La maggior parte delle persone nutre nei confronti della scuola un
rapporto di odio amore. È difficile sentirne parlare in termini
assolutamente negativi, anche quando le esperienze vissute sui banchi
di un’aula siano risultate poco piacevoli, ed è altrettanto
difficile sentirne raccontare in termini entusiastici. Nel bene e
nel male si trova sempre e comunque un piccolo neo che limita il giudizio.
L’universo scuola è intrigante, soprattutto in quelle
occasioni informali in cui si ama fare sfoggio del proprio vissuto.
In tali circostanze, si raccontano spesso episodi e aneddoti, non
solo per mettere alla berlina il tic di qualche docente particolarmente
antipatico o le fobie di qualche compagno, ma molto più spesso
per attribuirsi il ruolo di piccola peste, di cui andare fieri. Infatti,
raramente in simili conversazioni si sente qualcuno tessere le lodi
di compagni secchioni, o semplicemente diligenti. Anche in diverse
circostanze formali, quando si dibatte del mondo della scuola, si
tende a parlarne in termini contraddittori. C’è chi condanna
l’istituzione pubblica, descrivendola come ingovernabile, violenta,
coercitiva, e chi, al contrario, la difende per principio. C’è
chi dipinge i docenti come degli inetti o dei despoti, e chi invece
pone in risalto la loro impossibilità di imporre strategie
e scelte educative, privati come sono di minimali strumenti educativi
per scoraggiare comportamenti scorretti, di fronte alle nuove generazioni
di studenti sempre meno rispettose del ruolo istituzionale di coloro
che insegnano. Molti scrittori e studiosi ci hanno lasciato dozzine
di aforismi e massime sul mondo dell’istruzione, consegnando
ai lettori un quadro tutt’altro che edificante. E se Daniel
Pennac sostiene: “Sembra assodato, da sempre, sotto ogni latitudine,
che il piacere non debba figurare nei programmi scolastici e che la
conoscenza possa essere solamente il frutto di una sofferenza ben
capita”, Edmondo De Amicis sembra incitare e sostenere gli scolari
nella meravigliosa avventura dell’apprendimento: “Coraggio,
dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri
sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo
di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà
umana”.
A parte queste considerazioni, fa piacere, comunque, sentire sussurrare
che la Scuola produce ancora cultura. Naturalmente, sarebbe meglio
sentirlo dire ad alta voce, poiché non è assolutamente
una colpa produrre sapere, al contrario: con i tempi che corrono sarebbe
già qualcosa. C’è qualcuno, però, che storce
il naso e sostiene che quello che esce dall’azienda scuola non
sia proprio cultura, ma semplicemente microsunto, quando non surrogato.
Da più parti si dice anche che essa sia attraversata da una
profonda crisi di identità e che stia vacillando nelle sue
certezze. Anche questo, entro certi limiti, sembra vero. Qualcuno
sostiene che le difficoltà siano dovute al fatto che la Scuola
produce formazione e sapere anziché beni tangibili. Persino
in questo paradosso può esserci un fondo di verità,
visto che viviamo in una società abituata a valutare ogni cosa
da un punto di vista mercantile, dove le persone ormai contano principalmente
come soggetti economici. Basti pensare alle tre 'i' proposte da Silvio
Berlusconi durante la campagna elettorale del 2001, inquadrando il
suo programma di riforme scolastiche: impresa, internet e inglese.
Un concetto penetrato nel sistema linfatico della pubblica opinione.
Non di rado, si sente manifestare contrarietà di fronte alla
pretesa della scuola di insistere su un programma di formazione dei
cittadini, quando sarebbe molto più utile formare solo persone
con abilità tecnico-pratiche, tali da renderle immediatamente
pronte a ottemperare alle esigenze del mondo produttivo. Salvo poi
lamentarsi in altre sedi della fuga dei cervelli, indicato come il
sintomo del disagio della scuola italiana.
“Non capisco a cosa serva questa disciplina, mio figlio ha scelto
di fare l’ottico non certo lo scrittore.” È questa
una delle tante frasi che si sente spesso nei colloqui fra docenti
e famiglie quando si commentano i risultati di alcune discipline.
Qualcun altro si spinge oltre e aggiunge: “A mio figlio serve
soltanto il diploma, perché il lavoro ce l’ha già
nell’attività di famiglia.” Anche questa è
una posizione legittima, ma nasconde molte insidie, che una società
che si sta orientando ormai su valori e modelli formativi di lifelong
learning (1) non può assolutamente accettare. Da qualche decennio
è d’uso parlarne in termini caricaturali, puntando il
dito sulla sua inefficienza congenita, o per porne in risalto incongruenze
e paradossi. Alcuni scrittori hanno fatto una fortuna insistendo sulla
caricatura del docente, fino a farne lo stereotipo del fallito o del
disadattato, privo di personalità e carisma. L’immagine
che si percepisce della scuola all’esterno è quasi sempre
distorta, per l’abitudine di giudicare con eccesso di disinvoltura,
elevando il singolo caso (spesso frutto di una disavventura personale)
a regola. Mi capita ogni tanto di ricevere telefonate da parte di
qualche giornalista che chiede se ci sono problemi a scuola. Alla
risposta che i problemi sicuramente non mancano, ma che forse non
sono proprio quelli che potrebbero interessare il carattere sensazionalistico
ormai diffuso nel mondo dell’informazione, la reazione è
quasi sempre di fastidio. Se poi mi azzardo a precisare che anche
certe situazioni difficili, si stanno normalizzando, o che certi eccessi
stanno faticosamente rientrando, il suo fastidio degrada in risentimento.
Negli ultimi vent’anni raramente la stampa ha presentato una
vicenda positiva accaduta tra i banchi di scuola. Eppure, episodi
meritevoli di menzione non mancano. Com’è noto, fanno
più notizia quattro ragazzotti, senza arte né parte,
che filmano una loro coetanea e poi ne riversano le immagini su internet
all’insaputa dell’interessata, che non sapere che in una
delle tante scuole di Italia gruppi di ragazzi sono impegnati quotidianamente
per aiutare un loro compagno diversamente abile o per realizzare un
progetto di cooperazione con un paese del Terzo Mondo. Nella società
dei mass media e dei talk show, l’argomento scuola, così
come qualunque altro argomento, viene affrontato solamente con finalità
spettacolari, per bocca di showmen, veline, calciatori, politici,
conduttori televisivi, tuttologi; persone, insomma, lontane dal complesso
universo dell’istruzione.
Pedagoghi e insegnanti, che vivono sulla loro pelle le contraddizioni
e gli eccessi di questo mondo, non hanno più accesso ai pubblici
dibattiti, oppure, le rare volte in cui vengono invitati, finiscono
con l’essere relegati in spazi marginali, dove non appena osano
abbozzare un discorso leggermente più articolato, vengono subito
zittiti da conduttori e personaggi prepotenti e abituati alla gazzarre.
Come se la scuola, nel suo ruolo di articolazione portante del corpo
statale, non fosse un argomento da trattare con assoluta serietà.
La Scuola è profondamente cambiata dal 1963 a oggi, da quando,
cioè, è stata istituita la Scuola Media Unificata e
l’obbligo scolastico elevato ai 14 anni; ma ancor di più
è cambiata dopo l’approvazione della legge 59 del 1997,
detta anche legge Bassanini, dal nome del Ministro che l’ha
presentata.
Questa legge che ha inteso riorganizzare lo Stato secondo criteri
di decentramento e autonomia, al fine di migliorare l’efficienza
e l’efficacia dei servizi offerti, ha attribuito anche alla
Scuola ampia autonomia e poteri in materia di POF (piano dell’offerta
formativa), di gestione delle risorse economiche, di adattamento del
calendario scolastico, di modifica dell’orario di servizio,
di rapporti con il territorio, di reperimento delle risorse economiche.
Si è trattato di una vera e propria rivoluzione, rimasta, come
spesso accade nel nostro paese, incompresa nella sua reale portata
o, il che forse è persino più grave, si è risolta
nella tipica applicazione all’amatriciana, che ha contribuito
a creare una contraddizione tra enunciati e posa in atto. Il guaio
è che in Italia qualunque iniziativa di cambiamento è
destinata a fallire non certo per bellicosità politica o per
passione, bensì per una sorta di inerzia o indifferenza, tipica
degli italiani; indifferenza che ha il potere di vanificare qualunque
cosa. Infatti, sono molti coloro che amano stare alla finestra e vedere
scorrere gli eventi, come il cinese del proverbio, seduto sulla sponda
del fiume in attesa del cadavere del proprio nemico.
Costoro non intervengono nel momento in cui c’è da battagliare
ed esporsi, lasciano che gli altri facciano e decidano, salvo riservarsi
il diritto di comportarsi autonomamente, al momento di conformarsi
alle regole. In questo modo, l’opinione pubblica è sempre
più disorientata. Da un lato si enfatizzano cambiamenti e strategie
di trasparenza e di ordine giuridico di grande impatto, dall’altro
molte scuole continuano a disattendere persino i patti minimi che
fanno con la loro utenza. Gli attori della scuola dell’autonomia
non sono più solo i docenti, gli studenti, le famiglie, il
ministero, ma molti di più. C’è il territorio
con i suoi bisogni e le sue realtà socio-politiche, ci sono
le altre istituzioni, comuni, province, regioni. C’è
il mondo della produzione, c’è la moda, lo spettacolo,
eccetera. Tutto questo, se da un lato ne rafforza il ruolo e la centralità,
dall’altro ne rivela e ne esaspera spesso inadeguatezze e contraddizioni.
Dal punto di vista teorico e formativo, la scuola pubblica italiana
non deve invidiare quella di altri paesi europei o extraeuropei. Molti
studenti che compiono, nell’ambito del progetto di interscambio
culturale, il quarto anno di scuola superiore all’estero, quasi
sempre, nel fare il confronto, riconoscono che il nostro sistema educativo
è certamente più impegnativo e formativo, oltre che
più selettivo. Eppure, gli organismi di valutazione a livello
europeo che valutano la media complessiva del sistema scolastico italiano,
assegnandole una scialba sufficienza, non hanno torto. Ad abbassare
la media contribuiscono molti fattori. Innanzitutto, quando si parla
di valutazione degli standard di qualità dell’azione
formativa, non si distingue fra scuola pubblica e scuola privata.
In Italia la scuola privata non ha una grande tradizione. Se si escludono
poche istituzioni di prestigio, la cui percentuale non va oltre il
4-5%, il resto degli istituti privati sono soltanto dei diplomifici,
dove basta pagare la retta per avere la certezza della promozione.
Fattore non di secondo piano, se si considera che la scuola privata
imposta la concorrenza con la scuola statale proprio su questo particolare.
Usufruendo, per giunta, di congrue sovvenzioni statali! Non a caso
il problema in questi ultimi tempi si sta talmente incancrenendo che
il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, ha
ritenuto di dovere obbligare questi diplomifici a presentare i loro
candidati non più presso scuole paritarie o legalmente riconosciute
compiacenti, ma presso scuole pubbliche, al fine di evitare che il
mercato dei pezzi di carta si espandesse oltre ogni decenza. Ad abbassare
lo standard di qualità contribuiscono anche alcune ataviche
inefficienze legate sia al reclutamento del personale della scuola,
sia a una sorta di super garantismo di cui godono i tanti che riescono
a conquistarsi un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Ricordo che in un corso di preparazione a un concorso per il reclutamento
di insegnanti, il Provveditore di Milano di allora, durante un suo
intervento, ebbe candidamente ad ammettere che i concorsi sono per
lo più svolti per tenere impegnata la disoccupazione intellettuale.
Peccato che non abbia avuto il coraggio di spingersi oltre e ammettere
che essi sono espletati anche per fini clientelari, per obbligare
cioè i candidati a cercarsi un padrino o a prendere una tessera
di partito o del sindacato. Le incongruenze e i paradossi che si riscontrano
nel nostro sistema scolastico sono dovuti al fatto che non ci sono
esempi, se non in rarissimi casi, in cui è stato possibile
rimuovere gli anelli deboli della disfunzione. Aiutare e riorientare
un docente che ha fatto una scelta sbagliata verso altre mansioni,
è un dovere non più eludibile. Sono troppi i docenti
che evidenziano la loro inadeguatezza verso un sistema educativo che
è profondamente cambiato. Oggi l’insegnante è
chiamato a svolgere ruoli e mansioni che vanno oltre il compito di
semplice esperto di una branca del sapere.
L’insegnante oggi deve essere un po’ sociologo, un po’
psicologo, un po’ genitore. Insomma, il docente è un
composto di varie capacità, dove la preparazione ha sicuramente
un’importanza notevole, ma non sufficiente se non sostenuta
dalla passione, dalla capacità di trasmettere il sapere, dalla
voglia di mettersi in discussione, dall’attitudine ai contatti
umani, dalla consapevolezza che gli studenti non sono mai la controparte,
ma una risorsa da valorizzare. La disfunzione, in molti casi, sembra
essere diventata ciclica e parte integrante del sistema, qualunque
sia il governo del paese. Nella nostra scuola sono costrette a convivere,
gomito a gomito, forme di eccellenza con forme di inefficienza totale,
docenti e personale ATA (personale amministrativo, tecnico e ausiliario)
che si impegnano, che sono sempre presenti, che si interessano dei
problemi degli studenti e della scuola con altri che coltivano tranquillamente
l’hobby dell’assenteismo, del disimpegno e del disinteresse.
Costoro, quasi sempre dotati di un padrino o di una tessera di un
sindacato o di un partito, assumono atteggiamenti a volte di autentica
sfida al buon senso e alla deontologia professionale. Ammettere queste
cose mi costa fatica perché fondamentalmente credo nel sindacato
e vedo nel contratto del comparto scuola una risorsa non un ostacolo,
ma è profondamente sbagliato continuare una difesa a oltranza
della tessera e del privilegio di questo o quel gruppo anziché
del diritto di quanti interagiscono, a vario titolo, con l’istituzione
scolastica.
Il primo paradosso che salta all’occhio, sia degli addetti ai
lavori sia dei profani, è che la scuola dell’autonomia,
affidata a dirigenti scolastici datori di lavoro e responsabili della
qualità dei processi e delle azioni formative, non ha alcun
potere per trattenere e valorizzare le professionalità e, contemporaneamente,
correggere o eliminare le inefficienze, almeno quelle conclamate.
Altro male atavico della scuola è legato alla forma di reclutamento
del personale. Da decenni il personale viene reclutato tramite estenuanti
graduatorie, basate su punteggi che non dicono nulla, o mediante i
soliti concorsi che accertano solo un po’ di nozionismo e nient’altro.
In entrambi i casi, il personale viene ridotto solo e soltanto a un
numero di una sbrindellata graduatoria, escludendo altre qualità
quali passione, voglia di riscatto, desiderio di relazionarsi con
gli altri, ansia di trasmettere passione per il sapere. Prendiamo
a esempio gli ultimi concorsi a dirigenti scolastici. Le prove del
concorso ordinario erano di un nozionismo talmente arido e anacronistico
da non accertare nulla, al di fuori del fatto della capacità
di svolgere un tema (e forse nemmeno questo, vista l’attitudine
alla scopiazzatura che si manifesta in queste circostanze). Come è
possibile reclutare dirigenti che dovrebbero avere qualità
e competenze organizzative, gestionali, amministrative, coordinative
e formative, sottoponendoli a test nei quali ogni cosa va simulata
e non concretamente realizzata.
Il paradosso cresce se consideriamo ancora il concorso riservato per
dirigenti scolastici, tuttora in fase di svolgimento. Dirigenti incaricati
da anni, a cui è stata data la massima autonomia e libertà
di migliorare la qualità dell’offerta formativa e dei
servizi forniti dall’istituzione di cui si sono trovati a essere
tuttologi (datori di lavoro, rappresentanti legali, responsabili della
626/94 e del D.lgls 196 sulla privacy, responsabile del personale,
della qualità dei processi formativi, garante della libertà
di insegnamento e della libertà delle scelte delle famiglie,
e chi ne sa più ne dica) sottoposti al linciaggio morale di
un colloquio che non accerta assolutamente nulla, affidato a persone
che non avrebbero alcun diritto di giudicare percorsi di cui sono
assolutamente all’oscuro, per essere ammessi al corso di formazione.
Ora, un paese serio non affida una scuola in mano a una persona priva
di titoli per anni, permettendogli di fare e disfare, per poi sottoporlo
a una pantomima di verifica che non accerta assolutamente nulla, senza
che nessuno si sia preoccupato di verificare nella pratica i risultati
ottenuti. Nelle battaglie vere e non nelle simulazioni, le medaglie
si conquistano sul campo e non nel chiuso di uno stanzino, con tre
personaggi che sono lì soltanto per perpetuare il rituale del
clientelismo, delle raccomandazioni, della corruzione. Un paese serio,
che si rispetti e che rispetti, assegna un incarico determinando gli
obiettivi da raggiungere, le strategie da adottare, il periodo di
tempo necessario per conseguire i risultati, alla fine del quale,
però, sottopone l’operato a una verifica a tutto tondo,
e solo allora decide se riconfermare o meno la mansione. In tanti
concorsi ho assistito a docenti e dirigenti regredire mentalmente
a uno stato preadolescenziale. Persone che insegnavano da anni e altre
che a cui era stata affidata la direzione di una scuola, costrette
a comportarsi come studenti di primo pelo, indaffarati a svolgere
un tema o a redigere un progettino, scopiazzando a destra e a manca.
Qualcuno sostiene che in Italia niente è costante quanto la
precarietà. Ed è questa la maniera più efficace
di rendere cronici i mali.
Osservazione assolutamente pertinente. Precarietà nella scuola
italiana non vuol dire semplicemente non avere la certezza del posto
di lavoro e dello stipendio a fine mese, ma molto più spesso
significa precarietà nei rapporti con gli studenti, le famiglie
e i colleghi, impossibilità di realizzare strategie e tecniche
didattiche di lungo respiro in quanto, sul più bello, il rapporto
è destinato a interrompersi bruscamente.
Precarietà significa anche non beneficiare degli stessi diritti
di cui godono i colleghi di ruolo, vivere, insomma, una condizione
di disagio e di degrado che non contribuisce certo a migliorare la
qualità dei processi formativi.
Eppure, poco è stato fatto e poco si fa per eliminare questo
autentico cancro dal mondo della scuola. Il sospetto è che
in troppi hanno interesse a mantenere le cose così come sono,
non esclusi gli stessi precari che, una volta che diventano di ruolo,
tendono a riprodurre pregi, vizi e difetti di chi si sente ormai nella
proverbiale botte di ferro dell’illicenziabilità. D’altro
canto, come pensare di risolvere i problemi se il giorno dopo il superamento
dell’esame, l’esaminato ha il piacere di assaporare l’ebbrezza
di diventare, quasi per magia, esaminatore, perpetuando in questo
modo un rituale che produce soltanto autoreferenzialità da
un lato e inefficienza dall’altro?
L’importante è diventare presidente o componente di una
qualche commissione di esame per ripagarsi da tutte le frustrazioni
patite. Sembra essere questo il sentimento dominante della categoria
dei docenti.
Aldo Caminaro
(1) Obiettivi di Barcellona: portare
entro il 2010 almeno al 12,5% - rispetto al 2000 - il tasso medio
di partecipazione alle attività di lifelong learning della
popolazione adulta in età lavorativa (fascia di età
25-65 anni)