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Il lavoratore catturato
di Renato Curcio

Dall’azienda totale al dominio flessibile alla virtualizzazione del lavoro

Incontro dibattito sui Quaderni di ricerca sociale: L’azienda totale, Il dominio flessibile, Il consumatore lavorato, La trappola etica (Sensibili alle foglie) presso il Centro sociale SOS Fornace di Rho, 24 giugno 2012

 

Nel 1969 la Pirelli rappresentava la più grande azienda per occupazione dell’area milanese, con 12.000 dipendenti; nel 2002, i dipendenti sono diventati 3.000-3.500, e la Esselunga ha conquistato il gradino più alto del podio. La Walmart, il maggior colosso nel settore della grande distribuzione, è oggi la prima multinazionale mondiale e conta 2,2 milioni di dipendenti, la Carrefour è la seconda e Auchan è la terza.
La realtà del lavoro è dunque cambiata rispetto alla società di un tempo, che aveva al centro la General Motor, la Fiat, la Pirelli, ossia il mondo della grande industria. Oggi come ieri il lavoro è una merce, ma per comprendere la mutazione occorre chiedersi che tipo di merce sia diventato.
Da qui siamo partiti per esplorare l’attuale modello di organizzazione del lavoro.
Perché se tutto ruota intorno a queste imprese, che sono anche le prime al mondo per fatturato, esse non rappresentano solo il lavoro nella grande distribuzione ma il lavoro ovunque.

Quando nel 2002 abbiamo iniziato ad analizzare l’organizzazione lavorativa interna alla Esselunga (1), nel primo cantiere di ricerca sociale (vedi box in fondo), ci siamo trovati di fronte un’azienda che, a differenza degli anni precedenti, non era già più sindacalizzata: i delegati erano stati messi uno a uno alla porta, qualche altro era stato cooptato e corrotto, qualche altro ancora aveva dato le dimissioni, qualche altro non era stato proprio assunto, perché attraverso i criteri di selezione del personale l’impresa aveva iniziato a essere molto accorta e selettiva, ed era riuscita a neutralizzare sul nascere l’organizzazione sindacale.

È diventato subito chiaro che per capire meglio quello che avveniva all’interno di queste organizzazioni del lavoro occorreva dare un occhio anche a che cosa avveniva esternamente, nel mercato del lavoro, poiché un certo tipo di organizzazione del lavoro chiede, implica, un certo tipo di mercato del lavoro. Nel 2002 le tendenze di precarizzazione erano già piuttosto sostenute a livello di politiche statali – la legge Treu è del 1997 – tuttavia l’idea della precarietà era ancora vissuta come una forma periferica, guardata con gli occhi degli anni Sessanta e Settanta, percepita come uno stato temporaneo di disagio lavorativo che, prima o poi, doveva essere eliminato per divenire lavoro stabile. Tuttavia, osservando quel che accadeva dentro le aziende della grande distribuzione, diventava evidente che non aveva più alcun senso guardare
la precarietà in questo modo, perché essa era la condizione stessa dell’organizzazione del lavoro: i lavoratori venivano scelti proprio con la caratteristica di essere inseriti in uno scambio simbolico tra capitale e lavoro completamente nuovo (2).

Queste aziende si rivolgevano al lavoratore dicendo: tu puoi essere temporaneamente incluso nei miei progetti lavorativi alla condizione che ti rendi flessibile su quattro territori: nel tempo, nello spazio, nelle tue mansioni e nel mercato del lavoro. Se ti adatti a immaginare la tua vita come una vita molto fluida, che si muove in tempo reale a seconda delle necessità del capitale su questi quattro parametri, allora sei il lavoratore giusto per l’azienda, altrimenti non ti seleziono e non ti includo temporaneamente nel mio progetto di lavoro.
È evidente che il passaggio a questo nuovo scambio simbolico è molto importante, perché quello che con il pacchetto Treu era una tendenza è poi divenuta condizione molto più pesante delle politiche sociali italiane, con la legge 30; ed è altrettanto chiaro che questa situazione lavorativa non è stata creata da Esselunga, perché è il Parlamento italiano ad aver messo in atto una nuova regolamentazione del mercato del lavoro.
Abbiamo dunque un nuovo modello di organizzazione del lavoro e un nuovo scambio simbolico tra capitale e lavoro, ma le trasformazioni non sono finite.

Un’altra, fondamentale, è quella che ha creato il ‘consumatore lavorato’ (3). Queste aziende non producono più cose da vendere. La Apple, per esempio, non produce l’iPad, ma un immaginario dentro il quale viene istituito un oggetto virtuale, l’iPad, che non esiste da nessuna parte e non è ancora nemmeno pensato; esiste solo come un sogno, una fascinazione, una proposta di status, un grande incanto che viene offerto a un mondo curioso che, a un certo punto, si innamora di questo oggetto che non c’è e inizia a chiederlo. Ecco che allora vengono raccolte le richieste dai grandi distributori giapponesi, asiatici, europei, africani, si collezionano milioni di richieste di un oggetto che non c’è, e a qual punto l’oggetto viene fatto nascere in Cina. Si manda un file all’azienda Foxconn, una della aziende più terribili tra quelle che esistono oggi, dove gli operai muoiono per l’intensificazione estrema del lavoro, perché quel modello di organizzazione del lavoro è un modello che uccide, consuma, distrugge – morti, licenziati, bastonati, persone che si buttano giù dai cornicioni – per soddisfare in tempo reale la domanda di quantità enormi di iPad, che arrivano sui nostri mercati e soddisfano il sogno di una popolazione abbacinata che ha comperato un oggetto prima che nascesse.

Le aziende quindi producono insieme il consumatore e l’oggetto. Di conseguenza, nel momento in cui mettono in vendita questa merce, la merce è già esaurita. È il meccanismo delle promozioni, che tutti conosciamo: giovedì alla Carrefour del tal posto, dalle sette di mattina saranno messe in vendita 550 lavatrici, di una determinata marca e modello. Sono tutte già vendute. Se si arriva lì alle sette e cinque minuti, la promozione è stata risucchiata. Non c’è stoccaggio, non c’è magazzino, non ce n’è neanche una lavatrice in più, perché quel giorno quell’azienda ha programmato la vendita di 5.000 pezzi in tutto il mondo, e li ha organizzati in modo che siano già tutti venduti tra le sette e le sette e cinque minuti.

Questa dinamica pone un’ulteriore questione: esiste realmente una diversità tra le aziende immaginate autoritarie e repressive, come la Esselunga, e le imprese democratiche come la Coop? Che cosa vende la Coop?, questa è la domanda fondamentale. La Coop non vende pomodori come l’Auchan, vende un modello etico, un’immagine di sé: la banana della Coop non proviene da un campo di schiavi.
L’etica diviene dunque una trappola (4), un meccanismo attraverso il quale catturare lo sguardo di quei milioni di persone che vanno a comprare il dentifricio, come tutti, ma che vogliono che quel dentifricio non provenga da un’impresa schiavistica – cosa peraltro sempre più difficile, poiché il mondo del lavoro è sempre più ridotto a un rapporto barbarico e violento tra capitale e lavoro. Di sicuro, non è chiaro come si certifica il fatto che un’azienda sia etica, come ha evidenziato la vicenda che ha visto per protagonista Alex Zanotelli.

Quando il missionario ha denunciato l’esistenza in Kenia di una grande piantagione di banane, che riforniva anche la Coop, nella quale i sindacalisti sparivano, morti, da un giorno all’altro, l’azienda ha abbozzato, poi ha tolto qualche scatola di banane dagli scaffali e infine ha dichiarato che non era a conoscenza della situazione.
Che questo modello lavorativo si sia esteso al di fuori della grande distribuzione lo ha confermato la vicenda della Fiat a Pomigliano. Quando Marchionne ha deciso che si doveva cambiare l’organizzazione del lavoro, imponendo uno spudorato ricatto direttamente ai lavoratori, attraverso un referendum, non ha fatto altro che impostare il modello infinitamente autoritario di relazione già esistente nella grande distribuzione: io ti includo nel mio progetto di lavoro se tu rinunci ai diritti conquistati in passato, ti butti alle spalle i sindacati e vieni a lavorare esattamente come si lavora in Indonesia.

Anche la nozione di precarietà si è estesa. Non riguarda più la relazione tra il lavoro stabile, diffuso, e il lavoro precario, più limitato, che mira a diventare stabile. Questo discorso, valido dieci anni fa, non esiste più. Poiché tutto il lavoro oggi è precario, la nozione di precarietà si è spostata a un livello inferiore.
La domanda non è più: riuscirò ad avere un lavoro stabile?, ma: riuscirò a restare un lavoratore precario? E se non ci riesco, dove andrò a finire?
Zygmunt Bauman nelle sue analisi ha messo in evidenza, tra le altre, una cosa importante, ossia che in questo modello di società non esiste più una persona che non sia un consumatore. Il nodo centrale è che per vivere, mangiare, dormire, tu devi consumare; se non sei un consumatore non sei niente, e per essere un consumatore devi essere un lavoratore.

Se non lo sei, questa società non pensa a te in alcun modo. Non esistono tutele, non sei immaginato come essere vivente, non hai diritti di cittadinanza. Sei eliminato. Finisci in un territorio che oggi in Italia è abitato da 18 milioni di persone: 2 milioni di disoccupati e 15 milioni di inoperosi, persone talmente demoralizzate da non cercare nemmeno più un lavoro, così dicono le statistiche. Ma l’Italia non è la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, qui non ci sono istituzioni assistenziali, quel poco di assistenzialismo esistente è clericale, in mano ai preti. Di conseguenza, per gli abitanti di questo territorio smisurato si aprirà sempre più un sistema di istituzioni che non sono di tutela e assistenza ma istituzioni totali: carceri e circuiti psichiatrici. È di giugno la notizia che sono stati riaperti formalmente i manicomi: il trattamento sanitario obbligatorio è stato spostato nei suoi limiti di tempo a sei mesi rinnovabili ad perpetuum, e questo significa, di fatto, la riapertura dei manicomi.

Ci troviamo insomma in una società in cui avvengono trasformazioni istituzionali potentissime che stanno divorando tutto quello che era stato conquistato negli anni passati, e che soprattutto stanno spalancando davanti a tutti noi scene totalmente nuove.
Che cos’è, quindi, il lavoro oggi? Che tipo di merce è quella a cui, a un certo punto, viene chiesto di indossare una maglia sulla quale è scritto: “I love Auchan”? È dal 2008 che i lavoratori dell’azienda, in tutta Europa, Italia compresa e Stati Uniti e mondo intero, la indossano – solo una piccolissima parte di loro non lo ha fatto, in sei cittadine nella zona basca, dove il sindacato ha opposto un netto rifiuto.
Che tipo di merce è quella a cui si chiede di fare un balletto davanti ai clienti? È accaduto alla Apple, nell’aprile scorso, per l’inaugurazione di un nuovo negozio a Roma, e alla Auchan, per il cinquantesimo anniversario dell’azienda. A Catania, Madrid, Londra, Abu Dhabi, dappertutto, l’impresa ha chiesto ai lavoratori e alle lavoratrici, organizzati in gruppi di sessanta, di imparare dei passi di danza e di ballare all’improvviso in mezzo alla gente. Balletti in cui i lavoratori urlavano, ancora: “I love Auchan”.

È un nuovo tipo di merce, rispetto alla passata realtà del mondo industriale.
Un tempo l’azienda chiedeva al lavoratore otto ore del suo tempo dopodiché, ognuno per i fatti propri; oggi vuole la disponibilità totale, la disponibilità della sua immagine, del suo corpo. Oggi dice: ti voglio, tu mi appartieni. Il lavoratore è ‘catturato’, ed è una cattura della vita che richiama i dispositivi totali, costruzioni sociali che fanno sì che delle operazioni vengano compiute, disposizioni pensate per chiudere i corpi dentro una relazione di potere.
Anche un ipermercato è un dispositivo estremamente sofisticato, dove i colori, le posizioni degli oggetti, i cartellini sono studiati per far compiere una serie di operazioni, che hanno come scopo quello di lavorare il consumatore affinché compri determinate cose; ma quando un’azienda ha come dispositivo di cattura del lavoro, la cattura dell’intero corpo del lavoratore, ci troviamo di fronte a una situazione estremamente preoccupante. È quella dimensione che Foucault aveva intravisto, con uno sguardo molto profetico – all’epoca, gli anni Sessanta, questa cattura della vita era ancora appena accennata – e che oggi ha acquisito una caratteristica biocida: il potere tende a catturare e a uccidere la vita, nel senso di trasformarla tutta in merce; l’intera vita della persona, non solo la sua forza lavoro.

Questa è la nuova natura della relazione lavorativa.
Per farlo, l’azienda deve essere ‘sindacato free’ – una caratteristica promossa come positiva, che implicitamente afferma: noi siamo aziende moderne, non siamo più arcaici strumenti della società industriale dove si misuravano ancora le categorie, qui non ci sono categorie, l’impresa si rapporta uno per uno con i lavoratori. E infatti li ha singolarizzati, con contratti individuali e costruendo con ognuno una mediazione di scambio: io ti do la possibilità di arrivare mezz’ora più tardi per portare all’asilo tuo figlio, tu mi dai il lavoro domenicale, il lavoro di Natale ecc.
Uno scambio non solo ineguale, come sempre lo sono tutti gli scambi di potere, ma che isola la persona. In un simile contesto il sindacato non può esistere, nemmeno se residua qualche delegato sopravvissuto all’interno dell’azienda.

Infine, il lavoratore è virtualizzato. Il 95% è non solo precario ma anche indebitato.
Vive dentro un sistema di controllo virtuale del lavoro, in cui l’azienda dà un salario non superiore a 700 euro ma concede una carte di credito di 3.000 euro; la persona sopravvive ma solo spendendo soldi che non ha guadagnato. Questa è la nuova realtà con cui si confrontano i lavoratori in tutto il mondo, un’economia virtuale che cattura il loro lavoro futuro. L’attuale sistema del capitalismo finanziario non è virtualizzato solo perché le banche sono capitali mondiali virtuali, ma perché ciascun cittadino è stato catturato in questa economia virtuale, da cui non può sfuggire se non perdendo la casa, il telefonino, l’auto.

Quindi, che cos’è il lavoro oggi? La risposta è molto cruda: è una modalità nuova di esperire la sofferenza. Non esiste più un lavoro come mitologia possibile, perché in questo tipo di contesto il lavoro è semplicemente una situazione di violenza che ha implicazioni psicofi siche molto gravi. Non è un caso che il più grande mercato della cocaina sia oggi nelle aziende metalmeccaniche e informatiche, dove si spaccia e si consuma per rimanere nei ritmi, nei tempi e nelle tensioni imposte dal lavoro. E non è diverso per gli psicofarmaci. Nel mondo del lavoro troviamo insomma ribaltato tutto ciò che un tempo viveva fuori di esso. Anche i suicidi.
In Telecom France, nell’ultimo anno, si sono uccise trenta persone – all’interno dell’azienda, davanti a colleghi, tra quelle mura, non a casa. Nel mondo del lavoro, in tutta la Francia, ci sono stati 400 suicidi nel solo 2011. In Italia non ci sono statistiche di questo genere, quindi non abbiamo alcun dato in merito, ma di sicuro stiamo assistendo a un giochino piuttosto consunto, per quel che riguarda l’identità di questo Paese, che è quello di mettere in campo alcuni sociologi un po’ decotti per far dire loro che è tutto normale. C’è sempre stata un po’ di gente che si suicida nel mondo del lavoro, dicono, ed è vero. Ma il problema non è questo. È la qualità del suicidio la questione, e che tipo di suicidi stanno avvenendo.

Oggi i lavoratori vivono in una trappola di dispositivi, un sistema di tagliole talmente vasto che l’idea stessa di libertà non esiste più; i legami sociali sono spezzati e ognuno da solo ha perso la propria battaglia. Questo è il lavoro oggi. E da qui, la fonte di tutte le sofferenze.

 

Renato Curcio

 

(1) Cfr. L’azienda totale, a cura di Renato Curcio, Sensibili alle foglie, 2002
(2) Cfr. Il dominio flessibile, a cura di Renato Curcio, Sensibili alle foglie, 2003
(3) Cfr. Il consumatore lavorato, a cura di Renato Curcio, Sensibili alle foglie, 2005
(4) Cfr. La trappola etica, a cura di Renato Curcio, Sensibili alle foglie, 2006


I CANTIERI DI RICERCA SOCIALE

I cantieri sono un metodo di ricerca sociale che nessuno in Italia utilizza, nonostante non sia affatto nuovo – nasce nel ’68, in Francia. Costruiamo un gruppo di lavoro con persone interne alla specifica istituzione che vogliamo analizzare – nel caso della ricerca sull’organizzazione del lavoro, una trentina di lavoratrici e lavoratori interni alla realtà della grande distribuzione – e utilizziamo una metodologia di ricerca molto particolare: la narrazione.
La narrazione di per sé è molto semplice e affascinante, perché tutti hanno delle storie da raccontare, ma è soprattutto molto pericolosa, perché quando si cominciano a narrare le esperienze personali esse confliggono, contrastano con l’immaginario consolidato, e ci mettono di fronte a qualcosa che abbiamo sempre messo un po’ da parte, o che non abbiamo mai considerato fino in fondo. La parola ‘cantiere’ si riferisce ai cantieri navali, luoghi in cui molte persone lavorano e creano un oggetto comune che avrà la caratteristica di muoversi, prendere il largo. Per noi questo deve essere la ricerca, un lavoro che mette insieme qualcosa che poi parte e se ne va, attraversa la vita sociale. I nostri lavori non vengono fatti per l’accademia e nemmeno per un pubblico di sofisticati lettori, ma per persone curiose che vogliono capire che cosa succede intorno a loro e che sono interessate a percorsi di ricerca un po’ anomali e particolari. Ci auguriamo che il nostro lavoro possa essere socializzato, perché non avrebbe alcun senso fare ricerca se la ricerca non fosse il modo di intervenire rispetto a quelle realtà che noi stiamo guardando; fare ricerca sociale significa ridare l’opportunità a tutti coloro che vivono realtà istituzionali, di intervenire in queste istituzioni.

 

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