“«Marx cambia completamente la mia
visione del mondo» mi ha dichiarato questa mattina il giovane
Pallières che di solito non mi rivolge la parola. Antoine Pallières,
prospero erede di un’antica dinastia industriale, è il
figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell’alta
borghesia degli affari – la quale si riproduce unicamente per
singulti decorosi e senza vizi – era tuttavia raggiante per
la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure
che io potessi capirci qualcosa. […]Una portinaia non legge
L’Ideologia Tedesca e di conseguenza non sarebbe affatto in
grado di citare l’undicesima tesi su Feuerbach. Per giunta,
una portinaia che legge Marx ha necessariamente mire sovversive ed
è venduta a un diavolo chiamato sindacato. Che possa leggerlo
per elevare il proprio spirito, poi, è un’assurdità
che nessun borghese può concepire. «Mi saluti tanto la
sua mamma» borbotto chiudendogli la porta in faccia e sperando
che la disfonia venga coperta dalla forza di pregiudizi millenari»”.
Fin dall’incipit si scopre la prosa diverte e arguta, colta
senza essere elitaria, in grado di creare l’atmosfera delle
migliori commedie francesi. Proseguendo nella lettura si apprezza
la costruzione dei monologhi, autentici gioiellini di humour e disincanto.
Che si tratti di un concetto filosofico o di uno scorcio repentino
sulla realtà sociale o culturale non fa differenza alcuna.
Muriel Barbery ha la rara dote di suggerire argomenti seri con leggerezza,
sollecitando al contempo riflessione e sorriso, che si parli di banlieu
o di fenomenologia husserliana, di università o di Bellezza,
di disparità sociali o di potere dell’arte.
Narrare la trama di un romanzo è riduttivo, costretti come
si è a fornire una mera sequenza di fatti, e lo diviene a maggior
ragione nel caso specifico, nel quale una semplice sinossi non può
rendere giustizia alla ricchezza linguistica e alla vivacità
de L’Eleganza del Riccio, storia narrata a due voci.
La prima è Renée Michel, vedova ultracinquantenne, per
sua stessa definizione, bassa, brutta, grassottella e con i calli
ai piedi, custode del palazzo signorile, al numero 7 di rue de Grenelle,
a Parigi.
Come ogni portinaia che si rispetti, pur essendo educata, raramente
è gentile. E, come ogni portinaia francese che si rispetti,
ha un gatto grassissimo e accidioso, nonché una televisione
perennemente accesa. Insomma, Mme Michel risponde fedelmente al paradigma
della portinaia ‘forgiato nel comune sentire’. Manca giusto
l’effluvio di cavolo bollito o di cassoulet, ma solo perché
il palazzo è il lussuoso scrigno in cui risplende un microcosmo
dell’alta borghesia parigina, notoriamente poco incline a tollerare
i miasmi della cucina plebea.
Umile per nome, posizione e aspetto – sempre per sua stessa
definizione – nell’intelletto, però, Renée
è una ‘dea invitta’: il nome del suo gatto, Lev,
tradisce la passione per Tolstoj e la televisione in guardiola bercia
quel tanto che basta a coprire i rumori della stanza accanto, nella
quale Renée, da un apparecchio gemello si gode in dvd film
come Viaggio a Tokyo di Yasujiro Ozu, ascolta Didone ed Enea di Henry
Purcell mentre riflette (e si entusiasma) su Kant o cogita (e non
concorda) sulle tesi di Husserl.
Nulla trapela oltre la tendina di mussola bianca della guardiola,
tant’è che da ventisette anni – ovvero da quando
Renée lavora nel palazzo – nessuno pare essersi reso
conto di quale ricchezza intellettuale possieda la grigia e autodidatta
portinaia, capace di individuare nell’hybris del desiderio la
causa dei guasti della nostra organizzazione sociale, e nella soddisfazione
dei semplici bisogni la sua salvezza. O di comprendere per questo
il valore dell’Arte, un piacere privo di bramosia, una condizione
felice dove la bellezza non è finalità né progetto,
ma “certezza stessa della nostra natura”.
Questa sorta di clandestinità intellettuale sopravvive grazie
alle sue indubbie capacità mimetiche ma anche, e soprattutto,
“all’incapacità del genere umano di credere a ciò
che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali meschine”.
Così, giorno per giorno, i ricchi proprietari degli otto appartamenti
sfilano sotto il naso di Mme Michel, lungo “un solco celeste
scavato naturalmente per loro dal potere del denaro” di cui
si sentono investiti per diritto di nascita, attenti solo alle proprie
sciocche e nevrotiche vicissitudini.
Al quarto piano del palazzo vive Paloma Josse, figlia dodicenne di
un deputato socialista, appassionata di manga e cultura giapponese,
proprietaria di un Q.I. spropositato (accuratamente nascosto perché
“nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore
supremo, una bambina superdotata non avrebbe mai pace”) e di
un’altrettanto imponente dose di disincantato realismo, che
sparge a piene mani nei resoconti e nelle riflessioni pungenti affidati
alle pagine del suo diario, seconda voce del romanzo.
In virtù di questa intelligenza fuori dal comune, Paloma ha
scoperto da tempo l’inganno in cui i genitori crescono i propri
figli, ai quali nascondono il destino ultimo di ogni essere umano
adulto: la boccia dei pesci rossi. “«La vita ha un senso
e sono gli adulti a custodirlo» è la bugia universale
cui tutti sono costretti a credere. Da adulti, quando capiamo che
non è vero, ormai è troppo tardi. […]Non resta
che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il fatto che non riusciamo
a dare un senso alla nostra vita e ingannando i nostri figli per cercare
di convincere meglio noi stessi”.
Nella boccia dei pesci rossi, Paloma non vuole finire, quindi ha deciso
di suicidarsi alla fine dell’anno scolastico, al compimento
del suo tredicesimo anno di età, non senza aver prima bruciato
l’appartamento di quattrocento metri quadri, così da
dotare di una coscienza la sua distratta, ricchissima e stolida famiglia
di radical chic la quale, ritrovandosi senza casa e senza figlia,
forse comprenderà come debbano sentirsi gli africani delle
banlieu, ai quali è bruciata la casa.
È lei la sola a intuire la naturale ‘eleganza’
di Renée sotto gli aculei, e questa sua intuizione è
più che comprensibile: Renée e Paloma sono due ricci,
entrambe si difendono grazie agli aculei dello stereotipo pur di non
– è il caso di dirlo – épater le bourgeois.
È dunque scritto nel loro destino, prima che nel libro, che
le loro strade si incrocino. L’evento catalizzatore sarà
l’arrivo di un nuovo proprietario, il ricco e colto signor Ozu,
il quale con grazia e tenacia scombinerà i piani, senza lasciarsi
ingannare dalle apparenze.
A questo punto, sul finale, la storia sembra perdere forza. Il segreto
di Renée, il fantasma che condiziona le sue scelte di vita,
si rivela piuttosto debole. Gli assalti del signor Ozu, infatti, hanno
rapidamente la meglio su di lui. E quando la maschera sotto la quale
Renée si è nascosta per metà della propria vita
cade, con essa si perde un po’ del fascino del personaggio.
Tutto sembra improvvisamente andare nel modo più prevedibile
e si inala con orrore un profumo di lieto fine – il colpo di
grazia è dato dal breve episodio del ritorno di Jean Arthens,
con le sue camelie-feticcio – la prima reazione è di
incredulità di fronte a quello che appare come un eccesso di
sentimentalismo. Viene da chiedersi perché ciò che di
Mme Michel sembrava tanto prezioso attraverso la maschera, debba sfumare
nel sentimentale a metamorfosi avvenuta. Forse la superiorità
dell’animo e dell’intelletto sono più preziosi
se repressi, pena la loro banalizzazione? Tuttavia, l’autrice
ci risparmia la catastrofe dell’happy end, almeno per ciò
che strettamente attiene alla trama.
Sono certa che molti lettori apprezzeranno, nel finale scelto da Muriel
Barbery, il tono intimo e toccante, delicato come un origami, che
trasfigura i monologhi ed esalta il lascito prezioso che le belle
anime consegnano a chi ha la fortuna di incontrarle.
In realtà, il potenziale che la prima parte lasciava intuire
finisce per essere disatteso, gli aculei del riccio sarebbero potuti,
a mio avviso, affondare un po’ di più anziché
limitarsi a punzecchiare: la forza del romanzo sta infatti nella parte
che precede la ‘rinascita’ delle due protagoniste, maîtresses
de vie più convincenti e divertenti quanto più aliene
dall’intento pedagogico-riformista che il finale rivela e con
il quale l’autrice sottolinea a tutta forza il messaggio ultimo
di questo romanzo: cultura e valori umani contro l’ottusità
di una gauche caviar dipinta in modo esilarante e senza sorprese.
L’eleganza del riccio, Muriel
Barbery, Edizioni e/o, 2007
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