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Cineforum

 

L'eredità di Caino
di Iacopo Adami
Recensione del film Il fuoco della vendetta, Scott Cooper

“Io ho solo chiesto un atto di giustizia, ma voi mi avete spiegato ancora una volta che il sistema si regge sulla forza, sulla violenza.” “Lei, Vanzetti, un anarchico, viene a parlarci di violenza?” “Da sette anni va raccontando questa storia, e io torno a ripeterle che la società nella quale ci costringete a vivere – e che noi vogliamo distruggere – è tutta costruita sulla violenza. Mendicare la vita per un tozzo di pane è violenza; la miseria, la fame alla quale sono costretti milioni di uomini è violenza; il denaro è violenza; la guerra. E persino la paura di morire, che abbiamo tutti, ogni giorno, a pensarci bene è violenza.”
Dal film Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo


Titolo fuorviante quello scelto per la versione italiana del secondo lavoro di Scott Cooper, Out of the furnace. Il fuoco della vendetta, infatti, non rende giustizia al vero tema affrontato nel film, che è la violenza. Una violenza trasversale, che interessa più livelli, a cominciare dalla dicotomia civiltà-natura: la fornace, richiamando il mito di Prometeo, dove il fuoco rappresenta la tecnica, è simbolo della prima, mentre il fatto di esserne fuori (out) indica la tappa finale del percorso di Russell (Christian Bale). Ma è anche un modo di sottolineare il dramma che ha interessato – e interessa tutt’ora – la classe lavoratrice americana, travolta dalla crisi economica.

L’ambientazione è la cittadina di Braddock (Pennsylvania), in cui le fabbriche chiudono una dopo l’altra, lasciando dietro sé uno strascico di disoccupazione e degrado sociale. Una fotografia dai toni cupi mostra allo spettatore un alternarsi di abitazioni misere ed enormi complessi industriali, che, ormai abbandonati, arrugginiscono alla mercé degli elementi. Ma nel 2008 l’acciaieria in cui lavora Russell è ancora in attività, e lui è disposto a fare anche doppi turni pur di aiutare il fratello Rodney (Casey Affleck) a pagare i debiti contratti con John Petty (William Defoe), un piccolo allibratore locale, proprietario di un pub.

A differenza di Russell, estremamente equilibrato, Rodney è un ragazzo inquieto, che, come sostiene lo zio Red (Sam Shepard): “Ha sempre avuto dei problemi, fin da quando era bambino. Glielo leggevi negli occhi. Soprattutto dopo la morte di vostra madre”. E combattere in Iraq non l’ha aiutato certo a migliorare la sua condizione psichica. Del resto, è stato lui a scegliere di arruolarsi, probabilmente attratto dall’alto stipendio elargito ai soldati impegnati al fronte. Ciò che Rodney sembra temere più di tutto, infatti, è il lavoro nell’acciaieria. E ne ha le dovute ragioni, dal momento che il padre si è ammalato e ne è morto. In un acceso confronto tra i due fratelli, Rodney arriva addirittura a dichiarare: “Fanculo la fabbrica. Preferisco morire”. E, in effetti, è proprio ciò che accade in conseguenza alla sua decisione di battersi in un incontro di boxe clandestina organizzato da Harlan DeGroat (Woody Harrelson).

Non per niente, la base di quest’ultimo è sui monti Appalachi, oltre il confine col New Jersey. Una linea di demarcazione che ha lo stesso valore simbolico di quella tra il Vietnam e la Cambogia in Apocalypse now. Come in Cuore di tenebra di Joseph Conrad, a cui il film di Francis Ford Coppola è largamente ispirato, risalire il fiume – la strada, in Cooper – significa “viaggiare all’indietro nel tempo verso i primordi del mondo, quando la vegetazione ricopriva tumultuosa la terra e i grandi alberi regnavano sovrani” (1). Aspetto sottolineato in Out of the furnace dal poliziotto Weasley Burns (Forest Whitaker), che, parlando con Russell, afferma: “C’è tutto un altro mondo lassù. Generazioni dopo generazioni, quelle persone non sono neanche mai scese a valle. Vedono la giustizia a modo loro, e noi non siamo compresi”.

Senza contare che, anche volendo, Weasley non potrebbe fare alcunché in quanto quei luoghi si trovano fuori dalla sua giurisdizione. Oltre quel confine, dunque, la civiltà finisce e comincia la natura. E nonostante l’enorme spessore intellettuale del colonnello Kurtz non sia minimamente paragonabile a quello di DeGroat, quest’ultimo ricorda il primo in quanto anch’egli è sovrano di un mondo altro, dominato da logiche barbariche. Qui la violenza è alla base dei rapporti umani. Ma tali dinamiche sono davvero estranee alla civiltà? La Storia insegna il contrario.

Scrive Marx: “La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinnanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude”. Rodney apprende questa lezione nel momento in cui parte volontario in Iraq. Ciò che scopre, portando le gambe del suo migliore amico sotto un braccio e il resto di lui sotto l’altro, è il nucleo di violenza nascosto oltre la sottile crosta di civiltà del mondo occidentale, il suo cuore di tenebra.

Comprensibile, dunque, che una volta rientrato in patria fatichi a riadattarsi alla vita di prima. Gli incontri di boxe clandestina sono per lui quello che la roulette russa è per Nick ne Il cacciatore di Michael Cimino, film da cui l’intera opera di Cooper trae ispirazione, e apertamente citato nella scena della caccia al cervo di Russell e Red. Ora Rodney conosce la verità – quella verità che guarda Marlow, e lui la avverte, mentre compie i suoi “esercizi scimmieschi, proprio come guarda voialtri mentre eseguite i vostri numeri di funamboli per... quanto? Mezza corona al giorno...” (2). E questo significa che non può semplicemente seguire il consiglio di Russell e trovarsi un lavoro in fabbrica o altrove.

Lui vorrebbe essere come John Petty, ma è proprio quest’ultimo a cercare di levargli quell’idea dalla testa: “Questa non è la vita che ti meriti. Sei un bravo ragazzo, con un gran cuore. C’è molto di peggio che vivere come tuo fratello, fidati di me”. Ed è sempre Petty che prova inutilmente a dissuaderlo dall’organizzare con DeGroat il combattimento sugli Appalachi, nonostante i guadagni derivanti dalle scommesse permetterebbero a Rodney di saldare il suo debito con lui. È qui evidente la differenza caratteriale tra Petty, criminale di città, e DeGroat, criminale di montagna. Differenza sottolineata anche dal fatto che gli incontri di quest’ultimo si disputano a mani nude, anziché coi rudimentali guantoni a cui Rodney è abituato.

Tuttavia, vi è un elemento comune a entrambi. Se è vero che Rodney ha debiti con Petty, quest’ultimo li ha con DeGroat. È il denaro a regolare le loro vite. Come dichiara DeGroat: “Tutti hanno bisogno di soldi”. Nell’economia capitalistica viene riprodotta la competizione per la sopravvivenza esistente in natura. E non è un caso che, dopo l’incontro, DeGroat uccida Rodney e Petty, proprio a causa dei debiti di quest’ultimo – scena molto suggestiva, che cita quella di Apocalypse now in cui Willard uccide Kurtz, in un montaggio alternato col sacrificio di un toro, sostituito nel film di Cooper dalla macellazione del cervo cacciato da Red.

“La menzogna mi atterrisce,” afferma Marlow/Conrad in Cuore di tenebra. “C’è in essa un tanfo di morte, un alito di corruzione – che è proprio ciò che più odio e detesto al mondo – quel che vorrei dimenticare. Mi sconvolge e mi nausea, come quando capita di addentare qualcosa di marcio”. Chissà cosa avrebbe detto allora del premio Nobel per la pace Barack Obama, la cui imminente elezione è oggetto di un dialogo tra Russell e Dan (Tom Bower), il barista nel locale di Petty. Una vittoria dovuta a una lunga serie di promesse non mantenute in politica estera, nonché in quella economica interna.

L’acciaieria in cui lavora Russell chiude in quanto comprare il materiale dalla Cina costa meno che produrlo in loco – e qui la morte del padre rappresenta sul piano simbolico la fine della classe operaia statunitense, inerme di fronte alla globalizzazione. Ma la perdita del lavoro è solo una delle difficoltà a cui Russell deve far fronte. Prima è costretto a scontare una pena detentiva di alcuni anni per omicidio colposo, in seguito a un incidente automobilistico, dove muoiono una donna e un bambino. L’aggravante è l’alcol, poiché aveva bevuto con Petty un bicchiere di troppo per suggellare il risarcimento di parte del debito contratto da Rodney.

L’esperienza del carcere si pone sullo stesso piano di quella del fratello in guerra. Entrambi si trovano in una situazione limite, dove sono costretti a usare la violenza per sopravvivere. Infatti, come scrive Jack Henry Abbott in Nel ventre della bestia: “È solo questione di tempo, se ami troppo la vita o hai troppa paura della violenza, diventi una cosa, non più un uomo. Puoi finire a zampettare veloce come un roditore, piegarti a qualsiasi atto vile, malvagio, degradante chiunque ti chieda – sbirro o prigioniero. C’è un limite in ogni uomo. Puoi ingoiare rospi o leccare culi fino a un certo punto. Puoi anche prendere per il culo gli altri per un po’, se sei un buon ‘attore’. Ma quando un uomo supera il suo limite vitale, modifica la sua ontologia, per così dire. È come un sassolino che provoca una valanga che non puoi fermare. Puoi ingannare gli sbirri, finché non hai ingannato te stesso. Vuoi sopravvivere con una tale intensità, vuoi stare lontano dalla violenza a qualunque costo, che farai letteralmente qualunque cosa una volta che hai superato quel limite. Permetterai a chiunque di darti ordini. Venderesti tua madre, tua moglie, i tuoi figli, per restare vivo. Per vivere, sguazzerai nello scolo di fogna dell’anima di un uomo. Succhierai tutti i cazzi del carcere pur di ‘tirare avanti’. Non c’è niente che tu non sarai disposto a fare” (3).

Per questo Russell aggredisce un detenuto che lo aveva insultato: diventare violenti è l’unico modo in carcere di preservare la propria identità. Russell supera la prova e, non appena finisce di scontare la pena, è lui – e non Rodney – a guidare l’auto per tornare a Braddock, segno che ha elaborato il suo fantasma. Inoltre, ristruttura la casa del padre, proprio mentre, con la tecnica del montaggio alternato, viene mostrato Rodney battersi in un incontro di boxe clandestina. La risposta di Rodney al trauma della guerra è dunque distruttiva, quella di Russell all’incidente e alla prigione è costruttiva.

Nemmeno il fatto che, mentre era detenuto, Lena (Zoe Saldana) lo abbia lasciato per stare con Weasley, da cui ora aspetta un figlio, riesce ad abbatterlo. Per quanto addolorato, Russell accoglie la notizia, dimostrando una grandissima forza di carattere. Il suo mondo è andato in frantumi, ma lui è deciso a fabbricarsene un altro. Tuttavia, come sostiene il generale Corman in Apocalypse now: “Ogni uomo ha un suo punto di rottura”. Quello di Russell è la morte di Rodney. E così, dopo l’ennesima azione a vuoto della polizia contro Harlan DeGroat, decide di attirare quest’ultimo a Braddock, dando inizio a una sequenza che richiama quella della caccia al cervo. Ma se in precedenza Russell aveva risparmiato l’animale – per una motivazione etica e, dunque, culturale – davanti a DeGroat non mostra alcuna pietà e lo uccide sotto gli occhi di Weasley, accorso nel frattempo.

Qui la disposizione dei personaggi nello spazio ha un forte valore simbolico. Weasley, uomo della legge, si trova alle spalle di Russell, vicino a un complesso industriale abbandonato, invaso
dalle piante, che rappresenta la civiltà occidentale nella sua attuale fase di decadenza; DeGroat è di fronte a Russell, e arranca verso il bosco poco distante. Ignorando i richiami di Weasley e sparando a DeGroat, Russell sceglie la natura. L’inquadratura conclusiva, che lo mostra seduto alla sua scrivania, lascia intendere una copertura da parte di Weasley per evitargli la galera. Tuttavia, il suo sguardo perso nel vuoto è quello di chi è ormai incapace di trovare senso alla propria esistenza.

Out of the furnace è dunque un film che ha l’obiettivo di squarciare il velo di Maya dell’ideologia occidentale. Ciò non significa affermare che l’Uomo sia ontologicamente violento e competitivo, per cui non sarebbe possibile alcuna trasformazione sociale. Come ricorda Fabio Dei nel suo intervento Interpretazioni antropologiche della violenza, tra natura e cultura (4), l’homo homini lupus di Hobbes è un mito tanto quello del buon selvaggio di Rousseau. Esistono testimonianze di popolazioni primitive che si avvicinano alla prima definizione, altre alla seconda. Secondo l’interpretazione marxista, il motivo di tale differenza risiede nella disponibilità delle risorse. Se uno o più gruppi di persone vivono in un territorio inospitale, caratterizzato da scarsità di cibo, difficilmente svilupperanno sentimenti di condivisione; al contrario, i clan o gli individui competeranno tra loro tanto più ferocemente quanto maggiore è la penuria.

A questo proposito, l’avvio di 2001: Odissea nello spazio è emblematico. Due schieramenti di ominidi si fronteggiano per il controllo di una pozza d’acqua; alla fine, ha la meglio quello che per primo scopre la possibilità di utilizzare delle ossa come armi. Ed è in questo momento, quando la natura incontra la tecnica, che avviene il passaggio dalla scimmia all’Uomo. Tale incontro è fin da subito legato alla violenza.

D’altra parte, esso è anche la condicio sine qua non di ogni civiltà e cultura. In rapporto alla propria capacità di plasmare l’esistente, l’umanità è sempre stata in bilico tra la penicillina e la bomba atomica. Se è vero che la tecnica può distruggerci, è altrettanto vero che senza di essa sarebbe impossibile la riduzione aritmetica del dolore di cui parla Albert Camus ne L’uomo in rivolta. Proprio in quest’opera il filosofo algerino scrive: “La macchina non è cattiva se non nell’uso che ne viene fatto attualmente. Bisogna accettare i suoi benefici, anche se si rifiutino le sue devastazioni” (5). Una critica costruttiva, dunque, non condanna la tecnica in toto, ma tiene conto delle condizioni politiche ed economiche in cui essa si trova a operare.

 

Iacopo Adami

 

1) Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Einaudi
2) Ibidem
3) Jack Henry Abbott, Nel ventre della bestia, Derive Approdi
4) AA.VV., Alle radici della violenza, Gaspari editore. Fabio Dei è professore di Antropologia culturale presso l’Università di Pisa e autore di diversi volumi, tra cui Antropologia della violenza (2005), Meltemi
5) Albert Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani

 

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