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dicembre 2011- gennaio 2012
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Buone nuove |
| Erinaceus europaeus in salsa
francese di Luciana Viarengo |
| Recensione
de L'eleganza del riccio, Muriel Barbery |
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Fin dall’incipit si scopre la prosa diverte
e arguta, colta senza essere elitaria, in grado di creare l’atmosfera
delle migliori commedie francesi. Proseguendo nella lettura si apprezza
la costruzione dei monologhi, autentici gioiellini di humour e disincanto.
Come ogni portinaia che si rispetti, pur essendo
educata, raramente è gentile. E, come ogni portinaia francese
che si rispetti, ha un gatto grassissimo e accidioso, nonché
una televisione perennemente accesa. Insomma, Mme Michel risponde
fedelmente al paradigma della portinaia ‘forgiato nel comune
sentire’. Manca giusto l’effluvio di cavolo bollito
o di cassoulet, ma solo perché il palazzo è il lussuoso
scrigno in cui risplende un microcosmo dell’alta borghesia
parigina, notoriamente poco incline a tollerare i miasmi della cucina
plebea. Così, giorno per giorno, i ricchi proprietari
degli otto appartamenti sfilano sotto il naso di Mme Michel, lungo
“un solco celeste scavato naturalmente per loro dal potere
del denaro” di cui si sentono investiti per diritto di nascita,
attenti solo alle proprie sciocche e nevrotiche vicissitudini. In virtù di questa intelligenza fuori dal
comune, Paloma ha scoperto da tempo l’inganno in cui i genitori
crescono i propri figli, ai quali nascondono il destino ultimo di
ogni essere umano adulto: la boccia dei pesci rossi. “«La
vita ha un senso e sono gli adulti a custodirlo» è
la bugia universale cui tutti sono costretti a credere. Da adulti,
quando capiamo che non è vero, ormai è troppo tardi.
[…]Non resta che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il
fatto che non riusciamo a dare un senso alla nostra vita e ingannando
i nostri figli per cercare di convincere meglio noi stessi”. È lei la sola a intuire la naturale ‘eleganza’
di Renée sotto gli aculei, e questa sua intuizione è
più che comprensibile: Renée e Paloma sono due ricci,
entrambe si difendono grazie agli aculei dello stereotipo pur di
non – è il caso di dirlo – épater le bourgeois.
Tutto sembra improvvisamente andare nel modo più
prevedibile e si inala con orrore un profumo di lieto fine –
il colpo di grazia è dato dal breve episodio del ritorno
di Jean Arthens, con le sue camelie-feticcio – la prima reazione
è di incredulità di fronte a quello che appare come
un eccesso di sentimentalismo. Viene da chiedersi perché
ciò che di Mme Michel sembrava tanto prezioso attraverso
la maschera, debba sfumare nel sentimentale a metamorfosi avvenuta.
Forse la superiorità dell’animo e dell’intelletto
sono più preziosi se repressi, pena la loro banalizzazione?
Tuttavia, l’autrice ci risparmia la catastrofe dell’happy
end, almeno per ciò che strettamente attiene alla trama. In realtà, il potenziale che la prima parte lasciava intuire finisce per essere disatteso, gli aculei del riccio sarebbero potuti, a mio avviso, affondare un po’ di più anziché limitarsi a punzecchiare: la forza del romanzo sta infatti nella parte che precede la ‘rinascita’ delle due protagoniste, maîtresses de vie più convincenti e divertenti quanto più aliene dall’intento pedagogico-riformista che il finale rivela e con il quale l’autrice sottolinea a tutta forza il messaggio ultimo di questo romanzo: cultura e valori umani contro l’ottusità di una gauche caviar dipinta in modo esilarante e senza sorprese.
L’eleganza del riccio, Muriel Barbery, Edizioni e/o, 2007
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