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dicembre 2011- gennaio 2012
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Il Pil
e la qualità della vita nell'economia di mercato |
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“L’economia insegna a
scegliere. Scegliere quali cose produrre e quali metodi utilizzare.
Produrre cose utili. Utili, per l’economista, significa solo
che sono richieste da qualcuno, per qualunque ragione. Qualcuno che
è disposto a pagare qualcosa per averle. Si chiamano beni.
Anche quando, moralmente parlando, sono mali. Perciò l’economista
è un tipo un po’ cinico. Lui si definirebbe: un realista.” Bisogna sottolinearlo: un compendio di economia,
di critica –in senso classico- dell’economia in 126 pagine
appare impresa titanica per chiunque, anche per un politico smaliziato
e un esperto ricercatore come Ruffolo. E tuttavia i lunghi anni dedicati
all’analisi economica (alla teoria) e le sue esperienze parlamentari
nazionali ed europee (la pratica) lo mettono in una posizione privilegiata
per uno sguardo alla materia che non sia unicamente descrittivo. Basta il paragrafo dedicato a Georgescu-Roegen, “il principe degli economisti” secondo la definizione del premio Nobel Paul Samuelson, uno che se ne intendeva, a far svanire ogni grandeur positivista. Il fondamento del paradigma economico neoclassico, cioè che le risorse naturali (materie prime e fonti di energia) siano inesauribili perché sostituibili all’infinito, e che i bisogni umani soddisfabili attraverso la produzione siano pure infiniti, non sono presupposti scientificamente dimostrabili, anzi, tutto il contrario. Postulare l’infinta sostituibilità delle risorse viola la prima e la seconda legge della termodinamica, mentre l’inesauribilità delle utilità che si traggono dal consumo incontra evidenti limiti psichici. Solo i bisogni di posizione sono inesauribili, ma rispondervi causa più frustrazione che soddisfazione, con il risultato che, prima o poi, ci si accontenta: ma allora hanno anch’essi un termine implicito, diverso da individuo a individuo e tuttavia inesorabile. Dunque la produzione mondiale di beni e servizi
non può crescere all’infinito: o ci si troverà
a corto di materie prime, o di bisogni da soddisfare, oppure sia di
materie prime sia di bisogni, e questa malaugurata situazione non
riguarderà un futuro troppo lontano: già gli attuali
livelli di crescita, secondo il lavoro di Georgescu-Roegen, sono insostenibili,
a meno che non ci si voglia disinteressare delle sorti della specie
umana e del futuro del pianeta. Mi permetto una breve digressione a dimostrazione
che quanto sostenuto a livello teorico da Georgescu-Roegen qualche
dubbio almeno dovrebbe farlo sorgere, anche nella mente dei suoi molti
detrattori. Ora, in un’economia di mercato la crescita dei prezzi denuncia sempre un aumento della domanda o una diminuzione dell’offerta. Se l’offerta non diminuisce, ma cresce, come ci assicurano questi signori, allora l’unica spiegazione è che la domanda aumenti a un tasso superiore della crescita dell’offerta, e l’incremento delle necessità energetiche di Cina e India può benissimo giustificare tensioni di questo tipo. Può darsi che anche la speculazione faccia la sua parte ma, come ben sanno gli addetti ai lavori, la speculazione cavalca solo trend forti. Il fatto che negli ultimi trent’anni la situazione non sia precipitata non vuol dire che l’economia mondiale sia in grado di reggere a livello energetico gli attuali tassi di crescita, che non accennano a rallentare, anzi sembrano continuamente in aumento. Prova ne sia il rientro sugli spalti e con rinnovato entusiasmo dei sostenitori del nucleare, unica vera fonte alternativa al petrolio considerate le elevate necessità del sistema, che a queste quotazioni del greggio rischia il collasso. Ma anche l’uranio non è infinito, ha un prezzo molto elevato, e ai costi di creazione e manutenzione delle centrali nucleari vanno aggiunti quelli relativi alla sicurezza e allo smaltimento delle scorie radioattive. Senza parlare dei rischi ambientali. Facendo bene i conti, non è detto che l’energia nucleare sia economicamente conveniente. Nel qual caso, a corto di carburante, dovremo finalmente rallentare. Ma torniamo a Lo specchio del diavolo e alla denuncia spassionata delle contraddizioni interne alla ricerca ossessiva della crescita (quella che Morgerstern, autore della Teoria dei giochi, definiva “la misura dei secoli bui”) e degli strumenti che si utilizzano per misurarla. Le accuse che Ruffolo muove al PIL (prodotto interno lordo) lasciano ben poco margine di difesa ai sostenitori di quello che è divenuto il re degli indicatori economici e la cui crescita è venerata per ragioni che si dimostrano sempre più oscure. La pura e semplice somma dei beni e dei servizi venduti sul mercato non può essere in grado di attestare il benessere di una società. E non solo perché, come ci ricorda nel suo incipit l’autore, il concetto di bene in economia è completamente svincolato da considerazioni etiche. Anche quando non costituisce una misura fuorviante (in caso di disastri naturali, per esempio, aumenta, mentre il benessere evidentemente no), il PIL resta un indicatore estremamente povero nella capacità di fotografare lo stato di salute di un sistema economico, dal momento che si disinteressa – volutamente?- di tutta una serie di costi (corruzione, inquinamento, criminalità, eccetera) connessi a una crescita non ecologicamente compatibile e non socialmente sostenibile. E questo vale soprattutto per i paesi socioeconomicamente
avanzati. Chi propone entusiasticamente l’adozione del modello
americano non dovrebbe dimenticare che gli Stati Uniti, pur consumando
il 40% delle risorse del pianeta con il loro misero 5% di popolazione
globale, assistono ormai da anni a una flessione estremamente significativa
degli indicatori di benessere, anche se il loro Pil continua, inarrestabile,
a svilupparsi. Eppure, se ne dimenticano sempre. Tuttavia, ogni tentativo di riforma della situazione in cui ci troviamo (Ruffolo ricorda la proposta di Herman Daly e della sua “economia di stato stazionario”) cozza contro interessi politici ed economici fortissimi, ma in modo ancora più significativo con l’incapacità culturale delle democrazie moderne di darsi come obiettivo l’essere piuttosto che il possedere, nonostante sia sotto gli occhi di tutti l’infelicità (in termini di nevrosi, depressione, stress, ansia, frustrazione, smarrimento del senso dell’esistere) e la crescita delle diseguaglianze che mai come negli ultimi cento anni, quelli di più intensa crescita economica, hanno afflitto le società occidentali, quelle che si dicono avanzate (limitatamente al PIL). Per comprendere a fondo la realtà economica
contemporanea, accanto a questa denuncia delle incongruenze interne
al sistema nel suo complesso, o meglio interne al sistema fin dalla
sua definizione teorica, è importante considerare la genesi
e i successivi sviluppi dei rapporti di forza fra singole potenze
all’interno della geografia economica mondiale, che Ruffolo
descrive bene nel secondo quadro. Forse è bene ricordare, in estrema sintesi, i termini della questione: nel 1940 l’Europa è alle corde, praticamente in mani tedesche. Per resistere e sperare di rovesciare le sorti del conflitto c’è bisogno delle armi americane, ma le riserve auree inglesi si stanno rapidamente esaurendo. Impossibile trovare il denaro per pagarle. Dopo qualche inutile tentativo della diplomazia inglese di convincere il Ministro del Tesoro americano Henri Morgenthau a concedere prestiti all’impero britannico, Churchill si rivolge direttamente a Roosevelt in una celebre lettera in cui afferma “Signor Presidente, noi siamo la vostra prima linea di difesa”. Roosevelt, finalmente, si convince. Il 17 dicembre presenta al Congresso la legge Affitti e prestiti, con la quale autorizza l’Inghilterra a prendere a prestito o ad affittare le armi di cui ha bisogno. Ovviamente, non si tratta di beneficenza: i termini del rimborso saranno stabiliti da Morgenthau e Keynes. O dagli dei, come Churchill dirà in seguito. Gli dei provvedono e l’America entra in guerra. Nel 1942 la vittoria appare chiaramente alla portata
degli Alleati e diventa evidente che la questione del rimborso inglese
è compresa nel problema più vasto della ricostruzione
e dell’edificazione di un nuovo ordine mondiale del commercio
e della moneta. Keynes e, a sua insaputa, White vengono incaricati
di presentare un progetto. I loro piani partivano da premesse identiche:
bisognava evitare gli errori dell’anteguerra, istituendo un
sistema di scambi multilaterali e di cambi stabili regolato da un
pivot stabilizzatore. Tuttavia sulla natura del pivot le due proposte
divergevano radicalmente. Per Keynes doveva essere una vera banca
mondiale, autorizzata a emettere moneta e a concedere prestiti ben
oltre il capitale sottoscritto. Per White si trattava di un semplice
fondo di sottoscrizione che aveva il compito di intervenire nelle
valute dei paesi sottoscrittori e unicamente entro i limiti del capitale
sottoscritto. Mentre dunque Keynes sperava di sottrarre il sistema
alla supremazia del dollaro, White era fermamente intenzionato a mantenerne
il controllo in mani americane. Gli Stati Uniti non avevano nessun
vantaggio nel fare concessioni agli Alleati e tutti i vantaggi nell’esercitare
una nuova egemonia, e Keynes perse. Da Bretton Woods scaturirono le
massime istituzioni dell’ordine monetario del dopoguerra: il
Fondo monetario e la Banca mondiale. Nel bene o nel male, il sistema
resse per tutti gli anni Cinquanta e buona parte degli anni Sessanta.
Gli Stati Uniti esercitavano la loro supremazia con prudenza e saggezza
fornendo al sistema liquidità in quantità appena sufficiente
per le necessità di scambio. Tuttavia durante la presidenza
Nixon la situazione cambiò radicalmente. Il suo predecessore,
Lyndon Baines Johnson aveva promosso uno straordinario programma di
spese sociali e di diritti civili i cui costi, sommandosi a quelli
della guerra in Vietnam, causarono una pressione formidabile sulle
finanze statunitensi: pressione che si tradusse (e non poteva essere
diversamente) in una spinta inflazionistica nei confronti del dollaro.
Negli altri paesi soggetti alle regole di Bretton Woods ciò
avrebbe reso necessaria una svalutazione del cambio, ma gli Stati
Uniti si sottrassero alle regole che avevano creato. Istituirono il
mercato dell’eurodollaro, permettendo alle loro imprese di effettuare
investimenti competitivi, soprattutto acquisti di imprese europee,
attraverso un dollaro sostanzialmente, ma non formalmente, svalutato,
approfittando della loro posizione di egemonia per contrastare con
metodi discutibili una concorrenza europea sempre più agguerrita.
Non c’è nulla di più falso, dal
punto di vista storico, dell’affermare, come fanno tanti intellettuali
di casa nostra, che l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda
guerra mondiale sia stato un intervento gratuito a favore degli alleati
in difficoltà, mosso da pure considerazioni ideali. Se infatti
non ci permettiamo di sostenere che la decisione di Roosevelt venne
presa per puro calcolo, certo l’economia europea ha pagato,
e sta pagando, pesantemente il prezzo dell’aiuto americano.
Attraverso il Fondo monetario internazionale gli Stati Uniti impongono
alla maggior parte dei paesi il cosiddetto consenso di Washington,
costringendo le loro economie ad adattarsi alle esigenze di profitto
degli investimenti delle grandi multinazionali. La forza del dollaro,
che gode di tutti i vantaggi derivanti dall’essere la valuta
di riferimento del sistema, e del mercato finanziario americano rendono
gli USA il più potente attrattore di capitali del mondo. Proprio
l’attivo nella bilancia dei capitali permette loro di sostenere
un passivo formidabile della bilancia corrente: una situazione di
indebitamento scandalosa che consente ai consumatori americani di
vivere ben al di sopra delle risorse prodotte. In altri termini, come
dice bene Ruffolo, la capacità americana di soddisfare l’enorme
fame di consumi che la sua economie esprime non proviene da un vantaggio
produttivistico, ma da una rendita finanziaria derivante dalla posizione
di dominio della sua moneta, che le consente di indebitarsi (a basso
costo, aggiungiamo noi) in misura imponente verso tutto il resto del
mondo. Nella situazione attuale, che il biglietto verde conservi la sua posizione di predominio nel mercato valutario è per gli USA una necessità assoluta. Se l’euro continuasse a rafforzarsi nei suoi confronti potrebbe concretamente rivelarsi un’alternativa per i flussi mondiali di risparmio: a quel punto, l’anomalia americana esploderebbe e gli equilibri mondiali cambierebbero inesorabilmente, aprendo la possibilità di un nuovo ordine. Per ora, l’ipotesi è solo sulla carta. Non è detto che il vecchio continente consideri desiderabile una rivoluzione di questo tipo (perché di rivoluzione si tratterebbe), e al momento non ci sono segnali che indichino una sua volontà di emancipazione dagli USA, né a livello politico né a livello economico. In secondo luogo, certo l’America non reagirebbe passivamente di fronte a un tentativo di scalzare il dollaro dal podio (non potrebbe permetterselo), e forse proprio la paura della controffensiva d’oltreoceano rende l’Europa così timida. Fatto sta che l’euro rappresenta oggi una forza economica dello stesso ordine di quella statunitense e la minaccia potenziale più seria alla sua egemonia. Quanto detto finora può far sembrare “Lo specchio del diavolo” un libro sovversivo, e forse sotto molti punti di vista lo è: basta così poco, oggi, per essere considerati sovversivi quando si parla di economia! Ma nonostante la critica efficace e condivisibile alle contraddizioni del capitalismo contemporaneo e alle logiche del potere finanziario resta, si sarebbe detto una volta, un testo assolutamente organico al sistema. Forse per quell’eccesso di ottimismo che coglie Ruffolo, socialista di vecchia scuola, quando si trova a fare i conti con il nodo centrale: il rapporto fra politica ed economia. Nel migliore dei mondi possibili, e per il nostro autore, giova ricordarlo, è un mondo in cui il potere è gestito da una società democratica e la potenza da un sistema capitalistico, i politici stabiliscono gli obiettivi economici desiderabili per il progresso della società, assicurando una situazione di pieno impiego e ridistribuendo le risorse per assicurare a tutti i cittadini un alto grado di protezione, e gli economisti scelgono i modi più efficaci ed efficienti per raggiungerli. Così è stato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fin verso la fine degli anni Settanta, periodo che possiamo chiamare del compromesso socialdemocratico. Ma, una volta che il dogma neoliberista ha scalzato il pensiero keynesiano, respingendo fermamente ogni interferenza dello Stato in economia, il primato dei fini sui mezzi è diventato una mera illusione. Ruffolo definisce il sistema economico oggi dominante turbocapitalismo, prendendo a prestito un neologismo introdotto da Luttwak, e descrive l’impasse della politica contemporanea nel controllo dell’economia come un divario crescente (un gap, direbbero gli economisti), fra il potere della democrazia e la potenza del capitalismo. Oggi è l’economia, peggio, il denaro (il tanto decantato capitalismo finanziario) che decide insieme cosa e come. Più precisamente, è una plutocrazia cosmopolita e ademocratica, che si sottrae ai lacci paralizzanti dello Stato e dilaga nelle sfere non economiche in una deriva mercatistica. Ed è evidente che ai signori di Wall Street del benessere della società importa molto poco, con le conseguenze in termini di instabilità, disuguaglianza, inversione delle priorità sociali che sono sotto gli occhi di tutti. La politica, dunque, secondo Ruffolo, è chiamata a riconquistare un primato che ha perso e che è ancora possibile, benché difficile, riconquistare: basta uno scatto, un rigurgito di libertà: basta volerlo. Ciò che conta, dice, è decidere. Tuttavia, fra le aree tradizionalmente estranee
al mercato, come giustizia, sport e spettacolo, in cui il nuovo turbocapitalismo
è entrato in modo travolgente e corrosivo, l’autore cita
anche la politica. Eppure poche pagine più avanti se ne dimentica,
ostinandosi in una rappresentazione bipolare, “a due soli”,
diremmo con padre Dante, delle sfere di influenza di democrazia e
capitalismo, senza accorgersi che i due astri si sono attratti l’un
l’altro fondendosi in un’unica enorme stella, oppure sottovalutando
la portata del fenomeno. Le interconnessioni fra politica ed economia
sono ormai tante e di tale portata che è diventato difficile
distinguerle l’una dall’altra, anche senza arrivare, come
nel caso statunitense, all’istituzionalizzazione del sistema
delle lobbies.
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Paginauno n. 11/2009
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