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dicembre 2011- gennaio 2012
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Le insolite
note |
| Vernon Reid & Masque:
Mistaken Identity di Augusto Q. Bruni |
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Da leggere ascoltando il cd e rispettando comunque la tempistica (se possibile).
Santino O. era senza dubbio un tipo intraprendente.
Era un povero carpentiere dell'Appennino marchigiano emigrato negli
USA nel 1926 e per anni costruì grattacieli a Chicago mandando
i soldi alla moglie rimasta a casa. Negli stessi anni un ragazzetto
nero, nato nel profondo Texas, a Centerville, di nome Sam “Lightnin'”
Hopkins, cominciava a suonare la chitarra sotto la guida del leggendario
Blind Lemon Jefferson e di suo cugino Alger “Texas” Alexander.
Nel 1946 Santino venne informato dalla moglie che il figlio era riuscito
a iscriversi a Medicina mentre Sam venne notato da una talent scout
della Aladdin Records e cominciò subito a incidere a Houston
dove andò a risiedere. Il figlio maggiore di Santino, chiamato Ersilio,
era a sua volta senza dubbio un tipo che potremmo definire quanto
meno originale (perché non me ne viene una migliore, se no
vedresti). Si laureò in medicina cum laude mentre il padre,
come detto, lavorava e mandava soldi a lui e alla madre. Poco tempo
dopo, nel 1953 o 1954, con la giovane moglie si trasferì negli
States con le parole del padre che gli ronzavano nelle orecchie: “In
Italia per il figlio di un carpentiere non c'è strada”.
Quattordici anni dopo era primario di Patologia chirurgica e docente
nella stessa materia alla Loyola University a Chicago. La moglie era
una stimata gerontologa nello stesso ospedale. Entrambi, Sam ed Ersilio, hanno dovuto affrontare più di una volta critiche e osservazioni anche solo maliziose ma pallosissime sul perché di alcune scelte. Dicevano che non si capiva perché un musicista blues e per giunta nero come il carbon girasse con dei fricchettoni bianchi zazzeromuniti che suonavano uno strano tipo di rock distorto da mal di pancia. Dicevano che non capivano perché un rispettabile chirurgo e professore bianco, che mi mostrava una bella villa in stile fiorentino con ogni comfort, due auto e il suo sancta sanctorum nella tavernetta, si fosse iscritto a un corso per corrispondenza per diventare direttore d'orchestra. Ersilio aveva sistemato nella tavernetta un podio in legno lucido che odorava di formica, una bacchetta leggerissima di bosso con il manico bianco, un ragguardevole impianto stereo e una montagna di spartiti, a ognuno dei quali era associato un 33 giri. A ogni esecuzione famosa – intravidi la Nona di Beethoven diretta da Toscanini – il suo spartito. In un lato c'era una pila di videocassette. C'erano Von Karajan, Bernstein, di nuovo Toscanini. Ersilio saliva sul podio, avviava il 33 giri e il videoregistratore e dirigeva – beninteso dopo avere aperto lo spartito e sistemato uno specchio davanti al podio. Quando era sicuro che il modello fosse stato sufficientemente memorizzato, cambiava VHS. Cosicché - diremmo oggi - in modo interattivo, per un costo ragionevole e di sicuro molto democraticamente, Ersilio diventava letteralmente chi decideva di essere: se fossero stati disponibili Muti piuttosto che Sinopoli avrebbe studiato anche loro. Anche se non avesse conosciuto la musica, Ersilio o un altro qualunque John Doe dall'Alaska alla Florida passando per Chicago avrebbe comunque introiettato l'immagine di quello specifico direttore. Sino a diventare come lui. Identico sputato preciso – insomma: lungi dal pensare in termini di mito, il mito stesso diventava abbordabile. Ersilio diventava Von Karajan, Boehm, Furtwangler, Toscanini – e non avete idea di che cosa sia stato Toscanini per i nostri emigranti. Più di un idolo. L'immagine dell'Italia migliore che andava esule per causa dello schifoso antidemocratico Mussolini. Il direttore che portava l'opera – democraticamente, su di un treno con tutta la compagnia – anche nella sperduta provincia. Ersilio adorava Toscanini, naturalmente, ma lo trovava un poco rigido e troppo spiritato – troppo in trance per uno terragno come lui. Ersilio era mio zio. Aveva sposato una sorella di mia madre e mi rivelò, in quell'estate dell'81 che trascorsi con gli zii e le cugine sul continente americano, la mia unica volta in quel paese, dettagli inediti sulla mia famiglia che mai avrei lontanamente immaginato. Soprattutto, nel corso di lunghissime chiacchierate mentre la Lincoln procedeva a 80 all'ora sulla lunghissima fettuccia ondulata che porta dritta da Chicago su, verso nord, nel Wisconsin, mi parlò della libertà, e di come fosse scarsa nel mio paese che era stato anche il suo. Ersilio aveva introiettato il meglio della cultura statunitense in termini di diritti civili ed era piuttosto liberal – sempre per gli standard USA – ma in Italia sarebbe stato un azzardo cercare di classificarlo in un qualunque partito, dei mille che già allora infestavano il Belpaese. Ersilio era allergico alla burocrazia stupida, perché
ammetteva che un poco di burocrazia era pur sempre necessaria. Era
allergico alla burocrazia come i Padri fondatori che avevano buttato
a mare le casse di tè degli inglesi a Boston, accendendo così
la miccia della rivoluzione americana. Sostenne – amava i paradossi
ma fino a un certo punto – che in realtà a scatenare
tutto non erano state tanto le tasse doganali, quanto il fatto che
gli inglesi avessero tentato di ingabbiare i giovani americani obbligandoli
ad avere una carta d'identità: “Vorrai mica dirmi che
IO devo provare a te, scimunito di un inglese, di un poliziotto, di
un tonto con la divisa che IO sono IO? Non ho mica bisogno che TU
mi dica chi sono IO. Lo so da solo. Non ti pare, nipote?”. YOU SAY HE'S JUST A PSYCHIC FRIEND insomma potreste dire che sono solo un amico ridotto a pura psiche o che invece sono diventato un sensitivo al di là di tempo materia e spazio. Voci da bollettini atmosferici e oscure previsioni
da guerra atomica. Con Ersilio mi divertivo, lo lasciavo parlare e a lui piaceva che stessi attento e rispondessi a tono. Forse in famiglia s'erano stufati di starlo a sentire. Ma in qual viaggio lo ascoltai ore e ore. Risposi stringatamente, un poco mollando e un poco stringendo. E quando stavamo in silenzio, continuavano a ronzarmi in testa quegli argomenti sull'identità, l'identificazione, la rivolta del tè, pardon delle carte d'identità. Pensavo alle cose che gli avevo detto: che in Italia dal 1975 c'era la Legge Reale e che aveva combinato disastri con l'uso legittimo delle armi, e ancora peggio che la legislazione d'emergenza sul terrorismo non era mai stata abrogata né nessuno pensava di abrogarla anche se manifestamente liberticida – figuriamoci, un anno appena dopo la strage alla stazione di Bologna – e infine che il mio era un paese a sovranità limitata, perché in nome della stessa libertà da lui amata, la CIA aveva tramato e ancora tramava contro il preteso pericolo comunista foraggiando l'estrema destra fascista e stragista. Ma più di tutti il tarlo della carta d'identità scavava, scavava. Pochissimo tempo dopo, avrei cominciato a domandarmi continuamente chi ero cosa facevo cosa volevo veramente dalla mia vita. Avrei vestito corazze di flanella grigia impiegatizia in sostituzione dell'orrendo verde oliva della drop militare, oppure jeans sdruciti t-shirt e scarpe da tennis con annesso sacco a pelo in vacanza, giacca e cravatta in ufficio, infine avrei cambiato personaggio così come si cambia di camicia riuscendo persino a costruirmi un'identità ad ala variabile come gli arerei spia. A Milano quando ti conoscono per la prima volta ti chiedono dove abiti e che auto possiedi, a Roma che fai nella vita, a Bologna con chi esci. Così io, di conseguenza. Avrei addirittura sostenuto con successo e grandissima faccia di tolla di fronte a un messo del Tribunale, con gli occhi a fuoco incrociato, che quello che lui cercava non ero io. Lui cercava Bruno Augusti Quinto mentre io ero semplicemente Augusto Bruni – ce ne volle, ma dovette ammettere che la differenza anche se piccola c'era, e non era imputabile al fatto che in Cancelleria civile erano delle capre in italiano quanto al fatto che si trattava proprio di due persone diverse. Bastava chiedermi la carta d'identità, ma lui non lo fece. Si fidò in qualche modo della mia parola. E io ne approfittai biecamente usando le profetiche parole di mio zio Ersilio: lo saprò ben IO chi sono IO, me lo vuole insegnare lei chi sono IO? E poi il colpo di grazia: se non mi crede perché non guarda che cosa c'è scritto sul campanello? Si ritirò in buon ordine, e credo si sia
anche scusato. Una settimana dopo sparii da quell'appartamento, dalla
sera alla mattina, e chi venne a cercarmi rimase con un palmo di naso.
Se era lui credo ci sia rimasto anche male. Conservai sulla carta
d'identità la residenza nello stesso appartamento da cui me
n'ero andato. E, come si dice, ci marciai sopra alla grande, alla
grandissima. E poi non è neanche questo il punto vero,
zio caro. Gli inglesi si ribellano perché gli altri europei
vogliono obbligarli ad avere una carta d'identità. Dicono i
giornali che gli ricorda troppo i nazisti. Ma non avevano voluto fare
lo stesso con i giovani coloni americani? Sciovinismo o memoria corta?
Forse tutte e due. Se è vero che a pensare male talvolta ci
si azzecca, credo siano contrari perché devono PAGARE per avere
una carta d'identità. Per loro è una cosa da marziani.
WHO ARE YOU? (Mutation 1) LIGHTININ' Di nuovo serio: E se poi per un accidente qualsiasi io perdessi di
colpo alcuni riferimenti essenziali per il mio Io, tipo se tutti quelli
della mia religione venissero sterminati, se tutti quelli del popolo
a cui sento di appartenere si volatilizzassero, se non ci fosse nessuno,
ma proprio nessuno che sa conoscere e si riconosce nella cultura in
cui sono cresciuto – se tutto questo scomparisse di colpo, ammetti
zio che la mia identità ne verrebbe a soffrire non poco. Perché,
caro zio, senza necessariamente diventare razzisti, nazionalisti o
xenofobi, c'è un vizio nel manico che è sempre in agguato,
sempre dietro l'angolo. La faccenda, peraltro, è cominciata sin dal
mio primo vagito: ho dovuto avere subito chiaro che quello stesso
vagito esce dalla mia bocca e non da quella dell'altro marmocchio
che strilla nella culla vicina. Così simile a me. Tanto che
gli hanno messo un bracciale con sopra il nome. Eh sì, perché
il nome che la mamma mi sta ripetendo da giorni e giorni – non
c'è verso di farle cambiare idea – appartiene a me e
solo a me e io sono uguale a lui, nel senso che attraverso quel nome
io sono identico a me stesso e posso riconoscermi quando qualcuno
mi chiama. A meno che – adesso che sono più cresciutello
- non ci sia nello stesso luogo qualcuno che si chiama esattamente
come me – che buffo equivoco, ma se anche il cognome fosse uguale?
E se per caso fosse uguale anche la data di nascita? E se per caso
fossimo nati anche nella stessa città? Più che una curiosa
coincidenza è un'immane rottura di coglioni, perché
poni caso che l'altro sia un mafioso e io un cittadino rispettabile,
o più semplicemente, io un bianco studente di liceo, incensurato
e l'altro uno di pelle nera, naturalmente musicista, un po' sfigato
come provenienza, magari con qualche piccolo precedente per reati
minori e il riformatorio alle spalle, sai che bella rottura. THE PROJECTS (Nel frattempo – è l'estate del
1995 in prima mondiale, Vernon e il suo gruppo, Masque, ovvero la
maschera, si sono trasferiti al Festival Jazz di Saalfelden in Austria
dove io in veste di inviato radiofonico li attendo per capire cosa
ci fa un rockettaro degno erede di Hendrix, a capo di una delle migliori
rock band mai esistite cioè i Living Colour, assieme a un gigante
del jazz contemporaneo come il clarinettista Don Byron e al campione
mondiale dei giramanopole, cioè DJ Logic. Un'ora dopo la domanda
non ha più senso. Suonano musica avanti vent'anni rispetto
a chiunque. Nel palco laterale riservato ai giornalisti, ci abbracciamo
e quasi piangiamo dalla commozione. Jimi è di nuovo tra noi.
Miles è di nuovo tra noi. Alla facciaccia di chi mette etichette
e steccati. Alla faccia di chi concepisce il mondo solo in categorie
etichette e classi, “ogni pampino suo ciardino”. Francamente
me ne frego, come direbbe il Cele. Si, zio, lo so che la tua obiezione ha un senso,
ma ancora una volta è la solita obiezione pragmatica americana
e come dicono i veneti “peso el tacon del buso”, peggio
la pezza che il buco stesso. Perché? Perché se il DNA
prova più di ogni altro sistema al mondo che io sono io e soltanto
io, è anche vero che il mio DNA è l'ultimo pezzetto
di privatezza che mi rimane. Una volta che l'avrò conferito
a una banca dati cosa ne sarà di quei miseri, privatissimi
dati che sono i mattoncini di cui sono costruito, almeno fisicamente?
SAINT COBAIN L'altra notte ho sognato. C'era Laurence Fishburne,
quello che faceva la parte di Morpheus in Matrix, che parlava tenendo
la lingua sul palato: il risultato era che sembrava un indiano dell'India
che prova a parlare inglese. Per chi non ha idea del risultato provi
a pensare a un lumbard o meglio un ticinese che parla l'inglese come
se parlasse l'italiano con gli stessi accenti. Buddha, il rivoluzionario, spezzò l'incantesimo delle caste e affermò che ognuno faceva gara a sé e che se l'anima trasmigrava ancora da un corpo a un altro. Nondimeno il karma si poteve trasformare sempre e comunque. Cazzi tuoi se il tuo conto in banca spirituale, i tuoi meriti, va sotto zero. Oggi alle stelle, ma se ti spendi tutti i crediti, prima o poi scenderai sotto la linea d'allarme e le conseguenze non potranno che essere negative. Ergo: agisci per il bene, ma fai attenzione. “Per ridurre i rischi, quando cerchi di cambiare il tuo Karma affidati solo a persone esperte, che possano guidarti per bene nel processo”. Così Laurence Fishburne, nel brano numero 9. In questo mondo virtuale, che pervade sempre di più le nostre esistenze, tutto il concetto di individualità e di identità è diverso, perché esso è composto di informazione, invece che di materia grezza, per quanto organizzata in modo sofisticato e perfetto ogni dire. Dunque, caro zio, come minimo dovrei chiedermi QUAL E' IL MIO NOME? QUAL E' IL MIO NOME? E quando, all’esibizione del tesserino militare,
la fila è esplosa in pernacchie berci lezzi cazzi e mazzi che
c'era solo da sotterrarsi, i due hanno fatto l'errore ancora più
tragico di richiedere l'intervento del direttore – ahi dura
terra perché non t'apristi? CALL WAITING TO EXHALE A proposito, sarà bene ricordare che Vernon Reid – specie con il CD di cui vi sto parlando – ha fatto parecchio per minare alla base le aspettative stereotipate di ciò che un musicista di colore di solito suona o ci si aspetta dovrebbe suonare: il suo eclettismo fuori da schemi e lo ha portato a coinvolgersi a livelli di assoluta eccellenza con tutto ciò che la cultura afroamericana ha prodotto negli ultimi cent'anni: hard rock e punk, funk e rock'n roll, jazz d'avanguardia e assoli alla velocità della luce “Lightnin'” . Nel 1985, assieme al giornalista Greg Tate, ha fondato la Black Rock Coalition, un'organizzazione il cui obiettivo è quello di facilitare l'apertura delle porte del mercato della musica a musicisti di colore che non ne volevano mezza di essere egualmente confinati nei ruoli del cantante confidenziale o del rapper delinquente – due estremi in cui spesso e volentieri la cultura dominante dei bianchi ha ghettizzato chi voleva campare di musica. A suo tempo musicisti come Dizzy Gillespie e più ancora Miles Davis hanno ribaltato – in faccia a chi li aveva creati – gli stereotipi del musicista confidenziale, autore ed esecutore delicato di canzoni da seduzione a lume di candela, e del nero junkie, emarginato schiavo della sua immagine come della sua droga. In questo album Vernon Reid ribalta ancora gli stereotipi. Tanto per cominciare, questo è un album senza canzoni, TUTTO STRUMENTALE. Nel senso che ci sono migliaia di voci, ma non ce n'è una che canti una canzone di senso e durata compiuti. Al contrario, ascoltate schegge vocali apparentemente impazzite – dovute perlopiù al genio di DJ Logic – perfettamente inserite nel contesto del brano che state ascoltando. Tanto basta per frustrare ogni aspettativa e ridurla in briciole come avviene in MY LAST NERVE dove l'ultima resistenza intellettiva cede il passo all'abbandono dell'ascolto privo di proiezioni, il mio ultimo nerbo si allenta e la musica fluisce, appunto, libera – risolvendosi nel meraviglioso brano successivo FRESHWATER COCONUT una fresca acqua di cocco in cui convivono miracolosamente lirismo wagneriano e incedere calypso alla Belafonte, incalzati da chitarre hard rock e una disgraziata rapper di periferia stonata e sgraziata - ma tant'è. E' l'illusione di un’integrità affermata, che vorrebbe farsi delle coccole – fresche come dolce acqua di cocco del tropico più confidenziale. Manco per niente. Si rende necessario puntualizzare che - almeno dal
punto di vista genetico - gli esseri umani sono tutti uguali per il
90%, e quello che fa la differenza sono le mutazioni: Flash. E' il marzo 1997. Il 30 marzo festeggerei volentieri il mio compleanno senza pensieri, ma la pecora Dolly, spaventosa fotocopia genetica identica a se stessa, riesce a farmi dormire sonni tremendi in cui abbraccio un me non-nato. UNBORNE EMBRACE. È qui la festa? Ma chi ti ha invitato, a te? Ma chi sei? (traccia fantasma, ma vale – oh quanto vale...)
– il diritto alla vita e alla dignità dell’uomo “implicano il diritto di ereditare caratteri genetici che non abbiano subito alcuna manipolazione”. – bisogna evitare che qualcuno determini le caratteristiche genetiche di qualcun altro, senza la sua volontà e per motivi non degni di tutela. – vietare “la creazione di esseri umani identici mediante clonazione o con altri mezzi, a fini di selezione della razza o per altri fini, e la creazione di gemelli identici”. – Comitato Nazionale per la Bioetica: i documenti su Le tecniche di procreazione assistita (1994) e su Identità e statuto dell’embrione umano (1996), raccomandano che la clonazione umana sia vietata. – Ministro della sanità - con due ordinanze del 5 marzo (GU 7/3/97) vieta tutto: il commercio di ovuli e di spermatozoi e “qualsiasi forma di sperimentazione e di intervento, comunque praticata, finalizzata, anche indirettamente, alla clonazione umana e animale”. – Parlamento europeo (12 marzo) chiede “un’esplicita messa al bando, a livello mondiale, della clonazione di esseri umani”; – OMS (18 marzo): Dichiarazione sulla clonazione, di tono cauto; – Legge italiana n.40/2004 – Convenzione di Oviedo – Articolo 1. Oggetto e finalità: Le
parti firmatarie della presente Convenzione proteggono la dignità
e l'identità di tutti gli esseri umani e garantiscono a ogni
persona, senza discriminazioni, il rispetto della sua integrità
e dei suoi diritti e libertà fondamentali riguardo alle applicazioni
della biologia e della medicina. Carta di Nizza (2000): “divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani” Articolo 3. Diritto all'integrità della persona: Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica, sono gli elementi della identità dell’essere umano e quindi della sua personalità UNESCO - Draft International Declaration On Human Genetic Data – 2003 Article 3. Person’s identity: Each individual has a characteristic genetic make-up. Nevertheless, a person’s identity should not be reduced to genetic characteristics. |