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Inchiesta

 

Finanziamento ai partiti: la generosa contabilità
pubblica e privata
di Davide Corbetta

Quando la politica è business: la legge, i numeri e il tesoretto dei contributi pubblici e privati, quanto spendono e quanto incassano i principali partiti italiani

Chi credeva, dopo l’inchiesta giudiziaria Mani Pulite, che fosse finito il sistema delle malversazioni partitocratiche, da un anno a questa parte ha dovuto fare i conti con le denunce di peculato, corruzione, concussione, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti, piovute su due Consigli regionali, Lazio e Lombardia, e principalmente sui rappresentati di quattro formazioni di governo: Pd, ex Margherita, Lega Nord e Pdl.
I reati sono tutti accomunabili all’improprio utilizzo dei fondi relativi al finanziamento pubblico, che dal 1994 al 2008, secondo dati della Corte dei Conti, ha portato nelle casse dei partiti ben 2,2 miliardi di euro.
Un ulteriore onere per lo Stato, già aggravato dall’aumento delle spese sia delle amministrazioni pubbliche che di quelle regionali, spese che tra il 1994 e il 2010 sono passate da 354 milioni a 673 milioni di euro, per le prime, e da 76 milioni a 157 milioni, per le seconde (1) (al netto di ammortamenti, interessi passivi e imposte). Una situazione che ha portato, il 4 ottobre scorso, all’approvazione del nuovo decreto legge sui tagli dei costi della politica per gli enti locali.
Ma cosa si intende esattamente per finanziamento pubblico? E quanto pesa nelle tasche dei partiti?

 

La legge
Il finanziamento pubblico ai partiti non è altro che un flusso di denaro elargito dallo Stato “a titolo di concorso nelle spese elettorali sostenute per il rinnovo delle due camere” (2) e “a titolo di contributo per l’esplicazione dei propri compiti e per l’attività funzionale” (3). Fu introdotto con la legge n. 195 del 2 maggio 1974 dal democristiano Flaminio Piccoli, nel tentativo di controllare i finanziamenti con cui si foraggiavano i partiti, i quali, essendo libere associazioni prive di forma giuridica, e quindi di obblighi che ne regolamentino l’origine dei contributi (4), attingevano denaro da enti pubblici, raccolte fondi, quote associative e, principalmente, piccoli e grossi gruppi industriali, in piena politica di favori. Tanto è vero che la legge Piccoli, all’articolo 7, prevedeva il divieto di “finanziamenti o contributi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati da parte di organi della pubblica amministrazione, di enti pubblici, di società con partecipazione di capitale pubblico superiore al 20 per cento, o di società controllate da queste ultime, [...] a favore di partiti, o loro articolazioni politico-organizzative, e di gruppi parlamentari”. La legge vietava anche l’elargizione di finanziamenti da parte di altre tipologie di società non previste dal testo appena citato (ossia imprese private), salvo che tali contribuzioni non fossero state deliberate “dall’organo sociale competente e regolarmente iscritte in bilancio” e sempre che non fossero vietate dalla legge. Un reato che negli anni Settanta veniva punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni, e sanzioni pecuniarie che arrivavano fino a tre volte la somma indebitamente elargita.

A titolo di contributo per l’attività dei partiti la legge Piccoli attribuiva un versamento annuo di 45 miliardi di vecchie lire, a cui si aggiungevano 15 miliardi a sostentamento dei costi di campagna elettorale. Una cifra che in quasi quarant’anni è salita a 182 milioni di euro annui, circa sette volte il suo valore iniziale.
Sopravvissuta al referendum abrogativo del ‘78 e a quello del ‘93, promossi entrambi dai radicali, le legge ha subito numerose modifiche (5), di cui l’ultima con decreto n. 96 del 6 luglio 2012, che ha dimezzato l’importo totale a 91 milioni (6).

Al finanziamento pubblico possono accedere solo quei partiti che “hanno conseguito almeno il 2 per cento dei voti validi espressi nelle elezioni per il rinnovo della camera”, o hanno almeno un candidato eletto per ciascuna elezione (Camera dei deputati, Senato della Repubblica, Parlamento europeo e Consigli regionali) (7); la richiesta di rimborso deve essere presentata entro i trenta giorni successivi alla data di svolgimento delle elezioni, e deve essere debitamente supportata dai documenti e dalle scritture contabili del bilancio relative all’anno precedente, oltre che dalla dichiarazione dei finanziamenti privati ricevuti dal partito; successivamente, una società di revisione, iscritta all’albo della Commissione nazionale per la società e la borsa, ha il compito di eseguire il controllo del bilancio presentato, stilando il rapporto su cui la Commissione per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti e dei movimenti politici (istituita presso la Camera dei deputati), fatta salva la “conformità delle spese effettivamente sostenute e delle entrate percepite alla documentazione prodotta a prova delle stesse”, accetta o meno la richiesta di rimborso (8).
In caso di illegittimità nella documentazione, entro il 15 febbraio dell’anno successivo alla presentazione del rendiconto in Commissione, i partiti devono sanare tutte le irregolarità contabili, differentemente si procede prima alla sospensione del finanziamento, poi all’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria.

Secondo la nuova legge, dei 91 milioni annui, il 70%, ovvero 63,7 milioni, sarà dedicato al solo rimborso delle spese elettorali, mentre il restante 30%, 27,3 milioni, sarà destinato al sostegno dell’attività politica.
Il finanziamento è quindi tuttora suddiviso in due parti, di cui la minore rappresenta un cofinanziamento, calcolato in “0,50 euro per ogni euro che essi (i partiti, n.d.a.) abbiano ricevuto a titolo di quote associative e di erogazioni liberali annuali da parte di persone fisiche o enti [...] nel limite massimo di 10.000 euro annui per ogni persona fisica o ente erogante” (9). (Per intenderci, il Partito democratico, sul proprio bilancio 2011 dichiara entrate per quote associative, contribuzioni da persone fisiche e giuridiche pari a 5,5 milioni di euro, mentre la Lega Nord per 9,4 milioni di euro: entrambi i partiti riceveranno quindi una somma uguale al 50% delle contribuzioni, ripartita in base al limite massimo previsto di 10.000 euro.)

Ma la parte del finanziamento più interessante da analizzare è quella più consistente (70%), relativa al rimborso per le spese elettorali.
Per quanto riguarda la elezioni per la Camera dei deputati, il finanziamento viene “ripartito, in proporzione ai voti conseguiti, tra i partiti e i movimenti politici che abbiano ottenuto almeno un candidato eletto” (10).
Per le votazioni europee, “è stabilito un contributo in favore dei partiti e dei movimenti che abbiano ottenuto almeno un rappresentante. Il contributo è corrisposto ripartendo tra gli aventi diritto un fondo il cui ammontare è pari [...] alla somma risultante dalla moltiplicazione dell’importo di lire 800 (oggi 1 euro, n.d.a.) per il numero degli abitanti della Repubblica quale risulta dall’ultimo censimento generale” (11).
Per il Senato, già l’art. 9 della legge 515/1993 determinava il peso del contributo principalmente in base al numero degli abitanti per regione; rivista dall’art. 6 del nuovo decreto 2012, la norma specifica che “il fondo [...] è ripartito su base regionale. A tal fine il fondo è suddiviso tra le regioni in proporzione alla rispettiva popolazione. La quota spettante a ciascuna regione è ripartita tra i partiti, i movimenti politici e i gruppi candidati, in proporzione ai voti conseguiti in ambito regionale, a condizione che abbiano ottenuto almeno un candidato eletto nella regione.
Partecipano altresì alla ripartizione del fondo i candidati non collegati ad alcun gruppo che risultino eletti”.
Stessa cosa vale per i consigli regionali: nell’art. 1, al comma 3, si chiarisce che “il fondo relativo al rinnovo dei consigli regionali [...] è ripartito su base regionale in proporzione alla rispettiva popolazione”.
Infine, il rimborso massimo concesso ai partiti per ogni fondo è conforme al numero di voti validi conseguiti nell’ultima elezione.

 

I finanziamenti pubblici
Dando un’occhiata all’analisi della Corte dei Conti sui “Consuntivi delle spese e dei finanziamenti delle formazioni politiche presenti alla campagna elettorale del 28 e 29 marzo 2010, per il rinnovo dei Consigli delle regioni a statuto ordinario”, è possibile farsi un’idea di quanto abbiano accumulato fino al 2011 i principali partiti, sfruttando appieno la base di calcolo del finanziamento pubblico.
Circoscriviamo l’analisi a Pdl, Lega Nord e Pd, riassumendo in una tabella quelli che sono stati gli importi percepiti nelle due rate 2010 e 2011, le spese dichiarate dal partito e quelle accertate dalla Corte dei Conti, in base alla verifica della documentazione contabile (vedi tabella 1).

 

Equipariamo gli importi che si riferiscono al totale delle due rate del finanziamento pubblico fino a oggi incassate dai partiti (50,8 milioni), e quelli delle spese accertate dalla Corte dei Conti (39,7 milioni), con particolare attenzione alla differenza tra il contributo incassato e le spese accertate (11 milioni).
Ciò che emerge con evidenza è come il finanziamento pubblico erogato, per il solo rinnovo dei Consigli regionali del 2010, sia in misura nettamente superiore rispetto alle spese sostenute. Sproporzione che si incrementa considerando che le rate indicate in tabella, come già specificato, sono quelle del 2010/2011, a cui si andranno ad aggiungere altri tre versamenti annuali i quali, tenendo conto del recente dimezzamento messo in atto con il decreto 2012, dovrebbero ammontare a circa 5 milioni annui per Pd e Pdl e 2,5 milioni annui per Lega Nord. Il decreto infatti stabilisce che “in via transitoria, le rate dei rimborsi per le spese elettorali relativi alle elezioni svoltesi anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge, il cui termine di erogazione non è ancora scaduto alla data medesima, sono ridotte del 10 per cento. L’importo così risultante è ridotto di un ulteriore 50 per cento” (12).

Per rendersi conto di quanto poco significativa possa essere questa riduzione, basta guardare un’altra analisi della Corte dei Conti, quella sui “Consuntivi delle spese e sui relativi finanziamenti riguardanti le formazioni politiche che hanno sostenuto la campagna per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, finanziamenti già interamente erogati nelle cinque rate (vedi tabella 2).

In questo caso la differenza tra il finanziamento pubblico elargito (428 milioni) e le spese accertate (75 milioni), ammonta a ben 353 milioni. Una problematica che la Corte dei Conti mette in evidenza nel rapporto, analizzando le spese sostenute e i contributi erogati, complessivamente a tutti i partiti, dal 1994 al 2008 (vedi tabella 3).

 

 

Riassumendo, per le diverse elezioni indette dal 1994 al 2008 i partiti hanno incassato 2,2 miliardi di euro di finanziamenti pubblici (calcolati su una popolazione complessivamente coinvolta nelle diverse tornate elettorali pari a 556 milioni di cittadini), a fronte di 579 milioni di spese, ovvero 1,6 miliardi in più.
Le domande da porsi, a questo punto, sono due.
La prima: dove vanno a finire i soldi finanziati in eccesso rispetto alle reali spese sostenute per la campagna elettorale?
La risposta è molto semplice.
La norma prevede infatti che “le quote dei contributi non attribuite [...] sono versate all’entrata del bilancio dello Stato” (13), ovvero restano nelle casse pubbliche. Tuttavia, nel caso in cui si sia accertata la documentazione, accolta la domanda di rimborso, ed erogato il finanziamento, non è prevista alcuna restituzione dell’eccesso. Dunque i soldi rimangono a disposizione del partito, andando a ingrassare il tesoretto.
La seconda domanda è quindi conseguente: come viene gestito il tesoretto dai partiti?

 

Il tesoretto dei partiti
La tipologia di spesa ammessa al contributo riguarda la produzione e l’acquisto dei mezzi di propaganda, il costo del personale e per le sedi utilizzate in campagna elettorale, le spese di viaggio, di soggiorno, telefoniche e postali. Ove le spese di “locali per le sedi elettorali, quelle di viaggio e soggiorno, telefoniche e postali, nonché gli oneri passivi” vengono “calcolati in misura forfettaria, in percentuale fissa del 30 per cento dell’ammontare complessivo delle spese ammissibili e documentate” (14). Quindi riconducibili a un conto globale, un crogiolo nel quale è possibile conferire liberamente documenti di spesa, forse prodotti nel periodo di campagna elettorale, ma non necessariamente per la campagna elettorale.
Un dettaglio di forma che i nostri politici hanno dimostrato essere facilmente sfruttabile, per chi consuma a scopo privato il denaro pubblico, sebbene la normativa preveda esplicitamente che “i rimborsi e i contributi di cui alla presente legge sono strettamente finalizzati all’attività politica, elettorale e ordinaria, dei partiti e dei movimenti politici” (15).

Il caso più recente è quello di Franco Fiorito, ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio, accusato sia di peculato che di falso e calunnie. Il reato di peculato, così come disciplinato dall’art. 314 del codice penale, riguarda l’appropriazione indebita da parte di pubblico ufficiale o di incaricato di un pubblico servizio, di somme in denaro o beni mobili a lui affidati in ragione del suo ufficio. Così come stimato dalla procura, la somma in possesso dell’ex capogruppo era di 1,3 milioni di euro, in beni sequestrati dalla guardia di finanza, tra cui una Villa al Circeo e una Jeep, acquistata per l’emergenza neve a Roma.
L’indagine si è concentrata sulla movimentazione bancaria, 109 bonifici di dubbia natura, col trasferimento di 753 mila euro dai conti del partito a quelli personali di Fiorito (di questi, 324 mila euro girati su cinque conti correnti spagnoli).
Importi da capogiro, ai quali vanno aggiunte altre spese, più o meno accertate: 30 mila euro per un soggiorno a Porto Cervo, 28 mila euro usati per pagare spese telefoniche e residenziali, 41 mila euro per servizi televisivi, senza considerare le migliaia di euro consumati in ristoranti e hotel super lusso.
Insomma, nulla a che vedere con “l’attività politica, elettorale e ordinaria”, a meno che si vogliano giustificare cene da 6 mila euro come funzionali all’attività del partito.

L’ex capogruppo Pdl, ovviamente, non è stato l’unico, all’interno della Regione Lazio, a usare a proprio piacimento la cassa pubblica del partito. 150 mila euro è la cifra spesa dal consigliere Lidia Nobili per l’organizzazione degli appuntamenti “La Regione incontra Rieti”; 32 mila euro, invece, è quella impiegata in cene di lavoro dalla presidente della Commissione Cultura, Veronica Cappellaro (16). Rimangono poi da stimare le cene di Francesco Battistoni, successore di Fiorito in Regione, le cui fatture (falsificate e ingrossate) sono state pubblicate su internet, a detta di Battistoni tramite intermediazione con la stampa dello stesso Fiorito, per questo accusato di falso e calunnie.
C’è poi il caso dell’ex tesoriere della Margherita, e senatore del Partito democratico, Luigi Lusi, accusato di frode e appropriazione indebita per aver sottratto dalle casse del defunto partito 12,9 milioni di euro tra il 2008 e il 2009.

La pratica è la stessa: una serie di dubbi bonifici, se ne calcolano 90, inoltrati con causale “prestazioni di consulenza” e destinati alla “ttt srl”, società messa in piedi col presunto scopo di effettuare consulenze all’ex Margherita e di proprietà dello stesso Lusi. È stata la Guardia di finanza a riscontrare che il denaro malversato proveniva dagli ultimi rimborsi elettorali, riconosciuti alla Margherita nel 2008. Soldi pubblici così investiti dal tesoriere: 1,9 milioni per l’acquisto di un immobile a Roma, 270 mila euro alla “Luigia ltd”, società di diritto canadese riconducibile sempre a Lusi, 49 mila euro su un conto personale, 60 mila euro su quello del suo studio legale, e 119 mila euro allo studio di architettura della moglie.

Uso personale del denaro pubblico che richiama alla memoria un’altra vicenda, quella di Umberto Bossi, accusato di truffa ai danni dello Stato proprio per aver falsificato il rendiconto presentato a Camera e Senato, con la richiesta di rimborso elettorale. La cifra, in questo caso, si aggirava attorno ai 18 milioni di euro, parte della quale è stata usata dalla famiglia Bossi per il dentista dell’ex leader, la polizza assicurativa della casa di Gemonia, le multe del figlio Renzo (indagato insieme al fratello Riccardo per appropriazione indebita), e la cura plastica al naso del figlio Sirio.

Insomma, prelevamenti di capitale che hanno movimentato il cosiddetto tesoretto dei partiti, lasciando più di qualche dubbio sulla reale utilità di un finanziamento pubblico laddove, nel momento in cui diventa riserva di partito, può essere impiegato per ‘bisogni’ che esulano dalle reali necessità di campagna elettorale.

 

I finanziamenti privati
Situazione a cui fa da contraltare la realtà del finanziamento privato ai partiti, che si aggiunge a quello pubblico (già abbondantemente generoso rispetto alle spese dichiarate), e che la legge Piccoli nel ’74 affermò di voler limitare, riconoscendo contributi pubblici al fine (ufficiale) di eliminare i fondi neri che legavano l’economia e la politica tramite la ‘dazione ambientale’ della corruzione. Un sistema che invece ha continuato a svilupparsi negli anni fino ad arrivare, nel ’92, alla definizione di Tangentopoli. Un sistema tuttora in continua espansione.

Basti pensare alle accuse (ottobre 2012) che hanno portato davanti al giudice delle indagini preliminari l’ex vicepresidente al Consiglio regionale della Lombardia, Filippo Penati, indagato dalla procura di Monza per concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Il contendere riguarda le presunte tangenti per concessioni edilizie nell’area delle ex acciaierie Falck e Marelli. Versamenti sospetti, mascherati da consulenze e incarichi professionali, una triangolazione di fatture di 275 mila euro per terreni ancora da edificare. Oltre a 360 mila euro pagati, sempre per concessioni edilizie, in vista delle elezioni provinciali e regionali del 2009 e del 2010. Un’inchiesta giudiziaria che, sebbene ancora in corso, sebbene debba ancora accertare il grado di coinvolgimento dell’ex consigliere lombardo, ha riportato alla luce il vecchio modello cresciuto negli anni Novanta all’ombra di Enimont, della Metropolitana Milanese, delle cooperative rosse e di altri casi di tangenti.

Un’indagine cui fa eco quella relativa al leghista Davide Boni, presidente del Consiglio regionale lombardo, indagato dalla procura di Milano (marzo 2012) per corruzione e accusato di aver utilizzato gli uffici pubblici della Regione, quando ancora era assessore con delega all’urbanistica nella giunta Formigoni, come location per lo scambio di tangenti (1 milione di euro dal 2008 al 2010), con cui finanziare le attività del proprio partito. Denaro contante versato dagli imprenditori per ottenere favori edilizi nella costruzione di centri commerciali in provincia.

Non stupisce, a questo punto, che Montecitorio abbia bocciato la decisione di far certificare a un soggetto indipendente i bilanci dei gruppi parlamentari, che saranno invece controllati da organi interni alla Camera. I panni sporchi quindi si continuano a lavare in famiglia, e il catino è enorme:
basta dare un’occhiata all’entità dei finanziamenti privati che entrano nelle casse dei partiti, e legittimamente chiedersi in quale misura siano ‘dazione ambientale’.
E vale anche la pena, giunti a questo punto, di dare uno sguardo alle entrate complessive (contributi pubblici e privati) dei tre partiti presi a riferimento per questa inchiesta e le relative spese – tenendo sempre a mente che per le elezioni regionali del 2010, tre rate del contributo pubblico sono ancora da incassare (vedi tabelle 4 e 5).

 

 

Il corpo elettorale
Fa sorridere, a questo punto, il gesto filantropico con cui il governo Monti ha deciso di destinare “alle amministrazioni pubbliche competenti in via ordinaria a coordinare gli interventi conseguiti ai danni provocati dagli eventi sismici e dalle calamità naturali a partire dal 1° gennaio 2009” (17) i risparmi derivanti dal dimezzamento dei finanziamenti pubblici di questo e del prossimo anno: 91 milioni di euro nel 2012, e 74 milioni nel 2013.
Fa sorridere nella misura in cui le casse stracolme dei partiti diventano una fonte, quasi inesauribile, dalla quale consiglieri regionali, capigruppo, tesorieri e politici in genere, attingono per acquistare cravatte, champagne, servizi fotografici o immobili.
Fa sorridere se si pensa che sono gli stessi cittadini a concorrere, indirettamente e inconsciamente, a produrre quel denaro malversato, nel momento in cui, come abbiamo visto, l’entità del rimborso elettorale è stabilito in base alla popolazione e suddiviso tra i diversi partiti in proporzione ai voti ricevuti.

La disoccupazione è in crescita e i consumi sono in calo, tuttavia il voto del cittadino è utile e necessario ad alimentare fondi che sanno molto più di privato che di pubblico. Mentre i fondi privati sono alimentati dalla corruzione.
All’approvazione del nuovo Ddl sui tagli dei costi della politica, Mario Monti ha dichiarato: “Il decreto sulla trasparenza sui costi degli apparati politici è una misura richiesta dagli stessi presidenti delle Regioni e dai cittadini, che dopo i fatti inqualificabili che sono successi, sono indignati che a loro si richiedano sacrifici anche pesanti, mentre il mondo della politica sembra essere esentato”. Un richiamo all’indignazione popolare che diventa utile nella sua ‘soggettività’, al momento politico del voto, ma che maschera il valore ‘oggettivo’ del corpo elettore, come moltiplicatore del prodotto finanziario.
“[...] il corpo è anche direttamente immerso in un campo politico; i rapporti di potere operano su di esso una presa immediata; essi lo investono, lo marcano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a delle attività, lo obbligano a delle cerimonie, esigono da lui dei segni. Questo è direttamente connesso al sistema economico, perché il corpo oltre a essere utile è anche produttivo” (18).

 

Davide Corbetta

 

 

(1) Cfr. Conti e aggregati economici delle amministrazioni pubbliche, dato Istat pubblicato il 24 maggio 2012
(2) Legge Piccoli 195/1974, art. 1
(3) Legge Piccoli 195/1974, art. 3
(4) L’unica norma che disciplina la forma dei partiti è l’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”
(5) Legge 659/1981; legge 515/1993; legge 2/1997; legge 157/1999; legge 156/2002; legge 51/2006
(6) Legge 96/2012, art. 1, comma 5
(7) Legge 96/2012, art. 2, comma 2
(8) Legge 96/2012, art. 9
(9) Legge 96/2012, art. 2
(10) Legge 515/1993, art. 6, comma 3
(11) Legge 515/1993, art. 16, comma 3
(12) Legge 96/2012, art. 1, comma 8
(13) Legge 96/2012, art. 2, comma 2
(14) Legge 515/1993, art. 11
(15) Legge 96/2012, art. 9, comma 29
(16) Dati estratti dall’articolo: Omo se nasce, brigante se more. Il coro diventa profezia, Mattia Feltri, La Stampa, 15 settembre 2012
(17)Legge 96/2012, art. 16, comma 1
(18) Cit. da La ricerca di Michel Foucault, H.L. Dreyfus e P. Rabinow

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