, la camorra detiene il monopolio dei mercati della merce contraffatta, sfruttando la manodopera extracomunitaria soprattutto senegalese. Forte è anche la sua presenza nella zona portuale di Genova, dove si dedica al traffico di auto verso i Paesi extracomunitari.

Cosa nostra opera principalmente nel capoluogo e a Imperia: narcotraffico e totonero sono i suoi affari preferiti, ma anche usura, estorsione e un giro di prostituzione nei salotti buoni genovesi. “In Liguria”, sottolinea la Direzione investigativa antimafia (Dia) nella relazione del primo semestre 2011, “è stata accertata la presenza di un’associazione di tipo mafioso di diretta emanazione della fazione di Cosa nostra riferibile al noto Giuseppe Piddu Madonia” di Caltanisetta e alle famiglie Emanuello, Monachello e Fiandaca: le stesse risalenti al soggiorno obbligato.

Ma a farla da padrone, in Liguria, è la ‘ndrangheta. Genova, Lavagna, Ventimiglia, Sarzana e Busalla sono le sue terre di riferimento dalle quali, vista la posizione strategica, coordina anche l’attività con Mentone, Marsiglia, Nizza e Tolosa, svolgendo di fatto un ruolo di supporto logistico alla casa madre nel sud. Si conosce l’esistenza di una vera e propria ‘camera di compensazione’ a Ventimiglia, sul confine: una struttura di collegamento tra i due territori, rigida e compartimentata, atta a fornire una base di appoggio per i latitanti e a gestire, spesso in accordo con le famiglie operanti in Piemonte, il traffico degli stupefacenti, le attività di usura correlate con le case da gioco, i video-poker e il riciclaggio di denaro.
Tra le presenze delle ‘ndrine si segnalano alcune tra le cosche storiche calabresi: i Romeo di Roghudi, i Nucera di Condofuri, i Rosmini di Reggio Calabria, i Mamone della piana di Gioia Tauro, i Mammoliti di Oppido Mamertina, i Raso-Gullace-Albanese di Cittanova e i Fameli, collegati ai Piromalli.

Le indagini della magistratura evidenziano che la ‘ndrangheta ha il monopolio incontrastato del traffico di stupefacenti curandone l’acquisto, il trasporto e la distribuzione in Europa tramite una fitta rete di contatti con i cartelli colombiani. Proprio Genova, nel ’94, è stata infatti il porto di smercio del più grande carico di cocaina, 5.000 chili, importato da un cartello federato colombiano-siculo-calabrese e sequestrato durante la famosa operazione Cartagine condotta dalla Dia.
Accanto al core business delle attività illecite la ‘ndrangheta cura, organizza, gestisce, si infiltra nel tessuto economico legale, non solo attraverso il paravento offerto dal Casinò di Sanremo (quale migliore lavatrice per il denaro sporco?) ma soprattutto grazie alla commistione con ambienti imprenditoriali e finanziari. E con un occhio sempre attento alla politica.
Emblematico il caso di Arenzano. Scrive il quotidiano Terra nell’agosto 2010: “Se si fa caso soltanto alla geografia, Arenzano è un paesotto in provincia di Genova con incantevoli scorci sul mar Ligure. Ma se invece si considera il radicamento e il condizionamento sulla pubblica amministrazione che la ‘ndrangheta ha in questo posto, potrebbe venire il dubbio che Arenzano si trovi nella Locride o in qualsiasi altro territorio ad alta densità mafiosa. Da diversi mesi, infatti, la giunta comunale di centrosinistra guidata dall’ex Ds Luigi Gambino è sotto la lente della magistratura e della prefettura”.

Luigi Gambino avrebbe aiutato Gino Mamone, proprietario della Eco.Ge, società leader in Liguria nel settore della bonifica e dello smaltimento dei rifiuti, a ottenere l’appalto per la bonifica di un’area tra Arenzano e Cogoleto dove è stata riscontrata una concentrazione di cromo esavalente fino a 64mila volte oltre i limiti stabiliti per legge.
I giochi sono chiari: appalti e concessioni in cambio di voti.
Accanto al settore dei rifiuti impera quello dell’edilizia, e non è una novità: nel 1983 viene arrestato e condannato Alberto Teardo, iscritto alla P2, allora presidente della regione Liguria e capo dei socialisti di Savona. Insieme ad altre 16 persone, ex sindaci e pubblici amministratori, fu accusato di aver costituito un’associazione a delinquere e di avere imposto un vero e proprio sistema di racket e di tangenti a commercianti e imprenditori della provincia ligure. Fu lui che inaugurò quel periodo di cementificazione selvaggia del Ponente ligure che non si è mai concluso.

Secondo il rapporto Mare Monstrum 2011 di Legambiente, in un’ipotetica classifica sull’abusivismo edilizio nelle aree di pubblico demanio la Liguria è al settimo posto, subito dopo Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Lazio.
In regione solo il 16% dei 135 chilometri di costa si salva dalla cementificazione selvaggia. La commissione prefettizia, concentrando la propria attenzione su alcuni appalti, in particolare legati al ripristino delle spiagge e agli interventi successivi all’alluvione che ha devastato le coste liguri nel 2006, ha scoperto che i lavori erano stati assegnati a imprese facenti capo alla famiglia calabrese dei Pellegrino, un clan al quale nel maggio 2011 la Dia ha sequestrato beni per 9 milioni di euro. Chissà a chi toccheranno i nuovi appalti dopo l’alluvione dello scorso ottobre...

I Pellegrino, appunto, insieme ad altre famiglie di origine calabrese – i Valente, i De Marte e i Barilaro – sono i protagonisti della vicenda che ha portato allo scioglimento del comune di Bordighera, il 10 marzo 2011. Ancora voti al posto di favori e appalti, la solita moneta di scambio da far girare con le buone o con le cattive. Dalle indagini svolte dai carabinieri del comando provinciale di Imperia sono emerse pressioni sul sindaco e su alcuni assessori per ottenere l’apertura di una sala giochi.
Non diversa la situazione a Ventimiglia, comune sciolto per mafia il 3 febbraio scorso, dove la ‘locale’ premeva per far sì che la giunta affidasse alle ditte indicate dai mafiosi i lavori di movimento terra e scavo per la costruzione di un nuovo porto. Una di queste sarebbe stata la Marvon di Giuseppe Marcianò.
Sono risultati inequivocabili gli atti intimidatori ai danni di importanti imprenditori locali: nel marzo 2009 viene crivellata di colpi l’auto di Marco Prestileo, commercialista del sindaco di Ventimiglia, e direttore generale della Civitas, società municipalizzata che gestisce gli appalti pubblici; nel novembre 2010, 14 colpi di fucile vengono sparati contro l’auto di Piergiorgio Parodi,
imprenditore locale che non aveva rispettato gli accordi assunti.

E accanto agli atti intimidatori crescono anche le segnalazioni per corruzione, che la Dia (relazione del primo semestre 2011) collega a una zona sempre più ampia di penetrazione mafiosa all’interno del tessuto politico-amministrativo: nove denunce nel secondo semestre 2010 contro trenta registrate nei primi sei mesi del 2011.
Insomma, sembra proprio che in Liguria si sia scoperchiato un vaso di Pandora destinato senz’altro a regalare altre sorprese.

Emilia Romagna
Sono stati almeno 3.562, dal 1961 al 1995, gli appartenenti alle cosche mafiose confinati con soggiorno obbligato in Emilia Romagna, con una prevalenza nelle province di Forlì, Rimini, Parma e Modena.
Nel ’58 arrivò nella regione Procopio Di Maggio, di Cinisi, componente della commissione provinciale di Cosa nostra, condannato al maxiprocesso di Palermo nel 1987 e successivamente imputato per l’omicidio di Salvo Lima: Di Maggio soggiornò a Castel Guelfo (Bologna). Nel 1969 fu la volta del corleonese Giacomo Riina, parente del più tristemente noto Totò, che a Budrio (Bologna) trovò una sede perfetta per gestire gli affari delle cosche al nord, il soggiorno dei latitanti e il traffico di droga e armi con Turchia e Croazia. Sassuolo, in provincia di Modena, fu per due anni la città di Gaetano Badalamenti, esattamente tra il ’74 e il ’76. Di lui abbiamo un’accurata descrizione fatta nel 1976 dal rapporto della Criminalpol: “Il Badalamenti è capo riconosciuto della cosca che negli Usa era collegata a Galante Crimine, recentemente ucciso, al quale fanno capo i fratelli Scaduto e i cognati di Tommaso, i Buttitta, rappresentati per gli Usa accreditati dallo stesso presso varie ditte di ceramiche di Sassuolo, Scandiano e comuni limitrofi. Il Badalamenti sarebbe quindi il ‘boss’ che manovra ogni illecita attività nella zona di Modena forse in posizione di concorrenza con Bagarella Leoluca e Riina Biagio di Salvatore che si sono inseriti nella cosca liggiana, e attraverso i Riina e i Liggio di Budrio e Medicina controllerebbe in questa regione anche l’attività dei fratelli Commendatore di Catania e parte del contrabbando sulla costa romagnola”.

Nei due anni di confino, il comportamento di Badalamenti fu all’apparenza inappuntabile: firmava ogni mattina il foglio di controllo presso la caserma dei carabinieri, si faceva recapitare ogni settimana il pesce fresco da Palermo, e la gente del luogo ancora lo ricorda come educatissimo.
L’unica voce in disaccordo, rimasta inascoltata, fu quella del sindaco di allora, Alcide Vecchi, tessera Pci, il quale aveva visto la sua città, che vent’anni prima aveva solo 15mila abitanti, arrivare a 35mila unità impegnate nell’industria e nell’agricoltura. “A rimorchio di chi cerca lavoro”, scriveva in una lettera alle autorità, “arriva anche chi cerca di sfruttare lo spazio che una città delle dimensioni di Sassuolo offre [...] per la delinquenza organizzata, spazio che nasce dalla relativa prosperità e [...] dall’esistenza di un sottoproletariato determinato dall’eccesso di domanda rispetto all’offerta di lavoro. Non crediamo davvero opportuno inserire in questo nostro delicato tessuto sociale un individuo a contatto con le organizzazioni mafiose”.
Vecchi non è stato il solo sindaco a rimanere inascoltato: mentre Cosa nostra, ma anche Camorra e ‘ndrangheta, spostavano i loro affari in Emilia, il disappunto dei sindaci non ha mai ricevuto la dovuta attenzione. Un altro caso emblematico è stato quello di Gianfranco Micucci, sindaco di centro-sinistra di Cattolica, che nel 1993 gridò in faccia alla Commissione parlamentare antimafia che la sua città sarebbe entrata nel guinness dei primati per il più alto numero di sorvegliati e soggiorni obbligati. E in quell’occasione Micucci fece anche i nomi degli ospiti indesiderati: “Dal 1989 abbiamo avuto Ciro Mariano, elemento bene conosciuto per la strage dei quartieri spagnoli; Domenico Lo Russo della famiglia dei Capitoni, e altri capisquadra tra i quali Armando e Domenico Esposito”.

L’Emilia Romagna è quindi una terra che ha fatto e fa gola alla malavita organizzata, tanto da provocare in alcuni casi vere lotte tra le diverse fazioni per il controllo del territorio, come nel caso del clan dei Casalesi.
A metà degli anni Ottanta, con l’arrivo del boss Giuseppe Caterino, Modena diventò la sede distaccata del cartello camorristico di Casal di Principe. Caterino detto Peppinotto era titolare di un’attività commerciale e gestiva una bisca assieme ai suoi affiliati. Nel 1991 Modena scoprì la violenza del clan con un regolamento di conti sfociato in una sparatoria. Fu l’innesco di una guerra che fece numerose vittime e che alla fine proclamò un vincitore: l’ala di Francesco Schiavone, detto Sandokan, impose il suo impero sul territorio emiliano fino al famoso processo Spartacus. Durato dodici anni, dal 1998 al 2010, oltre 115 gli indagati, il celebre dibattimento ha portato sedici condanne all’ergastolo per altrettanti boss, tra i quali appunto Francesco Schiavone, Michele Zagaria, Antonio Iovine, Giuseppe Caterino e Raffaele Diana. Quest’ultimo, latitante fino al 2009, viveva a Bastiglia con la moglie e quattro figli. Nel modenese avrebbe gestito estorsioni e l’indotto dell’edilizia. Diana era stato accusato di essere il mandante dell’agguato all’imprenditore edile Giuseppe Pagano – originario di Caserta, a Modena da trent’anni – gambizzato nel 2007 in un cantiere di Riolo di Castelfranco; Pagano nel 2000 aveva testimoniato nell’inchiesta su imprenditoria edile e pizzo, estorsioni ‘alla casalese’, proprio contro lo stesso boss.

Un episodio che fa rabbrividire soprattutto se raffrontato con l’ultimo rapporto di Sos-Impresa, l’associazione di Confesercenti a tutela degli imprenditori che denunciano i mafiosi, secondo il quale attualmente il 5% dei commercianti emiliano romagnoli (soprattutto tra Modena, Bologna e la riviera) è sottoposto a pizzo, vale a dire circa 2.000 imprenditori.
“La crisi economica – denuncia il rapporto – in un’area caratterizzata da un’imprenditorialità diffusa ha creato quel terreno fertile nel quale l’usura si è insinuata quale credito sussidiario a quello bancario [...]. Nel triangolo Modena-Reggio Emilia-Parma, si segnala la presenza consolidata di gruppi camorristici del casertano attivi anche nelle pratiche Causurarie e della ‘ndrangheta che gestisce da anni il comparto delle bische clandestine e del gioco d’azzardo”.
A queste considerazioni vanno ad aggiungersi gli incendi dolosi, circa 350 negli ultimi anni, ai danni di pubblici esercizi, cantieri, mezzi di lavoro, auto ecc. Industria e agricoltura sono inoltre afflitte da un’altra piaga: nel rapporto Modena viene citata come la provincia in cui ci sono caporali che operano nel campo della macellazione, settore nel quale molti lavoratori extracomunitari sono assunti in nero e attraverso l’intermediazione di finte cooperative di facchinaggio.

Sono quindi le ‘ndrine oggi a dettare legge in Emilia Romagna: si calcola la presenza di 37 famiglie, contro le 12 rispettivamente di camorra e di Cosa nostra e solo una della Sacra Corona Unita. In generale, tra le province italiane più colpite dalla criminalità, l’Emilia Romagna piazza le sue nove tra le prime 56 (su 103). La classifica stilata da Il Sole 24ore (rilevazioni Anfp, aprile 2011), tiene conto del numero dei reati denunciati ogni mille abitanti. Dopo Bologna, in ambito regionale, la provincia meno sicura è Rimini (28,1 reati denunciati), che spunta l’ottavo posto nazionale e in classifica precede di due posizioni Modena (decima nazionale a 26,1). Reati in calo a Parma (14esima, 24 le denunce) e Ravenna, che con il 23,9 occupa la 16esima piazza. Sale Reggio Emilia, che divide con Venezia (23 reati) la 20esima posizione. Poi Ferrara (34esima a 19,8) e Forlì-Cesena (47esima a 18,5). Chiude Piacenza (17,2 denunce) in 56esima posizione.
Il primo settore nel quale si concentrano le attività criminali rimane quello del traffico e spaccio di sostanze stupefacenti che trova nella riviera romagnola il suo terreno più fertile, cui segue il controllo del mercato della prostituzione di origine straniera, lo sfruttamento del lavoro nero e il gioco d’azzardo. Seguono i reati economici: estorsione, usura, riciclaggio di denaro sporco che trovano invece nella vicina San Marino un ottimo punto di appoggio per ripulire i proventi illeciti.

L’Emilia Romagna, malgrado la crisi economica, rimane una delle regioni italiane con il reddito più elevato. Deve il suo successo a uno sviluppo omogeneo dei vari settori produttivi sia industriali che agricoli e alla presenza di piccole e medie imprese; intensi scambi commerciali e un turismo fiorente completano il quadro. Così come notevoli potenzialità di espansione e arricchimento sono rappresentate dalle grandi opere quali l’Alta Velocità, le tangenziali, le nuove corsie dell’autostrada che interessano le province di Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna. Potenzialità che non potevano certo rimanere ignorate dalla mafia.

Veneto
Il 16 gennaio scorso a Brugine (Padova) viene arrestato Nicola Imbriani, braccio destro del boss Giuseppe Polverino, latitante. Il napoletano 56enne si occupava delle attività imprenditoriali del clan camorristico reinvestendo nell’edilizia privata i proventi delle attività criminali. Insieme a Imbriani sono finiti in manette anche Salvatore Sciccone, che lo ospitava nel suo appartamento, e il suo autista Giorgio Cecere.
Imbriani non rappresenta certo quell’eccezione che conferma la regola – la regola si conferma infatti da sé – eppure c’è ancora chi sembra non preoccuparsi della presenza mafiosa in Veneto. Il 21 febbraio scorso Pdl e Lega Nord hanno infatti detto “no” all’approvazione di una mozione presentata alla provincia di Verona da Diego Zardini del Pd, con la quale si chiedeva di inserire alcune opere pubbliche nella Legge Obiettivo in modo da renderle soggette a maggiori controlli antimafia. Forse Pdl e Lega non ritengono che i diversi arresti che si sono susseguiti negli anni siano sintomo di un’importante infiltrazione mafiosa in regione.

Nel 1992 a Longare (Vicenza) finisce in manette il boss di Gela, Giuseppe detto Piddu Madonia, ritenuto uno dei mandanti della strage di Capaci, condannato poi all’ergastolo per omicidio. Nel 1999, a Bassano del Grappa, sempre in provincia di Vicenza, viene arrestato Pasquale Messina, un pluriomicida della cosca di Madonia che da tre anni gestiva una lavanderia nel centro del paese. Nel 2003 l’inchiesta Cassiopea porta alla luce i meccanismi che regolavano lo smaltimento illegale dei rifiuti che dalle aziende del nord d’Italia arrivavano nelle campagne del casertano, dove venivano sotterrati.
Tra i personaggi coinvolti nell’indagine appare Giuseppe Vidori, di Treviso, amministratore unico della Vidor Servizi Ambientali. Nel 2008 a Valdagno (ancora Vicenza), scattano le manette per Diego Lamanna, calabrese: droga in quantità, dal sud America all’Italia, con guadagni milionari. La ‘ndrangheta era riuscita a rafforzare il suo potere nel traffico di stupefacenti controllando l’importazione della cocaina, grazie agli affiliati che dagli Stati Uniti e dal Canada gestivano i rapporti con i narcotrafficanti del Cartello del Golfo, un’organizzazione messicana. Nel 2009, a Vicenza, viene sequestrato parte del tesoretto della cosca Lo Piccolo: la Guardia di Finanza sigilla le quote azionarie di quattro società venete intestate a un prestanome del boss palermitano.

Le quote erano gestite da Danilo Preto, già componente del consiglio di amministrazione della catena di supermercati Sisa e amministratore delegato del Vicenza calcio dal 2007. Nel 2010 vengono sequestrate a Porto Marghera (Venezia) 50.000 tonnellate di rifiuti ferrosi stipati in una nave. Gli investigatori hanno stabilito che il materiale era partito da una ditta di Catania diretto a un’acciaieria di Vicenza. Sempre nel 2010 Vito Zappalà, latitante catanese di 61 anni, è arrestato a Mogliano Veneto (Treviso) mentre faceva jogging. Legato al clan dei Laudani, era dedito soprattutto a traffico e spaccio di droga, ed era nella lista dei 30 latitanti di mafia più pericolosi al mondo.
Nel 2011 la squadra mobile di Padova esegue un’ordinanza a carico di Cesare Longrondo, calabrese di 44 anni, residente a Torreglia (Padova), accusato, con altre ventisette persone, di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Ma come è potuto accadere tutto questo?

Negli anni Settanta il soggiorno obbligato ha portato in Veneto personaggi come Giuseppe Madonia, Salvatore Badalamenti, Gaetano Fidanzati e Totuccio Contorno.
Quest’ultimo, ‘uomo d’onore’ all’epoca non ancora pentito, fu iniziato a Cosa nostra nel 1975 e inviato in soggiorno obbligato in provincia di Verona. Gaetano Fidanzati venne invece spedito nel 1981 a Monselice, nel padovano; era uno dei boss storici di Palermo. Nel 1985 arrivò anche Salvatore Badalamenti, la mente del traffico di eroina tra la Sicilia e il Veneto e nipote di don Tano, noto boss che fece parte, con Riina e Bontade, del triumvirato che costituì Cosa nostra e decretò la morte di Peppino Impastato. Mentre a Longare (Vicenza) fu inviato Giuseppe u dottore Madonia, rappresentante provinciale di Cosa nostra per Caltanisetta.
Oltre ad aver importato la mafia, il Veneto è l’unica regione ad avere avuto un’organizzazione autoctona con le caratteristiche del 416-bis, l’articolo del codice penale che connota l’associazione di stampo mafioso: la Mala o Mafia del Brenta. Tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta l’organizzazione criminale compie decine di omicidi, centinaia di rapine, sequestri di persona, traffici di droga e armi, estorsioni, e si avvicina con la corruzione a uomini delle istituzioni. Ma tutto questo non sarebbe potuto accadere se la banda di Felice Maniero non fosse scesa a patti con le cosche mafiose del sud Italia presenti in regione. La questura di Venezia, nella relazione del 2003, scrive che “il vero e proprio salto di qualità della mala del Brenta avvenne in seguito agli incontri con esponenti di primo piano della mafia siciliana”, da Totuccio Contorno a Gaetano Fidanzati.

Nella relazione del primo semestre 2011 della Dia, il sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Pennisi spiega che in buona parte del Veneto, “per ragioni allo stato inspiegabili”, si è lasciato praticamente campo libero a organizzazioni di tipo diverso da quella calabrese. Appaiono quindi stridenti le parole del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso pronunciate il 18 dicembre scorso durante un dibattito sulla mafia organizzato a Padova dall’associazione Nuova Frontiera: “Il Veneto – dice – è sotto il tiro della Camorra, più che della mafia siciliana o ‘ndrangheta calabrese, ma la regione ha saputo mostrare ‘anticorpi’: qui si denunciano subito situazioni dubbie, la camorra o la mafia fa fatica ad attecchire. Nel Nord Est c’è un humus civico e sociale che finora ha evitato il radicamento di piccoli grandi boss”.
Viene da chiedersi se Grasso abbia letto il rapporto semestrale della Dia: avrebbe potuto scoprire che nel Veneto le persone denunciate per corruzione sono passate da 3 (giugno-dicembre 2010) a ben 69 nei primi sei mesi del 2011. “L’agire mafioso, infatti, trova nel tessuto politico-amministrativo corrotto facili spazi di penetrazione e possibilità di rapida attuazione dei propri disegni imprenditoriali”, denuncia la relazione; il Veneto è salito al quarto posto della classifica, subito dopo Campania (117 casi), Sicilia (111) e Lombardia (88 denunce). Un analogo trend ha interessato il reato di concussione, anche se con valori meno evidenti rispetto alla corruzione: nello stesso periodo di riferimento, le persone denunciate per concussione sono passate da 4 a 23.

Si assiste invece a una diminuzione dei dati riguardanti estorsione e usura: 111 episodi di estorsione nel secondo semestre 2010 contro 92 registrati nei primi sei mesi del 2011, mentre l’usura scende da otto a tre casi. Sono il privato cittadino, il commerciante, l’imprenditore, il titolare di cantiere e il libero professionista a essere i più interessati dal (coloro che subiscono il) fenomeno. Impennata invece per il riciclaggio: 15.725 casi in Italia, 861 dei quali in Veneto, con un incremento del 10% rispetto al semestre precedente. Alla base dell’aumento del riciclaggio, c’è la “vulnerabilità dei tessuti sociali veneti, non solo per quanto riguarda il continuo incremento dei proventi illeciti, ma soprattutto nei confronti del riciclaggio da parte di organizzazioni mafiose connotate da matrice sempre più imprenditoriale”.
Progressione che la Dia definisce “silente”, sottolineando la pericolosità di azioni criminose che non sollevano allarmi sociali e assicurano ampi margini di profitto anche a chi ‘affianca’ le mafie come consulente.

D’altronde il Veneto è una delle regioni più ricche d’Italia, vi circola quindi molto denaro liquido e questo ne fa una meta ambita per il ‘lavaggio’ del denaro sporco. Il veicolo principale per il riciclaggio sono le grandi opere e gli appalti di rilievo: il passante autostradale Romea Commerciale, il famoso Mose di Venezia, il mega-polo immobiliare Veneto City, ma anche l’inceneritore di Marghera, l’edilizia, il turismo, i centri commerciali, il nuovo mercato del fotovoltaico, il settore dei trasporti; e sempre più ci sono imprenditori in cattive acque, bisognosi di quella liquidità che le banche faticano a concedere.
Il più ‘amato’ resta tuttavia il settore edilizio, che permette di investire e riciclare somme notevoli con molta facilità, riuscendo ad abbattere il costo del personale attraverso il lavoro nero. Il controllo dei centri commerciali, invece, consente di esercitare un grosso potere sui flussi di denaro: “Il circuito della grande distribuzione rappresenta anche uno strumento per consolidare il potere illegale sul territorio attraverso l’offerta di impieghi nell’indotto lavorativo”, scrive la Dia. Particolare attenzione attira anche il proliferare di nuove imprese gestite da imprenditori giovani e inesperti che dispongono di finanziamenti quasi illimitati. E infine molto redditizio sembra essere anche il settore dei rifiuti. Lo scorso aprile l’operazione investigativa denominata “Ferrari come back” ha individuato nel 49enne Franco Caccaro di Campo San Martino (Padova) il prestanome del noto avvocato Cipriano Chianese, il ‘re dei rifiuti’ legato al clan dei Casalesi.
Caccamo, titolare della società T.P.A (Tecnologia Per l’Ambiente) ha incassato tre milioni di euro grazie a due assegni versati dalla Resit di cui Chianese era il titolare, soldi che gli hanno permesso di diventare leader nel settore delle macchine per la triturazione di rifiuti, con oltre 200 dipendenti e sedi in tutto il mondo.

“La mafia combatte, i veneti muoiono”: così il Corriere della Sera titolava a tutta pagina il 21 agosto del 1986, 26 anni fa. In quegli anni la mafia sparava, e si rendeva evidente; ma quando non fa morti, perché tutto è tranquillo e nel silenzio fa affari, è proprio quando si espande ed è più pericolosa.

 

Daniela Bettera e Lara Peviani

QUI la prima parte dell'inchiesta

 

 

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