Alla luce delle nefandezze e dei disastri con i quali il vecchio
anno ci ha traghettato nel 2008, quest’ultimo è apparso
fin dall’inizio, nel rispetto della cattiva fama che accompagna
i bisestili, accidentato e gravido di umori venefici.
Gli eventi che meritano attenzione sono molti, la cernita è
difficile e riduttiva. Ma tra gli altri, spiccano due episodi che,
pur rappresentando contingenze diverse, rivelano matrici e attori
comuni.
Il primo si è verificato il 2 gennaio, con un tempismo certamente
voluto, affinché il tracciato d’azione da seguire nel
corso dell’anno nuovo fosse ben chiaro fin dal suo sorgere,
quando l’ex presidente CEI e attuale vicario generale della
diocesi romana Ruini – seguito a cascata dall’onorevole
Bondi, dal presidente CEI in carica Bagnasco, dal filosofo Buttiglione,
all’integralista Binetti e compagnia orante – ha afferrato
e passato una staffetta. Quella offerta da Giuliano Ferrara con la
proposta di moratoria sull’aborto.
La richiesta, precedentemente avanzata dal ponderoso teocon sull’onda
emotiva della moratoria per la pena di morte, rivela in modo esemplare
una necessità imprescindibile, e la rivela proprio in quell’appaiamento
pena di morte/aborto, avventatamente liquidabile come un’assurda
cialtroneria. In effetti, basterebbe un briciolo di buon senso per
rilevare che nel primo caso lo Stato uccide un essere vivente, questione
di carattere pubblico e giuridico, nel secondo una donna decide di
non far nascere un essere non ancora vivente, frangente di ordine
strettamente morale e privato.
Tuttavia, a rendere interessante la discutibile commistione fra pena
di morte e aborto è la presunzione sulla quale si fonda, che
è poi la stessa a supporto di ogni argomentazione detrattoria
del fronte antiabortista: l’embrione è Persona, e lo
è fin dallo scoccare del concepimento.
Questa tesi – condivisibile o meno a seconda della sensibilità,
del credo religioso, della morale di ciascuno – proprio in quanto
legata alla sfera morale poggia su basi assolutamente impossibili
a dimostrarsi – altrimenti perché, per esempio, non risalire
nel processo riproduttivo, includendo gonadi, ipofisi e quant’altro
in tale processo possa essere coinvolto, dichiarandone la sacralità
e la conseguente inviolabilità? La questione riveste dunque
un ambito strettamente etico – l’unico, peraltro, di competenza
della Chiesa, giacché da sempre ne ha fatto suo dominio disconoscendo
la possibilità di una coscienza laica.
Ed ecco il suo limite. Se restasse confinata in questo ambito, tale
convinzione rimarrebbe ciò che è – una convinzione,
appunto – costituendo al massimo una direttiva per la coscienza
di chi volesse prestare ascolto alla guida pastorale.
Ma al potere ecclesiastico non è mai bastata la gestione delle
anime, il contingente conta quanto il trascendente, se non di più,
e una tesi morale, specie se non condivisa, è troppo lieve
per intervenire in modo sostanziale nella realtà sociale e
politica. Legittimo il sospetto, dunque, che a cuore dei presuli non
stiano solo le pecorelle riottose o la sopravvivenza dei nascituri.
A conferma di ciò, un altro dato: dall’entrata in vigore
della legge 194, trent’anni fa, il numero delle Igv si è
quasi dimezzato, una realtà sufficiente a riconoscere anche
da parte degli antiabortisti l’efficacia della regolamentazione,
seppure con ampie aree perfettibili. La contestazione della legge
invece continua, affiancata dai reiterati appelli dello stesso Benedetto
XVI per la salvaguardia della famiglia, tradizionale ovviamente, e
dei suoi valori – un termine abusato e diversamente interpretabile
a seconda dell’appartenenza politica e confessionale, ma non
per la Chiesa – dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno,
che il problema non è l’aborto in quanto tale.
Il vero problema è il rafforzamento e la gestione di un potere
che continua a perdere terreno. Una prassi che il potere ecclesiastico
ha ampiamente avuto modo di rodare e attuare nel corso dei secoli
per mantenersi saldo è quella del controllo: sul corpo, meglio
se femminile, e sull’istituto familiare quale nucleo sociale
e civile e, in quanto tale, passe-partout per ogni problematica nella
quale le forze clericali decidano di intervenire (1).
La battaglia contro l’aborto costituisce quindi uno strumento
di controllo per eccellenza perché non si limita a vietare,
con l’imposizione ‘non abortire’, ma addirittura
impone una svolta drammatica, un ribaltamento esistenziale: sii madre.
Una capacità di controllo individuale e sociale davvero unica.
Tuttavia, questa azione di forza non può essere affidata al
pulpito la cui efficacia va via via spegnendosi, dunque, ecco la necessità
imprescindibile: trasformare il peccato in questione giuridica, normare
un problema di ordine morale, con buona pace dell’indipendenza
fra Stato e Chiesa sancita dall’articolo 1 del Concordato firmato
nel 1984, e della sentenza 203, con la quale nel 1989 la Corte costituzionale
definisce la laicità un principio supremo dello Stato.
La stessa sentenza recita, tra l’altro, che “il principio
di laicità, quale emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della
Costituzione, implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni
ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di
religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”
e che “il Protocollo addizionale alla legge n. 121 del 1985
di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra la Repubblica italiana
e la Santa Sede esordisce, in riferimento all’art. 1, rescrivendo
che <si considera non più in vigore il principio, originariamente
richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola
religione dello Stato italiano>”.
Accordi, atti costituzionali e sentenze che nessuno sembra ricordare
ogni qualvolta le alte sfere clericali si permettono di fustigare
norme e leggi, forti della loro monopolistica missione di governo
delle anime.
Se della chiesa cattolica volessimo prendere in considerazione l’essenza
statuale e il potere temporale che da questa le deriva, potremmo provare
a ribaltare la situazione e immaginare uno dei nostri parlamentari
, magari di diverso credo confessionale, che dalle pagine dei giornali
o in un’intervista televisiva pontificasse contro le normative
dei processi diocesani di beatificazione o, perché no, proprio
contro il canone 1398 del Codice di diritto canonico.
Solo in tal caso si verificherebbe in modo bidirezionale il confronto,
ovvero il dialogo sulla base di quella tolleranza e quell’apertura
ideologica tanto invocate dall’onnipresente Ruini, all’indomani
del secondo evento verificatosi a gennaio, e della valanga da questo
originata: la famigerata visita/non visita di Benedetto XVI alla Sapienza
di Roma, ateneo del quale parte dei docenti (fin dal novembre 2007)
e degli studenti si è dichiarata contraria all’intervento
papale all’inaugurazione dell’anno accademico.
L’università dovrebbe essere il luogo, per antonomasia,
dove prende corpo l’ideale di cultura, dove l’etica e
la conoscenza si affrancano dall’oscurantismo e dalla superstizione,
dove si perseguono la libertà di coscienza e la ricerca delle
verità relative. Lontano dai dogmi e dalle verità assolute,
alla luce di una morale laica. E per ‘laico’ si intende
non la demonizzazione del religioso e del trascendente – come
troppo spesso e in malafede la Chiesa lamenta – bensì
‘contrario ai condizionamenti della vita pubblica da parte del
metafisico e dell’irrazionale’. Perché a tale sfera
si rifanno le argomentazioni religiose – compresa l’investitura
di una blastocisti a essere umano – nonostante Benedetto XVI
si affanni a creare un legame tra fede e ragione. È questo,
infatti, nella politica dell’attuale papa un altro degli snodi,
emerso fin dal famoso discorso di Ratisbona: la critica alla ragione
moderna, secondo la quale nel rapporto fede-ragione la seconda risulta
perdente senza la prima. La ragione senza morale porta l’uomo
alla distruzione.
E la morale, si sa, è Una, Sacra e Incontrovertibile.
Accettare dunque un sorta di lectio magistralis che disconoscesse
la libertà di coscienza e l’indipendenza della scienza
dalla religione, non sarebbe stato altro che un tradimento ai principi
di laicità che dovrebbero guidare l’ambiente accademico.
Entrambi gli episodi, dunque, hanno avuto, hanno e avranno –
nelle loro inevitabili prosecuzioni e trasformazioni formali –
i medesimi attori: Chiesa e mondo laico. E ogni possibile discussione,
presa di posizione o scelta finale non potrà mai prescindere
dal rapporto che tra questi intercorre.
In qualunque altro paese si fossero verificati i due eventi, corretto
sarebbe stato citare quali attori Chiesa e Stato. Ovunque ma non in
Italia, dove il rapporto tra potere politico e potere ecclesiastico
risulta viziato da legami e dipendenze dai quali il primo non è
in grado di sottrarsi.
Nel 1870 – per una curiosa coincidenza l’anno in cui cessò
di esistere lo Stato pontificio – Dostoevskij diede per la prima
volta alle stampe il suo romanzo breve L’eterno marito,
la storia di Vel’caninov che si intreccia con quella di Pavel
Pavlovic Trusockij , rispettivamente ex amante e marito della stessa
donna.
“C’era in quella donna qualcosa di speciale, il dono dell’attrattiva,
del potere di soggiogare, e di dominare. […] Aveva un carattere
deciso e prepotente; riconciliazioni a metà non potevano essercene
con lei: ‘o tutto o niente’. Nelle cose difficili, dimostrava
una tenacia e una saldezza ammirevoli. […] Discutere con quella
signora era impossibile: per lei due più due non significava
nulla; mai, in nessun caso avrebbe ammesso di essere ingiusta e di
aver torto. […] Odiava la depravazione, la condannava con incredibile
accanimento – ed era lei stessa depravata. Ma non vi erano fatti
che potessero portarla alla consapevolezza della propria depravazione”.
Nella vicenda, che prende avvio dopo la morte della donna, è
facile ravvisare quanto certuni siano disposti a tollerare un legame
coercitivo pur di avere uno status, come nel caso del romanzo quello
di marito o di amante. “[La moglie] aveva ammaestrato così
bene Pavel Pàvlovic che egli era capace di comportarsi da gran
signore perfino ricevendo le maggiori autorità della provincia.
Forse (così pareva a Vel’chàninov) egli era anche
intelligente; ma siccome a Natàl’ja Vasìl’evna
non piaceva che il marito parlasse molto, questa intelligenza non
era neppur possibile notarla. È probabile che avesse anche
lui le sue qualità e i suoi difetti; ma le buone qualità
erano come chiuse in una guaina e le cattive inclinazioni erano state
quasi definitivamente soffocate. Per esempio, Vel’chàninov
si ricordava che Trusockij mostrava a volte la tendenza a beffarsi
del prossimo, ma ciò gli era rigorosamente vietato. […]
E, con tutto ciò, un tratto caratteristico: a vederlo nessuno
avrebbe detto che fosse un marito comandato a bacchetta; Natàl’ja
Vasìl’evna aveva l’aria di una moglie docilissima”.
A tale proposito risultano particolarmente esplicative le reazioni
del potere politico all’indomani dei due episodi. Nel primo
caso, quello riguardante l’aborto, a farsi notare non è
stato certo il prevedibile intervento a favore da parte di alcuni
rappresentanti del centrodestra – seppure meno numerosi di quanto
fosse ipotizzabile – né l’altrettanto prevedibile
strumentalizzazione da parte di Berlusconi della moratoria in campagna
elettorale, salvo poi probamente sostenere che si tratta di un problema
“etico e religioso”, quindi non adatto al confronto pre-elettorale.
Importante, invece, è tenere conto all’interno dello
schieramento di governo – il cosiddetto centrosinistra –
di voci integraliste antiabortiste che hanno preteso di far valere
la propria coscienza come coscienza nazionale. Ma sopra a tutto è
risuonato il silenzio sgusciante dei vertici Pd, che più sonoro
di una campana a morto ha confermato che l’eredità della
defunta Democrazia cristiana è stata raccolta.
I politici che, nei giorni a seguire, si sono accodati nel contrastare
la proposta di Ferrara, hanno focalizzato l’attenzione sul problema
specifico: ‘la 194 non si tocca’, i consultori dimezzati,
il libero arbitrio femminile eccetera. Ma nessuno di essi ha inquadrato
il problema a monte: nessun porporato ha il diritto di intervenire
nel sistema legislativo italiano e nelle sue norme.
Nel caso della visita cancellata alla Sapienza, forse perché
meno spinoso del precedente, le reazioni sono state immediate –
compresa la lettera ‘privata’ di Napolitano al pontefice
– unanimi e amplificate da una chiamata a raccolta in piazza
san Pietro da parte dell’instancabile Ruini, ottima occasione
di vetrina per politici dalla spiritualità pelosa. Meglio sarebbe
stato il silenzio. Si è levato trasversale un grido sdegnato
di solidarietà incondizionata al pontefice e lo stigma della
vergogna è stato impresso sui laicisti ‘pochi, fanatici
e chiusi al dialogo e al confronto’. I termini ‘onta’
e ‘ferita’ si sono sprecati, e anche da parte dei giornalisti
è stato fatto largo uso di termini che rasentavano l’ingiuria,
poco in sintonia con il dialogo di cui si sentivano defraudati. L’ingiuria,
surrogato incivile del confronto, è stata lasciata a Mastella
che è ricorso, con veemenza e disgusto a stento trattenuti,
all’espressione ‘imbecilli’.
Pochi giorni dopo, in occasione della trasmissione televisiva Omnibus
su La7, Tajani di Forza italia non si vergognava di sostenere sarcastico
che i docenti contrari avevano all’improvviso riscoperto una
laicità superata. Un pensiero condiviso anche da Casini che,
intervistato durante la manifestazione di solidarietà, li definiva
“nostalgici delle ideologie del passato”. Come se il concetto
di laicità mutasse negli anni o potesse passare di moda. Ma
la sciocchezza enunciata da Tajani e da Casini, alla quale non sono
risultati immuni anche personaggi dell’ex maggioranza di governo,
è solo parte di una più vasta corrente di pensiero che
nel corso degli ultimi anni ha cercato sempre più di caricare
il concetto di laicità con accezioni negative, evocatrici di
povertà morale e di aridità e limitatezza intellettuali.
Le istituzioni politiche, dunque, con pochissime eccezioni, hanno
condannato proprio coloro che hanno avuto il coraggio di fare ciò
che sarebbe spettato alle istituzioni stesse, difendere cioè
lo stato laico e opporsi alla nauseante quiescenza nei confronti della
Chiesa che da sempre lo inficia.
Come prevedibile, infatti, dopo la bagarre non ci sono state più
remore – se mai ce ne fossero state prima – per bacchettare
politica e leggi, nella prolusione più simile a una piattaforma
elettorale che Bagnasco ha offerto in occasione dell’apertura
dei lavori del Consiglio permanente della CEI: la legge 194 va rivista,
le coppie di fatto non s’han da fare, la famiglia deve essere
quella tradizionalmente intesa e i politici devono votare secondo
coscienza, al di là degli schieramenti di
appartenenza, senza invocare il principio del male minore, perché
quando “si tratta di avviare proposte legislative che vanno
in senso contrario all’antropologia razionale cristiana, i cattolici
non possono in coscienza concorrervi”.
Un ennesimo arroccamento sul rifiuto della politica al di fuori della
fede, una linea dura nella miglior tradizione ruiniana, che fustiga
nuovamente la mancanza di etica di chiunque si trovi al di fuori dei
rigidi confini della Chiesa. Servito su un piatto d’argento,
a dietrologi malpensanti, il sospetto di un diretto collegamento fra
l’enunciazione di questa agenda politica e lo strappo di Mastella,
con caduta di governo a seguire.
E se per sostenere le posizioni di Santa Romana Chiesa a Ruini non
paiono sufficienti il pulpito e gli ambienti istituzionali curiali,
ben venga l’invito di Ferrara per un palco mediatico con tutti
i crismi: il talk show televisivo, in primetime su La7. Insomma, parafrasando
Gaber, “va a finire che uno prima o poi ci piglia gusto/e con
la scusa di Dio tira fuori tutto quello che gli sembra giusto”.
Viene da chiedersi se anche il presidente della Repubblica ci sia
o ci faccia quando, cenere in capo a scusarsi con il papa del popolo
indisciplinato che si trova suo malgrado a rappresentare, parla di
dialogo fra l’Italia e la Santa Sede. Una curiosa deformità
semantica porta la classe politica a intendere i termini ‘dialogo’
e ‘confronto’ come sinonimi di ‘consenso’
e di ‘accettazione’.
Lo Stato pontificio ha cessato di esistere quasi 140 anni fa, ma solo
formalmente. È rimasto costume della Chiesa mostrare le porte
di San Pietro come unica strada, non solo per il regno dei cieli,
ma anche per regnare bene sulla terra. Nessuna tra le voci –
pur rarissime – che si sono dissociate dal pubblico rammarico
per ‘l’affronto’ subito da Benedetto XVI alla Sapienza,
ha ricordato che, seppure umanamente più empatico, il suo predecessore
non era stato da meno in fatto di assolutismo. Nel suo intervento
durante la visita a Strasburgo nell’ottobre del 1988, davanti
al Parlamento europeo, Giovanni Paolo II dichiarò: «Già
gli antichi greci avevano scoperto che non vi è democrazia
senza assoggettamento di tutti alla legge e non legge che non sia
fondata su una norma trascendente del vero e del giusto. Dire che
spetta alla comunità religiosa e non allo Stato di gestire
“ciò che è di Dio”, significa porre un limite
salutare al potere degli uomini e questo limite è quello della
sfera della coscienza, dei fini ultimi, del senso ultimo dell’esistenza,
dell’apertura verso l’assoluto, della tensione verso un
compimento mai raggiunto, che stimola gli sforzi e ispira le scelte
giuste. Tutte le correnti di pensiero del nostro vecchio continente
dovrebbero riflettere su quali oscure prospettive potrebbe condurre
l’esclusione di Dio dalla vita pubblica, di Dio come ultima
istanza dell’etica e garanzia suprema contro tutti gli abusi
del potere dell’uomo sull’uomo. […] La vocazione
del cristianesimo è di essere presente in tutti i campi dell’esistenza.
È perciò mio dovere insistere su quanto segue: se un
giorno si arrivasse a mettere in discussione i fondamenti cristiani
di questo continente, sopprimendo al tempo stesso ogni riferimento
all’etica, si farebbe molto di più che respingere il
retaggio europeo».
Lo stesso terribile vaticinio – o fede (cattolica) o morte!
– applicato allora in un contesto ancora più ampio e
vantaggioso, in termini di influenza e potere.
Il nuovo regnante, presente e attivo anche nel precedente pontificato,
ha solo continuato nel tracciato e ci ha messo, di suo, un ulteriore
giro di vite, cominciando a inchiavardare le porte che il Concilio
Vaticano II aveva socchiuso.
Non importa, in un campo di forza, l’uomo o la donna che ci
si trova davanti, l’importante è ciò che essi
rappresentano e ciò che possono togliere o garantire. Come
nel caso di Pavlov Pavlovic che, morta la moglie, si affanna alla
ricerca dei suoi amanti e subito dopo di un’altra donna da impalmare
perché è un masochista, un uomo capace di sopportare
qualunque umiliazione pur di continuare a essere ciò che desidera:
un eterno marito, colui che detiene uno status, a dispetto di qualunque
avversità.
Allo stesso modo in Italia, per chiunque salga al potere, risulta
impossibile sottrarsi all’influenza e alle ingerenze della Santa
Sede nella vita del paese. Ma se il centrodestra può vantare
un’appartenenza che deriva da matrici ideologiche, più
difficile è accettare che la sinistra soffra della stessa sindrome
di Pavlov Pavlovic, e si dimostri incapace di affrontare la sana difficoltà
di un governo senza l’appoggio di una potenza ideologica ed
economica dalle infinite ramificazioni come quella vaticana, oltretutto
spacciando la sottomissione per confronto e dialogo alla pari.
Ne L’eterno marito di Dostoevskij c’è posto anche
per una figlia, un’infelice bimbetta di otto anni, della quale
Pavlov dovrebbe occuparsi, sebbene sia figlia di un amante. Non ne
è capace, non vuole, è troppo concentrato su di sé
e sul raggiungimento dei propri obiettivi. Disinteresse, vessazioni
, ricatti e finte promesse caratterizzano il suo rapporto con la bimba,
in un crescendo di infelicità e di rovina.
Il raggiungimento dei propri egoistici obiettivi deve pur mietere
qualche vittima. E anche in Italia le vittime di pessimi padri non
si contano. Ma l’importante per questi ultimi pare sia soprattutto
‘mantenere aperto il dialogo’ sempre e con chiunque. Poco
importa se questo implica, come nel caso dell’aborto, un negozio
sulla pelle di noi tutti, cittadini di uno stato confessionale che
si finge laico.
Luciana Viarengo
(1) Vedi Familia, familiae
di Marco Despontin, PaginaUno n. 3/2007