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Ius soli: non passa lo straniero
di Giovanna Baer
Dentro la proposta di legge, fuori da retorica e propaganda: come si articola e chi riguarda

Ius soli (dal latino “diritto del suolo”) è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Esso si contrappone allo ius sanguinis (“diritto del sangue”), che indica invece la trasmissione della cittadinanza per via parentale.

La lista dei Paesi che concedono la cittadinanza sulla base dello ius soli è lunga (1), ma è composta soprattutto dai Paesi del continente americano (“the Land of the free”), coerenti con la propria storia di nazioni-rifugio: in questo modo, infatti, è stato possibile liberare i figli nati nel nuovo mondo dai vincoli e dalle oppressioni che gravavano sui genitori provenienti dal vecchio continente. Ricordiamo solo il caso più importante, quello degli Stati Uniti, dove il Quattordicesimo Emendamento della Costituzione prescrive che chiunque nasca sul territorio dell’Unione e sia soggetto alla sua giurisdizione — fatta eccezione, quindi, per personale del corpo diplomatico ed eventuali truppe straniere d’occupazione — è automaticamente cittadino americano.

In Europa e nel resto del mondo, all’opposto, la normativa prevalente stabilisce l’acquisto della cittadinanza attraverso lo ius sanguinis. Tuttavia diversi Paesi Ue ricorrono anche al principio dello ius soli, sebbene in modo molto differente gli uni dagli altri: per esempio in Germania è cittadino tedesco chi nasce da un cittadino straniero che ha il permesso di soggiorno da almeno otto anni; in Gran Bretagna è cittadino britannico chi nasce nel Regno Unito se almeno uno dei genitori risiede legalmente nel Paese; in Francia sono francesi i figli nati in Francia da immigrati nati in Francia e i bambini nati in Francia da genitori stranieri se al compimento della maggiore età risulta che vi abbiano risieduto per almeno cinque anni; in Spagna un bambino è cittadino spagnolo se almeno uno dei due genitori stranieri è nato in Spagna; chi nasce in Irlanda è irlandese se i genitori stranieri risiedono nel Paese da almeno tre anni; e un bambino nato in Belgio da genitori stranieri diventa belga al compimento del diciottesimo anno di età.

In Italia la normativa (legge n.91 del 5 febbraio 1992), prevede come unica modalità di acquisizione automatica della cittadinanza lo ius sanguinis (anche se, in applicazione delle norme che mirano a scongiurare l’apolidia, vi sono tre casi in cui, come norma residuale, viene applicato lo ius soli, e cioè quando un bambino nasce in Italia da genitori ignoti, o da genitori apolidi, o da genitori stranieri impossibilitati a trasmettere al soggetto la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza). Agli stranieri che vivono nel nostro Paese, tuttavia, è possibile ottenere la cittadinanza per prolungata residenza. La cittadinanza viene concessa allo straniero maggiorenne che risiede legalmente in Italia per un dato periodo di tempo (in generale dieci anni, ma esistono diverse eccezioni a seconda del Paese di provenienza).

Una volta ottenuta la cittadinanza, lo straniero la può estendere ai figli, purché essi siano ancora minorenni. Secondo il Ventiduesimo Rapporto sulle migrazioni 2016 (2), presentato a Milano il dicembre scorso ed elaborato dalla Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), gli stranieri rappresentano il 9,58% della popolazione abitualmente residente in Italia, un numero apparentemente modesto. Se però si tiene conto delle acquisizioni di cittadinanza lo scenario cambia drasticamente: nel 2015 i nuovi italiani sono stati infatti 178 mila (contro i 130 mila del 2014 e i 60 mila del 2012). Se ai 52 mila stranieri presenti conteggiati in più (regolari e non) si aggiungono i 178 mila immigrati che hanno acquisito la cittadinanza italiana, l’incremento del numero complessivo sale a 230 mila, con un aumento del 3,9%. In effetti, nel 2015 l’Italia è stato il Paese con il maggior numero di nuovi cittadini in Europa: 178.035, un numero nettamente più elevato di quelli fatti registrare da Regno Unito, Francia, Spagna e Germania (compresi tra i 110 e i 120 mila).

Di questi 178 mila nuovi cittadini italiani, ben 70 mila sono minori e hanno ottenuto la cittadinanza per trasmissione, ossia dopo che uno dei due genitori l’ha ottenuta; circa 90 mila persone sono diventate italiane raggiungendo il traguardo dei dieci anni di residenza stabile in Italia; i restanti l’hanno acquisita per matrimonio, un dato in costante calo negli ultimi anni. 159 mila persone sono diventate italiane avendo una cittadinanza di Paesi extra Unione europea, mentre 19 mila sono invece i cittadini comunitari che hanno acquisito il passaporto italiano.

Le cittadinanze di origine più rappresentate sono quella albanese (20% del totale dei nuovi cittadini), marocchina (18%), rumena (7%), che sono anche le tre comunità straniere storicamente più presenti nel nostro Paese. Il trend di crescita è continuato anche nel 2016, che ha fatto registrare 205 mila nuovi cittadini, molti dei quali minorenni (3).

Come mai le acquisizioni di cittadinanza aumentano a ritmi così sostenuti? Per prima cosa, acquisire la cittadinanza ha tempi lunghi, e di conseguenza i dati subiscono l’effetto dei flussi migratori relativi ad almeno 5/15 anni prima, il tempo necessario, in base alle diverse condizioni di partenza, per ‘trasformare’ un immigrato in un cittadino. “A differenza di altri Paesi europei, che storicamente hanno avuto flussi di immigrazione abbastanza regolari, Spagna e Italia hanno per lungo tempo registrato flussi molto bassi, fino al periodo a cavallo tra fine anni Novanta e inizio anni Duemila, quando si è registrato un autentico boom di ingressi di stranieri.

La risposta politica è stata da una parte un inasprimento delle politiche migratorie del Paese (la famosa legge Bossi-Fini del 2002), dall’altra una sanatoria senza precedenti che ha portato alla regolarizzazione di circa 700 mila persone presenti nel Paese. Il boom di richieste di cittadinanza di questi anni è figlio proprio di quel boom di ingressi e regolarizzazioni” (4). Se si considera che sono in genere necessari dieci anni di soggiorno ininterrotto per poter diventare cittadini, le persone entrate in Italia a fine anni Novanta hanno potuto iniziare a fare domanda di cittadinanza intorno al 2007-2008.

Se poi si aggiungono “due o tre anni di procedure burocratiche e lenti e farraginosi processi di valutazione”, si spiega perché la curva delle acquisizioni di cittadinanza inizia a impennarsi nel 2010 e continua poi a crescere in modo esponenziale negli anni successivi, quando cominciano a chiedere la cittadinanza quei 700 mila regolarizzati tra il 2002 e il 2004, “che magari avevano dei figli piccoli, o che nel frattempo li hanno fatti, figli che, purché minori al momento dell’acquisizione della cittadinanza del padre o della madre, hanno potuto diventare cittadini italiani anche loro.

Ed ecco spiegato anche il dato dei 70 mila minori naturalizzati nel 2015” (5). Inoltre, l’incremento delle acquisizioni di cittadinanza sembra dovuto anche a un mutato comportamento degli immigrati stessi, “che tendono a chiederla sempre di più rispetto al passato e lo fanno, paradossalmente, proprio per lasciare l’Italia”. Sono persone che non necessariamente si sentono di aderire alla comunità degli italiani, ma che vedono nella cittadinanza “il mezzo più semplice per raggiungere i propri obiettivi migratori” (6). Circa 23 mila cittadini italiani di origine straniera hanno lasciato l’Italia nel 2015, per rientrare nel proprio Paese di origine o per spostarsi in altri Paesi Ue o extra Ue, come nel caso dei numerosi cittadini-italiani-exbengalesi emigrati nel Regno Unito.

Tuttavia, la normativa attuale preclude il diritto di cittadinanza a un gruppo ben definito di persone: bambini, ragazzi e giovani adulti che nascono in Italia, crescono in Italia, studiano nelle scuole e università italiane, giocano e si fidanzano con i figli degli italiani e che, spesso, si fanno anche carico di ‘mediare’ fra la cultura di origine dei genitori e la società in cui vivono. È un gruppo numeroso, circa 800 mila persone secondo le stime diffuse dalla Fondazione Leone Moressa, che non ottengono e non otterranno la cittadinanza tramite i loro genitori, perché i loro genitori non sono cittadini italiani e perché, se e quando lo diventeranno, non potranno trasmetterla ai figli, perché i figli saranno diventati maggiorenni (7).

Per questo l’assemblea della Camera ha approvato il 13 ottobre 2015 un testo unificato in materia di cittadinanza, che è stato trasmesso al Senato, dove risulta attualmente all’esame (A.S. 2092): “La proposta si concentra sulla questione fondamentale della tutela dell’acquisto della cittadinanza da parte dei minori, apportando a tal fine alcune modifiche alla legge sulla cittadinanza (legge 5 febbraio 1992, n. 91). La novità principale del testo consiste nella previsione di una nuova fattispecie di acquisto della cittadinanza italiana per nascita (c.d. ius soli) e nell’introduzione di una nuova fattispecie di acquisto della cittadinanza in seguito a un percorso scolastico (c.d. ius culturae)” (8).

In particolare, secondo il principio dello ius soli (temperato), potrà acquisire la cittadinanza chi nasce nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, a patto che almeno uno dei due sia titolare del diritto di soggiorno da cinque o più anni. In questo caso, la cittadinanza si acquisterà mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell’interessato.

Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene da un Paese comunitario, dovrà anche dimostrare di avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; di disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; e di superare un test di conoscenza della lingua italiana. Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l’interessato potrà rinunciare alla cittadinanza acquisita, purché sia in possesso di altra cittadinanza, oppure, qualora i genitori non ne abbiano fatto richiesta, domandare presso l’ufficiale di stato civile di acquistare la cittadinanza italiana.

La disciplina dello ius culturae riguarderà invece il minore straniero nato in Italia o che vi abbia fatto ingresso entro il dodicesimo anno di età, e che abbia frequentato regolarmente in Italia, ai sensi della normativa vigente, per almeno cinque anni “uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel
caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva di tale corso” (9).

In questo caso la cittadinanza si acquisterebbe mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore legalmente residente in Italia (o da chi esercita la responsabilità genitoriale) all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell’interessato. Come nel caso precedente, entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l’interessato potrà rinunciare alla cittadinanza acquisita, purché sia in possesso di altra cittadinanza, ovvero fare richiesta all’ufficiale di stato civile di acquistare la cittadinanza italiana, ove non sia stata espressa dal genitore la dichiarazione di volontà.

Oltre a queste due ipotesi, la proposta di legge introduce un caso ulteriore di concessione della cittadinanza, la cosiddetta naturalizzazione, che ha un carattere discrezionale e che dovrebbe riguardare in particolare il minore straniero entrato in Italia tra il dodicesimo ed il diciottesimo anno di età: la legge prevede che possa essere naturalizzato lo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, a patto che risieda legalmente nel nostro Paese da almeno sei anni, e che abbia frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, oppure che abbia frequentato un percorso di istruzione e formazione professionale con il conseguimento della corrispondente qualifica.

La legge di riforma prevede anche una disciplina transitoria per “coloro che abbiano maturato i requisiti per l’acquisto iure culturae prima dell’entrata in vigore della legge e abbiano già compiuto i 20 anni di età (termine previsto dalla legge per la dichiarazione di acquisto della cittadinanza), che possono fare richiesta di acquisto della cittadinanza entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, purché residenti in Italia da almeno cinque anni; l’acquisto è escluso nel caso in cui l’interessato sia stato destinatario di provvedimenti di diniego della cittadinanza per motivi di sicurezza della Repubblica o di provvedimenti di espulsione per i medesimi motivi. Resta ferma l’applicazione della normativa a coloro che abbiano maturato i requisiti per l’acquisto iure soli o iure culturae prima dell’entrata in vigore della legge e non abbiano compiuto i 20 anni di età” (10).

Si noti che lo ius soli ‘temperato’ non è una novità nella storia della Penisola. La disciplina relativa alla nazionalità nel Regno d’Italia venne fissata dagli articoli 5-10 del Codice civile approvato nel 1865: tali norme prevedevano, come regola fondamentale, che venisse considerato cittadino il figlio di padre cittadino, indipendentemente dal luogo di nascita, mentre lo straniero nato all’estero poteva ottenere la cittadinanza italiana solo in seguito a naturalizzazione per legge o per decreto reale.

Ma nelle situazioni intermedie – come per esempio nel caso del figlio di uno straniero nato sul territorio italiano – il codice prevedeva “un meccanismo di attribuzione della cittadinanza che si fonda sul possesso di uno stabile domicilio sul territorio del Regno da parte del padre o del figlio, che può comunque essere corretto in un senso o in un altro dalla volontà del figlio” (11). Quindi, già nelle norme del Codice del 1865, lo ius soli interveniva nella forma di un principio sussidiario. Impossibile non notare l’analogia con la sostanza del dettato della riforma: sembrerebbe quasi un ritorno alle origini.

Eppure la nuova legge, dopo essere stata dipinta dalla maggioranza degli esponenti parlamentari come un segno di civiltà, un atto dovuto verso quei bambini che vanno a scuola e crescono insieme ai nostri figli, e che qualche volta nemmeno parlano la lingua dei padri stranieri, giace nel limbo al Senato, in attesa del voto, dall’ottobre 2015 e, mese dopo mese, ha
visto ridursi al lumicino la possibilità di essere approvata entro la fine della legislatura. A settembre, il capogruppo dem Luigi Zanda ha dichiarato senza mezzi termini: “Al momento su questo provvedimento la maggioranza non c’è”, e, sebbene l’approvazione della legge di riforma rimanga un obiettivo considerato “prioritario ed essenziale” dal Pd, “non va bene portare il provvedimento in Aula e poi non farlo approvare” (12).

Pesa naturalmente la contrarietà del principale alleato di governo, Angelino Alfano, ma più ancora pesa il cambio di strategia messo in atto dopo la sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre: “In via di Sant’Andrea delle Fratte sanno che c’è poco da girarci intorno, una legge sullo ius soli in questo momento sarebbe troppo costosa in termini di consenso e rischierebbe di bruciare quel poco di favore guadagnato grazie allo stop agli sbarchi di migranti che vede nel ministro dell’Interno Marco Minniti il suo artefice” (13). E quindi?

E quindi, spiega la ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro, “sarà importante lavorare nelle prossime settimane affinché si riesca non solo a calendarizzarlo, ma anche a creare le condizioni politiche per approvarlo” (14). Intanto si moltiplicano gli appelli della società civile pro o contro il provvedimento. Fra i favorevoli, la chiesa cattolica di papa Francesco, che nel suo messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato prende esplicitamente posizione sullo ius soli e manifesta appoggio anche allo ius culturae perché sia riconosciuto il diritto a completare il percorso formativo nel Paese d’accoglienza: al momento della nascita “va riconosciuta e certificata” la nazionalità e a tutti i bambini “va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria” (15).

La Lega, ovviamente, è contro. Con un post su Facebook il segretario Matteo Salvini, che comunque si professa cattolico, attacca: “Papa Francesco dice sì allo Ius soli. Se lo vuole applicare nel suo Stato, il Vaticano, faccia pure. Ma da cattolico non penso che l’Italia possa accogliere e mantenere tutto il mondo. A Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare. Amen” (16). Su Change. org, c’è la petizione lanciata da Ilham Mounssif e da altri ragazzi che hanno imparato a camminare e a parlare in Italia “proprio come tutti i nostri coetanei che la cittadinanza italiana l’hanno ereditata secondo la legge 91 del 1992, legge che però condanna noi a restare ‘estranei nella nostra nazione’ perché chi ci ha messo al mondo è straniero” (17).

Anche Ginevra Bompiani, Gianfranco Bettin, Carlo Ginzburg, Goffredo Fofi, Luigi Manconi e Furio Colombo promuovono un appello a favore del provvedimento: “Oggi la patria è dove trovi pace e rifugio, è quella che rende possibile una convivenza civile. Le guerre, le occupazioni, le intolleranze, gli abusi, le violenze stanno rendendo la nostra terra inabitabile a intere popolazioni costrette alla fuga. La patria è dove ti puoi fermare. È in questa luce che la cittadinanza cambia aspetto e dal diritto di sangue si apre al diritto del suolo” (18).

Il Giornale, invece, è sulla sponda opposta, “perché basta consultare un dizionario per prendere atto che patria significa terra dei padri e, in senso più allargato, terra degli avi”, e di conseguenza lancia un contro-appello: “Repubblica arruola gli intellettuali per far approvare lo ius soli. Noi i cittadini per bloccarlo” (19). Il Movimento 5 Stelle, che il 14 giugno 2013 aveva presentato una proposta di legge sullo ius soli molto simile a quella arenatasi al Senato (20), che portava la firma di quasi tutti i deputati pentastellati, incluso Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, ha cambiato idea e ha annunciato che si asterrà.

Eppure, la circostanza più strana circa le altalenanti vicende di questa “riforma da non tradire”, come la definisce La Repubblica, più ancora delle manovre dei politici e dei voltagabbana, è come siano cambiate al proposito le opinioni degli italiani. Fa notare Gian Antonio Stella in un articolo su Corsera del 23 luglio scorso: “Rileggiamo il comunicato dell’11 luglio 2012: «Il 72,1% degli italiani è favorevole al riconoscimento alla nascita della cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati nel nostro Paese. Il 91,4% ritiene giusto che gli immigrati, che ne facciano richiesta, ottengano la cittadinanza italiana dopo un certo numero di anni di residenza regolare nel nostro Paese» (21).

Eppure c’erano già allora gli sbarchi (meno, ma c’erano: oltre 60 mila nel 2011), già allora le polemiche sui soldi dati a cooperative e albergatori, non di rado squali affamati, che si offrivano di ospitare i profughi, già allora i seminatori di odio razzista dediti a cavalcare elettoralmente le paure. Dice oggi Matteo Renzi, dopo il sondaggio Ipsos di Nando Pagnoncelli che ha visto il crollo dei favorevoli al 44%: «Non rinuncio a un’idea per un sondaggio». Ma il punto è: come è stato buttato via quel patrimonio di buon senso degli italiani che sapevano distinguere benissimo tra il tema dei bambini nati in Italia e quello delle ondate di sbarchi?” Già, ce lo chiediamo anche noi: che fine ha fatto il consenso (che c’era) sulla riforma?

La risposta di Stella ci sembra un tantino fantasiosa (“Non sarà anche per i toni muscolari con cui si è cercato di far passare pure questa legge [la minaccia della fiducia!] e per l’incapacità di usare le parole giuste?”), ma la domanda è posta a proposito. L’indagine dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato dalla Demos di Ilvo Diamanti (con la Fondazione Unipolis e l’Osservatorio di Pavia), pubblicata il 13 settembre (22), ci mette invece sulla buona strada. In un commento sul dato relativo alla percezione di insicurezza suscitata dagli immigrati (46%), che ha raggiunto il massimo da dieci anni a questa parte, nonostante gli sbarchi in Italia, di recente, si siano dimezzati (23) leggiamo: “Bisogna risalire all’autunno del 2007 per trovare un indice più elevato: 51%. Mentre nel 1999, quasi vent’anni fa, il timore degli immigrati risultava altrettanto diffuso. In entrambi i casi, si trattava di stagioni elettorali molto ‘calde’”.

Il 1999 era l’anno delle elezioni amministrative ed europee (era anche la vigilia delle elezioni regionali), mentre il 2007 è stato l’anno di passaggio fra due elezioni politiche di svolta: quelle del 2006, vinte di misura dal centro-sinistra guidato da Prodi, e le consultazioni del 2008, vinte dal polo di centro-destra di Silvio Berlusconi. In entrambe le occasioni l’immigrazione ha costituito un tema di scontro.

Tuttavia Diamanti, il quale conclude che la riforma della cittadinanza è stata bloccata dalla “paura delle paure”, cioè dalla paura dei politici delle paure della gente, sottovaluta un altro dato, che pure lui stesso riporta: “L’Osservatorio di Pavia rileva come, nell’ultimo mese e mezzo, nel 10% dei servizi dei telegiornali si parli di immigrazione, mentre nel 2016 la percentuale era dell’8%. Nel mese di agosto e nella prima decade di settembre, inoltre (quando era prevista la calendarizzazione della riforma, n.d.a.) nel 38% dei servizi incontriamo notizie di crimini compiuti da immigrati. Un anno fa, invece la media dei 7 telegiornali era del 24%. Lo stupro di Rimini, in particolare, ha ottenuto una visibilità record: una media di 5 notizie a edizione in quattro giorni”.
Questi picchi si ripresentano, “non per caso” dice Diamanti, nei cicli e negli anni elettorali: 2008-2009, poi 2013, e poi ancora oggi.

Ma come mai i telegiornali (tutti! E tutti insieme!) decidono (sempre!) di eccitare la paura del diverso sotto elezioni? Se il fenomeno non è casuale, come lo stesso Diamanti ammette, bisogna concludere che sia causale, cioè che vi sia un’orchestrazione precisa, ma non è affatto chiaro se i politici ne siano le vittime (e allora chi è il regista?) o gli ideatori, o entrambi. E ancor più oscuro risulta lo scopo.

 

Giovanna Baer

 

1) In ordine alfabetico: Antigua e Barbuda, Argentina, Barbados, Belize, Bolivia, Brasile, Canada, Costa Rica, Dominica, Ecuador, El Salvador, Figi, Grenada, Guatemala, Guyana, Honduras, Giamaica, Lesotho, Messico, Nicaragua, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Tanzania, Trinidad e Tobago, Tuvalu, Uruguay, Usa, Venezuela
2) Cfr. http://www.ismu.org/2016/12/xxii-rapporto-sulle-migrazioni
3) Stranieri in Italia: nel 2016 oltre 200mila acquisizioni di cittadinanza, Programma integra, 4 aprile 2017
4) F. Colombo, Cosa dicono i dati sulla cittadinanza in Italia, Lenius, 1 luglio 2017
5) Ibidem
6) Ibidem
7) Riforma della cittadinanza. 800 mila nuovi italiani, Fondazione Leone Moressa
8) Cfr. http://www.camera.it/leg17/465?tema=integrazione_cittadinanza
9) Ibidem
10) Cfr. http://www.interno.gov.it/it/temi/cittadinanza-e-altri-diritti-civili/cittadinanza
11) Enciclopedia Treccani, voce Miti e simboli della rivoluzione nazionale
12) Ius soli, fermata la legge. La resa del Pd: «Mancano i voti», Corriere della Sera, 12 settembre 2017
13) Lo ius soli chiude la legislatura, Huffington Post, 12 settembre 2017
14) Ius soli, fermata la legge. La resa del Pd: «Mancano i voti», Corriere della Sera, 12 settembre 2017
15) Messaggio di Papa Francesco: “Sì allo ius soli e allo ius culturae”, La Repubblica, 21 agosto 2017
16) Ibidem
17) Un milione di Italiani senza diritti: approviamo subito la legge sulla cittadinanza, change.org
18) Ius soli, appello di intellettuali e artisti per la legge, La Repubblica, 11 settembre 2017
19) L. Mascheroni, “Un no allo ius soli”. Il Giornale in campo con le firme dei lettori, Il Giornale, 12 settembre 2017
20) Cfr. https://parlamento17.openpolis.it/atto/documento/id/4688
21) Stella cita l’indagine Istat “I migranti visti dai cittadini residenti in Italia”, disponibile all’indirizzo http://www.istat.
it/it/archivio/66563

22) Cfr. http://www.demos.it/a01428.php
23) Da più di 23 mila nel luglio 2016 a circa 11 mila nell’agosto di quest’anno, dati Unhcr, confermati dal Quirinale, agosto 2017

 

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