“L’economia insegna a scegliere. Scegliere
quali cose produrre e quali metodi utilizzare. Produrre cose utili.
Utili, per l’economista, significa solo che sono richieste da
qualcuno, per qualunque ragione. Qualcuno che è disposto a pagare
qualcosa per averle. Si chiamano beni. Anche quando, moralmente parlando,
sono mali. Perciò l’economista è un tipo un po’
cinico. Lui si definirebbe: un realista.”
In questa frase c’è tutta l’essenza delle dottrine
economiche moderne, almeno di quelle che vanno per la maggiore. Quelle,
per intenderci, di cui si legge sui quotidiani a tiratura nazionale
e che si dibattono nei talk show, elettorali e non. Ed è con
questo promettente incipit che Giorgio Ruffolo inizia il suo saggio
Lo specchio del diavolo - storia dell’economia dal Paradiso
terrestre all’inferno della finanza.
Bisogna sottolinearlo: un compendio di economia, di critica –in
senso classico- dell’economia in 126 pagine appare impresa titanica
per chiunque, anche per un politico smaliziato e un esperto ricercatore
come Ruffolo. E tuttavia i lunghi anni dedicati all’analisi economica
(alla teoria) e le sue esperienze parlamentari nazionali ed europee
(la pratica) lo mettono in una posizione privilegiata per uno sguardo
alla materia che non sia unicamente descrittivo.
Infatti Lo specchio del diavolo non è un vero testo di storia
economica, nonostante il sottotitolo, e nemmeno di storia del pensiero
economico: si tratta piuttosto di un intelligente tentativo di coniugare
sinteticamente e in modo semplice i due aspetti, cioè di evidenziare
come, da quando l’homo sapiens ha preso coscienza di sé
in quanto Homo Oeconomicus, il pensiero abbia influito sulle scelte,
e quindi sulla storia, con l’obiettivo di liberare la specie dalla
povertà e dal bisogno e conseguenze a volte disastrose.
Lettura caldamente consigliata non solo ai neofiti della materia, Lo
specchio del diavolo non è un libro ottimista sulle sorti dell’umanità,
nonostante il linguaggio divertente e gli intermezzi di colore.
Basta il paragrafo dedicato a Georgescu-Roegen, “il
principe degli economisti” secondo la definizione del premio Nobel
Paul Samuelson, uno che se ne intendeva, a far svanire ogni grandeur
positivista. Il fondamento del paradigma economico neoclassico, cioè
che le risorse naturali (materie prime e fonti di energia) siano inesauribili
perché sostituibili all’infinito, e che i bisogni umani
soddisfabili attraverso la produzione siano pure infiniti, non sono
presupposti scientificamente dimostrabili, anzi, tutto il contrario.
Postulare l’infinta sostituibilità delle risorse viola
la prima e la seconda legge della termodinamica, mentre l’inesauribilità
delle utilità che si traggono dal consumo incontra evidenti limiti
psichici. Solo i bisogni di posizione sono inesauribili, ma rispondervi
causa più frustrazione che soddisfazione, con il risultato che,
prima o poi, ci si accontenta: ma allora hanno anch’essi un termine
implicito, diverso da individuo a individuo e tuttavia inesorabile.
Dunque la produzione mondiale di beni e servizi non può crescere
all’infinito: o ci si troverà a corto di materie prime,
o di bisogni da soddisfare, oppure sia di materie prime sia di bisogni,
e questa malaugurata situazione non riguarderà un futuro troppo
lontano: già gli attuali livelli di crescita, secondo il lavoro
di Georgescu-Roegen, sono insostenibili, a meno che non ci si voglia
disinteressare delle sorti della specie umana e del futuro del pianeta.
E se, grazie alle sue teorie, il grande economista rumeno si alienò
per sempre le simpatie dell’establishment scientifico e la possibilità
di vincere il premio Nobel, il rischio che corre la società mondiale
ignorandone i moniti è senza dubbio più elevato della
rinuncia a un riconoscimento accademico. Logica vorrebbe che, nel dubbio,
data l’enormità della posta in gioco, ci si attestasse
su posizioni prudenti, ma la prudenza è una virtù che
sa di agro nella bocca dell’uomo moderno. Risultato: nessuno,
tranne poche voci isolate, pare prenderne atto. La domanda sorge spontanea:
per stupidità o cattiva fede? Nel primo caso, bisognerebbe ipotizzare
che il controllo dell’economia sia nelle mani di persone perbene
che, con colpevole innocenza, assemblano una bomba dalla portata distruttiva
ben superiore all’atomica convinti di lavorare per il progresso
dell’umanità. Nel secondo caso, non si tratterebbe di apprendisti
stregoni, ma di moderni Mefistofele (lo specchio del diavolo, vi dice
qualcosa?) i quali, ben consapevoli del prezzo da pagare –ovviamente,
non di propria tasca-, scelgono cinicamente di ignorare le conseguenze
delle loro azioni mortali. Come diceva a chiare lettere, potendoselo
permettere, Luigi XIV, “après moi, le deluge”. Ma
lui, tutto sommato, era un buon diavolo paragonato ai suoi successori.
Mi permetto una breve digressione a dimostrazione che
quanto sostenuto a livello teorico da Georgescu-Roegen qualche dubbio
almeno dovrebbe farlo sorgere, anche nella mente dei suoi molti detrattori.
Di scienziati disposti a giurare che il pianeta ha riserve energetiche
disponibili, almeno potenzialmente, infinite (ma tutte le complicazioni
relative a quel “potenzialmente” vengono prontamente dimenticate)
e per mettere alla berlina chiunque si ostini a sostenere il contrario
se ne trovano a decine. Nell’inserto culturale di un grande giornale
italiano è stata recentemente pubblicato un articolo molto caustico,
quasi uno sfottò, nei confronti di chi, oppresso dal pessimismo
comune a tante Cassandre ambientaliste, negli anni Settanta aveva messo
in guardia contro l’esaurirsi delle riserve di greggio. Trent’anni
sono passati, sosteneva l’autore, e ancora le forniture di petrolio
non accennano a diminuire, anzi, grazie alla scoperta di nuovi giacimenti
e di più avanzate tecniche di estrazione non avremo, per molti
e molti anni a venire, di che preoccuparci. Bene, ne prendiamo atto.
Ma allora queste menti illuminate dovrebbero spiegare anche a noi, comuni
mortali, come mai, dal momento che la disponibilità di oro nero
non solo è rimasta invariata, ma è aumentata, il suo prezzo
non è per nulla stabile, anzi continua a crescere a livelli preoccupanti
arrivando a superare la quotazione record di ottanta dollari al barile.
Ora, in un’economia di mercato la crescita dei prezzi denuncia
sempre un aumento della domanda o una diminuzione dell’offerta.
Se l’offerta non diminuisce, ma cresce, come ci assicurano questi
signori, allora l’unica spiegazione è che la domanda aumenti
a un tasso superiore della crescita dell’offerta, e l’incremento
delle necessità energetiche di Cina e India può benissimo
giustificare tensioni di questo tipo. Può darsi che anche la
speculazione faccia la sua parte ma, come ben sanno gli addetti ai lavori,
la speculazione cavalca solo trend forti. Il fatto che negli ultimi
trent’anni la situazione non sia precipitata non vuol dire che
l’economia mondiale sia in grado di reggere a livello energetico
gli attuali tassi di crescita, che non accennano a rallentare, anzi
sembrano continuamente in aumento. Prova ne sia il rientro sugli spalti
e con rinnovato entusiasmo dei sostenitori del nucleare, unica vera
fonte alternativa al petrolio considerate le elevate necessità
del sistema, che a queste quotazioni del greggio rischia il collasso.
Ma anche l’uranio non è infinito, ha un prezzo molto elevato,
e ai costi di creazione e manutenzione delle centrali nucleari vanno
aggiunti quelli relativi alla sicurezza e allo smaltimento delle scorie
radioattive. Senza parlare dei rischi ambientali. Facendo bene i conti,
non è detto che l’energia nucleare sia economicamente conveniente.
Nel qual caso, a corto di carburante, dovremo finalmente rallentare.
Ma torniamo a Lo specchio del diavolo e alla denuncia
spassionata delle contraddizioni interne alla ricerca ossessiva della
crescita (quella che Morgerstern, autore della Teoria dei giochi, definiva
“la misura dei secoli bui”) e degli strumenti che si utilizzano
per misurarla. Le accuse che Ruffolo muove al PIL (prodotto interno
lordo) lasciano ben poco margine di difesa ai sostenitori di quello
che è divenuto il re degli indicatori economici e la cui crescita
è venerata per ragioni che si dimostrano sempre più oscure.
La pura e semplice somma dei beni e dei servizi venduti sul mercato
non può essere in grado di attestare il benessere di una società.
E non solo perché, come ci ricorda nel suo incipit l’autore,
il concetto di bene in economia è completamente svincolato da
considerazioni etiche. Anche quando non costituisce una misura fuorviante
(in caso di disastri naturali, per esempio, aumenta, mentre il benessere
evidentemente no), il PIL resta un indicatore estremamente povero nella
capacità di fotografare lo stato di salute di un sistema economico,
dal momento che si disinteressa – volutamente?- di tutta una serie
di costi (corruzione, inquinamento, criminalità, eccetera) connessi
a una crescita non ecologicamente compatibile e non socialmente sostenibile.
E questo vale soprattutto per i paesi socioeconomicamente avanzati.
Chi propone entusiasticamente l’adozione del modello americano
non dovrebbe dimenticare che gli Stati Uniti, pur consumando il 40%
delle risorse del pianeta con il loro misero 5% di popolazione globale,
assistono ormai da anni a una flessione estremamente significativa degli
indicatori di benessere, anche se il loro Pil continua, inarrestabile,
a svilupparsi. Eppure, se ne dimenticano sempre.
Ma se non comporta necessariamente, e per come è concepita nemmeno
in modo accessorio, il miglioramento della qualità della vita
delle popolazioni del pianeta, qual è il vero obiettivo di questa
folle crescita a cui non ci è permesso sottrarci? Le risposte
possibili non sono molte, e alcune dànno francamente i brividi.
Nel migliore dei casi, si potrebbe dire che una crescita a ritmi sostenuti
è necessaria al mantenimento dello status quo, vale a dire che
è una condizione essenziale per l’esistenza del sistema
come oggi lo conosciamo. Ma, se così fosse, dovremmo domandarci
se i vantaggi di questo sistema valgono, in termini di risorse impiegate
e vite umane (vite umane!), il prezzo che ci viene chiesto di pagare.
Tuttavia, ogni tentativo di riforma della situazione in cui ci troviamo
(Ruffolo ricorda la proposta di Herman Daly e della sua “economia
di stato stazionario”) cozza contro interessi politici ed economici
fortissimi, ma in modo ancora più significativo con l’incapacità
culturale delle democrazie moderne di darsi come obiettivo l’essere
piuttosto che il possedere, nonostante sia sotto gli occhi di tutti
l’infelicità (in termini di nevrosi, depressione, stress,
ansia, frustrazione, smarrimento del senso dell’esistere) e la
crescita delle diseguaglianze che mai come negli ultimi cento anni,
quelli di più intensa crescita economica, hanno afflitto le società
occidentali, quelle che si dicono avanzate (limitatamente al PIL).
Per comprendere a fondo la realtà economica
contemporanea, accanto a questa denuncia delle incongruenze interne
al sistema nel suo complesso, o meglio interne al sistema fin dalla
sua definizione teorica, è importante considerare la genesi e
i successivi sviluppi dei rapporti di forza fra singole potenze all’interno
della geografia economica mondiale, che Ruffolo descrive bene nel secondo
quadro.
Dalla celebre sconfitta di John Maynard Keynes contro Harry Dexter White
nella conferenza di Bretton Woods, sulle montagne del New Hampshire,
al sistema economico mondiale non è più stato possibile
sottrarsi alla supremazia americana. Uno dei partecipanti al gioco capitalistico,
garantendosi “istituzionalmente” il ruolo di arbitro del
sistema, è diventato in grado di cambiare le regole in modo assolutamente
autoreferenziale, e non ha mai esitato a farlo quando se ne sia presentata
la necessità. Il che equivale a dire che sullo scacchiere del
mondo economico va in scena, dal 1944, una partita truccata.
Forse è bene ricordare, in estrema sintesi,
i termini della questione: nel 1940 l’Europa è alle corde,
praticamente in mani tedesche. Per resistere e sperare di rovesciare
le sorti del conflitto c’è bisogno delle armi americane,
ma le riserve auree inglesi si stanno rapidamente esaurendo. Impossibile
trovare il denaro per pagarle. Dopo qualche inutile tentativo della
diplomazia inglese di convincere il Ministro del Tesoro americano Henri
Morgenthau a concedere prestiti all’impero britannico, Churchill
si rivolge direttamente a Roosevelt in una celebre lettera in cui afferma
“Signor Presidente, noi siamo la vostra prima linea di difesa”.
Roosevelt, finalmente, si convince. Il 17 dicembre presenta al Congresso
la legge Affitti e prestiti, con la quale autorizza l’Inghilterra
a prendere a prestito o ad affittare le armi di cui ha bisogno. Ovviamente,
non si tratta di beneficenza: i termini del rimborso saranno stabiliti
da Morgenthau e Keynes. O dagli dei, come Churchill dirà in seguito.
Gli dei provvedono e l’America entra in guerra. Nel 1942 la vittoria
appare chiaramente alla portata degli Alleati e diventa evidente che
la questione del rimborso inglese è compresa nel problema più
vasto della ricostruzione e dell’edificazione di un nuovo ordine
mondiale del commercio e della moneta. Keynes e, a sua insaputa, White
vengono incaricati di presentare un progetto. I loro piani partivano
da premesse identiche: bisognava evitare gli errori dell’anteguerra,
istituendo un sistema di scambi multilaterali e di cambi stabili regolato
da un pivot stabilizzatore. Tuttavia sulla natura del pivot le due proposte
divergevano radicalmente. Per Keynes doveva essere una vera banca mondiale,
autorizzata a emettere moneta e a concedere prestiti ben oltre il capitale
sottoscritto. Per White si trattava di un semplice fondo di sottoscrizione
che aveva il compito di intervenire nelle valute dei paesi sottoscrittori
e unicamente entro i limiti del capitale sottoscritto. Mentre dunque
Keynes sperava di sottrarre il sistema alla supremazia del dollaro,
White era fermamente intenzionato a mantenerne il controllo in mani
americane. Gli Stati Uniti non avevano nessun vantaggio nel fare concessioni
agli Alleati e tutti i vantaggi nell’esercitare una nuova egemonia,
e Keynes perse. Da Bretton Woods scaturirono le massime istituzioni
dell’ordine monetario del dopoguerra: il Fondo monetario e la
Banca mondiale. Nel bene o nel male, il sistema resse per tutti gli
anni Cinquanta e buona parte degli anni Sessanta. Gli Stati Uniti esercitavano
la loro supremazia con prudenza e saggezza fornendo al sistema liquidità
in quantità appena sufficiente per le necessità di scambio.
Tuttavia durante la presidenza Nixon la situazione cambiò radicalmente.
Il suo predecessore, Lyndon Baines Johnson aveva promosso uno straordinario
programma di spese sociali e di diritti civili i cui costi, sommandosi
a quelli della guerra in Vietnam, causarono una pressione formidabile
sulle finanze statunitensi: pressione che si tradusse (e non poteva
essere diversamente) in una spinta inflazionistica nei confronti del
dollaro. Negli altri paesi soggetti alle regole di Bretton Woods ciò
avrebbe reso necessaria una svalutazione del cambio, ma gli Stati Uniti
si sottrassero alle regole che avevano creato. Istituirono il mercato
dell’eurodollaro, permettendo alle loro imprese di effettuare
investimenti competitivi, soprattutto acquisti di imprese europee, attraverso
un dollaro sostanzialmente, ma non formalmente, svalutato, approfittando
della loro posizione di egemonia per contrastare con metodi discutibili
una concorrenza europea sempre più agguerrita.
Quando De Gaulle, il più intrattabile degli alleati, sfidò
gli americani a convertire parte delle riserve di dollari in oro al
cambio ufficiale, Nixon, messo alle strette, reagì con una decisione
clamorosa: sganciò il dollaro dall’oro. La quantità
di dollari nel sistema dipendeva unicamente dall’amministrazione
americana che non doveva risponderne a nessuno. Chi non voleva dollari
sganciati, disse, ne avrebbe dovuto fare a meno. Ma nessuno poteva farne
a meno. Due anni dopo venne inaugurato l’attuale sistema di cambi
flessibili, salutato con entusiasmo da Milton Friedman e dai monetaristi
tutti.
Non c’è nulla di più falso, dal
punto di vista storico, dell’affermare, come fanno tanti intellettuali
di casa nostra, che l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda
guerra mondiale sia stato un intervento gratuito a favore degli alleati
in difficoltà, mosso da pure considerazioni ideali. Se infatti
non ci permettiamo di sostenere che la decisione di Roosevelt venne
presa per puro calcolo, certo l’economia europea ha pagato, e
sta pagando, pesantemente il prezzo dell’aiuto americano. Attraverso
il Fondo monetario internazionale gli Stati Uniti impongono alla maggior
parte dei paesi il cosiddetto consenso di Washington, costringendo le
loro economie ad adattarsi alle esigenze di profitto degli investimenti
delle grandi multinazionali. La forza del dollaro, che gode di tutti
i vantaggi derivanti dall’essere la valuta di riferimento del
sistema, e del mercato finanziario americano rendono gli USA il più
potente attrattore di capitali del mondo. Proprio l’attivo nella
bilancia dei capitali permette loro di sostenere un passivo formidabile
della bilancia corrente: una situazione di indebitamento scandalosa
che consente ai consumatori americani di vivere ben al di sopra delle
risorse prodotte. In altri termini, come dice bene Ruffolo, la capacità
americana di soddisfare l’enorme fame di consumi che la sua economie
esprime non proviene da un vantaggio produttivistico, ma da una rendita
finanziaria derivante dalla posizione di dominio della sua moneta, che
le consente di indebitarsi (a basso costo, aggiungiamo noi) in misura
imponente verso tutto il resto del mondo.
Tuttavia, proprio il dollaro potrebbe costituire il suo tallone d’Achille.
Nella situazione attuale, che il biglietto verde conservi la sua posizione
di predominio nel mercato valutario è per gli USA una necessità
assoluta. Se l’euro continuasse a rafforzarsi nei suoi confronti
potrebbe concretamente rivelarsi un’alternativa per i flussi mondiali
di risparmio: a quel punto, l’anomalia americana esploderebbe
e gli equilibri mondiali cambierebbero inesorabilmente, aprendo la possibilità
di un nuovo ordine. Per ora, l’ipotesi è solo sulla carta.
Non è detto che il vecchio continente consideri desiderabile
una rivoluzione di questo tipo (perché di rivoluzione si tratterebbe),
e al momento non ci sono segnali che indichino una sua volontà
di emancipazione dagli USA, né a livello politico né a
livello economico. In secondo luogo, certo l’America non reagirebbe
passivamente di fronte a un tentativo di scalzare il dollaro dal podio
(non potrebbe permetterselo), e forse proprio la paura della controffensiva
d’oltreoceano rende l’Europa così timida. Fatto sta
che l’euro rappresenta oggi una forza economica dello stesso ordine
di quella statunitense e la minaccia potenziale più seria alla
sua egemonia.
Quanto detto finora può far sembrare “Lo
specchio del diavolo” un libro sovversivo, e forse sotto molti
punti di vista lo è: basta così poco, oggi, per essere
considerati sovversivi quando si parla di economia! Ma nonostante la
critica efficace e condivisibile alle contraddizioni del capitalismo
contemporaneo e alle logiche del potere finanziario resta, si sarebbe
detto una volta, un testo assolutamente organico al sistema. Forse per
quell’eccesso di ottimismo che coglie Ruffolo, socialista di vecchia
scuola, quando si trova a fare i conti con il nodo centrale: il rapporto
fra politica ed economia.
Nel migliore dei mondi possibili, e per il nostro autore, giova ricordarlo,
è un mondo in cui il potere è gestito da una società
democratica e la potenza da un sistema capitalistico, i politici stabiliscono
gli obiettivi economici desiderabili per il progresso della società,
assicurando una situazione di pieno impiego e ridistribuendo le risorse
per assicurare a tutti i cittadini un alto grado di protezione, e gli
economisti scelgono i modi più efficaci ed efficienti per raggiungerli.
Così è stato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale
fin verso la fine degli anni Settanta, periodo che possiamo chiamare
del compromesso socialdemocratico. Ma, una volta che il dogma neoliberista
ha scalzato il pensiero keynesiano, respingendo fermamente ogni interferenza
dello Stato in economia, il primato dei fini sui mezzi è diventato
una mera illusione. Ruffolo definisce il sistema economico oggi dominante
turbocapitalismo, prendendo a prestito un neologismo introdotto da Luttwak,
e descrive l’impasse della politica contemporanea nel controllo
dell’economia come un divario crescente (un gap, direbbero gli
economisti), fra il potere della democrazia e la potenza del capitalismo.
Oggi è l’economia, peggio, il denaro (il tanto decantato
capitalismo finanziario) che decide insieme cosa e come. Più
precisamente, è una plutocrazia cosmopolita e ademocratica, che
si sottrae ai lacci paralizzanti dello Stato e dilaga nelle sfere non
economiche in una deriva mercatistica. Ed è evidente che ai signori
di Wall Street del benessere della società importa molto poco,
con le conseguenze in termini di instabilità, disuguaglianza,
inversione delle priorità sociali che sono sotto gli occhi di
tutti. La politica, dunque, secondo Ruffolo, è chiamata a riconquistare
un primato che ha perso e che è ancora possibile, benché
difficile, riconquistare: basta uno scatto, un rigurgito di libertà:
basta volerlo. Ciò che conta, dice, è decidere.
Tuttavia, fra le aree tradizionalmente estranee al mercato, come giustizia,
sport e spettacolo, in cui il nuovo turbocapitalismo è entrato
in modo travolgente e corrosivo, l’autore cita anche la politica.
Eppure poche pagine più avanti se ne dimentica, ostinandosi in
una rappresentazione bipolare, “a due soli”, diremmo con
padre Dante, delle sfere di influenza di democrazia e capitalismo, senza
accorgersi che i due astri si sono attratti l’un l’altro
fondendosi in un’unica enorme stella, oppure sottovalutando la
portata del fenomeno. Le interconnessioni fra politica ed economia sono
ormai tante e di tale portata che è diventato difficile distinguerle
l’una dall’altra, anche senza arrivare, come nel caso statunitense,
all’istituzionalizzazione del sistema delle lobbies.
Potere della democrazia e potenza del capitalismo, ben lungi dall’essere
distinti, sono diventate, e non da poco tempo, le due facce della stessa
medaglia.
Difficilmente le deboli, disaggregate, povere (anche quando sono ricche)
società contemporanee potranno separare di nuovo ciò che
la Storia ha unito. Le forze in gioco (culturali ancora prima che economiche)
sono troppo sbilanciate e le democrazie rappresentative un sistema politico
in cui è troppo facile corrompere, comprare, barare. Le società
moderne non sono più “soggetti collettivi dotati di libertà
di scelta”, come Ruffolo continua, faro nella notte della politica,
a raccontarle. Sembrano piuttosto soggetti collettivi variamente disaggregati
e, unica cosa che conta, dotati di capacità di consumo. Anche
quando votano. Se non ne hanno, sono terra che nessuno vuole, discariche
sociali, Terzi Mondi.
E allora, quali armi opporremo al Diavolo riflesso nello specchio?
Giovanna Baer |