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Controstoria: la lotta armata negli anni Settanta

 

Perché nasce la lotta armata in Italia
di Massimo Battisaldo e Paolo Margini
Le ragioni della nascita della lotta armata raccontate dalla voce di chi, quarant’anni fa, in Italia, tentò di fare una rivoluzione

“[...] sono persone che andrebbero condannate alla dimenticanza, invece appartengono ormai alla società dello spettacolo. È sbagliato che si rimettano periodicamente in circolo. Non si possono scrivere libri solamente perché si è ucciso Moro.”
(Il presidente della Camera Luciano Violante, 1998)

“Non capisco perché se ne sia uscito con questa bella trovata che bisogna condannare gli ex terroristi all’oblio. Dobbiamo parlarci, invece, ascoltarli, perché soltanto loro possono chiarire molti dubbi che ancora rimangono. Non tutto è chiaro. Come si sono comportati certi apparati dello Stato durante il sequestro Moro? Hanno in qualche modo offerto una copertura alle Br? Non lo sappiamo, e soltanto loro possono fare luce su questi aspetti. Perciò mi sembra che dobbiamo piuttosto incoraggiarli a parlare, a raccontare più particolari possibili.”
(Il direttore di Rai 3 Sandro Curzi, 1998)

 

Che la storia la scrivano i vincitori è ormai un luogo comune talmente radicato che nessuno – nemmeno gli uomini di potere – si sente in dovere di smentirlo. La storia ‘ufficiale’ pervade i programmi scolastici, occhieggia i cittadini dalle targhe delle strade del regno, ammicca con le mostrine della verità sulle spalle dai programmi di storia-spettacolarizzata. Vale nel caso delle narrazioni risorgimentale e resistenziale e adesso vale anche nel caso di quella più recente degli anni Settanta, per i quali, malgrado non sia stata fatta ancora chiarezza sull’operato dello Stato e delle sue istituzioni, esiste già una versione definitiva, indiscussa e indiscutibile.
Non a caso abbiamo introdotto questo nuovo spazio con lo scambio di battute intercorso nel 1998, durante i giorni del ventennale della morte di Aldo Moro, tra Luciano Violante e Sandro Curzi, ovvero tra un politico rubato alla magistratura e il giornalista Sandro Curzi.

Va detto sin subito: in questo dibattito noi siamo con Curzi. Per varie ragioni, delle quali la più importante è la mancanza di ricostruzioni storiche che inquadrino quegli anni sotto una prospettiva diversa da quelle diffuse dai programmi di spettacolarizzazione storica di Minoli, di Zavoli e di Lucarelli. Trasmissioni entrate inevitabilmente nella storia dell’elettrodomestico più diffuso nelle case, e irrinunciabile strumento di oppressione esistenziale nelle mani di quel potere che ancora trent’anni fa veniva definito borghese. Una parola, quest’ultima, che oggi può essere utilizzata legittimamente – a dimostrazione di quanto il potere del sedicente linguaggio della verità sia diventato forte – unicamente nell’accezione tematica di Flaubert, quando dicendo borghese si vuole richiamare la betise, e non più un potere economico, politico e culturale.

Niente di strano che la storia ufficiale degli anni Settanta sia certificata dalla televisione in anticipo sui testi scolastici. Il piccolo schermo ha il vantaggio del tempo reale, nella ricostruzione in diretta della storia, avendo la possibilità di riaggiustarla giorno dopo giorno, a volte con leggeri tocchi di pennello, altre volte a suon di martellate, fino a solidificarla definitivamente nella testa dei telespettatori sotto forma di emozione collettiva. I testi scolastici, su cui gli studenti preparano gli esami, vengono più avanti, sulla medesima linea interpretativa, con l’aggiunta di quel pizzico di accademico che rende la narrazione più credibile.
L’editoria costituisce un curioso paradosso: di anni Settanta abbonda la richiesta ma difetta l’offerta. In passato hanno trovato pubblicazione, in forma saggistica e di intervista, testimonianze dirette di protagonisti della lotta armata, ma negli ultimi anni lo spazio in materia è stato conquistato da libri scritti da magistrati o dai saggi, comprensibilmente rabbiosi, dei figli delle vittime. Latitano al solito i romanzi – incapaci, quei pochi, di eludere il luogo comune e i paradigmi storici di regime – mentre la poca saggistica alimentata da ambizioni più alte brilla per mancanza di coraggio, fatta eccezione per pochi casi sparsi qua e là nell’oceano di fuffa cartacea.

Disastroso il cinema. Tanto fumo è stato e ancora viene sollevato, quindi, intorno alla storia della lotta armata, a un lasso di tempo non breve, iniziato nel 1969 e chiusosi alla fine degli anni Ottanta, mentre si registrano ben pochi tentativi di comprendere la complessità della politica italiana di quel periodo storico. Nessuno pare volersi chiedersi perché, nel 1969, i numerosi movimenti extraparlamentari abbiano pensato alla eventualità di dare vita a un processo rivoluzionario ed entrare così nella lotta armata. Perché migliaia – migliaia! – di giovani sotto i trent’anni, abbiano deciso di giocarsi l’età della spensieratezza sul tavolo della rivoluzione, contro uno Stato che moralmente e politicamente, comunque si voglia giudicare le scelte di una buona parte di una generazione, imbarcava acqua da tutte le parti. L’unica costante del discorso sugli anni Settanta è il tentativo di scansarne la complessità e di seppellirla nei ghiacci eterni dell’oblio.
E di farlo unicamente attraverso la demonizzazione e la rimozione delle responsabilità e delle colpe delle quali lo Stato con le sue istituzioni si è macchiato.

In quanto protagonista di quegli anni, nei panni di magistrato, e ancora oggi nei frusti panni di senatore in forza a quel partito ormai slavato e privo di credibilità che è il Pd, Luciano Violante ha sicuramente anche delle ragioni personali (oltre che politiche) che lo inducono a chiedere la dimenticanza degli sconfitti dell’epoca. Noi facciamo un altro lavoro e, visto che gli anni Settanta continuano a tornare sia nel discorso politico che in quello ‘artistico’ (di cui l’ultima ‘perla’ è il pessimo film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana), con narrazioni imbastite per confermare una verità di comodo, abbiamo deciso di tenere ancora vivo il dibattito sull’argomento, per contribuire – per quanto ci è possibile – a stenebrare qualche zona d’ombra.
Anche perché quelle ombre si allungano tuttora nel quadro dello scontro, vivo come non mai, tra padronato e lavoratori.
Per questa ragione abbiamo deciso di ospitare su Paginauno le testimonianze di alcuni attori dell’epoca legati alla lotta armata, nell’idea di creare un osservatorio sugli anni Settanta attraverso le lenti di chi ha perduto; per agire, secondo nostra caratteristica, in funzione di contrappeso alla verità ufficiale.

Walter G. Pozzi e Giovanna Cracco

 

Per quale ragione è importate tenere ancora oggi vivo il dibattito sugli anni Settanta? Dal nostro
punto di vista per molte ragioni, la più importante delle quali è trita e ritrita: non possiamo pensare il presente senza avere fatto tesoro della memoria storica del nostro passato; il presente e il futuro di una società, intesi nella loro formulazione politica ed economica, non possono prescindere dalla conoscenza del passato. Ma questo è un concetto che vorremmo dare per scontato per poi andare immediatamente oltre. Il principio generale sull’importanza di una conoscenza completa della storia, anche la più prossima all’attualità, resta sacrosanto. Ma l’impegno che qui ci assumiamo di ripercorrere la nostra storia nasce da altre esigenze: nasce dalla rabbia di sentire ripetere ricostruzioni di comodo su ciò che noi eravamo.
Partiamo dalla più diffusa, un autentico falso storico: il rifiuto di riconoscere la nostra esperienza come una realtà totalmente italiana, nata dal disagio e dall’indignazione nei confronti di uno Stato che, con Piazza Fontana, si era giocato le ultime briciole di fiducia che ancora potevamo nutrire.

Un derivato di tale mancato riconoscimento è l’idea che noi fossimo un prodotto della Cia e non delle lotte di fabbrica, non un portato della rabbia proletaria, di operai, di militanti del Pci scontenti dell’operato servile del partito di cui avevano in tasca la tessera, di sindacalisti che si rendevano conto che il padronato non aveva alcuna intenzione di trattare sui diritti dei lavoratori mentre i vertici sindacali non lo capivano, e continuavano a giocare alla trattativa (quando e se veramente voleva farlo) con il destino dei lavoratori.
Di persone, quindi, che avevano capito l’inutilità delle sole parole.
Lotta armata = prodotto della Cia: questo è l’assunto. Sergio Flamigni, senatore del Pci e autore
di numerosi libri saggio sugli anni Settanta, era un fervente appassionato di questa ricostruzione, in particolare riguardo al sequestro Moro. Egli e molti altri si rifiutavano di accettare (e non avevano evidentemente interesse a farlo) che rozzi operai e sottoproletari italiani fossero in grado di organizzare e realizzare un’operazione di tale portata.

Flamigni veniva spesso a Rebibbia alla ricerca di una nostra ammissione che gli confermasse quello che già aveva in testa, ovvero: che andavamo a braccetto con i servizi segreti americani e che trattavamo con i servizi segreti italiani. Egli partiva dal fatto che Moro era stato minacciato da Kissinger sotto la presidenza Nixon, fingendo di dimenticare che nel 1978, Nixon e la sua concezione e conseguente applicazione dell’anticomunismo era ormai cosa passata. Basti notare che anche in Italia la stagione dello stragismo di destra e di Stato si è chiusa in perfetta concomitanza cronologica con la caduta del presidente americano (la bomba di Bologna va inquadrata secondo un’altra ottica e differenti convenienze politiche). A ogni modo, quello che emergeva o che doveva emergere dalle ricostruzioni flamignane era che chi aveva fatto la lotta armata in Italia era, in maniera trasversale tra destra e sinistra, al soldo della Cia. E perché, come sarebbe più logico, non attribuire la nostra esperienza a un immenso complotto del Kgb? Semplicemente per dimostrare che noi non eravamo un’emanazione della sinistra.

Un film uscito qualche anno fa, Piazza delle cinque lune di Renzo Martinelli, tratto proprio dal saggio di Flamigni La tela del ragno, nonché dagli atti processuali, risponde alla perfezione a quanto detto sopra. La storia è la ricostruzione spettacolarizzata del rapimento di Aldo Moro sulla base di un’accurata selezione dei fatti, incentrata sulla descrizione di Mario Moretti come un basso doppiogiochista. Nel film tutto ciò è palese, lampante. Non si tratta più nemmeno di zone d’ombra, di alludere a un’ipotesi. Il risultato quindi è una narrazione costruita senza la minima considerazione dei fatti successivi alla vicenda dello stesso Moretti, il quale, dopo la sua cattura, è stato rinchiuso nel carcere di Nuoro, un luogo di detenzione disumano dove noi detenuti politici venivamo massacrati di botte quasi ogni giorno; e dimentica che un detenuto comune legato ai calabresi, ex mercenario della Legione straniera, Figueras, ha cercato di accoltellare Moretti nel carcere di Cuneo, colpendo per uccidere e fortunatamente non riuscendovi. Un’esperienza dalla quale Moretti è uscito vivo per miracolo, grazie all’intervento dei compagni che erano lì vicino. Per questa operazione, il sicario è stato in seguito ricompensato dallo Stato, che gli ha commutato l’ergastolo in ventiquattro anni, per poi liberarlo non molto tempo dopo. Giusto a ricordare (per onestà storica, una vicenda che certo non è mai stata resa pubblica) che i cosiddetti servizi segreti deviati, quelli sporchi – che poi sono un’invenzione della storia ufficiale, di fatto non esistono i servizi segreti deviati – sono entrati nel carcere di Ascoli, dove erano stati rinchiusi tutti i capi e i gregari delle bande criminali, da Vallanzasca a Cutolo, consegnando ai capi mafia un elenco di alcuni di noi da eliminare. Naturalmente in cambio di ricompensa. Una proposta, va detto per la cronaca, che i boss hanno recisamente rifiutato, contrariamente ad alcuni cani sciolti, come Figueras, i quali invece si sono dati da fare. Ma avremo tempo, durante questo nostro viaggio in quelli che all’interno della verità di comodo sono definiti ‘anni di piombo’, di riparlare dettagliatamente di questi fatti.

Ora, per quanto Flamigni nei suoi libri e Martinelli nel suo film, insistano ad appellarsi alla verità degli atti processuali, occorre almeno ammettere che quella fonte informativa è e rimane comunque una narrazione di parte. Un conto sono i processi, svolti all’epoca attraverso numerose forzature – lo Stato stesso aveva molto da nascondere riguardo al proprio operato – un altro è una ricostruzione storica e un’altra cosa ancora è una ricostruzione politica dei fatti.
Per chiudere questa specie di breve introduzione sulle ragioni che ci inducono a parlare di noi, aggiungiamo un altro paio di precisazioni.
Non eravamo, come sostenevano i vertici del sindacato, infiltrati all’interno della loro organizzazione. Se hanno messo in giro questa voce è solo per negare che molti di noi facevano i sindacalisti e lo facevano bene e con passione, dal momento che gli operai ci votavano. E certamente questa era la faccia visibile del nostro operato. Che poi, in segreto, appartenessimo anche, chi alle Brigate rosse e chi ad altre formazioni che allora iniziavano la propaganda armata, è un ulteriore aspetto della storia che racconteremo senza censure.
Ma tecnicamente non eravamo infiltrati, l’origine politica di molti di noi è sindacale oltre che legata ai movimenti della sinistra extraparlamentare.

La seconda precisazione è che non capiamo come possa essere definito ‘solo’ un fenomeno un’esperienza come la nostra, sicuramente violenta, durata diciotto anni, dal 1970 (inizio della propaganda armata delle Brigate rosse) al 1988 (anno dell’attentato mortale al senatore democristiano Roberto Ruffilli rivendicato dalle Brigate rosse-Partito comunista combattente) e che, secondo stime, ha visto alcune migliaia di militanti armati e molte altre migliaia di simpatizzanti e fiancheggiatori. A dimostrazione che in quegli anni la lotta armata in Italia è stata un’esperienza che non ha avuto eguali in Occidente per durata e dimensione.
Una ragione ci sarà, ed è proprio quello che vorremmo analizzare secondo il nostro punto di vista, perché è chiaro che parlando oggi di quel contesto socio-politico, di quel clima culturale, è difficile fare capire ai giovani le ragioni per cui tanti loro coetanei, allora, hanno deciso di sacrificare la propria vita per una causa e di prendere in mano le armi. Il problema è che se non hai vissuto quell’atmosfera non è semplice capirla.
Devi sentirne l’odore, devi sentirne l’anima, vedere le cose, toccarle con mano. Anche se non facevi scelte di barricata, anche se te ne stavi alla finestra a vederle, anche chi, magari, viveva con due bandierine nel cassetto per poi esporre quella del vincitore; anche in questo caso, alla fine, vivevi quei momenti, quelle situazioni, e oggi sai dare un giudizio, una tua interpretazione dei fatti.

Le ragioni non stanno da una parte sola – ognuno ha la propria, ognuno ha la sua verità, ognuno ha la sua valutazione dei fatti – che esse siano biologiche, politiche, sociali, culturali, quindi anche militari sotto il profilo operativo.
A un determinato quadro sociale, che cercheremo di raccontare per restituirlo al presente in maniera efficace, va aggiunto un aspetto non secondario: una tradizione, uno strascico che veniva dalla Resistenza. Un retaggio che molto spesso era trasmesso nella dimensione familiare oltre che dal fatto di essere nati a cavallo negli anni ’40/50 ed essere cresciuti negli anni ’70, quando la Resistenza distava da noi solamente venticinque anni. Non molti di più, per capirci, da quelli che ci dividono oggi da Tangentopoli. Poco più di un soffio del tempo.

Non erano lontani i vent’anni di fascismo, con relativa guerra partigiana, in seguito diventata guerra civile combattuta da gente, da famiglie che si scontravano per idee diverse, per valutazioni diverse, convinzioni personali, politiche, sociali, culturali, umane diverse.
Noi abbiamo quindi vissuto direttamente (per chi aveva avuto parenti partigiani) e indirettamente (per chi aveva vissuto la Resistenza, attraverso i racconti di chi l’aveva combattuta, come un simbolo politico) l’esperienza partigiana come una questione irrisolta; un’esperienza mozza.
Facciamo l’esempio di Giangiacomo Feltrinelli, il quale diceva che ci dovevamo armare al di là del progetto rivoluzionario, di un progetto che facesse riferimento a Cuba, alla Russia o a un comunismo di taglio italiano con tutte le caratteristiche umane, culturali, biologiche, che tenessero conto dell’esperienza storica italiana; che ci dovevamo armare per tutto questo, ma principalmente perché c’era il rischio in Italia di un colpo di Stato. Cosa che poi storicamente è stata accertata, anche se raccontata in sordina. All’epoca, quella di un golpe era una possibilità che odoravi, che sentivi nell’aria; la toccavi con mano, era tangibile, questa ipotesi che si ventilava. Perché la maggior parte di quelli che erano stati fascisti si erano riciclati nella Dc; certo c’era chi si era avvicinato al Msi di Almirante – più rispettabili, questi ultimi, per essere stati coerenti con la loro linea politica, con la loro ideologia – mentre i più furbi, o i più vigliacchi, erano finiti dietro lo scudo crociato. E dunque la domanda d’obbligo, a quel punto, riguardava chi veramente avesse in mano il potere, ed era la Democrazia cristiana a detenerlo: un potere quasi assoluto esercitato in una situazione torbida, attraverso un potere palese e uno sottotraccia, manovrato da ex fascisti rivestiti con abiti nuovi. Il potere insomma lo avevano in mano ancora loro.

Fascisti erano stati Moro, Andreotti, lo era stato addirittura Giorgio Napolitano (nei Guf) prima di entrare nel Pci, per fare qualche nome tra i tanti; lo erano stati personaggi come Biagi e Montanelli, in seguito presentati come modelli di giornalismo libero e democratico, lo erano stati scrittori poi molto celebrati come Prezzolini e Gadda. A dimostrazione che, dopo la Resistenza, le carte erano state parecchio rimescolate. Esisteva una forte collusione tra molti ex fascisti e le forze dell’ordine, l’esercito, con i settori di destra dell’esercito, con i corpi speciali, con la guardia forestale, come poi si è visto. Molte parentele legavano questa gente di destra anche ai potenti industriali che il fascismo avevano finanziato e voluto, e che ancora finanziavano; avevano molte coperture mentre noi non ne avevamo, di nessun tipo. Noi eravamo esposti in maniera trasversale e tutti ci erano contro, proprio perché ci muovevamo contro quel tipo di Stato sporco, corrotto, ancora fascista nell’anima.

È quindi difficile fare comprendere oggi cosa è stato quel momento, perché questi aspetti non sono mai stati raccontati nella loro completezza e gravità. La situazione presente allora, quella che vivevamo, veniva a ricordarci che l’esperienza partigiana era stata un’esperienza tronca.
Le Brigate Garibaldi, le formazioni partigiane di sinistra, comuniste, le Brigate Matteotti e la Volante rossa, socialiste – legate a un socialismo puro, quello vero, lombardiano, di Terracini, di Pertini, che proveniva dalle lotte sociali, politiche, ideologicamente ben impostato, ben riconoscibile e condivisibile – avevano in progetto non solamente l’intento di liberare l’Italia dal nazifascismo, ma anche la costruzione di una forma di comunismo, di una società comunista. Un progetto rivoluzionario, un progetto politico forte che si è interrotto, che è stato soffocato, rendendo impossibile una pulizia totale, morale, materiale, politica, culturale, sociale. Così, alla fine, l’Italia si è ritrovata con quelli della Repubblica di Salò infilati dentro la Dc, e dentro a una storia che poi era anche quella che vivevamo noi con disagio, il quadro in cui ci ritrovavamo a vivere. Ovvero, dentro una società che era la riproduzione di quella che l’aveva preceduta, semplicemente con gli angoli della vecchia dittatura smussati; e ci rendevamo conto che se non si aveva il coraggio di affrontare la situazione in maniera assolutamente obiettiva, pulita, anche questo atteggiamento remissivo sarebbe stato controproducente.

Si può dire che abbiamo sbagliato con i mezzi – la violenza, la lotta armata – però gli obiettivi e le motivazioni, il fine, erano giusti. Comunque le critiche che facevamo allo Stato, al mondo dell’economia, della finanza, al potere economico e politico di questo Paese, come poi dimostrato dai fatti successivi (fino a risalire a oggi), erano giuste. Se c’è del marcio in Danimarca, come diceva il drammaturgo, in Italia c’era la fogna, come sostenevamo noi con meno poesia.
Il fatto di tornare a parlare di quegli anni serve a dare un significato alle nostre azioni, a fare capire alle generazioni più giovani, a chi ha l’età che avevamo noi allora e che non può avere il senso di cosa siano stati quegli anni, chi eravamo noi e che cos’era lo Stato, con tutte le sue istituzioni e le complicità con il mondo dell’industria. I ragazzi di oggi non hanno vissuto quei momenti, e le nostre storie se le sentono raccontare con distacco, più spesso con disprezzo, con vaghezza e superficialità in maniera pretestuosa, dalla bocca di chi ancora adesso ci butta fango addosso pretendendo che noi, dopo avere pagato duramente le nostre scelte, non lavorassimo nemmeno e rimanessimo in silenzio; dalla bocca di chi si presenta come pulito, come un santo, nei panni del moralista. I politici ci giudicano dimenticando di essere i primi a finire nella rete della magistratura, a porsi contro quello Stato di diritto di cui si dicono difensori a parole, a rendersi garanti dello sfruttamento sanguinoso ai danni dei lavoratori.
Tangentopoli, che pure non è riuscita a fare pulizia (e forse nemmeno ha voluto farlo), ha dimostrato che la nostra denuncia e la nostra critica, seppure fatte con le armi, erano giuste. E oggi lo sono ancor di più perché esistono condizioni politiche, umane, culturali, legate a quel passato.

Perché abbiamo fatto certe scelte di vita, quindi? Perché non ci fidavamo più dello Stato. Piazza Fontana è stata un momento di cesura. Se prima di quel massacro si poteva avere un’unghia di fiducia, da quel momento non si aveva più nemmeno quella. Prima si poteva ancora pensare che lo Stato fosse marcio, che facesse schifo, che fosse corrotto e mafioso, però si poteva credere di poterlo combattere dall’interno. Dopo quella bomba, dopo quei morti innocenti, anche chi aveva quel tipo di visuale non poteva non pensare che lo si potesse combattere solo dall’esterno e con le armi. Ecco perché una critica armata ci era sembrata l’unico modo di esercitare un contropotere reale.
Quindi: per questo oggi noi vorremmo che i giovani capissero esattamente perché abbiamo compiuto certe scelte, dentro quale clima politico, umano, sociale ci muovevamo; quali schifezze, quali nefandezze, quale oppressione esistenziale c’erano già allora, e perché eravamo tanto indignati e perché eravamo disposti a perdere tutto, anche la vita, per portare l’Italia fuori da questo ordine di cose. Al di là di ogni scelta ideologica e politica nonché culturale che ci ha portato a imbracciare le armi come metodo di lotta politica contro lo Stato, c’era anche l’indignazione. Va ripetuto: non si trattava solo di un fattore politico e ideologico. C’era proprio un fattore di schifo.

Nessuno di noi poteva più sopportare le bugie, i ladrocini, l’avere al governo ex fascisti nella Dc. C’era un potere economico che comandava, sporco, con i suoi servizi segreti disposti a tutto – a trattare con l’estrema destra, con la mafia, a organizzare i botti – che la verità dei vincitori ha consegnato alla storia come deviati, per smarcare la politica dalle sue responsabilità. I servizi segreti facevano semplicemente il loro mestiere: erano così perché la politica li voleva così. Erano la lunga mano armata di uno Stato criminale ed eseguivano il loro dovere con impegno e dedizione: insabbiare, mettere le bombe, infiltrarsi e provocare…

 

Massimo Battisaldo e Paolo Margini

 

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