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dicembre 2011- gennaio 2012
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L'Italia:
uno Stato confessionale che si finge laico |
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Alla luce delle nefandezze e dei disastri con i quali il vecchio
anno ci ha traghettato nel 2008, quest’ultimo è apparso
fin dall’inizio, nel rispetto della cattiva fama che accompagna
i bisestili, accidentato e gravido di umori venefici. Tuttavia, a rendere interessante la discutibile commistione fra
pena di morte e aborto è la presunzione sulla quale si fonda,
che è poi la stessa a supporto di ogni argomentazione detrattoria
del fronte antiabortista: l’embrione è Persona, e lo
è fin dallo scoccare del concepimento. Ed ecco il suo limite. Se restasse confinata in questo ambito,
tale convinzione rimarrebbe ciò che è – una
convinzione, appunto – costituendo al massimo una direttiva
per la coscienza di chi volesse prestare ascolto alla guida pastorale. A conferma di ciò, un altro dato: dall’entrata in
vigore della legge 194, trent’anni fa, il numero delle Igv
si è quasi dimezzato, una realtà sufficiente a riconoscere
anche da parte degli antiabortisti l’efficacia della regolamentazione,
seppure con ampie aree perfettibili. La contestazione della legge
invece continua, affiancata dai reiterati appelli dello stesso Benedetto
XVI per la salvaguardia della famiglia, tradizionale ovviamente,
e dei suoi valori – un termine abusato e diversamente interpretabile
a seconda dell’appartenenza politica e confessionale, ma non
per la Chiesa – dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno,
che il problema non è l’aborto in quanto tale. Tuttavia, questa azione di forza non può essere affidata
al pulpito la cui efficacia va via via spegnendosi, dunque, ecco
la necessità imprescindibile: trasformare il peccato in questione
giuridica, normare un problema di ordine morale, con buona pace
dell’indipendenza fra Stato e Chiesa sancita dall’articolo
1 del Concordato firmato nel 1984, e della sentenza 203, con la
quale nel 1989 la Corte costituzionale definisce la laicità
un principio supremo dello Stato. Se della chiesa cattolica volessimo prendere in considerazione
l’essenza statuale e il potere temporale che da questa le
deriva, potremmo provare a ribaltare la situazione e immaginare
uno dei nostri parlamentari , magari di diverso credo confessionale,
che dalle pagine dei giornali o in un’intervista televisiva
pontificasse contro le normative dei processi diocesani di beatificazione
o, perché no, proprio contro il canone 1398 del Codice di
diritto canonico. L’università dovrebbe essere il luogo, per antonomasia,
dove prende corpo l’ideale di cultura, dove l’etica
e la conoscenza si affrancano dall’oscurantismo e dalla superstizione,
dove si perseguono la libertà di coscienza e la ricerca delle
verità relative. Lontano dai dogmi e dalle verità
assolute, alla luce di una morale laica. E per ‘laico’
si intende non la demonizzazione del religioso e del trascendente
– come troppo spesso e in malafede la Chiesa lamenta –
bensì ‘contrario ai condizionamenti della vita pubblica
da parte del metafisico e dell’irrazionale’. Perché
a tale sfera si rifanno le argomentazioni religiose – compresa
l’investitura di una blastocisti a essere umano – nonostante
Benedetto XVI si affanni a creare un legame tra fede e ragione.
È questo, infatti, nella politica dell’attuale papa
un altro degli snodi, emerso fin dal famoso discorso di Ratisbona:
la critica alla ragione moderna, secondo la quale nel rapporto fede-ragione
la seconda risulta perdente senza la prima. La ragione senza morale
porta l’uomo alla distruzione. Accettare dunque un sorta di lectio magistralis che disconoscesse
la libertà di coscienza e l’indipendenza della scienza
dalla religione, non sarebbe stato altro che un tradimento ai principi
di laicità che dovrebbero guidare l’ambiente accademico. Nel 1870 – per una curiosa coincidenza l’anno in cui
cessò di esistere lo Stato pontificio – Dostoevskij
diede per la prima volta alle stampe il suo romanzo breve L’eterno
marito, la storia di Vel’caninov che si intreccia
con quella di Pavel Pavlovic Trusockij , rispettivamente ex amante
e marito della stessa donna. Nella vicenda, che prende avvio dopo la morte della donna, è facile ravvisare quanto certuni siano disposti a tollerare un legame coercitivo pur di avere uno status, come nel caso del romanzo quello di marito o di amante. “[La moglie] aveva ammaestrato così bene Pavel Pàvlovic che egli era capace di comportarsi da gran signore perfino ricevendo le maggiori autorità della provincia. Forse (così pareva a Vel’chàninov) egli era anche intelligente; ma siccome a Natàl’ja Vasìl’evna non piaceva che il marito parlasse molto, questa intelligenza non era neppur possibile notarla. È probabile che avesse anche lui le sue qualità e i suoi difetti; ma le buone qualità erano come chiuse in una guaina e le cattive inclinazioni erano state quasi definitivamente soffocate. Per esempio, Vel’chàninov si ricordava che Trusockij mostrava a volte la tendenza a beffarsi del prossimo, ma ciò gli era rigorosamente vietato. […] E, con tutto ciò, un tratto caratteristico: a vederlo nessuno avrebbe detto che fosse un marito comandato a bacchetta; Natàl’ja Vasìl’evna aveva l’aria di una moglie docilissima”. A tale proposito risultano particolarmente esplicative le reazioni
del potere politico all’indomani dei due episodi. Nel primo
caso, quello riguardante l’aborto, a farsi notare non è
stato certo il prevedibile intervento a favore da parte di alcuni
rappresentanti del centrodestra – seppure meno numerosi di
quanto fosse ipotizzabile – né l’altrettanto
prevedibile strumentalizzazione da parte di Berlusconi della moratoria
in campagna elettorale, salvo poi probamente sostenere che si tratta
di un problema “etico e religioso”, quindi non adatto
al confronto pre-elettorale. Importante, invece, è tenere
conto all’interno dello schieramento di governo – il
cosiddetto centrosinistra – di voci integraliste antiabortiste
che hanno preteso di far valere la propria coscienza come coscienza
nazionale. Ma sopra a tutto è risuonato il silenzio sgusciante
dei vertici Pd, che più sonoro di una campana a morto ha
confermato che l’eredità della defunta Democrazia cristiana
è stata raccolta. Nel caso della visita cancellata alla Sapienza, forse perché meno spinoso del precedente, le reazioni sono state immediate – compresa la lettera ‘privata’ di Napolitano al pontefice – unanimi e amplificate da una chiamata a raccolta in piazza san Pietro da parte dell’instancabile Ruini, ottima occasione di vetrina per politici dalla spiritualità pelosa. Meglio sarebbe stato il silenzio. Si è levato trasversale un grido sdegnato di solidarietà incondizionata al pontefice e lo stigma della vergogna è stato impresso sui laicisti ‘pochi, fanatici e chiusi al dialogo e al confronto’. I termini ‘onta’ e ‘ferita’ si sono sprecati, e anche da parte dei giornalisti è stato fatto largo uso di termini che rasentavano l’ingiuria, poco in sintonia con il dialogo di cui si sentivano defraudati. L’ingiuria, surrogato incivile del confronto, è stata lasciata a Mastella che è ricorso, con veemenza e disgusto a stento trattenuti, all’espressione ‘imbecilli’. Pochi giorni dopo, in occasione della trasmissione televisiva
Omnibus su La7, Tajani di Forza italia non si vergognava di sostenere
sarcastico che i docenti contrari avevano all’improvviso riscoperto
una laicità superata. Un pensiero condiviso anche da Casini
che, intervistato durante la manifestazione di solidarietà,
li definiva “nostalgici delle ideologie del passato”.
Come se il concetto di laicità mutasse negli anni o potesse
passare di moda. Ma la sciocchezza enunciata da Tajani e da Casini,
alla quale non sono risultati immuni anche personaggi dell’ex
maggioranza di governo, è solo parte di una più vasta
corrente di pensiero che nel corso degli ultimi anni ha cercato
sempre più di caricare il concetto di laicità con
accezioni negative, evocatrici di povertà morale e di aridità
e limitatezza intellettuali. Come prevedibile, infatti, dopo la bagarre non ci sono state più
remore – se mai ce ne fossero state prima – per bacchettare
politica e leggi, nella prolusione più simile a una piattaforma
elettorale che Bagnasco ha offerto in occasione dell’apertura
dei lavori del Consiglio permanente della CEI: la legge 194 va rivista,
le coppie di fatto non s’han da fare, la famiglia deve essere
quella tradizionalmente intesa e i politici devono votare secondo
coscienza, al di là degli schieramenti di appartenenza, senza
invocare il principio del male minore, perché quando “si
tratta di avviare proposte legislative che vanno in senso contrario
all’antropologia razionale cristiana, i cattolici non possono
in coscienza concorrervi”. E se per sostenere le posizioni di Santa Romana Chiesa a Ruini
non paiono sufficienti il pulpito e gli ambienti istituzionali curiali,
ben venga l’invito di Ferrara per un palco mediatico con tutti
i crismi: il talk show televisivo, in primetime su La7. Insomma,
parafrasando Gaber, “va a finire che uno prima o poi ci piglia
gusto/e con la scusa di Dio tira fuori tutto quello che gli sembra
giusto”. Lo Stato pontificio ha cessato di esistere quasi 140 anni fa,
ma solo formalmente. È rimasto costume della Chiesa mostrare
le porte di San Pietro come unica strada, non solo per il regno
dei cieli, ma anche per regnare bene sulla terra. Nessuna tra le
voci – pur rarissime – che si sono dissociate dal pubblico
rammarico per ‘l’affronto’ subito da Benedetto
XVI alla Sapienza, ha ricordato che, seppure umanamente più
empatico, il suo predecessore non era stato da meno in fatto di
assolutismo. Nel suo intervento durante la visita a Strasburgo nell’ottobre
del 1988, davanti al Parlamento europeo, Giovanni Paolo II dichiarò:
«Già gli antichi greci avevano scoperto che non vi
è democrazia senza assoggettamento di tutti alla legge e
non legge che non sia fondata su una norma trascendente del vero
e del giusto. Dire che spetta alla comunità religiosa e non
allo Stato di gestire “ciò che è di Dio”,
significa porre un limite salutare al potere degli uomini e questo
limite è quello della sfera della coscienza, dei fini ultimi,
del senso ultimo dell’esistenza, dell’apertura verso
l’assoluto, della tensione verso un compimento mai raggiunto,
che stimola gli sforzi e ispira le scelte giuste. Tutte le correnti
di pensiero del nostro vecchio continente dovrebbero riflettere
su quali oscure prospettive potrebbe condurre l’esclusione
di Dio dalla vita pubblica, di Dio come ultima istanza dell’etica
e garanzia suprema contro tutti gli abusi del potere dell’uomo
sull’uomo. […] La vocazione del cristianesimo è
di essere presente in tutti i campi dell’esistenza. È
perciò mio dovere insistere su quanto segue: se un giorno
si arrivasse a mettere in discussione i fondamenti cristiani di
questo continente, sopprimendo al tempo stesso ogni riferimento
all’etica, si farebbe molto di più che respingere il
retaggio europeo». Il nuovo regnante, presente e attivo anche nel precedente pontificato,
ha solo continuato nel tracciato e ci ha messo, di suo, un ulteriore
giro di vite, cominciando a inchiavardare le porte che il Concilio
Vaticano II aveva socchiuso. Allo stesso modo in Italia, per chiunque salga al potere, risulta
impossibile sottrarsi all’influenza e alle ingerenze della
Santa Sede nella vita del paese. Ma se il centrodestra può
vantare un’appartenenza che deriva da matrici ideologiche,
più difficile è accettare che la sinistra soffra della
stessa sindrome di Pavlov Pavlovic, e si dimostri incapace di affrontare
la sana difficoltà di un governo senza l’appoggio di
una potenza ideologica ed economica dalle infinite ramificazioni
come quella vaticana, oltretutto spacciando la sottomissione per
confronto e dialogo alla pari. (1) Vedi Familia, familiae di Marco Despontin, PaginaUno n. 3/2007
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