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Controstoria: la lotta armata negli anni Settanta

 

La propaganda armata
di Massimo Battisaldo e Paolo Margini
Il periodo della propaganda armata e il dibattito interno ai gruppi della sinistra extraparlamentare, dalla viva voce di chi ne ha fatto parte

Nelle parti precedenti abbiamo visto come la scelta politica della lotta armata abbia caratterizzato fin dai primi tempi una frazione della sinistra italiana, dato che le Brigate rosse si formalizzarono già nel 1970, venendo alla luce poco dopo con le prime azioni di guerriglia urbana, metodicamente rivendicate con volantini di contenuto politico che suscitarono i relativi echi di cronaca. Poiché per sopportare la dura vita della clandestinità occorreva convinzione e una solida coscienza di classe, le Br cercarono i primi elementi non nell’ambiente politico, sociale, culturale studentesco e antifascista, ma tra i proletari delle fabbriche: le prime azioni mirarono a dimostrare che fosse finalmente possibile rompere l’asservimento e lo sfruttamento lavorativo e punire i capi e i dirigenti più prepotenti e tirannici (nel box, il primo comunicato delle Brigate rosse).

 

Novembre 1970 - Comunicato n. 1 Brigata Rossa


Un problema di fondo che ha la classe operaia in lotta in questo momento è la repressione. I padroni hanno deciso che le lotte devono finire. Denunce, arresti, licenziamenti, cariche della polizia, coltellate dei fascisti sono tutti momenti del piano repressivo dei padroni. Alla Pirelli il padrone si appresta a sostenere la battaglia contrattuale. Vediamo con quali facce si presenta. Sappiamo che direzione e polizia hanno imposto al comune di asfaltare viale Sarca per poter fare caroselli e poterci legnare.
Anche in fabbrica si è organizzato e ha al suo servizio un esercito di servi da usare contro di noi. Questi aguzzini condividono la responsabilità di chi li paga e per questo è prudente cominciare a conoscerli e a tenerli d’occhio!
Eccone un primo elenco con qualche nota di merito.

Il primo di tutti è Ermanno Pellegrini (via Spalato, 5, tel. 603.244). Capoguardie di Cocca. Ha al suo servizio una quarantina tra poliziotti e carabinieri neo-assunti. Ha il compito di schedare chiunque di noi svolga attività politica. Invia ogni giorno un rapporto al direttore del personale ed è in contatto coi commissari di PS.

Suo degno compare è Palmitessa Luigi (via Tofane, 3, tel. 28.55.152). Capoguardie centro, quel bastardo che nell’ultima lotta ha fermato gli ascensori durante il picchettaggio.

Questi spioni meritano la gogna!

Nassi ‘boia’ Giovanni (via Resi 7A, tel. 696.010) ideatore cottimo Pirelli. Da fattorino a boia. Da abolire come il suo cottimo.

Brioschi Ettore Carlo (via Zara, 147, tel. 681.125). Segreteria personale cavi. Campione dei crumiri. Durante tutti gli scioperi ha sempre trovato un buco dove nascondersi. Alla prossima lotta chiuderlo in un tombino e assicurarsi che non esca più.

Boari Alfredo (via Matteotti, 489, tel. 24.70.638, Sesto S. Giovanni, FIAT 125 bianca MI E16671). Gestisce per conto della direzione il famigerato ufficio interno UIL (ai Cavi). Il più porco dei servi del padrone. Guadagna L: 300.000 al mese più 160.000 di pensione.

Per ogni compagno che colpiranno durante la lotta qualcuno di loro dovrà pagare!

BRIGATA ROSSA


Questo primo periodo va generalmente sotto il nome di propaganda armata. In realtà tale definizione, attribuita a posteriori, è inesatta, perché in ogni organizzazione armata l’azione politica e la propaganda hanno inizialmente coinciso rafforzandosi l’un l’altra. Per quanto riguarda le Br, bisogna distinguere una prima fase di autoaffermazione e messa alla prova della neonata organizzazione, durante la quale furono portati a termine attacchi incendiari a veicoli aziendali e/o di proprietà di dirigenti, capi reparto ecc., dalla fase successiva di attacco allo Stato. Le prime azioni e rivendicazioni furono accolte dagli altri compagni con sospetto e cautela persino estremi, perché rompevano la regola fino a quel momento acquisita secondo cui l’uso della violenza era legittimo solo nelle dimostrazioni di piazza, nei picchettaggi, nelle occupazioni nonché nella lotta antifascista. Ma una volta gettati i semi e rafforzato dal fatto che il più delle volte le azioni avevano esito positivo, il tema della lotta armata cominciò a essere preso in considerazione, seppur sottocoperta.

Non che potesse riscuotere un immediato consenso maggioritario. A parte il netto e subitaneo ostracismo del Pci, che dal ’74 si trasmise anche a quella parte della base che in un primo tempo aveva pur avuto contatti e relazioni coi rivoluzionari armati, nei gruppi della sinistra extraparlamentare si venivano sviluppando altri progetti intorno ai quali si allargava il consenso.
Lotta continua, per esempio, capace di caratterizzare ogni campagna addirittura con la creazione di una canzone ad hoc, per di più di stile assai moderno rispetto a certi canti di sinistra ancora ottocenteschi, aveva polarizzato in successive ondate un’attenzione che si estendeva ben oltre il numero dei militanti, al punto di riuscire a pubblicare e vendere un quotidiano nazionale.

La concezione di Lc sullo sviluppo rivoluzionario ebbe il proprio culmine e la sua verifica il 17 maggio 1972, nel momento dell’agguato mortale al commissario Luigi Calabresi. Coinvolto nella caccia agli anarchici dopo la strage di Piazza Fontana e nella morte di Giuseppe Pinelli, Calabresi era ritenuto da tutta la sinistra il simbolo estremo del potere corrotto di uno Stato classista, e per tre giorni sul giornale di Lotta continua la sua uccisione venne giudicata un gesto di giustizia proletaria. Ma nella sinistra extraparlamentare la scintilla non scoccò.

L’ipotesi giustizialista venne scartata dagli altri gruppi della galassia e perfino dalla maggioranza dello stesso corpus di Lotta continua, col risultato, in seguito, di addebitare l’omicidio a trame fasciste. La ritirata di Lc fu netta: se nemmeno la caduta del più odiato simbolo poteva costituire una vittoria extra legem, occorreva, come diceva Lenin, fare due passi indietro, e ne risentirono le future campagne dell’organizzazione. Dal tema della violenza e della rivolta Lotta continua retrocedette al nuovo concetto prendiamoci la città, che era certamente l’affermazione di un contropotere proletario di fatto, ove realizzabile, attuato muovendo sul territorio servizi d’ordine ben preparati, ma era anche l’enunciazione della possibilità di inserirsi, senza vergognarsene, in un processo di legittimazione, pur sempre alternativa ma ufficiale e ufficializzata, estendendosi alle istituzioni, all’area del voto e, come si sarebbe visto in seguito, al commercio. In più di un aspetto gli attuali centri sociali sono se non sono figli almeno nipoti di 'prendiamoci la città'.

È bene aver presente questo nuovo concetto che si sviluppa all’interno di Lotta continua, perché nasce da chi, pur essendo di estrema sinistra e nonostante la crescita, nello stesso periodo, delle organizzazioni belligeranti, non aderì né in quel tempo né dopo al partito armato, e fu l’ampia maggioranza.
In seguito e sullo stesso percorso Lc sviluppò un altro tema: i Pid, proletari in divisa. Gli eventi del passato dettavano insegnamenti: non si può fare la rivoluzione senza avere dalla propria parte l’armata, o almeno una parte di essa. In conseguenza di tale riflessione Lotta continua stravolse, mentre era ancora in corso la guerra del Vietnam, il dogma politico del rifiuto di servire nell’esercito borghese alleato degli imperialisti, sostenendo che invece occorresse andare dove erano le armi, per imparare a usarle. Se pure il progetto non riuscì nella maniera auspicata, favorì tuttavia incontri, confronti, incroci e contatti tra compagni anche lontani, questa volta nelle caserme, ossia all’interno di uno dei cuori del potere, e permise loro di meglio definire le proprie aspirazioni rivoluzionarie.

Due mesi prima che la morte di Calabresi si tramutasse in appena tre giorni da piedistallo in scoglio, le Brigate rosse avevano mosso i primi passi in un nuovo terreno. Già all’inizio di quel 1972 avevano bruciato l’ultima vettura – quella del dirigente del neofascista Fronte della gioventù, l’allora ventiseienne Ignazio La Russa, colpendo per la prima volta sul fronte politico e non delle fabbriche – ritenendo che da quel momento in poi obiettivi di questa portata dovessero essere attuati direttamente dal proletariato. Una trentina di giorni dopo, iniziando una nuova fase, operarono il primo sequestro lampo: trattennero per quaranta minuti il dirigente Siemens Idalgo Macchiarini, sottoponendolo al primo ‘processo proletario’.

Ai primi di maggio, quindi ancor prima dell’uccisione di Calabresi, l’organizzazione subì però un colpo da parte dello Stato con l’arresto di Marco Pisetta, che si rivelò essere un infiltrato e causò diversi arresti, costringendo le Br a fermarsi per quasi un anno, passare alla clandestinità completa e perfezionare i sistemi di sicurezza.
Il 7 maggio ci furono inoltre le elezioni politiche, e la sinistra sperava di cogliere i frutti della sua grande avanzata sociale: raccolse invece una deludente stabilità e vide sparire di colpo il più arcaico e pensionistico tra i partiti della sinistra, il Psiup. Per comprendere la ragioni della mancata crescita di consenso possiamo seguire il cammino di un giovanissimo del tempo, come poteva essere Walter Alasia. Nato nel 1956, nel 1972 non aveva nemmeno sedici anni, e a quel tempo l’età minima per votare era ventuno; ferme restando così le cose, non avrebbe potuto votare nemmeno nelle elezioni successive. Eppure, come molte migliaia di suoi coetanei, era già da tempo coinvolto nella vita politica e avviato al lavoro in fabbrica. In pratica, nel 1972 la nuova moltitudine elettorale in cui tutta la sinistra aveva sperato, per dirla con Gigliola Cinquetti, non aveva l’età.

Dopo il caso Pisetta le Br dovettero formalizzare comportamenti molto più strutturati e compartimentati. L’operatività fu sospesa e furono costituite separate colonne nei poli industriali, dapprima a Milano e Torino, poi a Marghera e Genova.
Se l’attività militare strategica fu tenuta ferma, non cessò l’azione politica nelle fabbriche, laddove venivano frequentemente affissi volantini con la stella a cinque punte. Un regolare, cioè un esponente delle Br, poteva avere contatti con uno o più irregolari, i quali a loro volta allargavano la rete ai simpatizzanti, e in tal modo si creavano confronti e dibattiti, anche con le altre forze, sui problemi aziendali e sindacali che potevano essere compatibili con la strategia rivoluzionaria. Da quel periodo in poi, per molto tempo, le Brigate rosse non ebbero difficoltà a far crescere l’organizzazione con l’ingresso di nuovi elementi qualificati; era anzi presente il problema opposto, limitare e filtrare le troppe richieste. Nasceva una nuova forma di militanza, una militanza segreta legata ad azioni concrete – quella degli irregolari che si misuravano con attentati incendiari verso vetture o altri tipi di proprietà aziendali – praticata da chi alla luce del sole appariva connesso a qualche gruppo di sinistra legale e riconosciuto o addirittura si atteggiava a disimpegnato.
La situazione fornì materiale umano non solo alle Br, che pure avevano generato il fenomeno, ma anche ai gruppi, all’inizio piuttosto informali, che si andavano creando fuori dalle Br, realtà in cui giovani e giovanissimi proletari, incazzati in partenza, ebbero modo di incontrarsi coi loro predecessori del ’68 e dintorni, di poco più vecchi ma con curriculum di lunga militanza, e con gli ultratrentenni, considerati in genere anziani, ma che portavano esperienza, competenza, studio, conoscenze e collegamenti.

Nel 1973 le Brigate rosse ripresero la campagna sequestri: a giugno il dirigente Alfa Romeo, Michele Mincuzzi (per poche ore), a dicembre il capo del personale della Fiat Mirafiori, Ettore Amerio. Quest’ultimo episodio, per l’importanza del personaggio catturato e per le modalità dell’operazione, della detenzione (otto giorni) e del rilascio, segnò forse per le Br il momento di maggior consenso da parte dell’opinione pubblica.
Il sequestro del giudice Sossi (35 giorni), messo in atto qualche mese dopo, nell’aprile del 1974 – a cavallo del referendum sul divorzio, e senza che influenzasse negativamente la decisa vittoria ottenuta dal fronte laico e delle sinistre – poteva già essere considerato un passo successivo alla fase iniziale o di propaganda armata che dir si voglia, poiché l’organizzazione si confrontava ora con lo Stato ad alto livello e con fatti gravidi di eventi futuri.

Nell’arco della loro storia le Br hanno portato a termine numerosi sequestri; stessa cosa non si può dire delle altre organizzazioni combattenti, che contano pochissimi tentativi riusciti. La gestione di un sequestro è infatti una tra le operazioni più complesse, e necessita di organizzazione e sostegno.
Sulle Br di quel periodo si possono fare ancora alcune riflessioni: in primo luogo, se davvero si vuole cercare una cesura tra le prime e le seconde Brigate rosse, forse bisogna collocarla al 5 giugno 1975, quando morì uccisa in combattimento Margherita Cagol, cofondatrice dell’organizzazione e capo colonna, che aveva una profonda influenza su Renato Curcio e Alberto Franceschini.

Invece l’errore di Padova, compiuto dalla colonna veneta circa un anno prima, pose due tipi di problemi: innanzitutto le Br dovettero accorgersi che non era sufficiente entrare in un luogo con le armi spianate per ottenere automaticamente il controllo della situazione, perché le persone potevano avere una reazione. E così avvenne nella sede del Msi, dove le Br erano penetrate armi in pugno per sequestrare documenti: i due militanti neofascisti presenti, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, invece di arrendersi reagirono, pur essendo disarmati, e nella lotta che ne seguì restarono uccisi. Questa situazione innescò il secondo problema: la gestione del rapporto con gli altri compagni del luogo e logicamente ignari.
Padova era una città in cui la destra era fortissima, e la sinistra locale si ritrovò tra capo e collo a dover rispondere politicamente e fisicamente degli omicidi e a confrontarsi con un furibondo desiderio di rappresaglia da parte dei neofascisti.
Tutto questo si tradusse, almeno in parte, nell’organizzare la difesa della propria sede, collocata nella Casa dello studente, presidiata per quarantotto ore di fila senza quasi dormire. L’accaduto risvegliò anche, all’interno dell’area della sinistra, l’onnipresente dilemma sul peso dell’egemonia: se due gruppi sono su posizioni differenti e non trovano una sintesi, e il gruppo meno numeroso è armato mentre l’altro non lo è, chi ha ragione?

Con le Br già costituite, a partire dal 1974 si crearono altri gruppi armati, che ripercorrevano in parte gli stessi cammini segnati dalle Brigate rosse.
Diverso fu tuttavia l’approccio alla clandestinità, che non veniva posta come primo fondamento ai militanti, preferendo applicarla alla sigla con cui venivano firmate le rivendicazioni: cambiandola di volta in volta era infatti possibile restare non identificati nell’appartenenza a un gruppo per più lungo tempo, e così continuare a tenere in piedi una doppia vita, tra interventi legali e militanza armata.

La brusca frenata internazionale causata nell’autunno del 1973 dal riuscito colpo di Stato reazionario contro il governo socialista in Cile, fece toccare con mano la tragedia della sconfi tta e, accanto ai successivi fondati timori per l’avvento di un colpo di Stato anche in Italia, generò in diverse aree della sinistra l’idea che occorresse provvedere ad armarsi prima che fosse troppo tardi.
Una questione tecnica di non facile soluzione: nel momento in cui anche una parte seppur minoritaria della classe oppressa avesse deciso di far uso delle armi, le armi non c’erano. Il proletariato urbano d’Italia era nei primi anni ’70 all’ultimo posto della graduatoria in quanto a possesso e detenzione di armi da fuoco, superato probabilmente anche dai preti. E non si trattava della mera divisione in classi, perché fuori dalle grandi città la situazione era differente: compagni di diverse zone rurali o di paesi di provincia, peraltro iscritti al Pci, potevano commentare con estremo stupore il fatto che i compagni di città non disponessero nemmeno di un’arma imboscata, magari residuato dei tempi della Resistenza, cui ricorrere alla mal parata. La criticità venne in seguito risolta individuando alcuni modi con cui armarsi, e uno tra questi, indicato anche dalle Br, fu il disarmo di vigilantes, che a quei tempi iniziavano a comparire davanti alle banche per far fronte agli accresciuti rischi di rapine. I disarmi furono poi messi in atto ovunque fosse possibile e in tutti gli anni successivi, costituendo un buon banco di prova per un militante deciso a passare all’azione armata. Acquisizioni più consistenti furono effettuate rapinando le armerie, così come le rapine in banca rispondevano alla necessità di autofinanziamento.

Gli anni tra il 1974 e il 1976 furono caratterizzati dal fortissimo dibattito sulla lotta armata, tra chi era a favore e chi contrario, con pesanti scontri tra le varie posizioni. Mentre alcuni gruppi fino ad allora extraparlamentari si stavano istituzionalizzando con lo scopo di formare cartelli elettorali, gli elementi più rivoluzionari fuoriuscivano alla spicciolata o in gruppo dalle diverse organizzazioni per entrare nelle organizzazioni combattenti.
Come avvenne all’interno di Lotta continua, che ormai tirava il freno a mano, quando la Corrente, così si chiamò, si staccò e confluì nell’area del partito armato.

Il 1975 fu l’anno delle elezioni regionali, e per la prima volta vennero ammessi al voto i diciottenni, grazie a una legge che aveva abbassato la maggiore età. Questa volta l’impatto della nuova generazione si fece sentire e segnò una vittoria per la sinistra: il Pci raccolse quasi il numero di voti della Dc (33,46% il primo, 35,27% la seconda), e la sinistra rivoluzionaria si sentì ancora più forte.
Le elezioni politiche dell’anno successivo confermarono la crescita del Pci ma non la sua supremazia, come sperarono nella notte della conta dei voti anche molti rivoluzionari (alla Camera raggiunse il 34,37%, pari a un +7,22% rispetto alle precedenti politiche, contro il 38,71% della Dc, che corrispondeva a un misero +0,05%).
Se il Pci fosse risultato partito maggioritario nel Paese, come sembrò essere per qualche momento in base all’affluenza dei primi dati, si sarebbe creata una situazione molto interessante.

Due mesi prima alcuni elementi che avrebbero poi capitanato Prima linea avevano ucciso il consigliere Msi alla Provincia di Milano, Enrico Pedenovi, e appena dodici giorni prima delle elezioni un attacco ancora più violento era stato portato dalle Br con l’uccisione del procuratore generale della Corte di Appello di Genova, Francesco Coco, e di due agenti della scorta. Azioni che sicuramente fecero perdere voti importanti alla sinistra, nell’area più incerta degli elettori, ma a quel tempo le diverse organizzazioni armate avevano deciso di alzare il tiro contro lo Stato democratico borghese delle stragi, e con tale obiettivo erano state pianificate le azioni omicide. Salvo poi ritrovarsi, in molti, durante il conteggio dei voti, quando sembrava che il Pci potesse vincere, a sperare che accadesse…

 

Massimo Battisaldo e Paolo Margini

 

 

CONTROSTORIA: LA LOTTA ARMATA NEGLI ANNI SETTANTA

Perché nasce la lotta armata in Italia di Massimo Battisaldo e Paolo Margini
Le ragioni della nascita della lotta armata raccontate dalla voce di chi, quarant’anni fa, in Italia, tentò di fare una rivoluzione

Il contesto storico di Massimo Battisaldo e Paolo Margini
Il contesto storico e politico, nazionale e internazionale, nel quale si sviluppa il ‘partito armato’ in Italia, dalla viva voce di chi ne ha fatto parte

 

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