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Numero 3, giugno - settembre 2007

 

Polemos

 

Intercultura tra retorica e realtà

Intercultura e immigrazione, rappresentazione e parità

Asimmetria fra culture
Ngugi Wa Thiong 'o, scrittore keniota, nel suo libro (Spostare il centro del mondo. La lotta per le libertà culturali, Meltemi, Roma, 2000) descrive l'incontro tra culture, partendo dalla propria esperienza. In un capitolo racconta di come ha dovuto sostituire la lingua nativa, il Kikuyu, con l'inglese. Per apprendere questa lingua ha prima imparato la posizione geografica dei diversi luoghi dell’Inghilterra, quando non conosceva nemmeno i luoghi del Kenya. Inoltre ogni mattina, quando andava a scuola, dopo aver passato l’ispezione d’igiene personale davanti alla bandiera del Regno Unito, l’intera scuola entrava in Cappella per cantare, in inglese, “luce benigna guidami, portami fuori dal buio che mi circonda…”. La propria lingua, la propria cultura, appariva come il buio dal quale dover uscire per poter abbracciare una lingua e una cultura illuminata. Le diverse culture quando entrano in contatto entrano spesso in una relazione asimmetrica: esistono culture dominanti e culture dominate, culture centrali e culture periferiche.
Non a caso oggi diversi antropologi sostengono che da un rapporto asimmetrico fra culture non avvengono ibridazioni, bensì sostituzioni, sottolineando in tal modo che il cambiamento è unidirezionale. E di fatto molti popoli sotto il dominio coloniale hanno dovuto sostituire la lingua, il proprio credo e la visione del mondo. Parlando dell'incontro tra culture, pertanto, è opportuno considerare i rapporti di forza che entrano in gioco.

La figura dell'immigrato
Chi sono gli stranieri, gli altri, gli immigrati o migranti, persone che spesso vengono considerate in maniera univoca, come una massa internamente omogenea, anziché quali soggetti distinti, individui con un'identità specifica, che si trovano a vivere in una condizione di estrema complessità. Il mondo di questi soggetti è innanzi tutto un mondo scosso, poiché la loro identità rimane, almeno inizialmente, come incompiuta, sospesa fra il paese di origine e il luogo di arrivo. Si tratta dunque di un'identità costretta ad attraversare un processo di trasformazione. Lo straniero intraprende in effetti un percorso di ricomposizione della propria identità. Durante questo percorso gli universi simbolici originari si rielaborano alla luce delle nuove condizioni materiali, sociali e culturali, dando luogo a un'identità soggettiva che necessariamente va oltre il passato e il presente.
Dal punto di vista sociale, è evidente che la permanenza nella realtà ospitante richiede allo straniero di percorrere un secondo processo di socializzazione, o forse, meglio, di cittadinizzazione, ossia di progressiva acquisizione e interiorizzazione degli elementi socioculturali, relazionali, economici e istituzionali che caratterizzano la società di arrivo.
Pur non volendo in alcun modo fissare automatismi nel processo di inserimento, che è certamente condizionato da numerose variabili che qui non stiamo a considerare, possiamo comunque osservare in questa società la compresenza di diversi stadi di cittadinizzazione degli stranieri. Se gli ultimi arrivati si trovano nella condizione di rispondere in primo luogo ai propri bisogni fondamentali, altri hanno già superato questo momento e, soprattutto coloro che si sono oramai inseriti nella sfera socioeconomica e produttiva, sono spesso entrati in una fase di mediazione con il territorio e le sue istituzioni. A prescindere dal periodo di permanenza, è comunque inevitabile per lo straniero prendere quanto prima contatto con la nuova dimensione, sia per poter soddisfare i propri bisogni fondamentali, sia per rispondere ad altre esigenze, meno pressanti e immediate ma che ogni individuo porta dentro di sé, come la ricerca di comunicazione, di relazioni e di scambio, di riconoscimento, di opportunità economiche e sociali. In particolare, l'ambito delle istituzioni territoriali rappresenta, almeno in riferimento ad alcuni settori, una tappa quasi obbligata per i cittadini immigrati, così come fondamentale è l'ambiente informale delle relazioni sociali. I contatti a diversi livelli con la società di arrivo rispondono dunque ai diversi bisogni dei cittadini immigrati, i quali, a loro volta, rispondono comunque a determinati bisogni della società che li accoglie, primo fra tutti il fabbisogno di manodopera per coprire specifiche mansioni lavorative.
D'altro canto, il processo di cittadinizzazione, processo che inevitabilmente si innesca e progredisce (eccezioni a parte), non è certo privo di ripercussioni proprio sulla società di arrivo, che è a sua volta portata a ridefinire i propri meccanismi, e quindi a porre in atto dei cambiamenti. Non solo cambiamenti strutturali e materiali, ma anche trasformazioni socioculturali, ridefinizioni concettuali, revisioni della realtà e dei suoi confini, in senso lato. Con la sua sola presenza, infatti, lo straniero, attraversando i confini statuali avvicina i confini culturali.

La rappresentazione dell'immigrato
La figura del migrante probabilmente inquieta proprio perché carica di simboli destabilizzanti. Egli rappresenta un'entità insieme soggettiva e collettiva, che mette in discussione i confini, rendendoli permeabili alle contaminazioni. Grazie a questo costante e duplice riferimento culturale e al progressivo processo di adattamento e aggiustamento identitario, lo straniero diventa anche artefice di innovazione culturale, in rapporto sia al contesto d'origine sia alla società di arrivo. La rappresentazione sociale degli immigrati nell'opinione pubblica gravita principalmente intorno a due visioni, solo apparentemente opposte. La prima, a connotazione positiva, poggia su tutta una serie di ricerche, di dati, di realtà direttamente coinvolte, e porta a una concezione dell'immigrato come intruso funzionale: funzionale all'economia, al lavoro, a una società sempre più anziana che abbisogna di risorse giovani e attive. La seconda, a connotazione negativa o sicuritaria, si basa principalmente sulla diffusione di notizie allarmistiche riguardanti episodi di criminalità, di devianza, e che concernono in definitiva una piccola minoranza di questa realtà, per quanto, come ben sappiamo, sia proprio tale rappresentazione talvolta a prevalere nell'opinione pubblica.
Pur con i dovuti distinguo, entrambe le visioni tendono in realtà a convergere, poiché, a ben vedere, l'orientamento sottostante non appare in nessun caso rivolto al cambiamento e alla modificazione degli atteggiamenti. La seconda per ovvi motivi, la prima perché adotta una visione strumentale che trascura la realtà dei paesi d'origine, il divario economico, il processo di sviluppo nord-centrico.
Sulla scia di queste due opinioni correnti, si collocano anche due diverse politiche nei confronti dell'immigrazione, l'una definibile in termini di integrazione subalterna, l'altra come politica di contenimento, o arginamento del rischio. Se quest'ultima mira unicamente a governare e limitare, in termini numerici e temporali, il fenomeno, l'altra mette in campo pratiche di solidarietà selettiva, riservata a chi riveste un ruolo di forza lavoro, e che solo in virtù di questo può affermare e vedersi riconoscere alcuni dei suoi diritti. Ecco che allora il tema della partecipazione e della rappresentanza degli immigrati diventa essenziale, affinché l'inclusione di queste persone nella società sia un dato di fatto.

Intercultura e parità
Quando si parla di intercultura spesso si trascura un fatto, o meglio, si privilegia il parlare delle differenze culturali e si dimentica un altro aspetto che è molto importante, determinante, ossia che di fronte a noi ci sono delle persone nella condizione di immigrati. Una condizione che ne richiama un'altra, quella della disuguaglianza sociale. La differenza culturale non può sostituire e coprire, come a volte accade, le disuguaglianze sociali che caratterizzano il vissuto degli immigrati. Per cui gli interventi interculturali per essere tali devono poter incidere anche sulla condizione sociale vissuta dagli immigrati, perché l'intercultura richiede relazioni paritarie. Gli immigrati ancora oggi, per diversi motivi, non vivono questa situazione di uguaglianza sociale necessaria per poter entrare in una relazione interculturale.
E' dunque necessario operare per rimuovere gli ostacoli alla parità, quindi promuovere una politica di empowerment agendo sulle disuguaglianze sociali. In questo modo si valorizza anche la cultura così come si valorizzano le soggettività delle persone provenienti da contesti culturali. L'intercultura non può imprigionarsi dentro un'astratta concezione differenzialista, che spesso poi sfocia in una retorica vacua, senza toccare i temi reali, socialmente concreti che stimolano il ragionamento e il rinnovamento nel campo della cultura della cittadinanza e della democrazia.

Adel Jabbar, sociologo dei processi migratori e interculturali , Studio RES, Trento


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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010

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