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dicembre 2011- gennaio 2012
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Craxi,
Ben Ali, Tangentopoli e l'intestazione delle strade |
| Ci sono momenti in
cui l’ipocrisia del dibattito democratico si fa talmente insopportabile
da far rimpiangere la brutale schiettezza delle dittature; la sincera
concisione non concessa ai regimi democratici, perennemente condannati
a interpretare la fraude di un potere decretato esclusivamente
dalla maggioranza dei cittadini. Resta il fatto che Ben Ali ha impiegato il tempo
di uno schiocco di dita per realizzare un gesto simbolico cui la nostra
politica anela dall’esplosione di Tangentopoli; sarebbe a dire,
dai tempi del più grande scandalo di corruzione scoperto nell’Italia
del dopoguerra. Un gesto tra l’altro pienamente coerente con
la storia della Tunisia, e che, con buona probabilità, i cittadini
consapevoli della complicità italiana nel colpo di stato del
1987, non approvano. Ma a chi importa? È forse democratica
la Tunisia? Ogni nazione fonda la propria credibilità su una memoria collettiva, più o meno aggiustata. Un racconto costellato di eroi, di grandi gesta e di momenti capitali intorno al quale la popolazione elabora un forte senso di appartenenza. Il patriottismo cui puntualmente i politici fanno appello quando chiedono sacrifici alla nazione. E la toponomastica è uno dei canali con cui il potere distribuisce questa leggendaria memoria. Un nuovo nome, inserito nello stradario, rappresenta un valore che si aggiunge alla multiforme identità nazionale e individuale; qualcosa cui qualunque italiano, volente o nolente, sente di appartenere. Il che rende tutt’altro che innocente l’atto di intestare delle strade a politici e militari del passato. Esattamente come non sono innocenti le beatificazioni promosse dal Vaticano. Probabilmente non è ancora stata fatta una
ricerca seria sulla coincidenza tra la scelta del nome da assegnare
a una via, e i problemi che in quella data assillavano l’attualità
politica. Tuttavia la vicinanza di date che divide l’inchiesta
di Mani Pulite e l’inizio di sdoganamento del nome di Craxi,
può aiutare a fare luce su tale pratica del potere. Sotto una simile vergogna la prima Repubblica è caduta, ed è proprio dalle sue ceneri che la seconda è sorta, imbarcando sul traghetto lo stesso maleodorante e fumante carico della precedente. Le medesime facce, gli stessi ceffi e i medesimi sorrisi di quando avevano in mano il potere, prima che lo scandalo scoppiasse. Rieccoli di nuovo tutti, avvolti da nuove bandiere, leggermente invecchiati, qualcuno forse meno ballerino e mondano, anche se non per questo meno ricco e arrogante. Tutti meno uno, Craxi, e più uno, Berlusconi. Un’equazione nella quale si nasconde l’arcano che oggi ci porta a scrivere di intestazioni di strade e di storia italiana, e i cui termini sono rispettivamente simbolo della caduta e della restaurazione. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è,
bisogna che tutto cambi” e “Ora che l’Italia è
fatta, dobbiamo farci gli affari nostri” sono le due frasi che
rappresentano ancora oggi il più ricco lascito politico della
letteratura italiana. La restaurazione come costante storica di una
classe dirigente che ininterrottamente da centocinquant’anni
detiene il potere. Un fenomeno molto italiano definito Trasformismo
da una storiografia che non si è mai sentita in dovere di inquadrare
– vuoi per malafede, e vuoi per deviazione ideologica –
un fenomeno preponderante nelle strategie di governo, per coglierlo
nella sua pesantezza e gravità politica. Una dialettica storica mai sfociata in una soluzione
di sintesi che configurasse l’Italia secondo uno dei modelli
a disposizione tra le moderne democrazie europee, e che, nell’alleanza
tra politica e padronato, ha trovato una linea di continuità
conservativa da parte dello Stato, spesso costretto a violente prese
di posizione contro i lavoratori. Gli eccidi commessi da Bava Beccaris
(premiati con medaglia dal re Umberto I), da Scelba sotto il governo
De Gasperi, le sparatorie di Tambroni, messo al potere da Gronchi
e le varie stragi di Stato degli anni Settanta, sono lì a dimostrare
una logica politica tutt’altro che estinta: il rifiuto di riconoscere
il lavoratore salariato come un interlocutore politico. La riforma
pensionistica attuata l’estate scorsa, lo scippo del Tfr e la
conferma della legge 30 (come a dire che dalle schioppettate si è
passati a Padoa Schioppa), testimoniano il filo rosso che lega le
scelte economiche odierne alla Storia italiana del passato. Da questo punto di vista, Tangentopoli sarebbe potuto
essere un momento di fulgida chiarezza per gli italiani. Un risveglio,
per quanto brusco, dalla narcosi collettiva che per un decennio (ma
sarebbe più opportuno parlare di mezzo secolo) aveva stuprato
il loro immaginario, snaturandolo profondamente. Finalmente un gruppo
di giudici aveva sollevato il problema del diritto in una società
dominata da un capitalismo feudale di stampo familiaristico, grazie
al quale un ristretto manipolo di potenti si spartiva l’Italia
orientandone le politiche secondo i propri bisogni. Ma, come sempre accade, la verità è
più semplice. Tangentopoli è stato il normale fruttare
di un seme innaffiato da cinquant’anni di governo corrotto,
sregolato, assassino e puttaniere, che a un certo punto ha cominciato
a marcire per consunzione interna. Il che, in parole povere, significa
che quando la magistratura ha scoperto il vaso di pandora i cui miasmi
da tempo cercavano di forzare il coperchio, Bettino Craxi, in quanto
simbolo terminale di una parabola storica tutta italiana, si è
ritrovato con la peppa tencia in mano. Avrà anche fatto del buono, e saranno gli
storici (quelli veri) a spiegare se, come e quando. Di sicuro restano
le condanne, insieme ad alcune inchieste meno note, ma non meno gravi,
che sin dagli inizi degli anni Ottanta, partite da indagini apparentemente
lontane dai giochi politici, hanno finito per condurre gli inquirenti
regolarmente nella sede del partito socialista, prima di finire insabbiate. Anche nel 1981, durante l’inchiesta sulla Loggia massonica P2, sarebbe uscito il nome di Craxi insieme a quello di Martelli. Pronunciato da Calvi, il quale avrebbe fatto esplicito riferimento ai finanziamenti occulti dati al partito socialista, oltre a parlare di un conto, sulla cui esistenza si sarebbe fatta luce solamente durante l’inchiesta Mani Pulite. Tuttavia, già allora, l’importanza dei nomi tirati in causa avrebbe suscitato un clamore tale da costringere lo stesso Craxi a uscire allo scoperto. Memorabili i suoi attacchi ai giudici di Milano da lui definiti “irresponsabili e politicizzati” affetti da “furia accusatoria” e colpevoli di emettere “condanne sulla base di un semplice sospetto”. Come abbiamo visto, per Ben Ali si è trattato
di una questione di coerenza. Anche se una ricorrenza che cade al
settimo anno di un decesso, è talmente insolita da indurre
al sospetto che dietro si nasconda una cortesia chiesta dai nostri,
per intraprendere la messa in scena morale della rivalutazione di
Craxi. Una manovra tra tante che tuttavia rivela quanto la necessità
di un forte atto simbolico si stia rendendo urgente per i politici.
Ufficialmente, l’uomo della terza grande Restaurazione
italiana, nascosta dietro il nome nuovo di seconda Repubblica, è
stato Silvio Berlusconi. Braccato dai giudici, e costretto per questo
a entrare in politica, una volta eletto, nel 2001, ha immediatamente
reso il progetto di riforma giudiziaria una priorità dell’agenda
del suo governo. E, forte della maggioranza schiacciante concessagli
dagli italiani, si è prodotto in una serie di leggi pro domo
sua che lo hanno salvato dall'eventualità del carcere. A questo punto, l’intestazione della strada
a Craxi diventa un importante atto simbolico per saldare definitivamente
i conti storici con Tangentopoli. Occorre spostare il confronto nell’onirico
reame dei simboli, del soggettivo. Il primo spostamento si è
dimostrato un involontario capolavoro di ambiguità. Un misto
tra verità e mistificazione. La trasformazione della condizione
di latitanza (Craxi scappato ad Hammamet) in esilio (Craxi rifugiato
politico tra le dune di Hammamet), pur costituendo il tentativo, abbondantemente
riuscito, di ribaltare i termini nella testa degli italiani, e spostare
così l’attenzione dal condannato a chi la condanna ha
emesso, rivelava nel contempo, sottilmente, un’ulteriore sottaciuta
realtà dei fatti. Una verità che riporta la memoria
a un lontano mese di luglio quando Craxi alla Camera lanciò
agli altri partiti una vera e propria chiamata di correità:
“Nessun partito è in grado di scagliare la prima pietra”. La prima Repubblica, senza il bisogno di pronunciare
alcun editto, spedisce in esilio coatto l’uomo che potrebbe
distruggerla con la propria testimonianza, in attesa che si compiesse
la naturale ricorrenza storica della restaurazione. Di questo grande passo, nessuno ha maggiori meriti di quanti ne abbia Craxi. La qual cosa rende l’intestazione di una strada, una semplice questione di coerenza storica. Un riconoscimento dovuto, perfettamente in linea con la logica con cui, in passato, lo Stato ha reso omaggio a personaggi come Giolitti, Crispi, Umberto I, Cadorna, De Gasperi, Gronchi, Aldo Moro, Togliatti (l’unico a non avere ancora capito perché anche quest’ultimo debba rientrare a pieno titolo tra i santi laici, pare essere il ministro Giovanardi), in un elenco da cui solo un persistente rigurgito di ipocrisia fa sì che restino esclusi personaggi come Bava Beccaris, Scelba, Tambroni e un altro famoso socialista: Benito Mussolini. Tuttavia, verrà il momento.
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