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Inchiesta

 

Rapidi, silenziosi e intoccabili: l’esercito del domani
a firma europea

di Federica Prina

Eurogendfor: dai disordini di piazza alle ‘missioni di pace’, una nuova Polizia europea è già al lavoro, svincolata da ogni controllo politico, in totale riservatezza e nella piena immunità giuridica

Scontri negli stadi? Fughe di immigrati? Rivolte dei centri sociali? Carenza di uomini e mezzi per fronteggiare i disordini di piazza? Chiamate Eurogendfor.
I vandali hanno preso di mira la vostra casa? Eurogendfor vi proteggerà e si assicurerà con ogni mezzo che non vi diano più fastidio.
Avete sporto denuncia per un furto d’auto ma nessuna risposta è giunta dagli uffici della questura oberati di lavoro? Chiedete a Eurogendfor, che per rintracciare il ladro e assicurarlo alla giustizia dispiegherà uomini addestrati secondo i più rigorosi standard internazionali.
E se ancora non è sufficiente, sappiate che potrete contare su Eurogendfor anche in caso di calamità naturali, minacce terroristiche e ingorghi ai semafori.
In un’infinità di casi e situazioni, insomma, le forze internazionali di Eurogendfor saranno pronte a intervenire a fianco o al di sopra delle usuali forze di polizia. Però se nell’adempimento del loro compito i gendarmi europei dovessero causare incidenti, danni a cose o a persone, non sperate
in un risarcimento, perché l’eventualità esiste, si sa, ma Eurogendfor non è nata per occuparsi di risarcimenti. Del resto, vi è una certa logica nell’immaginare che il risarcimento per un incidente imprevisto sia a sua volta non previsto.

Se qualcosa non vi convince, se non conoscete Eurogendfor, non allarmatevi perché è normale, o almeno così sembra voglia farlo apparire la nostra classe politica, che alla creazione di questa nuova forza di polizia ha fatto ben poca pubblicità, nonostante la legge 84 del 14 maggio 2010 con la quale il Parlamento italiano ne ha ratificato la creazione sia stata approvata con 442 voti su 443. Una maggioranza che ha dell’incredibile in questi tempi di aspri scontri politici. Di certo, non brillano per informazione nemmeno i principali organi di stampa.
Fortunatamente siamo nell’epoca di internet e anche se la sua lettura non è sempre agevole, il documento istitutivo di Eurogendfor, il Trattato di Velsen, dal quale si possono ricavare tutte le informazioni sulle finalità dell’organizzazione, sui metodi di intervento, i poteri, le responsabilità e le risorse, è a disposizione dei cittadini (1), e a un’attenta lettura rivela aspetti inquietanti.
Procediamo dunque con ordine: che cos’è Eurogendfor e da dove nasce?

Eurogendfor (EGF) o Gendarmeria europea nasce da una proposta elaborata nel 2003 dai ministri della Difesa francese e italiano (Antonio Martino, governo Berlusconi) i quali, durante una riunione informale tra ministri della Difesa dell’Unione europea, hanno avanzato la proposta di dar luogo a una forza di polizia internazionale dotata di ampi poteri di intervento, con lo scopo dichiarato di poter far fronte alle esigenze di una maggiore cooperazione e coordinazione delle forze di polizia in situazioni di crisi.
Il 17 settembre 2004 a Noordwijk, Olanda, l’idea prende forma ufficiale grazie alla firma apposta sulla “Dichiarazione di intenti” dai rappresentanti dei governi di Francia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna, i cinque iniziali Paesi membri (per l’Italia, ancora Antonio Martino).
Il passaggio finale, ovvero la sottoscrizione del Trattato istitutivo, avviene il 18 ottobre 2007 (ministro degli Esteri Massimo D’Alema, governo Prodi) a Velsen (Olanda). Con la firma del Trattato di Velsen i Paesi membri – saliti a sei nel 2008 a seguito dell’ammissione della Romania – si impegnano a dar vita a una forza di polizia multinazionale, che può essere indifferentemente posta alle dipendenze dell’autorità civile o di quella militare, da dispiegarsi in tempi rapidi per affrontare e gestire crisi di carattere sia internazionale che interno, come enunciato nell’art. 1 del Trattato; lo stesso articolo specifica che EGF deve essere costituita esclusivamente da appartenenti a forze di polizia a statuto militare, il che significa, per l’Italia, l’Arma dei carabinieri.

La nascita di Eurogendfor sembrerebbe quindi rispondere all’effettiva necessità di garantire un adeguato coordinamento delle forze di intervento a livello europeo. Tuttavia, la lettura del Trattato lascia spazio ad alcune riflessioni sulla natura e sui (non) limiti di questo nuovo esercito.
La prima cosa che salta all’occhio è l’ampiezza del concetto di ‘crisi’ e, di conseguenza, dell’ambito di intervento di Eurogendfor. Come evidenziato nelle prime righe di questo articolo, seppur con ironia, i compiti di cui può farsi carico EGF spaziano in molti campi: dalle prevedibili missioni di sicurezza e ordine pubblico all’intervento nella gestione del traffico, dal controllo delle frontiere all’attività investigativa in campo penale, alla protezione “delle persone e dei beni” in caso di disordini pubblici (anche questa categoria ampia e di variabile definizione), senza dimenticare le attività di intelligence, la formazione delle forze di polizia secondo gli standard internazionali e l’affiancamento o addirittura la supervisione delle forze locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni (art. 4, Missioni e compiti).

Per rimanere in linea con i canoni dell’internazionalità, inoltre, il personale di EGF, addestrato secondo gli standard più elevati, potrà essere messo a disposizione per missioni internazionali al servizio non solo dei Paesi membri e di qualunque Paese ne faccia espressa richiesta, ma anche di organismi quali Ue, Onu, Nato, Ocse e altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche (art. 5, Inquadramento delle missioni). Fino a oggi, infatti, le forze di EGF sono state impiegate in tre missioni di carattere internazionale: la missione Althea in Bosnia Herzegovina dal novembre 2007 all’ottobre 2010, la missione Minustha ad Haiti dal febbraio 2010 al dicembre 2010 (con “compiti di controllo della folla”, si legge nel sito [2]) e la missione NTM, iniziata nel dicembre 2009 e tuttora operativa e che vede la partecipazione di EGF al programma di addestramento della polizia afghana messo in atto dalla Nato in Afghanistan.
Risulta evidente che siamo di fronte a un vero e proprio esercito composto da 800 uomini all’attivo, incrementabili di altre 1500 unità in caso di necessità, pronti a intervenire in qualsiasi situazione in una trentina di giorni al massimo; una sorta di Panacea da tutti i mali che potrebbero minacciare la sicurezza e la tranquillità dei cittadini europei e non solo.

L’esigenza di una rapida operatività sembra giustificare la superiorità stabilita nei confronti delle forze di polizia locale. Tuttavia, di fronte a una simile grandiosa prospettiva d’intervento, è necessario domandarsi a chi faccia capo Eurogendfor, ed è proprio a questo punto che le cose si complicano, ovvero acquisiscono una semplicità sospetta.
L’organizzazione interna di EGF prevede due organi, il Cimin e il Comitato Tecnico, uno solo dei quali, il Cimin, è di fatto detentore di ogni potere. Esso è l’organo politico di Eurogendfor ed è composto da rappresentanti dei ministeri degli Esteri e della Difesa dei Paesi aderenti al Trattato. Fra i suoi compiti vi sono le prevedibili funzioni di coordinamento politico-militare, la definizione dell’orientamento strategico della Forza, la nomina del Comandante, la definizione del ruolo e della struttura del Quartiere Generale e i compiti di vigilanza sull’attuazione degli obiettivi previsti dal Trattato, la scelta delle missioni a cui aderire e molto altro.

Al Cimin spetta la decisione sulle condizioni di ingaggio e schieramento di Eurogendfor e la definizione dei requisiti necessari a uno Stato europeo per l’adesione al Trattato, così come i criteri che stabiliscono le condizioni per l’attribuzione dello status di Osservatore o di Partner. In altre parole, il Cimin è il solo a poter decidere chi può far parte del suo super-esercito e quali sono i requisiti necessari per aspirare a farne parte – fermo restando la condizione primaria che solo Paesi che possiedono una forza di polizia a statuto militare possono far parte di EGF.
Questo aspetto sembrerebbe logico ma solo a patto che vi siano adeguate garanzie per la tutela e la definizione di detti princìpi; ciò nonostante il Trattato di Velsen non fa parola né dei criteri né dell’iter necessario a stabilire o modificare princìpi e linee guida, limitandosi a stabilirne la conformità e lasciando allo stesso Cimin il compito di occuparsene nello specifico.

Aspetto ancor più preoccupante è il fatto che all’intero personale di Eurogendfor sia attribuita una sostanziale immunità: il solo organo al quale è tenuto a rispondere delle proprie azioni è, ancora una volta, il Cimin. Fatta salva la responsabilità individuale per reati commessi al di fuori dell’esercizio delle funzioni attribuite dalla missione, infatti, il capo VIII del Trattato di Velsen, “Disposizioni in materia giurisdizionale e disciplinare”, mentre garantisce all’art. 25 il diritto delle Parti (i Paesi membri) a esercitare la propria giurisdizione sul personale di EGF, che potrà essere regolarmente sottoposto a processo per reati commessi sia negli Stati riceventi (quelli in cui si svolge la missione) che in quelli di origine, all’art. 29 stabilisce per lo stesso personale la totale immunità dai procedimenti esecutivi, annullando di fatto le conseguenze di un’eventuale sentenza giuridica. Al comma 3 in particolare si legge: “I membri del per sonale Eurogendfor non potranno subire alcun procedimento relativo all’esecuzione di una sentenza emanata nei loro confronti nello Stato ospitante o nello Stato ricevente per un caso collegato all’adempimento del loro servizio”.

La questione appare ancor meno rassicurante se si considerano due aspetti: il primo è l’ampio spettro di situazioni che possono essere considerate adempimento del servizio, il secondo riguarda invece le norme che, all’art. 21, garantiscono l’inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi di Eurogendfor. Tali norme estendono la stessa inviolabilità a qualunque tipo di atto, documento, dato, appartenente o detenuto da EGF, su qualunque tipo di supporto si trovi e in qualunque parte del territorio sia ubicato, con tutto quanto ne potrebbe conseguire in termini di possibilità di recuperare prove e dati in grado di stabilire, in caso di reato, se tale reato sia stato commesso o meno durante l’esercizio delle funzioni assegnate.
In caso sussistano dei dubbi sul fatto che i danni siano stati provocati durante il servizio, inoltre, il compito di sciogliere la controversia spetta esclusivamente al Cimin, il quale è tenuto a pronunciarsi dopo l’esame del rapporto predisposto dal Comandante EGF, come si legge nell’art. 31.
Dulcis in fundo, riservato a noi italiani, vi è un ulteriore elemento di interesse nella creazione di EGF, ovvero la decisione che ha collocato il Quartiere Generale a Vicenza, nella caserma Chinotto dei carabinieri. L’Italia è dunque lo Stato ospitante.

Alla luce di queste considerazioni, è indubbio che il quadro normativo di EGF è volto a creare un’organizzazione militare dotata di ampi poteri e di tutta la libertà necessaria ad agire senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Sicuramente questa nuova Gendarmeria europea è perfettamente in grado di rispondere a quelle esigenze di forza, rapidità e internazionalità auspicate dai suoi promotori, tuttavia la sua totale indipendenza pone un serio interrogativo sui limiti imposti a questo nuovo esercito. Perché EGF non risponde ad alcun Parlamento, nazionale o europeo; non risponde quindi ad alcun organo elettivo.

È dell’estate scorsa la polemica politica in merito alla partecipazione dell’Italia alla missione Nato in Libia. L’uso della lega Nord di tale questione è certamente strumentale, ciò non toglie che l’adesione a una missione militare internazionale debba essere votata a maggioranza dal Parlamento, l’unico organo istituzionale in cui è rappresentato non solo il governo, nei partiti di maggioranza, ma anche l’opposizione.
Viene dunque da chiedersi come mai lo stesso Parlamento italiano abbia votato in modo compatto e trasversale – ratificando il Trattato di Velsen – la propria estromissione decisionale da una realtà militare come la Gendarmeria europea. Forse perché, contingenti strumentalizzazioni politiche a parte, le missioni internazionali non godono di consenso tra i cittadini; un consenso che si traduce nelle urne. E dunque è forse meglio lavarsene le mani, come Ponzio Pilato. Ancor più se EGF può intervenire non solo in lontani teatri di guerra ma anche nelle ‘crisi’ del cortile di casa.

Un concetto di ‘crisi’ molto vasto, come abbiamo visto. Non è rassicurante pensare che in caso di calamità naturale i Gendarmi europei saranno pronti a intervenire così rapidi, così preparati? E non è rassicurante (per lo meno per alcuni) pensare che grazie a EGF le nostre frontiere saranno più controllate? E se invece delle investigazioni penali, invece degli ingorghi e dei terremoti, le ‘crisi’ fossero i disordini di piazza? I presìdi contro la TAV? Le manifestazioni di lavoratori e studenti, quelle contro le basi militari a Vicenza? Sarebbe ancora così rassicurante?

Le piazze di Spagna e Grecia ribollono di cittadini che non vogliono pagare il costo di una crisi economica causata dalla speculazione finanziaria, e la continuità delle politiche economiche neoliberiste adottate dai Paesi europei fa supporre che il conflitto sociale sia destinato a inasprirsi sempre più. Certo, l’Italia giace ancora come la Bella addormentata, ma in futuro? Se non portano consensi le missioni militari all’estero, figuriamoci quelle nel proprio cortile di casa, contro i propri cittadini non più silenti e passivi.
E in caso di danni a cose o persone, chi ne risponderà direttamente e come catena di comando militare e politico?

In Italia abbiamo già visto domare una piazza. Il G8 di Genova del 2001 non è così lontano nel tempo. Gli scontri e le violenze, le auto in fiamme, le vetrine infrante, le cariche della polizia sui cortei e i black block lasciati liberi di agire, l’irruzione alla Diaz e la ferocia degli abusi nella caserma di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani, le polemiche e i processi, i video, le denunce e le testimonianze... Sarebbe stato diverso se accanto ai carabinieri, alla polizia e alla Guardia di finanza ci fossero stati i gendarmi di EGF? Probabilmente no, in strada, ma una ben importante differenza avrebbe potuto esserci nelle aule giudiziarie.
Infatti, se a essere imputati per le violenze a danno dei manifestanti, invece dei membri delle forze di sicurezza italiane fossero stati i membri di EGF, quegli stessi processi si sarebbero conclusi con sentenze di fatto inutili poiché, secondo i termini del trattato di Velsen, non avrebbero potuto avere alcun tipo di conseguenza esecutiva; anzi, considerata l’impossibilità di reperire dati e informazioni presso gli archivi e le strutture di EGF, forse non si sarebbero nemmeno celebrati.
Rassicurante? Dipende dai punti di vista.

Federica Prina

 

(1) http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/gendarmeria_europea/
(2) http://www.Eurogendfor.org

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