È uscito il numero
25
dicembre 2011- gennaio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Sotto i ri(f)lettori |
| Un eroe pre-coloniale di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Il crollo, Chinua Achebe |
|
Di valore e coraggio, Okonkwo ne ha da vendere,
ne ha una tale quantità da riuscire ormai a percepire se stesso
solo come guerriero, senza mai permettere al suo lato più umano
di emergere: reprime i sentimenti che non siano aggressivi, oppresso
dal fantasma di un padre che nulla aveva di coraggioso e di forte,
un padre pigro e imprevidente che si copriva di debiti e passava il
suo tempo sdraiato a suonare il flauto e a conversare. Insomma, colpevole
di un'indole che Okonkwo identifica come femminile, dunque debole. Nel clan, invece, esistono personaggi che nulla
hanno di femminile e, tuttavia, dimostrano la preziosa capacità
di “riflettere sulle cose”. Uno di questi è Obierika,
amico del protagonista, che deciderà di non seguire gli uomini
nell’uccisione rituale di Ikemefuna, figlio adottivo di Okonkwo.
Quest'ultimo, invece, nonostante Ezeudu, l'anziano del villaggio,
messaggero del responso funesto dell'Oracolo dei colli e delle caverne,
gli consigli di restarne fuori perché “il ragazzo lo
chiama padre”, non solo si unirà al viaggio sacrificale
ma sarà colui che inferirà col suo machete il colpo
mortale, nel timore che il clan possa ritenerlo un debole. Insomma, quella del protagonista de Il Crollo è,
almeno in apparenza, la descrizione di una personalità che
noi bianchi identificheremmo con il ‘selvaggio’. In realtà,
è proprio attraverso la personalità di Okonkwo –
comunque obbediente alle leggi del clan – che emerge, sullo
sfondo degli inquietanti rumori notturni e dell'incessante suono dei
tamburi, immenso battito del cuore della comunità, il ritratto
di una società governata da regole che i bianchi hanno misconosciuto
e meticolosamente annientato. Anche in questa occasione, Okonkwo non smentisce
la sua indole di guerriero e tenta in tutti i modi di smuovere lo
spirito dei propri compagni. Per lui la soluzione è una sola
e richiede le armi, ma il clan non è disposto a seguirlo nello
scontro aperto. In uno stillicidio di conversioni – tra le
quali, la più dolorosa per Okonkwo, quella del proprio figlio
– e di scontri inizialmente verbali, la missione cristiana si
allarga e con lei la spaccatura fra gli indigeni e i loro fratelli
convertiti. Da piccolo nucleo di conversione religiosa nel villaggio
– tanto godibile nella narrazione quanto profondo nel suggerire
riflessioni, il tentativo di comprendere il concetto di Santissima
Trinità da parte di Okonwko, la cui rassegnata conclusione
è che il missionario sia completamente pazzo – l’intervento
dei bianchi si estende alle regole civili, sociali, giuridiche ed
economiche. Achebe ha scritto questo romanzo usando la lingua dei colonizzatori, forse perché sono loro i destinatari principali del messaggio. Ha tuttavia operato una scelta attenta nei simboli usati, come le locuste (palesemente simbolo dell’invasione dei bianchi) e il fuoco (costantemente accomunato in tutte le sue forme ai diversi moti dell’animo del protagonista), strettamente legati alla cultura nigeriana. Ma, soprattutto, ha conservato lo stile e la musicalità propri della lingua ibo, con frequenti ricorsi a metafore, proverbi, fiabe e vocaboli originali, col risultato di ottenere un ritmo e una ricchezza narrativa intimamente legati ai personaggi e al loro mondo. Questa operazione linguistica non ha un risvolto
puramente formale, è essa stessa energia tematica nel momento
in cui la costruzione retorica delle conversazioni ibo si scontra
con il linguaggio dei colonizzatori. Mentre questi ultimi danno valore
all’immediatezza della comunicazione, gli ibo, così come
alle proprie tradizioni, restano legati a un modello di dialogo considerato
inefficiente dai bianchi. Nell’ultimo capitolo, il Commissario
distrettuale pensa che una delle abitudini più irritanti di
questi uomini sia proprio “la loro passione per le parole inutili”,
a sottolineare la frattura è il fatto che la frase pronunciata
dall’ ibo non è inutile affatto: come il lettore scoprirà
è, invece, legata alla scelta finale di Okonkwo e nasconde
in sé uno tra i valori etici più profondi della tradizione
ibo. Quanto più questa società si delinea
come organizzata, tanto più forte è la percezione dello
stupro perpetrato dal colonialismo bianco. E’ lo scrittore a sostenere per bocca di Obierika:
“Come pensi che possiamo combattere quando i nostri stessi fratelli
si sono rivoltati contro di noi? L'uomo bianco è molto astuto.
E' venuto adagio e in pace con la sua religione. Noi ridevamo della
sua follia e gli abbiamo permesso di restare. Adesso ha conquistato
i nostri fratelli e il nostro clan non può più essere
quello di prima. Ha messo un coltello tra le cose che ci tenevano
uniti e noi siamo crollati giù”. Ed ecco che la rabbia
e il desiderio di rivolta di Okonkwo acquistano luce e ragione d’essere.
E il chi – ovvero il dio individuale che determina la buona
o la cattiva sorte, qualcosa di molto simile al dio Fatum dei latini
– spesso menzionato nell’arco della narrazione, rende
Okonkwo, in tutto e per tutto, un eroe tragico, simbolo di valori
cancellati dalla violenza di una cultura che si reputa superiore. Ed ecco la frase, lapidaria: “Aveva già scelto il titolo dopo averci pensato a lungo: La pacificazione delle popolazioni primitive del basso Niger”. Un vero condensato di ironia, a partire da quel “dopo averci pensato a lungo”, dal quale traspare tutta l’autoreferenzialità dell’uomo bianco – concentrato più sul titolo che non sulla civiltà di cui pretende di occuparsi – per finire con una parola condiscendente come pacificazione, a sottolineare il concetto di esseri primitivi incapaci di vivere in società. Il colonialista pretende di fornire indicazioni sul modo di esportare ordine e benessere in una civiltà che egli stesso ha invece sconvolto e sovvertito. Sebbene collocata in uno spazio e in un’epoca precisi, la vicenda appare in realtà senza luogo e senza tempo, come accade per ogni grande romanzo. Achebe ci parla, infatti, di civiltà negate, di culture dominanti e di tradizioni annientate. Temi attuali nel nostro panorama politico e sociale, che i detrattori liquidano con lo stigma del relativismo. In realtà, il problema non è quello di fittizie classifiche razziali e culturali, bensì quello di potenze imperialiste il cui fine ultimo è, da sempre e oggi più che mai, quello di imporre la supremazia del proprio modello culturale, in una simbolica e fattuale conquista della Terra.
Il Crollo, Chinua Achebe, Edizioni e/o, ristampa 2006
|