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Redeker
e Politkovskaya: due diversi usi della libertà d'opinione |
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Quattro mesi fa, dopo aver scritto
un articolo dissacrante su Corano e Maometto, il professore di filosofia
Robert Redeker è stato colpito da una Fatwa lanciata dello
sceicco Youssef al Qaradawi. Immediatamente la polizia francese lo
ha prelevato e condotto in un luogo segreto, mentre si alzava solenne
l’indignazione dell’intellighenzia occidentale, sotto
la bandiera della libertà d’opinione. Un argomento che
si è prontamente inserito nella guerra contro il Medioriente:
per quanto buona parte degli intellettuali fosse in disaccordo con
i contenuti del suo articolo, è parsa una questione di rispetto
accantonare ogni polemica con Redeker in nome di una causa più
alta. In realtà, il caso Redeker e la morte della
Politkovskaya sono il frutto di identiche ragioni e di differenti
dinamiche, la cui costante risiede in due parole chiave: morte e Fatwa.
Perché, se è vero che l’anatema lanciato a Redeker
appartenga a una cultura dell’intransigenza apparentemente lontana
da noi, è difficile negare che l’omicidio della giornalista
russa rientri in un nostro modo, tremendamente più efficace
di quello islamico, di lanciare e portare a termine una Fatwa. Levy ha ragioni da vendere: che cosa ne sarebbe
di una democrazia, nel momento in cui ci si arrendesse all’idea
di poter morire per aver espresso un’opinione su un giornale?
L’argomento forte dell’intervento di
Redeker consiste nel dimostrare, con l’appoggio di alcuni brani
estratti in maniera strumentale dall’intero blocco coranico,
la componente violenta del libro sacro dell’Islam, pur ammettendo
che neppure la Chiesa cattolica in questo senso sia esente da critiche.
Difficile in effetti non riconoscere la realtà storica dell’inquisizione,
della caccia alle streghe, dell’esecuzione dei filosofi Bruno
e Vanini. Sennonché, e in questo il professore trova la leva
per rimuovere un simile macigno, la differenza tra il cristianesimo
e l’Islam risiede nei valori evangelici, nella “dolce
persona di Gesù contro le derive della Chiesa”. Al di là del fatto che alla costruzione dell’odio
contribuiscano molto di più i bombardamenti in Iraq e gli oltre
650.000 (seicentocinquantamila!) tra civili e guerriglieri morti ammazzati
dalle bombe, Redeker dovrebbe sapere che nel momento storico in cui
la Chiesa era al potere non c’è stato appello al Vangelo
che abbia permesso di salvare una sola vita destinata al rogo. Perché?
Perché allora la Chiesa era impegnata con tutti i mezzi a difendere
il proprio potere dall’incalzare degli infedeli. I quali non
provenivano dall’esterno, non appartenevano a impresentabili
orde barbariche, bensì erano a loro volta cristiani che esprimevano
una propria opinione, spesso supportata da dimostrazioni scientifiche. La pochezza di simili opinioni dimostra ampiamente
il carattere provocatorio dell’articolo di Redeker, scritto
con l’unica intenzione (e, comunque, tale è il risultato
finale) di aggiungere ulteriori argomenti alle ragioni della paura.
Le stesse teorizzate da Bush dopo l’11 settembre del 2001, grazie
alle quali il presidente degli Stati Uniti tiene il mondo per lo scroto,
e può perpetuare la mattanza in Afghanistan e in Iraq, in attesa
di colpire l’Iran. L’uccisione di Anna Politkovskaya assomiglia
a un omicidio di stato per tre caratteristiche: l’abbondanza
di prove lasciate dal sicario sul luogo del delitto; la certezza,
in chi ha premuto il grilletto, di non venire perseguito da quella
istituzione che, uccidendo, in realtà ha servito; e il bersaglio
abbattuto: una giornalista tenace e fastidiosa che, con i suoi reportage
dalla Cecenia, era diventata anche una pericolosa testimone contro
lo Stato Maggiore russo. Ce n’era abbastanza per pensare che una delle
tante Fatwa, simili a quelle che, nella storia occidentale, rientrano
nella Ragione di Stato, fosse stata lanciata. Certo, non ufficializzata;
ma si sa bene come i servizi segreti sappiano portarle a termine con
ridottissime percentuali di fallimento. Malgrado ciò, gli organi
di stampa, indignati e furenti dopo la sua morte, non si sono mobilitati
come invece hanno fatto per Redeker. Persino l’indignazione,
seguita all’omicidio della giornalista, non sembra nascere sotto
un cielo puro. Sollevatasi in modo unanime dalle pagine di tutti i
giornali, è parsa più una favorevole occasione per attaccare
il Cremlino e creare una linea di sbarramento a Putin, in tempestiva
sintonia con le attuali esigenze politiche ed economiche euroamericane,
che non il sincero tentativo di analizzare la vicenda. Putin è sempre stato un alleato imbarazzante per Unione Europea e Stati Uniti. Simbolo del nuovo processo di democratizzazione dei paesi dell’est e baluardo attendibile della spinta ultraliberista là dove fino a ieri imperava la logica statalista, si è sempre rivelato un collega politico scomodo per la sua personale concezione del potere. Definirlo antidemocratico, vista la nuova costituzione Russa e i poteri di cui gode, affatto diversi da quelli a disposizione del suo parigrado statunitense, non è mai parso un affare conveniente. Semmai, per parlarne male, ogni tanto si è provato a citare la mafia russa come un apparato esogeno allo Stato, il che è tutto da discutere. Lo stesso suo operato in Cecenia non può certo considerarsi meno sanguinario e cruento di quello espresso dagli Stati Uniti in Medioriente o da Sharon, prima, e da Olmert, poi, in Palestina. Meno pubblicizzata, la sua guerra la si è sempre potuta passare come una linea di continuità della politica estera intrapresa dagli Stati Uniti dopo l’attentato dell’11 settembre 2001: un lavoro di bonifica dal terrorismo islamico-musulmano, indistintamente inteso. Così è stato, dal 1999 e per alcuni anni, fino a quando alcune scelte politiche, in aperto contrasto con le politiche statunitensi, hanno raffreddato questa amicizia. Da qui si è assistito a un’inversione di tendenza; dapprima attraverso messaggi in codice, in seguito in maniera sempre più incalzante, governanti e stampa occidentali, forti del supporto di un improbabile Bush, con singolare sincronia di tempi e intenti hanno cominciato a denunciare la lesione dei diritti umani in atto in Cecenia. Riesumata ad hoc, come d’incanto è riapparsa la salma dello stalinismo accanto all’immagine internazionale di Putin, fino a quando l’omicidio della Politkovskaya si è presentato come l’occasione ideale, facilmente assimilabile anche dall’opinione pubblica (particolarmente sensibile all’evocativo richiamo della parola comunista), per additarlo come un antidemocratico a capo di una nazione ancora immatura di fronte alla libertà da poco acquisita. E, al solito, gli avvoltoi si sono radunati sul cadavere. Come nel caso di Redeker, una tragedia personale
si è trasformata nella teorizzazione di una divisione del mondo
in due spazi geometrici: un Qua e un Là di matrice falsamente
etica e morale. Un confine definito politicamente, sotto la cui gonna
ideologica nascondere i reali interessi economici. Un simbolo prontamente
utilizzato per un massiccio attacco mediatico alle politiche di Putin,
attraverso il richiamo (retorico negli intenti) al mancato rispetto
dei diritti umani. Se solamente lo si fosse voluto, da tempo migliaia
di morti ceceni sarebbero stati un motivo sufficiente per inchiodare
il Cremino alle responsabilità dei suoi crimini. Ma allora
c’era l’amicizia! Adesso che i rapporti sono cambiati,
ogni spunto è divenuto occasione per attaccarlo. Sui giornali italiani, lo spazio riservato alla Cecenia è persino inferiore di quello dedicato al campionato di pallamano. Tuttavia si può giurare che, se in Russia oggi ci fosse ancora il comunismo, la guerra privata di Putin avrebbe ben altro risalto. Così come, se i rapporti tra Francia e Medioriente fossero gli stessi di qualche anno fa, il direttore di Le Figaro si sarebbe preoccupato di convocare Redeker per chiedergli di circostanziare con maggiore serietà le argomentazioni del suo articolo. D’altro canto, è probabile che allo stesso Redeker non sarebbe nemmeno venuto in mente di scriverlo. Gli editorialisti sanno bene quanto la visibilità di uno scritto e la sua diffusione siano legate al valore d’uso che può ricavarne il potere. Scegliere di non tenerne conto, per molti direttori
di testate e telegiornali, che pagano con la reticenza il privilegio
della visibilità, sarebbe un’improponibile questione
etica. Come mai a nessun opinionista famoso, visto il pericolo che
correva la giornalista russa, è venuto in mente di lanciare,
approfittando della propria notorietà, una campagna stampa
in suo favore, tanto da rendere il nome Anna Politkovskaya talmente
famoso da impedire che qualcuno potesse ucciderla come un cane?
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