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Polemos

 

Eterni fedeli
di Luciana Viarengo
L'Italia: uno Stato confessionale che si finge laico

Alla luce delle nefandezze e dei disastri con i quali il vecchio anno ci ha traghettato nel 2008, quest’ultimo è apparso fin dall’inizio, nel rispetto della cattiva fama che accompagna i bisestili, accidentato e gravido di umori venefici.
Gli eventi che meritano attenzione sono molti, la cernita è difficile e riduttiva. Ma tra gli altri, spiccano due episodi che, pur rappresentando contingenze diverse, rivelano matrici e attori comuni.
Il primo si è verificato il 2 gennaio, con un tempismo certamente voluto, affinché il tracciato d’azione da seguire nel corso dell’anno nuovo fosse ben chiaro fin dal suo sorgere, quando l’ex presidente CEI e attuale vicario generale della diocesi romana Ruini – seguito a cascata dall’onorevole Bondi, dal presidente CEI in carica Bagnasco, dal filosofo Buttiglione, all’integralista Binetti e compagnia orante – ha afferrato e passato una staffetta. Quella offerta da Giuliano Ferrara con la proposta di moratoria sull’aborto.
La richiesta, precedentemente avanzata dal ponderoso teocon sull’onda emotiva della moratoria per la pena di morte, rivela in modo esemplare una necessità imprescindibile, e la rivela proprio in quell’appaiamento pena di morte/aborto, avventatamente liquidabile come un’assurda cialtroneria. In effetti, basterebbe un briciolo di buon senso per rilevare che nel primo caso lo Stato uccide un essere vivente, questione di carattere pubblico e giuridico, nel secondo una donna decide di non far nascere un essere non ancora vivente, frangente di ordine strettamente morale e privato.

Tuttavia, a rendere interessante la discutibile commistione fra pena di morte e aborto è la presunzione sulla quale si fonda, che è poi la stessa a supporto di ogni argomentazione detrattoria del fronte antiabortista: l’embrione è Persona, e lo è fin dallo scoccare del concepimento.
Questa tesi – condivisibile o meno a seconda della sensibilità, del credo religioso, della morale di ciascuno – proprio in quanto legata alla sfera morale poggia su basi assolutamente impossibili a dimostrarsi – altrimenti perché, per esempio, non risalire nel processo riproduttivo, includendo gonadi, ipofisi e quant’altro in tale processo possa essere coinvolto, dichiarandone la sacralità e la conseguente inviolabilità? La questione riveste dunque un ambito strettamente etico – l’unico, peraltro, di competenza della Chiesa, giacché da sempre ne ha fatto suo dominio disconoscendo la possibilità di una coscienza laica.

Ed ecco il suo limite. Se restasse confinata in questo ambito, tale convinzione rimarrebbe ciò che è – una convinzione, appunto – costituendo al massimo una direttiva per la coscienza di chi volesse prestare ascolto alla guida pastorale.
Ma al potere ecclesiastico non è mai bastata la gestione delle anime, il contingente conta quanto il trascendente, se non di più, e una tesi morale, specie se non condivisa, è troppo lieve per intervenire in modo sostanziale nella realtà sociale e politica. Legittimo il sospetto, dunque, che a cuore dei presuli non stiano solo le pecorelle riottose o la sopravvivenza dei nascituri.

A conferma di ciò, un altro dato: dall’entrata in vigore della legge 194, trent’anni fa, il numero delle Igv si è quasi dimezzato, una realtà sufficiente a riconoscere anche da parte degli antiabortisti l’efficacia della regolamentazione, seppure con ampie aree perfettibili. La contestazione della legge invece continua, affiancata dai reiterati appelli dello stesso Benedetto XVI per la salvaguardia della famiglia, tradizionale ovviamente, e dei suoi valori – un termine abusato e diversamente interpretabile a seconda dell’appartenenza politica e confessionale, ma non per la Chiesa – dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, che il problema non è l’aborto in quanto tale.
Il vero problema è il rafforzamento e la gestione di un potere che continua a perdere terreno. Una prassi che il potere ecclesiastico ha ampiamente avuto modo di rodare e attuare nel corso dei secoli per mantenersi saldo è quella del controllo: sul corpo, meglio se femminile, e sull’istituto familiare quale nucleo sociale e civile e, in quanto tale, passe-partout per ogni problematica nella quale le forze clericali decidano di intervenire (1).
La battaglia contro l’aborto costituisce quindi uno strumento di controllo per eccellenza perché non si limita a vietare, con l’imposizione ‘non abortire’, ma addirittura impone una svolta drammatica, un ribaltamento esistenziale: sii madre. Una capacità di controllo individuale e sociale davvero unica.

Tuttavia, questa azione di forza non può essere affidata al pulpito la cui efficacia va via via spegnendosi, dunque, ecco la necessità imprescindibile: trasformare il peccato in questione giuridica, normare un problema di ordine morale, con buona pace dell’indipendenza fra Stato e Chiesa sancita dall’articolo 1 del Concordato firmato nel 1984, e della sentenza 203, con la quale nel 1989 la Corte costituzionale definisce la laicità un principio supremo dello Stato.
La stessa sentenza recita, tra l’altro, che “il principio di laicità, quale emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale” e che “il Protocollo addizionale alla legge n. 121 del 1985 di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra la Repubblica italiana e la Santa Sede esordisce, in riferimento all’art. 1, rescrivendo che <si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano>”.
Accordi, atti costituzionali e sentenze che nessuno sembra ricordare ogni qualvolta le alte sfere clericali si permettono di fustigare norme e leggi, forti della loro monopolistica missione di governo delle anime.

Se della chiesa cattolica volessimo prendere in considerazione l’essenza statuale e il potere temporale che da questa le deriva, potremmo provare a ribaltare la situazione e immaginare uno dei nostri parlamentari , magari di diverso credo confessionale, che dalle pagine dei giornali o in un’intervista televisiva pontificasse contro le normative dei processi diocesani di beatificazione o, perché no, proprio contro il canone 1398 del Codice di diritto canonico.
Solo in tal caso si verificherebbe in modo bidirezionale il confronto, ovvero il dialogo sulla base di quella tolleranza e quell’apertura ideologica tanto invocate dall’onnipresente Ruini, all’indomani del secondo evento verificatosi a gennaio, e della valanga da questo originata: la famigerata visita/non visita di Benedetto XVI alla Sapienza di Roma, ateneo del quale parte dei docenti (fin dal novembre 2007) e degli studenti si è dichiarata contraria all’intervento papale all’inaugurazione dell’anno accademico.

L’università dovrebbe essere il luogo, per antonomasia, dove prende corpo l’ideale di cultura, dove l’etica e la conoscenza si affrancano dall’oscurantismo e dalla superstizione, dove si perseguono la libertà di coscienza e la ricerca delle verità relative. Lontano dai dogmi e dalle verità assolute, alla luce di una morale laica. E per ‘laico’ si intende non la demonizzazione del religioso e del trascendente – come troppo spesso e in malafede la Chiesa lamenta – bensì ‘contrario ai condizionamenti della vita pubblica da parte del metafisico e dell’irrazionale’. Perché a tale sfera si rifanno le argomentazioni religiose – compresa l’investitura di una blastocisti a essere umano – nonostante Benedetto XVI si affanni a creare un legame tra fede e ragione. È questo, infatti, nella politica dell’attuale papa un altro degli snodi, emerso fin dal famoso discorso di Ratisbona: la critica alla ragione moderna, secondo la quale nel rapporto fede-ragione la seconda risulta perdente senza la prima. La ragione senza morale porta l’uomo alla distruzione.
E la morale, si sa, è Una, Sacra e Incontrovertibile.

Accettare dunque un sorta di lectio magistralis che disconoscesse la libertà di coscienza e l’indipendenza della scienza dalla religione, non sarebbe stato altro che un tradimento ai principi di laicità che dovrebbero guidare l’ambiente accademico.
Entrambi gli episodi, dunque, hanno avuto, hanno e avranno – nelle loro inevitabili prosecuzioni e trasformazioni formali – i medesimi attori: Chiesa e mondo laico. E ogni possibile discussione, presa di posizione o scelta finale non potrà mai prescindere dal rapporto che tra questi intercorre.
In qualunque altro paese si fossero verificati i due eventi, corretto sarebbe stato citare quali attori Chiesa e Stato. Ovunque ma non in Italia, dove il rapporto tra potere politico e potere ecclesiastico risulta viziato da legami e dipendenze dai quali il primo non è in grado di sottrarsi.

Nel 1870 – per una curiosa coincidenza l’anno in cui cessò di esistere lo Stato pontificio – Dostoevskij diede per la prima volta alle stampe il suo romanzo breve L’eterno marito, la storia di Vel’caninov che si intreccia con quella di Pavel Pavlovic Trusockij , rispettivamente ex amante e marito della stessa donna.
“C’era in quella donna qualcosa di speciale, il dono dell’attrattiva, del potere di soggiogare, e di dominare. […] Aveva un carattere deciso e prepotente; riconciliazioni a metà non potevano essercene con lei: ‘o tutto o niente’. Nelle cose difficili, dimostrava una tenacia e una saldezza ammirevoli. […] Discutere con quella signora era impossibile: per lei due più due non significava nulla; mai, in nessun caso avrebbe ammesso di essere ingiusta e di aver torto. […] Odiava la depravazione, la condannava con incredibile accanimento – ed era lei stessa depravata. Ma non vi erano fatti che potessero portarla alla consapevolezza della propria depravazione”.

Nella vicenda, che prende avvio dopo la morte della donna, è facile ravvisare quanto certuni siano disposti a tollerare un legame coercitivo pur di avere uno status, come nel caso del romanzo quello di marito o di amante. “[La moglie] aveva ammaestrato così bene Pavel Pàvlovic che egli era capace di comportarsi da gran signore perfino ricevendo le maggiori autorità della provincia. Forse (così pareva a Vel’chàninov) egli era anche intelligente; ma siccome a Natàl’ja Vasìl’evna non piaceva che il marito parlasse molto, questa intelligenza non era neppur possibile notarla. È probabile che avesse anche lui le sue qualità e i suoi difetti; ma le buone qualità erano come chiuse in una guaina e le cattive inclinazioni erano state quasi definitivamente soffocate. Per esempio, Vel’chàninov si ricordava che Trusockij mostrava a volte la tendenza a beffarsi del prossimo, ma ciò gli era rigorosamente vietato. […] E, con tutto ciò, un tratto caratteristico: a vederlo nessuno avrebbe detto che fosse un marito comandato a bacchetta; Natàl’ja Vasìl’evna aveva l’aria di una moglie docilissima”.

A tale proposito risultano particolarmente esplicative le reazioni del potere politico all’indomani dei due episodi. Nel primo caso, quello riguardante l’aborto, a farsi notare non è stato certo il prevedibile intervento a favore da parte di alcuni rappresentanti del centrodestra – seppure meno numerosi di quanto fosse ipotizzabile – né l’altrettanto prevedibile strumentalizzazione da parte di Berlusconi della moratoria in campagna elettorale, salvo poi probamente sostenere che si tratta di un problema “etico e religioso”, quindi non adatto al confronto pre-elettorale. Importante, invece, è tenere conto all’interno dello schieramento di governo – il cosiddetto centrosinistra – di voci integraliste antiabortiste che hanno preteso di far valere la propria coscienza come coscienza nazionale. Ma sopra a tutto è risuonato il silenzio sgusciante dei vertici Pd, che più sonoro di una campana a morto ha confermato che l’eredità della defunta Democrazia cristiana è stata raccolta.
I politici che, nei giorni a seguire, si sono accodati nel contrastare la proposta di Ferrara, hanno focalizzato l’attenzione sul problema specifico: ‘la 194 non si tocca’, i consultori dimezzati, il libero arbitrio femminile eccetera. Ma nessuno di essi ha inquadrato il problema a monte: nessun porporato ha il diritto di intervenire nel sistema legislativo italiano e nelle sue norme.

Nel caso della visita cancellata alla Sapienza, forse perché meno spinoso del precedente, le reazioni sono state immediate – compresa la lettera ‘privata’ di Napolitano al pontefice – unanimi e amplificate da una chiamata a raccolta in piazza san Pietro da parte dell’instancabile Ruini, ottima occasione di vetrina per politici dalla spiritualità pelosa. Meglio sarebbe stato il silenzio. Si è levato trasversale un grido sdegnato di solidarietà incondizionata al pontefice e lo stigma della vergogna è stato impresso sui laicisti ‘pochi, fanatici e chiusi al dialogo e al confronto’. I termini ‘onta’ e ‘ferita’ si sono sprecati, e anche da parte dei giornalisti è stato fatto largo uso di termini che rasentavano l’ingiuria, poco in sintonia con il dialogo di cui si sentivano defraudati. L’ingiuria, surrogato incivile del confronto, è stata lasciata a Mastella che è ricorso, con veemenza e disgusto a stento trattenuti, all’espressione ‘imbecilli’.

Pochi giorni dopo, in occasione della trasmissione televisiva Omnibus su La7, Tajani di Forza italia non si vergognava di sostenere sarcastico che i docenti contrari avevano all’improvviso riscoperto una laicità superata. Un pensiero condiviso anche da Casini che, intervistato durante la manifestazione di solidarietà, li definiva “nostalgici delle ideologie del passato”. Come se il concetto di laicità mutasse negli anni o potesse passare di moda. Ma la sciocchezza enunciata da Tajani e da Casini, alla quale non sono risultati immuni anche personaggi dell’ex maggioranza di governo, è solo parte di una più vasta corrente di pensiero che nel corso degli ultimi anni ha cercato sempre più di caricare il concetto di laicità con accezioni negative, evocatrici di povertà morale e di aridità e limitatezza intellettuali.
Le istituzioni politiche, dunque, con pochissime eccezioni, hanno condannato proprio coloro che hanno avuto il coraggio di fare ciò che sarebbe spettato alle istituzioni stesse, difendere cioè lo stato laico e opporsi alla nauseante quiescenza nei confronti della Chiesa che da sempre lo inficia.

Come prevedibile, infatti, dopo la bagarre non ci sono state più remore – se mai ce ne fossero state prima – per bacchettare politica e leggi, nella prolusione più simile a una piattaforma elettorale che Bagnasco ha offerto in occasione dell’apertura dei lavori del Consiglio permanente della CEI: la legge 194 va rivista, le coppie di fatto non s’han da fare, la famiglia deve essere quella tradizionalmente intesa e i politici devono votare secondo coscienza, al di là degli schieramenti di appartenenza, senza invocare il principio del male minore, perché quando “si tratta di avviare proposte legislative che vanno in senso contrario all’antropologia razionale cristiana, i cattolici non possono in coscienza concorrervi”.
Un ennesimo arroccamento sul rifiuto della politica al di fuori della fede, una linea dura nella miglior tradizione ruiniana, che fustiga nuovamente la mancanza di etica di chiunque si trovi al di fuori dei rigidi confini della Chiesa. Servito su un piatto d’argento, a dietrologi malpensanti, il sospetto di un diretto collegamento fra l’enunciazione di questa agenda politica e lo strappo di Mastella, con caduta di governo a seguire.

E se per sostenere le posizioni di Santa Romana Chiesa a Ruini non paiono sufficienti il pulpito e gli ambienti istituzionali curiali, ben venga l’invito di Ferrara per un palco mediatico con tutti i crismi: il talk show televisivo, in primetime su La7. Insomma, parafrasando Gaber, “va a finire che uno prima o poi ci piglia gusto/e con la scusa di Dio tira fuori tutto quello che gli sembra giusto”.
Viene da chiedersi se anche il presidente della Repubblica ci sia o ci faccia quando, cenere in capo a scusarsi con il papa del popolo indisciplinato che si trova suo malgrado a rappresentare, parla di dialogo fra l’Italia e la Santa Sede. Una curiosa deformità semantica porta la classe politica a intendere i termini ‘dialogo’ e ‘confronto’ come sinonimi di ‘consenso’ e di ‘accettazione’.

Lo Stato pontificio ha cessato di esistere quasi 140 anni fa, ma solo formalmente. È rimasto costume della Chiesa mostrare le porte di San Pietro come unica strada, non solo per il regno dei cieli, ma anche per regnare bene sulla terra. Nessuna tra le voci – pur rarissime – che si sono dissociate dal pubblico rammarico per ‘l’affronto’ subito da Benedetto XVI alla Sapienza, ha ricordato che, seppure umanamente più empatico, il suo predecessore non era stato da meno in fatto di assolutismo. Nel suo intervento durante la visita a Strasburgo nell’ottobre del 1988, davanti al Parlamento europeo, Giovanni Paolo II dichiarò: «Già gli antichi greci avevano scoperto che non vi è democrazia senza assoggettamento di tutti alla legge e non legge che non sia fondata su una norma trascendente del vero e del giusto. Dire che spetta alla comunità religiosa e non allo Stato di gestire “ciò che è di Dio”, significa porre un limite salutare al potere degli uomini e questo limite è quello della sfera della coscienza, dei fini ultimi, del senso ultimo dell’esistenza, dell’apertura verso l’assoluto, della tensione verso un compimento mai raggiunto, che stimola gli sforzi e ispira le scelte giuste. Tutte le correnti di pensiero del nostro vecchio continente dovrebbero riflettere su quali oscure prospettive potrebbe condurre l’esclusione di Dio dalla vita pubblica, di Dio come ultima istanza dell’etica e garanzia suprema contro tutti gli abusi del potere dell’uomo sull’uomo. […] La vocazione del cristianesimo è di essere presente in tutti i campi dell’esistenza. È perciò mio dovere insistere su quanto segue: se un giorno si arrivasse a mettere in discussione i fondamenti cristiani di questo continente, sopprimendo al tempo stesso ogni riferimento all’etica, si farebbe molto di più che respingere il retaggio europeo».
Lo stesso terribile vaticinio – o fede (cattolica) o morte! – applicato allora in un contesto ancora più ampio e vantaggioso, in termini di influenza e potere.

Il nuovo regnante, presente e attivo anche nel precedente pontificato, ha solo continuato nel tracciato e ci ha messo, di suo, un ulteriore giro di vite, cominciando a inchiavardare le porte che il Concilio Vaticano II aveva socchiuso.
Non importa, in un campo di forza, l’uomo o la donna che ci si trova davanti, l’importante è ciò che essi rappresentano e ciò che possono togliere o garantire. Come nel caso di Pavlov Pavlovic che, morta la moglie, si affanna alla ricerca dei suoi amanti e subito dopo di un’altra donna da impalmare perché è un masochista, un uomo capace di sopportare qualunque umiliazione pur di continuare a essere ciò che desidera: un eterno marito, colui che detiene uno status, a dispetto di qualunque avversità.

Allo stesso modo in Italia, per chiunque salga al potere, risulta impossibile sottrarsi all’influenza e alle ingerenze della Santa Sede nella vita del paese. Ma se il centrodestra può vantare un’appartenenza che deriva da matrici ideologiche, più difficile è accettare che la sinistra soffra della stessa sindrome di Pavlov Pavlovic, e si dimostri incapace di affrontare la sana difficoltà di un governo senza l’appoggio di una potenza ideologica ed economica dalle infinite ramificazioni come quella vaticana, oltretutto spacciando la sottomissione per confronto e dialogo alla pari.
Ne L’eterno marito di Dostoevskij c’è posto anche per una figlia, un’infelice bimbetta di otto anni, della quale Pavlov dovrebbe occuparsi, sebbene sia figlia di un amante. Non ne è capace, non vuole, è troppo concentrato su di sé e sul raggiungimento dei propri obiettivi. Disinteresse, vessazioni , ricatti e finte promesse caratterizzano il suo rapporto con la bimba, in un crescendo di infelicità e di rovina.
Il raggiungimento dei propri egoistici obiettivi deve pur mietere qualche vittima. E anche in Italia le vittime di pessimi padri non si contano. Ma l’importante per questi ultimi pare sia soprattutto ‘mantenere aperto il dialogo’ sempre e con chiunque. Poco importa se questo implica, come nel caso dell’aborto, un negozio sulla pelle di noi tutti, cittadini di uno stato confessionale che si finge laico.

Luciana Viarengo

(1) Vedi Familia, familiae di Marco Despontin, PaginaUno n. 3/2007

 

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