È uscito il numero
26
febbraio - marzo 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro-inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Inchiesta |
|
Come e perché
Comuni Province e Regioni si sono trasformati in giocatori d’azzardo;
la speculazione con i soldi pubblici e l’indebitamento con le
banche |
|
Milena Gabanelli l’ha definito, in una vecchia puntata di Report, “un problema da mal di testa”, e in effetti cercare di capire quali trucchi nascondano i contratti derivati sottoscritti dagli enti locali con le grandi banche (nazionali e non), è davvero una sfida al limite del possibile. La questione di fondo è invece abbastanza chiara: comuni, province e regioni, o perché bisognosi di racimolare fondi a fronte dei tagli ai bilanci sempre più consistenti, o per difendersi dai rischi di aumento dei tassi di interesse sui soldi presi in prestito – tramite mutui o emissioni di titoli obbligazionari – hanno deciso, in quest’epoca di finanza creativa e su suggerimento dei grandi istituti di credito (soprattutto Unicredit fino al 2007, ma anche Merrill Lynch, Deutsche Bank, Ubs e altre ancora), di ricorrere a strumenti finanziari complessi. Che cosa sono i derivati Più lunga è la scadenza del prestito, più diventa difficile immaginare i futuri andamenti dei tassi di interesse: chi lo sa cosa potrebbe succedere ai mercati fra cinque, dieci, vent’anni? Le banche quindi propongono agli enti locali uno swap ‘a copertura’ (cioè come assicurazione) dai rischi delle dinamiche dei tassi: se tu (ente locale) sei indebitato a tasso variabile per una data cifra e temi un rialzo dei tassi, puoi sottoscrivere un contratto swap con me (banca) per lo stesso importo, in cui tu sostituisci il tuo tasso variabile con un tasso fisso e io continuo al posto tuo a pagare gli interessi variabili. Periodicamente io ti verserò l’importo degli interessi a tasso variabile e tu mi verserai l’importo degli interessi a tasso fisso: se i tassi di mercato superano il tasso fisso che abbiamo concordato, ci guadagni tu, mentre se scendono sotto quel tasso, ci guadagno io. Ovviamente questa operazione ha un costo (una commissione, che va pagata all’intermediario, ossia alla banca, ossia sempre a me), e in teoria presuppone percezioni opposte sull’andamento dei tassi di mercato da parte dei due soggetti sottoscrittori del contratto. Nella realtà, le banche non sono così trasparenti, o così ingenue, e qui cominciano i mal di testa della Gabanelli. I contratti che gli enti locali hanno sottoscritto in quest’epoca di finanza creativa sono riedizioni dello swap molto più complesse, in cui la funzione di copertura sparisce per lasciare il posto a quella speculativa: la banca propone una scommessa a più strati (‘strutturata’), formata da diversi contratti, in cui per esempio (e semplificando molto), se i tassi di mercato si mantengono all’interno di un intervallo prefissato (poniamo tra il 3% e il 5%) il guadagno per l’ente locale è nullo, se salgono oltre il limite superiore (il 5%) ci guadagna l’ente, se scendono sotto il limite inferiore (il 3%) ci guadagna la banca. È evidente che la convenienza complessiva dell’operazione dipenderà da dove vengono fissati i livelli di soglia, e da quanto stretti sono i ‘corridoi’ in cui l’ente locale guadagna e quanto ampi quelli in cui guadagna la banca; corridoi espressi sui contratti da formule matematiche complesse. Per prezzare questi derivati strutturati (cioè per valutarne l’utilità economica), bisogna innanzitutto scomporli nelle varie componenti e successivamente testarli in base a ogni possibile andamento dei tassi: solo così è possibile evidenziare su grafici quanto ampie sono le possibilità di perdita a fronte di quelle di guadagno. Purtroppo i software che servono a effettuare il pricing di uno strumento finanziario complesso costano centinaia di migliaia di euro, e sono molto pochi i soggetti (solo le grandi banche, alcune società di consulenza specializzate e le società di rating) che posseggono le competenze necessarie per valutare a tutto tondo un derivato strutturato. E Unicredit, Ubs, Merrill Lynch e soci, su questa disparità informativa ci hanno fatto conto, facendo firmare ai loro incompetenti (o collusi?) clienti istituzionali contratti che nella quasi totalità dei casi costituiscono un cappio al collo delle già impoverite amministrazioni. Con quali risultati? Le dimensioni del fenomeno I valori di mercato negativi, cioè le perdite che gli enti locali dovrebbero versare alle banche se le operazioni in essere dovessero essere chiuse alla data di rilevazione, sono passati da circa 2 milioni a fine 2000 a quasi 1,1 miliardi alla fine di marzo 2009. L’esposizione più rilevante è quella dei comuni (0,6 miliardi), seguita da quella delle regioni (0,4 miliardi) e delle province (0,1 miliardi). E ci sono già i primi morti: per citare solo due casi, il comune di Taranto è fallito, e l’Ici che i suoi cittadini pagano è destinata interamente a ripianare i conti con le banche; quello di Napoli, già fallito nel 1996, è ancora sull’orlo del baratro. Allora perché gli enti locali continuano
a firmare questi contratti? Il banco vince sempre Ma, a differenza di quel che accade con il mutuo
sulla casa, nel caso dei derivati strutturati la somma da rimborsare
cresce in modo imprevedibile: può raddoppiare, triplicare,
sfuggire completamente al controllo. E di nuovo, quando le rate ritornano
insostenibili, si presenta la banca offrendo un altro contratto, che
gli amministratori firmano nella speranza che le condizioni di mercato
cambino e questa volta siano gli istituti di credito ad avere la peggio. Fondi che affondano Ma c’è di più e di peggio, e questo peggio ha di nuovo un nome inglese: si chiama sinking fund. È l’autunno del 2002 quando la regione Lombardia, già guidata da Roberto Formigoni, emette un bond da un miliardo di dollari con scadenza nel lontano 2032. Ad aiutare il Pirellone ci sono Ubs e Merrill Lynch. La legge consente a un ente locale di indebitarsi a lunga scadenza ma – per evitare di lasciare sulle spalle delle generazioni future l’onere di un così oneroso rimborso – impone che venga creato una specie di piano di ammortamento. In pratica la regione deve costruire un grosso salvadanaio in cui mettere, nell’arco dei trent’anni, tutti i soldi necessari per far fronte al rimborso finale. Questo salvadanaio si chiama appunto sinking fund (letteralmente fondo che affonda). Stranamente il sinking fund non viene creato dalla regione investendo direttamente le somme necessarie in tranquillissimi titoli di Stato – sarebbe troppo semplice e, si potrebbe malignare, poco remunerativo per le banche. Il sinking fund lo creano le stesse banche che contemporaneamente curano l’emissione del bond. La Lombardia stipula due contratti derivati con Ubs e Merrill Lynch e si impegna a versare loro il denaro secondo un piano di ammortamento prestabilito, denaro che le due banche investono in varie obbligazioni. L’aspetto sorprendente è che, posto che il sinking fund deve garantire alla regione solo la restituzione di un miliardo nel 2032, tutto il rendimento aggiuntivo lo incassano le banche; viceversa, nel caso che il fondo faccia investimenti sbagliati e che qualche bond vada in default, il danno è tutto della Lombardia. Un meccanismo geniale: le banche hanno rendimenti senza rischi, mentre la Lombardia ha rischi senza rendimenti. Il giochino è stato denunciato da Il Sole 24ore nel giugno 2009 in un articolo a firma Morya Longo, e prospetta scenari inquietanti: il giornale, con documenti ufficiali alla mano, è in grado di provare che le due banche hanno inserito nel sinking fund della Lombardia titoli che loro stesse avevano emesso per conto di altre regioni o società. Ubs nel 1998 aveva curato un’emissione obbligazionaria per conto della regione Lazio, un bond trentennale per 250 milioni di euro. Ebbene: 80 milioni di euro di quel bond sono stati messi pochi anni dopo, dalla stessa Ubs, nel sinking fund della regione Lombardia. Stessa cosa con obbligazioni della Sicilia: nel 2000 la regione aveva emesso un bond da oltre 2 miliardi di vecchie lire – con l’aiuto di Merrill Lynch – per finanziare “certi progetti infrastrutturali” e per coprire il disavanzo del 1999. E due anni dopo la stessa Merrill Lynch ha piazzato 45,5 milioni di quel bond nel sinking fund della Lombardia. Morale: senza neppure saperlo, la Lombardia ha finanziato le infrastrutture siciliane e quelle del Lazio. E di esempi ce ne sono molti altri. Warburg Dillon
Read (poi diventato Ubs) nel 2002 aveva aiutato la Grecia a indebitarsi
per 200 milioni di euro, e ha poi messo 115 di quei 200 milioni nel
sinking fund della Lombardia. Merrill Lynch ci ha invece piazzato
34 milioni di obbligazioni del Land del Baden-Wurttemberg; operazione
anch’essa curata dalla stessa Merrill Lynch nel 1993. Questi
dati risalgono a fine 2007, ma nel frattempo poco è cambiato. La vicenda lombarda è simile a quella di
altre regioni. Fonti consultate sempre dal Sole 24ore rivelano che
nel sinking fund della Puglia – creato dalla stessa Merrill
Lynch nel 2003 – sono stati collocati i bond di diversi comuni
italiani (per esempio Firenze), di alcune province (per esempio Roma)
e di varie regioni (per esempio Lazio). Anche il sinking fund della
Liguria – riferiscono fonti bene informate – è
pieno di bond di altri enti locali. Insomma: senza che nessuno se
ne accorgesse, poche banche hanno creato una rete inestricabile che
ha legato i destini di regioni, province e comuni in un’unica
grande ragnatela. Una situazione quanto meno ambigua, tanto è
vero che sul bond della Lombardia sta indagando il pm di Milano Alfredo
Robledo e su quello della Puglia il pm Francesco Bertone. C’è poi un rischio ancora più
preoccupante, quello che gli esperti definiscono sistemico: se è
vero che gli enti locali difficilmente vanno in fallimento (ma qualche
volta ci vanno), è certo che se anche una sola di queste amministrazioni
avesse problemi, le sue difficoltà si allargherebbero Ma l’agenzia Moody’s (la principale agenzia mondiale di rating) rassicura (!), dichiarando in una recente conferenza stampa che il rischio di un contagio sistemico fra amministrazioni legato ai derivati, nonostante il crescente numero di controversie giudiziarie in merito, è basso. Tuttavia, l’agenzia ha declassato il comune di Firenze, per esempio, nonostante i solidi fondamentali economici, perché la giunta guidata da Matteo Renzi ha deciso di bloccare i pagamenti su contratti di swap contestati in sede giudiziaria. L’opinione di Moody’s non è condivisa dalla sesta commissione permanente del ministero delle Finanze la quale, nel documento conclusivo sull’indagine circa l’utilizzo e la diffusione degli strumenti di finanza derivata e delle cartolarizzazioni nelle pubbliche amministrazioni, approvato il 12 marzo del 2010, dichiara che “costituire il sinking fund con titoli obbligazionari a loro volta emessi da altri enti locali costituisce di fatto un’interrelazione, di dimensioni teoricamente sistemiche, tra le condizioni finanziarie di diversi enti territoriali”. Vanna Marchi & friend I contratti non par, invece, presentano,
al momento della stipula, un valore di mercato negativo per una delle
due controparti, poiché uno dei due flussi di pagamento non
riflette il livello corrente dei tassi di mercato. I termini finanziari
della transazione vengono quindi riequilibrati attraverso il pagamento
di una somma di denaro alla controparte che accetta condizioni più
penalizzanti. Tale pagamento, che dovrebbe essere pari al valore di
mercato negativo del contratto, prende il nome di up front.
L’entità dell’up front, proporzionale al valore
del contratto, può arrivare a essere di svariati milioni di
euro. I contratti derivati che gli istituti di credito hanno firmato
con gli enti pubblici sono essenzialmente non par, quindi
prevedono il pagamento da parte della banca di un up front all’ente
locale: ecco l’origine dei famosi anticipi in contanti, che
in realtà sono solo la restituzione della perdita (reale) che
il contratto prevede come condizione di partenza per la controparte
pubblica. Facciamo un esempio. La banca sottoscrive con l’ente, a un prezzo pari a zero, un contratto non par che ha valore di mercato negativo pari a -10 milioni di euro. I 10 milioni di euro andrebbero versati integralmente all’amministrazione – che ha accettato di partire svantaggiata – e invece la banca ne trattiene 3 per sé e gira all’ente solo 7 milioni di euro. Quest’ultimo, tutto contento per il denaro così generosamente ricevuto, non sa dei 3 milioni che la banca ha mancato di versargli, e che rappresentano non solo una commissione fantasma, ma anche una perdita reale in partenza sul contratto che ha sottoscritto. Perdita che sarà molto difficile recuperare, visti tutti i trucchi a esclusivo beneficio delle banche che nascondono i derivati strutturati. In sostanza, ogni volta che gli enti locali firmano un contratto swap non par in cui l’up front non viene loro versato interamente, la banca parte con un guadagno certo e le amministrazioni con una perdita certa. Alla luce di questi riscontri la guardia di finanza
e diverse procure hanno avviato vari filoni di inchiesta: in primis
perché nel comportamento degli istituti di credito sono ravvisabili
varie ipotesi di reato, e in secundis perché parte dell’up
front che la banca trattiene è stata talvolta utilizzata come
tangente per ungere il parere positivo degli advisor (consulenti
indipendenti che possono essere chiamati a certificare la
correttezza dell’operazione). Utili idioti Questi tre livelli di clientela rispecchiano (o
dovrebbero rispecchiare) livelli via via crescenti di competenze finanziarie,
a cui devono corrispondere diversi livelli di informazione dovuti
per legge prima della firma del contratto. Orbene, secondo il Mifid
gli enti locali, essendo di diritto clienti professionali, possono
investire in strumenti finanziari derivati senza essere sottoposti
a una valutazione di idoneità da parte degli istituti di credito. Possibile che il comune di Milano o la regione Lombardia non avessero al loro interno le competenze necessarie a valutare un contratto derivato complesso, pur potendo emettere obbligazioni per centinaia di migliaia di euro? E se non avevano le competenze necessarie, perché prima di firmare non si sono rivolti a società di consulenza specializzate in grado di chiarirgli le idee? Come è possibile sottoscrivere senza batter ciglio documenti i cui termini sono specificati da formule matematiche incomprensibili? Al di là della maggiore o minore conoscenza in tema di finanza, il problema è innanzitutto di buon senso e di fare un uso responsabile dei soldi pubblici, tanto è vero che non tutti sono caduti nella rete – ferma restando la questione di fondo che la speculazione finanziaria, si guadagni o si perda, dovrebbe aver ben poco a che fare con l’amministrazione della cosa pubblica. Il comune di Treviso (che pure non è New York) ha organizzato all’interno del suo dipartimento amministrativo una task force che si occupa di controllare quotidianamente l’andamento dei tassi di mercato e degli swap in essere: non firma contratti che non capisce, per quanto possano apparire allettanti, chiede alle banche tutte le informazioni necessarie per valutare l’utilità economica di ogni operazione e – guarda caso – fino a oggi non ha preso alcuna una fregatura (anche se, mai dire mai…). Ma ormai i danni sono fatti e il governo italiano
deve correre ai ripari perché, se le accuse non reggono, gli
enti locali dovranno sborsare alle banche cifre da capogiro, facendo
anche rischiare al Paese il contagio sistemico di un possibile default.
Così, come si legge in un articolo de Il Sole 24ore (11 gennaio
2011) dal titolo azzeccatissimo – “Presunti ignoranti”
– il ministero dell’Economia, precedendo per una volta
la Commissione europea (che ha in progetto qualcosa di simile), sta
per emanare un regolamento in cui classifica per legge le municipalità
come ‘clienti al dettaglio’: il livello più basso
di consumatori i quali, in virtù di una più limitata
conoscenza finanziaria, debbono godere della maggiore protezione da
parte degli istituti di credito. Forse i nostri enti locali sul momento
non apprezzeranno ma, pensandoci bene, meglio presunti ignoranti che
falliti.
Leggi anche: Profitti
da debito pubblico di Giovanna Cracco, Paginauno n. 20/2010 Debito
pubblico, fra tangenti e privatizzazioni
di Giovanna Cracco, ottobre 2009 Le fondazioni
bancarie: il furto pubblico del
no profit privato di Giovanna Baer La
banda del buco: il fallimento della Zincar, Giovanna
Baer, Paginauno n. 14/2009
Leggi altri articoli sui temi: |