È uscito il numero 63
luglio - settembre 2019

 


seguici sulla ns pagina

La rivista
tutti i numeri
ordina numero
abbonamenti
Contenuti
analisi politica
inchieste
dura lex...
percorsi storici
interviste
critica letteraria
recensioni libri
segnalazioni libri
spunti letterari
racconti
musica
cinema
arte
autori
Contenuti per tema
Europa
economia
lavoro e conflitto sociale
nuove tecnologie
la sinistra in Italia
la nuova destra in Europa
ecologia
Stati Uniti
NO Expo
privatizzazioni
politica dell'immigrazione
rapporto cultura, informazione e potere
scontro politica e magistratura
osservatorio sulla mafia
rapporto Stato e Chiesa
politica medioriente
Il progetto Paginauno

la scuola
corsi di giornalismo d'inchiesta, scrittura
creativa e FilmMaking

Comunicazione
newsletter
la stampa
link
contatti
area riservata

 

Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

Marco Ceruti
Shades of Blue
Graphic

 

Francis Scott Fitzgerald
Ci risiamo,
Basil Lee
Il Bosco di Latte

 

Ring Lardner
Chi ha fatto
le carte?
Il Bosco di Latte

 

Alice Rivaz
La pace
degli alveari
Narrativa

 

Mario Bonanno
33 Giri
anni Ottanta
In Utero

 

Iacopo Adami
Capolinea
Narrativa

 

Vittorio Alfieri
La virtù
sconosciuta
La Sposa del Deserto

 

Jules Janin
Racconti
bizzarri
Il Bosco di Latte

 

Margaret Oliphant
La finestra
Il Bosco di Latte

 

John Wainwright
Anatomia di
una rivolta
Narrativa

 

Davide Steccanella
Across the Year
in utero

 

William McIlvanney
Chi si rivede!
Il Bosco di Latte

 

Honoré de Balzac
L'albergo rosso
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Emma B
Narrativa

 

Rinomata Offelleria Briantea
Ventinovecento
Narrativa

 

Silvia Albertazzi
Leonard Cohen
Manuale per vivere nella sconfitta
Saggistica

 

Thomas Wolfe
Un'oscura vitalità
Il Bosco di Latte

 

Francis Scott Fitzgerald
Basil Lee
Il Bosco di Latte

 

Felice Bonalumi
Storia del gusto
saggistica

 

Mario Bonanno
33 Giri
anni Settanta
in utero

 

Raymond Williams
Terra di confine
narrativa

 

47 Autori
Poesie per un
compleanno
La Sposa del Deserto

 

Rudi Ghedini
Rivincite
Saggistica

 

Edith Wharton
Triangoli
imperfetti
Il Bosco di Latte

 

Joseph Conrad
Ford Madox Ford
La natura
di un crimine
Il Bosco di Latte

 

James Robertson
Solo la terra resiste
narrativa

 

Christine Dwyer Hickey
Tatty
narrativa

 

Carmine Mangone
Il corpo esplicito
saggistica

 

Suzanne Dracius
Rue Monte au Ciel
narrativa

 

Davide Steccanella
Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

Carmine Mezzacappa
Cinema e
terrorismo
saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
in Europa
libro inchiesta

 

Honoré de Balzac
Un tenebroso affare
narrativa

 

Massimo Battisaldo
Paolo Margini

Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
novantadue
narrativa

 

Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
narrativa

 

Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

 

 

 

Creative Commons License
Il contenuto di questo sito

Ŕ coperto da
Licenza Creative Commons

 

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice

Polemos

 

La scuola, una realtà che nessuno vuole affrontare
di Aldo Caminaro
La qualità nella scuola pubblica

La maggior parte delle persone nutre nei confronti della scuola un rapporto di odio amore. È difficile sentirne parlare in termini assolutamente negativi, anche quando le esperienze vissute sui banchi di un’aula siano risultate poco piacevoli, ed è altrettanto difficile sentirne raccontare in termini entusiastici. Nel bene e nel male si trova sempre e comunque un piccolo neo che limita il giudizio. L’universo scuola è intrigante, soprattutto in quelle occasioni informali in cui si ama fare sfoggio del proprio vissuto. In tali circostanze, si raccontano spesso episodi e aneddoti, non solo per mettere alla berlina il tic di qualche docente particolarmente antipatico o le fobie di qualche compagno, ma molto più spesso per attribuirsi il ruolo di piccola peste, di cui andare fieri. Infatti, raramente in simili conversazioni si sente qualcuno tessere le lodi di compagni secchioni, o semplicemente diligenti. Anche in diverse circostanze formali, quando si dibatte del mondo della scuola, si tende a parlarne in termini contraddittori. C’è chi condanna l’istituzione pubblica, descrivendola come ingovernabile, violenta, coercitiva, e chi, al contrario, la difende per principio. C’è chi dipinge i docenti come degli inetti o dei despoti, e chi invece pone in risalto la loro impossibilità di imporre strategie e scelte educative, privati come sono di minimali strumenti educativi per scoraggiare comportamenti scorretti, di fronte alle nuove generazioni di studenti sempre meno rispettose del ruolo istituzionale di coloro che insegnano. Molti scrittori e studiosi ci hanno lasciato dozzine di aforismi e massime sul mondo dell’istruzione, consegnando ai lettori un quadro tutt’altro che edificante. E se Daniel Pennac sostiene: “Sembra assodato, da sempre, sotto ogni latitudine, che il piacere non debba figurare nei programmi scolastici e che la conoscenza possa essere solamente il frutto di una sofferenza ben capita”, Edmondo De Amicis sembra incitare e sostenere gli scolari nella meravigliosa avventura dell’apprendimento: “Coraggio, dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana”.

A parte queste considerazioni, fa piacere, comunque, sentire sussurrare che la Scuola produce ancora cultura. Naturalmente, sarebbe meglio sentirlo dire ad alta voce, poiché non è assolutamente una colpa produrre sapere, al contrario: con i tempi che corrono sarebbe già qualcosa. C’è qualcuno, però, che storce il naso e sostiene che quello che esce dall’azienda scuola non sia proprio cultura, ma semplicemente microsunto, quando non surrogato. Da più parti si dice anche che essa sia attraversata da una profonda crisi di identità e che stia vacillando nelle sue certezze. Anche questo, entro certi limiti, sembra vero. Qualcuno sostiene che le difficoltà siano dovute al fatto che la Scuola produce formazione e sapere anziché beni tangibili. Persino in questo paradosso può esserci un fondo di verità, visto che viviamo in una società abituata a valutare ogni cosa da un punto di vista mercantile, dove le persone ormai contano principalmente come soggetti economici. Basti pensare alle tre 'i' proposte da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale del 2001, inquadrando il suo programma di riforme scolastiche: impresa, internet e inglese. Un concetto penetrato nel sistema linfatico della pubblica opinione. Non di rado, si sente manifestare contrarietà di fronte alla pretesa della scuola di insistere su un programma di formazione dei cittadini, quando sarebbe molto più utile formare solo persone con abilità tecnico-pratiche, tali da renderle immediatamente pronte a ottemperare alle esigenze del mondo produttivo. Salvo poi lamentarsi in altre sedi della fuga dei cervelli, indicato come il sintomo del disagio della scuola italiana.

“Non capisco a cosa serva questa disciplina, mio figlio ha scelto di fare l’ottico non certo lo scrittore.” È questa una delle tante frasi che si sente spesso nei colloqui fra docenti e famiglie quando si commentano i risultati di alcune discipline. Qualcun altro si spinge oltre e aggiunge: “A mio figlio serve soltanto il diploma, perché il lavoro ce l’ha già nell’attività di famiglia.” Anche questa è una posizione legittima, ma nasconde molte insidie, che una società che si sta orientando ormai su valori e modelli formativi di lifelong learning (1) non può assolutamente accettare. Da qualche decennio è d’uso parlarne in termini caricaturali, puntando il dito sulla sua inefficienza congenita, o per porne in risalto incongruenze e paradossi. Alcuni scrittori hanno fatto una fortuna insistendo sulla caricatura del docente, fino a farne lo stereotipo del fallito o del disadattato, privo di personalità e carisma. L’immagine che si percepisce della scuola all’esterno è quasi sempre distorta, per l’abitudine di giudicare con eccesso di disinvoltura, elevando il singolo caso (spesso frutto di una disavventura personale) a regola. Mi capita ogni tanto di ricevere telefonate da parte di qualche giornalista che chiede se ci sono problemi a scuola. Alla risposta che i problemi sicuramente non mancano, ma che forse non sono proprio quelli che potrebbero interessare il carattere sensazionalistico ormai diffuso nel mondo dell’informazione, la reazione è quasi sempre di fastidio. Se poi mi azzardo a precisare che anche certe situazioni difficili, si stanno normalizzando, o che certi eccessi stanno faticosamente rientrando, il suo fastidio degrada in risentimento. Negli ultimi vent’anni raramente la stampa ha presentato una vicenda positiva accaduta tra i banchi di scuola. Eppure, episodi meritevoli di menzione non mancano. Com’è noto, fanno più notizia quattro ragazzotti, senza arte né parte, che filmano una loro coetanea e poi ne riversano le immagini su internet all’insaputa dell’interessata, che non sapere che in una delle tante scuole di Italia gruppi di ragazzi sono impegnati quotidianamente per aiutare un loro compagno diversamente abile o per realizzare un progetto di cooperazione con un paese del Terzo Mondo. Nella società dei mass media e dei talk show, l’argomento scuola, così come qualunque altro argomento, viene affrontato solamente con finalità spettacolari, per bocca di showmen, veline, calciatori, politici, conduttori televisivi, tuttologi; persone, insomma, lontane dal complesso universo dell’istruzione.

Pedagoghi e insegnanti, che vivono sulla loro pelle le contraddizioni e gli eccessi di questo mondo, non hanno più accesso ai pubblici dibattiti, oppure, le rare volte in cui vengono invitati, finiscono con l’essere relegati in spazi marginali, dove non appena osano abbozzare un discorso leggermente più articolato, vengono subito zittiti da conduttori e personaggi prepotenti e abituati alla gazzarre. Come se la scuola, nel suo ruolo di articolazione portante del corpo statale, non fosse un argomento da trattare con assoluta serietà. La Scuola è profondamente cambiata dal 1963 a oggi, da quando, cioè, è stata istituita la Scuola Media Unificata e l’obbligo scolastico elevato ai 14 anni; ma ancor di più è cambiata dopo l’approvazione della legge 59 del 1997, detta anche legge Bassanini, dal nome del Ministro che l’ha presentata.

Questa legge che ha inteso riorganizzare lo Stato secondo criteri di decentramento e autonomia, al fine di migliorare l’efficienza e l’efficacia dei servizi offerti, ha attribuito anche alla Scuola ampia autonomia e poteri in materia di POF (piano dell’offerta formativa), di gestione delle risorse economiche, di adattamento del calendario scolastico, di modifica dell’orario di servizio, di rapporti con il territorio, di reperimento delle risorse economiche. Si è trattato di una vera e propria rivoluzione, rimasta, come spesso accade nel nostro paese, incompresa nella sua reale portata o, il che forse è persino più grave, si è risolta nella tipica applicazione all’amatriciana, che ha contribuito a creare una contraddizione tra enunciati e posa in atto. Il guaio è che in Italia qualunque iniziativa di cambiamento è destinata a fallire non certo per bellicosità politica o per passione, bensì per una sorta di inerzia o indifferenza, tipica degli italiani; indifferenza che ha il potere di vanificare qualunque cosa. Infatti, sono molti coloro che amano stare alla finestra e vedere scorrere gli eventi, come il cinese del proverbio, seduto sulla sponda del fiume in attesa del cadavere del proprio nemico.

Costoro non intervengono nel momento in cui c’è da battagliare ed esporsi, lasciano che gli altri facciano e decidano, salvo riservarsi il diritto di comportarsi autonomamente, al momento di conformarsi alle regole. In questo modo, l’opinione pubblica è sempre più disorientata. Da un lato si enfatizzano cambiamenti e strategie di trasparenza e di ordine giuridico di grande impatto, dall’altro molte scuole continuano a disattendere persino i patti minimi che fanno con la loro utenza. Gli attori della scuola dell’autonomia non sono più solo i docenti, gli studenti, le famiglie, il ministero, ma molti di più. C’è il territorio con i suoi bisogni e le sue realtà socio-politiche, ci sono le altre istituzioni, comuni, province, regioni. C’è il mondo della produzione, c’è la moda, lo spettacolo, eccetera. Tutto questo, se da un lato ne rafforza il ruolo e la centralità, dall’altro ne rivela e ne esaspera spesso inadeguatezze e contraddizioni. Dal punto di vista teorico e formativo, la scuola pubblica italiana non deve invidiare quella di altri paesi europei o extraeuropei. Molti studenti che compiono, nell’ambito del progetto di interscambio culturale, il quarto anno di scuola superiore all’estero, quasi sempre, nel fare il confronto, riconoscono che il nostro sistema educativo è certamente più impegnativo e formativo, oltre che più selettivo. Eppure, gli organismi di valutazione a livello europeo che valutano la media complessiva del sistema scolastico italiano, assegnandole una scialba sufficienza, non hanno torto. Ad abbassare la media contribuiscono molti fattori. Innanzitutto, quando si parla di valutazione degli standard di qualità dell’azione formativa, non si distingue fra scuola pubblica e scuola privata.

In Italia la scuola privata non ha una grande tradizione. Se si escludono poche istituzioni di prestigio, la cui percentuale non va oltre il 4-5%, il resto degli istituti privati sono soltanto dei diplomifici, dove basta pagare la retta per avere la certezza della promozione. Fattore non di secondo piano, se si considera che la scuola privata imposta la concorrenza con la scuola statale proprio su questo particolare.
Usufruendo, per giunta, di congrue sovvenzioni statali! Non a caso il problema in questi ultimi tempi si sta talmente incancrenendo che il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, ha ritenuto di dovere obbligare questi diplomifici a presentare i loro candidati non più presso scuole paritarie o legalmente riconosciute compiacenti, ma presso scuole pubbliche, al fine di evitare che il mercato dei pezzi di carta si espandesse oltre ogni decenza. Ad abbassare lo standard di qualità contribuiscono anche alcune ataviche inefficienze legate sia al reclutamento del personale della scuola, sia a una sorta di super garantismo di cui godono i tanti che riescono a conquistarsi un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Ricordo che in un corso di preparazione a un concorso per il reclutamento di insegnanti, il Provveditore di Milano di allora, durante un suo intervento, ebbe candidamente ad ammettere che i concorsi sono per lo più svolti per tenere impegnata la disoccupazione intellettuale. Peccato che non abbia avuto il coraggio di spingersi oltre e ammettere che essi sono espletati anche per fini clientelari, per obbligare cioè i candidati a cercarsi un padrino o a prendere una tessera di partito o del sindacato. Le incongruenze e i paradossi che si riscontrano nel nostro sistema scolastico sono dovuti al fatto che non ci sono esempi, se non in rarissimi casi, in cui è stato possibile rimuovere gli anelli deboli della disfunzione. Aiutare e riorientare un docente che ha fatto una scelta sbagliata verso altre mansioni, è un dovere non più eludibile. Sono troppi i docenti che evidenziano la loro inadeguatezza verso un sistema educativo che è profondamente cambiato. Oggi l’insegnante è chiamato a svolgere ruoli e mansioni che vanno oltre il compito di semplice esperto di una branca del sapere.

L’insegnante oggi deve essere un po’ sociologo, un po’ psicologo, un po’ genitore. Insomma, il docente è un composto di varie capacità, dove la preparazione ha sicuramente un’importanza notevole, ma non sufficiente se non sostenuta dalla passione, dalla capacità di trasmettere il sapere, dalla voglia di mettersi in discussione, dall’attitudine ai contatti umani, dalla consapevolezza che gli studenti non sono mai la controparte, ma una risorsa da valorizzare. La disfunzione, in molti casi, sembra essere diventata ciclica e parte integrante del sistema, qualunque sia il governo del paese. Nella nostra scuola sono costrette a convivere, gomito a gomito, forme di eccellenza con forme di inefficienza totale, docenti e personale ATA (personale amministrativo, tecnico e ausiliario) che si impegnano, che sono sempre presenti, che si interessano dei problemi degli studenti e della scuola con altri che coltivano tranquillamente l’hobby dell’assenteismo, del disimpegno e del disinteresse. Costoro, quasi sempre dotati di un padrino o di una tessera di un sindacato o di un partito, assumono atteggiamenti a volte di autentica sfida al buon senso e alla deontologia professionale. Ammettere queste cose mi costa fatica perché fondamentalmente credo nel sindacato e vedo nel contratto del comparto scuola una risorsa non un ostacolo, ma è profondamente sbagliato continuare una difesa a oltranza della tessera e del privilegio di questo o quel gruppo anziché del diritto di quanti interagiscono, a vario titolo, con l’istituzione scolastica.

Il primo paradosso che salta all’occhio, sia degli addetti ai lavori sia dei profani, è che la scuola dell’autonomia, affidata a dirigenti scolastici datori di lavoro e responsabili della qualità dei processi e delle azioni formative, non ha alcun potere per trattenere e valorizzare le professionalità e, contemporaneamente, correggere o eliminare le inefficienze, almeno quelle conclamate. Altro male atavico della scuola è legato alla forma di reclutamento del personale. Da decenni il personale viene reclutato tramite estenuanti graduatorie, basate su punteggi che non dicono nulla, o mediante i soliti concorsi che accertano solo un po’ di nozionismo e nient’altro. In entrambi i casi, il personale viene ridotto solo e soltanto a un numero di una sbrindellata graduatoria, escludendo altre qualità quali passione, voglia di riscatto, desiderio di relazionarsi con gli altri, ansia di trasmettere passione per il sapere. Prendiamo a esempio gli ultimi concorsi a dirigenti scolastici. Le prove del concorso ordinario erano di un nozionismo talmente arido e anacronistico da non accertare nulla, al di fuori del fatto della capacità di svolgere un tema (e forse nemmeno questo, vista l’attitudine alla scopiazzatura che si manifesta in queste circostanze). Come è possibile reclutare dirigenti che dovrebbero avere qualità e competenze organizzative, gestionali, amministrative, coordinative e formative, sottoponendoli a test nei quali ogni cosa va simulata e non concretamente realizzata.

Il paradosso cresce se consideriamo ancora il concorso riservato per dirigenti scolastici, tuttora in fase di svolgimento. Dirigenti incaricati da anni, a cui è stata data la massima autonomia e libertà di migliorare la qualità dell’offerta formativa e dei servizi forniti dall’istituzione di cui si sono trovati a essere tuttologi (datori di lavoro, rappresentanti legali, responsabili della 626/94 e del D.lgls 196 sulla privacy, responsabile del personale, della qualità dei processi formativi, garante della libertà di insegnamento e della libertà delle scelte delle famiglie, e chi ne sa più ne dica) sottoposti al linciaggio morale di un colloquio che non accerta assolutamente nulla, affidato a persone che non avrebbero alcun diritto di giudicare percorsi di cui sono assolutamente all’oscuro, per essere ammessi al corso di formazione. Ora, un paese serio non affida una scuola in mano a una persona priva di titoli per anni, permettendogli di fare e disfare, per poi sottoporlo a una pantomima di verifica che non accerta assolutamente nulla, senza che nessuno si sia preoccupato di verificare nella pratica i risultati ottenuti. Nelle battaglie vere e non nelle simulazioni, le medaglie si conquistano sul campo e non nel chiuso di uno stanzino, con tre personaggi che sono lì soltanto per perpetuare il rituale del clientelismo, delle raccomandazioni, della corruzione. Un paese serio, che si rispetti e che rispetti, assegna un incarico determinando gli obiettivi da raggiungere, le strategie da adottare, il periodo di tempo necessario per conseguire i risultati, alla fine del quale, però, sottopone l’operato a una verifica a tutto tondo, e solo allora decide se riconfermare o meno la mansione. In tanti concorsi ho assistito a docenti e dirigenti regredire mentalmente a uno stato preadolescenziale. Persone che insegnavano da anni e altre che a cui era stata affidata la direzione di una scuola, costrette a comportarsi come studenti di primo pelo, indaffarati a svolgere un tema o a redigere un progettino, scopiazzando a destra e a manca. Qualcuno sostiene che in Italia niente è costante quanto la precarietà. Ed è questa la maniera più efficace di rendere cronici i mali.

Osservazione assolutamente pertinente. Precarietà nella scuola italiana non vuol dire semplicemente non avere la certezza del posto di lavoro e dello stipendio a fine mese, ma molto più spesso significa precarietà nei rapporti con gli studenti, le famiglie e i colleghi, impossibilità di realizzare strategie e tecniche didattiche di lungo respiro in quanto, sul più bello, il rapporto è destinato a interrompersi bruscamente.
Precarietà significa anche non beneficiare degli stessi diritti di cui godono i colleghi di ruolo, vivere, insomma, una condizione di disagio e di degrado che non contribuisce certo a migliorare la qualità dei processi formativi.
Eppure, poco è stato fatto e poco si fa per eliminare questo autentico cancro dal mondo della scuola. Il sospetto è che in troppi hanno interesse a mantenere le cose così come sono, non esclusi gli stessi precari che, una volta che diventano di ruolo, tendono a riprodurre pregi, vizi e difetti di chi si sente ormai nella proverbiale botte di ferro dell’illicenziabilità. D’altro canto, come pensare di risolvere i problemi se il giorno dopo il superamento dell’esame, l’esaminato ha il piacere di assaporare l’ebbrezza di diventare, quasi per magia, esaminatore, perpetuando in questo modo un rituale che produce soltanto autoreferenzialità da un lato e inefficienza dall’altro?
L’importante è diventare presidente o componente di una qualche commissione di esame per ripagarsi da tutte le frustrazioni patite. Sembra essere questo il sentimento dominante della categoria dei docenti.

Aldo Caminaro

 

(1) Obiettivi di Barcellona: portare entro il 2010 almeno al 12,5% - rispetto al 2000 - il tasso medio di partecipazione alle attività di lifelong learning della popolazione adulta in età lavorativa (fascia di età 25-65 anni)

 

Altri articoli sull'argomento:

Dis-parità scolastica di Erica Gramaglia, Paginauno n. 12/2009
La logica gentiliana di un'istruzione di classe nella riforma Gelmini

L’azienda-università di Confindustria di Giovanna Baer, Paginauno n. 21/2011
Vent’anni di riforme bipartisan
Ultima di una serie di riforme bipartisan, la ministra ha giusto prestato il nome a una legge che completa un percorso durato vent’anni, consegnando definitivamente a Confindustria l’azienda-università che il potere economico chiedeva a gran voce

 

Torna su