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La situazione internazionale tra Obama e Trump *
di Fabio Damen

Due imperialismi a confronto: a guidarne le mosse sempre le esigenze dell’economia Usa

Il confronto è inevitabile. Il primo Democratico, il secondo Repubblicano. Uno riformista e l’altro conservatore. Obama schivo e riservato, Trump arrogante e dirompente. Nulla di più diverso, ma è proprio così? La guerra in Siria ci dà qualche indicazione sul denominatore comune che è quello di presiedere il più potente Paese imperialista del mondo. L’insistente vulgata che con grande preoccupazione si è impadronita dell’opinione pubblica internazionale recita che con Trump la ricreazione dell’amministrazione obamiana è finita, da oggi in avanti vedremo pericolosamente esprimersi il revanscismo imperialistico degli Usa, ammorbidito, se non annullato, da otto anni di presidenza democratica.

Detto in altri termini, l’assunto America first ci presenterà uno scenario imperialistico del tutto nuovo, con un ‘condottiero’ che saprà riportare in auge il ruolo egemone degli Stati Uniti, come ai tempi di Reagan, di Bush padre e figlio. Come dire, che l’imperialismo non solo è una scelta comportamentale da un punto di vista politico, una scelta militare sul terreno dell’uso della forza, ma è anche l’impronta che un singolo individuo può dare al suo mandato presidenziale. In sintesi, il ‘democratico Obama’ si è ritirato dai teatri di guerra, ha fatto la pace con Castro e con l’Iran e ha ridotto gli Usa a uno dei poli internazionali rinunciando a essere il polo dominante. Il ‘rampante’ Trump farebbe esattamente il contrario, aggredendo chiunque si palesi come avversario diretto o indiretto degli interessi americani in qualunque punto del globo.

Certo, le personalità e il background politico possono giocare un ruolo all’interno del quadro politico strategico di un governo. Si possono prendere decisioni in tema di politica estera e di politica economica diverse a seconda delle situazioni interne ed esterne, ma anche a seconda di inclinazioni personali derivanti da impostazioni politiche pregresse. Vale però il discorso che a dettare le scelte di fondo, le strategie da seguire sono, al dunque, le pressanti condizioni economiche di vita del capitale, le ricette più opportune per curare le sue crisi e l’assecondare a ogni costo le sue necessità di valorizzazione, sia sul fronte interno (contenimento del costo del lavoro e maggiore sfruttamento) sia su quello internazionale (guerre per procura, condizionamento di governi e delle loro politiche, conquista dei mercati della materie prime, energetici e finanziari).

Altrettanto certo è che si può sbagliare a interpretare le necessità del capitale mettendo in atto politiche economiche errate e strategie internazionali controproducenti, ma rimane il fatto che il capitale ha le sue leggi di vita e di sopravvivenza che non possono essere evitate da nessuno, nemmeno da un presidente o da un governo degni di questo nome e responsabili verso la fonte irrinunciabile dei profitti. E a ben vedere la differenza tra il mandato Obama e l’incipiente amministrazione Trump, al di là di evidenti diversità di stile e di capacità comunicative, non è poi così profonda: in entrambi i casi le due amministrazioni si sono poste al servizio dell’imperialismo americano a seconda delle due fasi storiche che, per semplicità di discorso, definiamo: prima e dopo la crisi dei subprime.

Quando Obama sale alla Casa Bianca nel 2008 con il suo programma di riforme, le priorità erano ben altre, erano quelle dettate dalla deflagrazione della crisi finanziaria, quelle di ‘bonificare’ un’economia al collasso e di creare una serie di salvagenti in grado di far galleggiare un colosso economico-finanziario alla deriva. L’amministrazione Obama si è messa immediatamente al lavoro. Innanzitutto ha avallato, coperto e accelerato quel processo di esportazione della crisi ‘finanziaria’ consentendo a banche, fondi di investimento, società di assicurazione ecc. di disfarsi dei titoli ‘tossici’, investendo dei loro miasmi il mercato finanziario mondiale.

Un’operazione che era già cominciata qualche mese prima, ma che il primo presidente afroamericano ha portato sino in fondo, in collaborazione con la banca centrale, scaricando così, attraverso una vera e propria azione di criminalità finanziaria, buona parte della propria crisi sugli istituti di credito mondiali. Contemporaneamente, ha salvato le banche americane più esposte dal fallimento, per poi tentare, non riuscendoci, di ricollegare i fili che legano il capitale all’economia reale. La manovra (Quantitative Easing) è costata migliaia di miliardi di dollari, presi dalle casse dello Stato, cioè dai contribuenti, ovvero dalle tasche di quei cittadini che, nel frattempo, perdevano il posto di lavoro e aumentavano la loro precarietà lavorativa e sociale.

Sul fronte della presenza imperialistica a scala internazionale, se è vero che Obama ha dato il via al promesso ritiro della truppe americane dall’Iraq e dall’Afghanistan, ritiro dovuto alla preoccupazione di non essere coinvolto nei disastri bellici che la precedente amministrazione Bush aveva proditoriamente inscenato, abbassando l’indice di gradimento all’interno dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, è pur vero che non è rimasto con le mani in mano a contemplare l’aggravarsi degli scenari mondiali investiti dalla crisi e percorsi da venti di guerra. Obama ha contribuito eccome a rilanciare il ruolo imperialistico degli Usa, ma usando tattiche a intensità variabile.

All’interno di un inusitato involucro di politica estera, quello del soft power, Obama ha alternato l’uso delle manovre delle intelligence a quello dello stimolo esterno allo sviluppo di tensioni sociali e guerre civili, all’intervento mediato attraverso l’appoggio a fazioni belligeranti, o all’intervento diretto nei casi di maggiore necessità. L’operatività delle intelligence si è prodotta nel ruolo che gli Usa hanno avuto nello stimolo e nella gestione politica delle ‘rivoluzioni arancioni’ nell’Est dell’Europa in chiave anti-russa. In Ucraina in modo particolare, ma anche nei confronti di altri Paesi appartenuti alla defunta Unione Sovietica, come Ungheria e Polonia. Il soft power, con l’ausilio delle intelligence diplomatiche, ha operato nei confronti dell’Iran (accordi per l’arresto del programma nucleare, in cambio dell’annullamento delle sanzioni commerciali e politiche) in funzione di un tentativo, peraltro non riuscito, di staccare il Paese degli Ayatollah dall’influenza russa, con l’obiettivo di rompere l’asse petrolifero e militare che opera in Medio Oriente in aperto contrasto con gli interessi delle corporation petrolifere americane.

Le stesse sanzioni comminate alla Russia di Putin portano il marchio della diplomazia obamiana, che ha fatto di tutto per isolare la Russia dal resto del contesto europeo, sia in termini di dipendenza energetica dell’Europa (Ucraina), sia in termini militari (allargamento della Nato tra i Paesi dell’Europa dell’Est), costringendo Putin a drastiche contromisure quali l’annessione della Crimea camuffata da referendum e lo stato di belligeranza con l’Ucraina stessa. In alternativa al soft power basato sul ruolo delle intelligence e della diplomazia d’assalto, Obama è ricorso anche all’uso aperto della forza, sebbene in maniera indiretta, operando dietro le quinte di scenari bellici o di guerre civili il più delle volte direttamente fomentati o adeguatamente sfruttati come scenari che richiedessero l’intervento salvifico della potenza a stelle e strisce. Tre esempi su tutti: 2011 Libia e Siria, 2015 guerra contro l’Isis.

Nel caso libico gli Usa hanno acconsentito alla Francia e all’Inghilterra di intervenire contro il governo di Gheddafi, di creare una situazione di guerra e di crisi umanitaria dai contorni internazionali che dura ancora adesso. Non solo, ma in una seconda fase hanno collaborato con la propria aviazione alla violenta destituzione del Colonnello, loro antico nemico, in una sorta di regolamento di conti che per la Francia aveva il sapore della speranza di arrivare a una sorta di monopolio della gestione del petrolio libico. Per l’Inghilterra era l’opportunità di essere ben più presente nei destini del Mediterraneo e per gli Usa di sbarazzarsi definitivamente di uno scomodo personaggio e di ribadire che da Gibilterra a Malta nulla avviene, guerre comprese, senza l’avallo o la partecipazione del primo polo imperialistico mondiale.

La crisi siriana e la conseguente guerra civile tra lealisti e oppositori del governo di Assad ha visto i suoi esordi avallati prima, sviluppati poi, dall’aiuto economico, militare e logistico degli Usa in stretta collaborazione con la Turchia, l’Arabia saudita e i Paesi del Golfo. Lo stesso discorso vale per la nascita e la crescita dell’Isis. Obama, in chiave anti-Assad e contro la presenza navale della Russia nel Mediterraneo, non ha esitato a finanziare e armare le milizie di al Baghdadi sino a farle diventare una piccola potenza dell’area compresa tra l’Iraq e la Siria, per poi tentare di sbarazzarsene quando la ‘diabolica creatura’ gli è scappata di mano assumendo una parziale e contrastata autonomia. In questo ‘secondo tempo’ Obama ha addirittura pensato e organizzato una coalizione che si prendesse carico di eliminare fisicamente il Califfato nero, ormai più ostacolo ai progetti imperialistici americani che malleabile strumento da usare contro gli avversari russo-alawiti.

Beninteso, senza che i militari americani mettessero piede sui territori degli scontri; il loro ruolo era quello di bombardare le postazioni dell’Isis e degli alleati di Assad, lasciando il lavoro sporco ai curdi siriani e iracheni. Lo stesso dicasi per l’intensificazione dei bombardamenti in Siria, con tanto di morti civili che hanno costretto il governo Obama alle scuse ufficiali in più di una occasione. Per cui sostenere che gli otto anni dell’amministrazione Obama siano stati caratterizzati da una linea politica di ritiro dagli scenari di guerra in una sorta di ‘ripensamento’ degli orrori perpetrati dall’amministrazione Bush e oggi in via di essere ripercorsi da quella di Trump, non risponde a verità.

Si può discutere sulla validità o meno delle rispettive scelte di politica estera, sulla capacità di interpretare al meglio le strategie d’intervento, sulle condizioni interne e internazionali che hanno determinato le suddette scelte e strategie, ma non si discute sul fatto che il filo rosso degli interessi imperialistici americani non si sia mai spezzato, annodando una serie di episodi che hanno rappresentato una continuità di aggressione e di uso della forza proporzionale solo alla gravità della crisi internazionale e alle necessità di dare ‘soluzioni idonee’ alla feroce predazione dell’imperialismo americano.

È pur vero che l’irrompere di Trump sullo scenario politico internazionale è stato stravolgente, atipico per modalità e tempistiche, determinato e contraddittorio. Ma è pur vero anche che le sue mosse, con una minore enfasi mediatica, sarebbero state prese da un governo capeggiato della signora Illary Clinton come dal precedente presidente Obama, per il semplice motivo che la guerra di Siria e le manovre della Corea del Nord non lasciavano molti spazi ai ‘faraonici deficit’ dell’economia e della finanza americane, e che i messaggi di avvertimento alla Russia e alla Cina dovevano essere inviati per forza di cose in virtù di un’accelerazione delle tensioni imperialistiche dovuta al permanere della crisi sui mercati commerciali, delle materie prime, su quelli finanziari.

Non si tratta, dunque, solo di ‘sortite estemporanee’ da addebitare al presidente di turno, anche se Trump sta facendo di tutto per accreditare la tesi della responsabilità personale delle ultime scelte in contrapposizione alla presunta staticità del precedente presidente. Per cui non deve destare grande sorpresa, fatta eccezione per i tempi molto ristretti e i modi da bullo di quartiere, se pochi mesi dopo essersi insediato, nella notte tra il 6/7 aprile, il presidente americano Trump, senza l’assenso del Pentagono, senza che l’Onu finisse la sua indagine per verificare se la strage di 72 civili nel Paese siriano di Khan Sheikhun fosse da imputare ad Assad o a un effetto ‘collaterale’, ha dato ordine di lanciare 59 missili contro la base aerea siriana da cui sarebbero partiti i raid chimici. Aeroporto distrutto, rifornimenti di petrolio e di armi saltati in aria e almeno 5 morti tra i militari di Assad, il quale ha denunciato anche vittime civili.

Il decisionismo di Trump avrebbe avuto come prima giustificazione l’insopportabile orrore subìto alla vista dei venti bambini morti nell’operazione incriminata, in una sorta di impeto vendicativo scaturito all’interno di un animo particolarmente pietoso e timorato di Dio. Poi però vengono ammessi, a mezze parole, altri motivi che con l’umanitarismo hanno poco a che fare. Intanto il presidente americano si è pesantemente lamentato con il suo predecessore Obama accusandolo di non aver avuto gli attributi per portare a compimento la missione militare contro il dittatore Assad. Un po’ come dire, “ora tocca a me fare quello che tu non hai saputo fare prima”. In seconda battuta emerge un altro motivo. Quest’ultimo consisterebbe nella difesa degli interessi americani, che la prosecuzione della crisi siriana, nei termini imposti dal duo Russia-Iran, metterebbe seriamente a rischio. Rischio dovuto anche alla ‘selvaggia’ migrazione di siriani verso gli Usa, con il rischio di importare terroristi oltre che di dare spazio a ‘ladri’ di posti di lavoro.

Niente o quasi di tutto questo, ovviamente. La drastica presa di posizione di Trump ha ben altre radici, interne e internazionali. Quelle interne risiedono nel fatto che, con il più basso indice di gradimento che un neo-eletto presidente americano abbia mai avuto, occorreva che facesse qualcosa di ‘straordinario’ per dare credibilità alle sue ‘sparate’ vocali. Per di più, il tanto strombazzato superamento della crisi economica lascia dubbi e pesanti perplessità agli stessi analisti americani. L’economia Usa si è mossa ma a ritmi bassi, troppo bassi per le aspettative facilmente suscitate e per i numeri pesantemente negativi che l’accompagnano. Quando è arrivato alla Casa Bianca, Trump ha trovato una situazione ancora critica.

Il debito pubblico di 19.200 miliardi di dollari è pari al 105% del Pil. Era di 18.992 miliardi nel 2015, dopo anni di Quantitative Easing. Mentre era ‘soltanto’ di 9.267 miliardi nel 2007 agli esordi della crisi che, non dimentichiamolo, è partita proprio dalle contraddizioni economiche e finanziarie dell’economia Usa. Se dovesse passare la riforma Trump sull’abbassamento delle tasse (poi passata nel dicembre 2017, n.d.r.) il debito pubblico salirebbe al 135%. La ripresa economica, o presunta tale, sconta inoltre un fortissimo decentramento produttivo, interi settori
come il manifatturiero e il siderurgico sono da anni nelle mani di Cina e Giappone e invertire la rotta è praticamente impossibile.

La concorrenza tedesca nel metalmeccanico (automobilistico ma non solo) è a livelli altissimi. Il deficit nella bilancia dei pagamenti con l’estero ha raggiunto il record storico di 500 miliardi di dollari. I milioni di posti di lavoro, peraltro creati dall’amministrazione Obama e solo 600 mila nei cento giorni della sua amministrazione, sono fasulli perché basati su statistiche improbabili, in base alle quali basta lavorare 15 giorni all’anno per essere considerato occupato. In aggiunta, i nuovi posti sono molto spesso al nero, o con contratti temporanei a brevissimo termine e sottopagati (in molti casi si arriva ai tre dollari ora). Sono, come detto, i dati dell’economia americana a fare chiarezza sullo stato del mercato interno in termini di produzione di merci e di circolazione di capitali.

Il prodotto interno lordo Usa è cresciuto nel primo trimestre 2017 solo dello 0,7%, a un passo molto più lento delle attese degli analisti, che prevedevano un +1%. Si tratta del peggior incremento da inizio 2014. In particolare, nel primo trimestre del 2017 la spesa al consumo in Usa è cresciuta solo dello 0,3%, ben al di sotto del 3,5% del trimestre precedente. In questo caso si tratta del dato peggiore dal 2009. In aggiunta sono diminuiti i flussi finanziari verso l’economia americana nonostante gli sforzi, non riusciti, di mantenere un dollaro ‘alto’ capace di attirare investitori e speculatori. I flussi calcolati percentualmente rispetto al prodotto interno lordo sono passati dal 57% del 2007, anno di inizio della crisi dei subprime, al 36% del 2015. Così come si è registrata una caduta verticale degli investimenti esteri che, nel medesimo periodo, si sono ridotti del 50%.

Ultimo ma non meno importante è il debito estero, che a fine 2015 ha toccato la cifra record di oltre 6.000 miliardi di dollari. A latere bisognerebbe aggiungere i debiti delle famiglie, delle imprese e di molte amministrazioni statali che sopravvivono grazie ai sussidi dello Stato centrale. Negli Usa del ‘dopo crisi’ si avverte un pesante malcontento sia negli ambienti della piccola borghesia in avanzato stato di proletarizzazione, che nel mondo del lavoro dipendente. I dati ufficiali parlano di salari reali che sono fermi da quarant’anni. Dal 1979 al 2015 l’ammontare dei salari è passato da un valore di 528.524 miliardi di dollari ai 533.297 del 2015, mentre i redditi dell’1% più ricco della popolazione, negli stessi anni, sono passati dai 269.102 ai 671.061 allargando ulteriormente l’abisso retributivo tra i detentori di capitale e la forza lavoro.

Il risultato è che due tra le famiglie più facoltose degli Stati Uniti, Walton e Koch, detengono un patrimonio pari a quello complessivamente posseduto da 150 milioni di cittadini americani a reddito dipendente. Non a caso, 90 milioni di aventi diritto al voto nelle ultime elezioni presidenziali hanno pensato bene di starsene a casa perché non più in grado di illudersi che qualsiasi classe dirigente, di destra o di sinistra, potesse dare anche una parziale soluzione ai loro gravi problemi economici e sociali. Il 50% di quei 90 milioni vive sotto la soglia di povertà, non ha un lavoro fisso da anni, sopravvive con i buoni pasto, non ha nessuna copertura sanitaria, si accalca alla periferia delle grandi città e sopravvive nel crescente degrado sociale.

Tutti fattori che prima o poi potrebbero scoppiare all’interno del Paese capitalisticamente più avanzato del mondo. Per cui un richiamo alla necessità di ‘difendersi’ dai nemici esterni, intesi come concausa dei mali interni, richiamo sorretto da una plateale azione di forza che desse degno seguito alle parole, ci può stare nelle strategie della conservazione, come quella di promettere mari e monti al depresso popolo americano. Due esempi su tutti. Il primo riguarda la promessa di abbassare drasticamente le tasse, il secondo riguarderebbe uno sviluppo dell’occupazione con tanto di aumento dei salari; la promessa è di ‘rilanciare l’economia reale’, diventare competitivi con le buone (investimenti ad alta tecnologia) o con le cattive (tassazione e protezionismo) sul mercato internazionale. Più produzione, più occupazione, più competitività, più profitti e più alti salari. A corollario, per favorire le imprese, meno tasse alla produzione di merci e meno aliquote fiscali sui redditi da investimento produttivo.

Detto e fatto? No. Perché il progetto presenta non poche falle. La prima e più evidente è quella relativa al convincere solo con una detassazione, anche se consistente (la riforma fiscale approvata dal Congresso ha ridotto le imposte sulle imprese dal 35% al 21%, n.d.r.), una massa
enorme di capitali che da anni si è data alla speculazione proprio perché i profitti e i saggi del profitto sono troppo scarsi, a ritornare nella economia reale. Per quelli che già ci sono la detassazione sarebbe una grande boccata d’ossigeno, ma che con un dollaro alto, per richiamare capitali dai quattro angoli del mondo, vanificherebbe buona parte dei vantaggi della detassazione stessa. Senza dimenticare di come la manovra, calcolata tra un minimo di 2.500 miliardi di dollari e un massimo di 5.000 che non entrerebbero più nelle casse dello Stato, finirebbe per pesare su di un debito pubblico già ampiamente debordante.

Che poi il presunto rilancio economico crei nuovi posti di lavoro, più reddito, più salari e maggiore domanda per far girare la ruota capitalistica dell’economia nazionale, è tutto da verificare. Primo perché i futuribili investimenti sarebbero ad alto contenuto tecnologico con la creazione di pochi posti di lavoro e la cancellazione di buona parte di quelli che ci sono. Secondo perché i salari dovrebbero essere compatibili con i nuovi ingenti investimenti, ovvero il più bassi possibile, contraendo e non dilatando la domanda interna.

Sullo scenario internazionale Trump ha capito che rimanere a guardare, come in parte pensa abbia fatto l’amministrazione precedente, poteva arrecare danni consistenti all’imperialismo Usa, che vedeva ingigantire a dismisura l’iniziativa degli imperialismi concorrenti. A partire dalla questione commerciale, nella quale il neo-presidente ha minacciato di stracciare tutti i trattati internazionali come il NAFTA con Canada e Messico, il TPP e il TTIP, per non parlare della Cina accusata di concorrenza sleale e minacciata a sua volta di subire l’imposizione di pesanti tasse doganali al pari dell’Europa (leggi Germania), per recuperare un impossibile terreno all’interno del deficit della bilancia commerciale con l’estero (una ‘guerra dei dazi’ che Trump ha poi iniziato nel marzo 2018, n.d.r.). Non ha importanza se sul NAFTA c’è stato un ripensamento, se sulla Cina Trump ne ha dette e contraddette sin troppe.

Lo stesso vale per la Russia: prima delle elezioni Putin era l’amico fraterno dell’aspirante presidente degli Stati Uniti, tre mesi dopo un nemico da tenere a bada sia sul fronte europeo, zona est, sia su quello mediorientale. Atteggiamento contraddittorio che Trump ha avuto anche nei confronti del presidente nord coreano, che da elemento da punire con un immediato bombardamento si è trasformato in un interessante interlocutore, tanto da dichiarasi “onorato” di avere un incontro con lui. Non sono in gioco i pensieri e i contro-pensieri di Trump che vale quello che vale. Ciò che al momento maggiormente preme alla nuova amministrazione americana è il ritorno, forte e visibile, del braccio armato dell’imperialismo americano nelle aree più calde dello scacchiere internazionale, il Medio Oriente, la Siria, l’agibilità nel Mediterraneo e tutto ciò che concerne nel mar del Giappone, il ruolo della Cina e del suo alleato coreano.

Un esempio chiaro e lampante è rappresentato dalla visita di Trump a Riad nel maggio 2017 presso il re saudita Salman, nella quale il governo americano ha sottoscritto un accordo in base al quale si impegna, oltre a prestare 300 miliardi di dollari per infrastrutture, a vendere al ‘clan’ saudita armi per 100 miliardi di dollari, ufficialmente in funzione anti-Isis, in realtà per contrastare l’asse Iran-Russia sul solito fronte medio Orientale. La manovra oltre ad avere un senso di strategia internazionale, ovvero di riannodare l’antica alleanza con i Saud non sempre lineare sul piano dell’affidabilità e oggi in pesante crisi economica e finanziaria, ha anche una valenza interna. Lo stesso Trump in una ‘mirabile’ sintesi dal maleodorante sapore imperialistico, ha promesso di vendere all’estero armi per comprare sul mercato interno forza lavoro. In termini concreti posti di lavoro promessi in cambio di guerre minacciate. Sfruttamento e morte messe assieme in un delirio capitalistico che non ha mai fine.

Ritornando alla ‘questione Assad’ essa sarebbe irrilevante, se legata solo alla figura dittatoriale del personaggio in questione, il vero problema per Trump, come per Obama, è di impedire alla Russia di sostenere il regime del “dittatore di Damasco” e con esso la possibilità di Putin di mantenere la sua flotta commerciale e, soprattutto, quella militare nei porti siriani di Lattakia e Tartus. Gli Usa vogliono il controllo commerciale e militare di tutti i mari. In teoria la Usa Navy è in grado di interdire la navigazione e l’attracco nei porti strategici a chiunque, attraverso l’indiscussa superiorità della sua marina militare. La III, la IV, la V, la VI e VII flotta sono presenti rispettivamente nell’Atlantico, nel Mediterraneo, nell’Indiano e nel Pacifico da cui passa il 90% del traffico commerciale mondiale.

Normalmente sono gli ammiragli Nora Tyson, Sean Buk e Kevin Donegan a stabilire l’accesso alla rotte internazionali di navigazione, accesso che può benissimo essere negato o revocato con la forza qualora l’imperialismo americano lo ritenesse opportuno. Per cui concedere all’avversario russo mano libera nella questione siriana, significherebbe rischiare di avere nel Mediterraneo una concorrenza navale di primo livello e di enorme disturbo per le strategie del Pentagono, quel Ministero della Difesa a cui Trump ha aumentato il bilancio di un buon 10% (52 miliardi di dollari circa) in funzione di operazioni belliche immediate e per un programma di riarmo a breve scadenza e ad alto contenuto tecnologico.

Non meraviglia, dunque, l’operazione siriana dell’aprile 2017, in piena notte, all’improvviso, ma precedentemente pianificata, senza il consenso del Congresso, dell’Onu e senza che una qualsiasi Commissione d’Inchiesta di diritto internazionale facesse luce sull’uso di materiale chimico. È un monito a chi di dovere. Alla Russia per l’egemonia militare nel Mediterraneo, alla Cina perché tenga a freno la Corea del Nord e il suo ‘estroverso’ presidente Kim Jong-un: “Altrimenti ci pensiamo noi”.

Ma anche alla stessa Cina a cui è dedicata la costruenda barriera missilistica nella Corea del Sud. A rafforzare il monito, il ‘solito’ Trump ha inviato una portaerei e un sommergibile atomico nelle acque della Corea del Sud per impressionare il bellicoso omologo nord coreano. Anche in questo caso non ha molta importanza che abbia poi fatto marcia indietro dichiarandosi disposto e “onorato” a incontrare Kim Jong-un, l’importante era far sentire la voce del ‘padrone’, pur creando una situazione di tensione internazionale e di pericolo nucleare che non si vedeva dalla crisi cubana dei missili del 1962. All’Iran, che prende direttamente parte alla guerra contro l’Isis, cercando di occupare una spazio imperialistico d’area sia in campo territoriale che petrolifero contro l’alleato saudita. Al fronte sciita, che è andato costituendosi durante questa crisi bellica che dura ormai da sei anni.

Fronte che annovera oltre all’Iran, l’Iraq e gli alawiti siriani. Agli Hezbollah libanesi, all’asse sciita-petrolifero iracheno-iraniano che difende Assad sotto la guida dei russi che, oltretutto, combattono in Ucraina dopo essersi impossessati dalla penisola di Crimea. Ai talebani, ai quali Trump ha dedicato l’esperimento del lancio del più potente ordigno bellico non nucleare mai progettato e mai esploso dalla seconda guerra mondiale. Anche se, va detto, l’atto è stato più dimostrativo che efficace perché il possente ordigno è stato lanciato contro le pareti rocciose dell’Hindu kush e non contro un qualificato obiettivo militare o bersaglio strategico. Dietro a tutto questo c’è la solita guerra dei ‘tubi’, il recente e precario progetto russo turco del Turkish Stream, i gasdotti russi e azeri verso l’Europa e verso l’Asia, la lotta per il prezzo del greggio e il controllo delle vie di commercializzazione del gas asiatico, la continuazione della supremazia monetaria e finanziaria del dollaro su cui si basano tutte le ambizioni di dominio degli Usa.

Certamente l’arrogante e rozzo protagonismo di Trump potrebbe stupire, ma non più di tanto, se si prendono in considerazione i fattori che sinteticamente abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento: come la crisi che fa sentire ancora le sue nefaste conseguenze, nonostante le insistite dichiarazioni di superamento delle sue cause. Semmai si è agito su alcuni effetti della ‘sovrastruttura’ economica ma non sui fattori che l’hanno determinata, che ne continuano a rallentare l’uscita, come l’elevato rapporto tra capitale costante e capitale variabile, come la permanente mancanza di soddisfacenti saggi di profitto nell’economia reale, come l’aumento della conseguente speculazione che è sempre in agguato con il rischio di ricreare bolle speculative ancora maggiori e più devastanti rispetto a quella dei subprime, da cui il capitalismo internazionale non riesce a uscire.

È in questo scenario che gli imperialismi si mobilitano con una velocità e determinazione preoccupanti, inscenando episodi di guerre guerreggiate e minacciando conflitti ben più generalizzati. È sempre lo stesso scenario che impone l’uso indiscriminato della violenza e il rischio che il tutto si trasformi in una carneficina globale su più terreni di scontro, quelli più sensibili da un punto di vista strategico, sia in termini economici che in termini di posizionamento militare.

 

Fabio Damen

 

* Pubblicato su Prometeo, giugno 2017

 

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