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Disuguaglianza, guerre ed eterotopie del capitalismo
di Iacopo Adami

Mentre i rapporti Oxfam continuano a registrare l’aumento della ricchezza dell’1% della popolazione, il Capitale costruisce le sue eterotopie per difendersi dal 99%

Noi siamo il 99% è uno degli slogan con cui il movimento Occupy Wall Street inizia a far sentire la propria voce nel 2011, in seguito all’inasprimento della crisi economica cominciata nel 2007 nella sfera finanziaria e poi passata a quella manifatturiera nel 2008. Nel gennaio 2015, sulla base dei dati Credit Suisse, Oxfam pubblica il documento Grandi disuguaglianze crescono (1), che conferma quella percentuale, precisando che il restante 1% della popolazione mondiale ha interessi soprattutto nel settore finanziario, farmaceutico e sanitario.

Tuttavia, le analisi contenute nel rapporto erano ottimistiche, se si considerano quelle evidenziate nel documento dell’anno successivo, Un’economia per l’1% (2): è dal 2010 che il divario è in aumento – e nel 2014 la percentuale delle risorse detenute dall’élite era già al 48%, contro il 52% diviso tra i restanti abitanti del pianeta – e se nel rapporto 2015 si ipotizzava che tra il 2016 e il 2017 più della metà della ricchezza globale si sarebbe accentrata ai vertici della piramide, grazie anche a un complesso sistema di paradisi fiscali che garantisce il custodimento offshore di almeno 7.600 miliardi di dollari (più dei Pil di Germania e Regno Unito messi insieme), in realtà ciò è avvenuto già all’inizio del 2016, dunque con un anno di anticipo.

Inoltre, se nel 2010 ci volevano 388 ultramiliardari per raggiungere un volume di ricchezza equivalente a quello posseduto dal 50% più povero della popolazione mondiale, e già nel 2014 ne bastavano 80, nel 2015 il numero scende ulteriormente, attestandosi a 62. Dal 2010, la ricchezza di queste persone è aumentata del 44%, che si traduce in un incremento di 542 miliardi di dollari, mentre nello stesso periodo quella del 50% della popolazione mondiale più povera ha subìto una contrazione del 41%, scendendo a 1.000 miliardi complessivi.

Le cause che hanno determinato questa situazione sono molteplici, ma tutte riconducibili al delirio neoliberista di un’economia ‘emancipata’ dal potere politico, la cui propaganda recita che i mercati avrebbero la capacità di autoregolarsi, producendo benefici per tutti. A supportare tale tesi un esercito di tecnici e professionisti al soldo di banche private, compagnie di consulenza legale e servizi di investimento, il cui scopo è offrire legittimazione intellettuale a un’ideologia basata sullo sfruttamento violento dell’Uomo e delle risorse del pianeta, arrivando a giustificare persino la presenza dei paradisi fiscali che, come ricordano Carlo Ruta e Jean-Francois Gayraud nel loro saggio Colletti criminali, sono le punte di diamante della finanza ombra (shadow banking). Intanto, secondo le ultime statistiche della Fao, sarebbero 795 milioni le persone nel mondo a soffrire la fame.

Alla luce di ciò, viene in mente La Zona di Rodrigo Plá, film del 2007 che affronta proprio il tema della divisione tra classi. Traendo spunto dall’effettiva esistenza di luoghi simili in alcune regioni del centro e sud America, il regista uruguayano, insieme alla sceneggiatrice Laura Santullo – autrice dell’omonimo romanzo su cui si basa la pellicola – mostra l’area di una metropoli (presumibilmente Città del Messico) delimitata da una cinta muraria, guardie armate e telecamere, abitata esclusivamente da ricchi; in questa zona, appunto, vige uno statuto speciale, secondo cui sono gli stessi residenti ad amministrarne la vita interna.

Nemmeno la polizia, senza mandato, può entrare. Tuttavia tali privilegi, concessi dallo stesso Stato, possono essere mantenuti solo a patto che non avvengano fatti di sangue dentro le mura. E puntualmente questi si verificano.

Miguel, un ragazzino di sedici anni cresciuto nei quartieri poveri, si trova, infatti, a temere per la propria vita, in seguito a un tentativo di furto finito male durante il quale, oltre ai suoi due compagni, muoiono la proprietaria della casa in cui si erano introdotti e un agente della sicurezza privata – quest’ultimo ucciso per errore da un abitante della Zona.

Al di là dell’aspetto prettamente narrativo, il film ha una forte valenza simbolica, dacché mostra le contraddizioni interne all’economia capitalistica esprimendo, tra l’altro, anche una forte critica alle democrazie occidentali, che ne sono oggi emanazione. Esplicativo, sotto questo punto di vista, il potere incarnato dall’Assemblea – una sorta di Parlamento formato da vari rappresentanti del quartiere, una zona nella Zona – che, in seguito a una votazione democratica, decide di dare la caccia a Miguel anziché consegnarlo alla polizia, proprio per non perdere l’autonomia riconosciuta dallo statuto – i privilegi, dunque, vanno difesi anche a costo della vita umana. Scelta che determina l’istituzione di un vero e proprio stato di eccezione, con la conseguente restrizione delle libertà individuali degli stessi abitanti della Zona.

In rapporto alla realtà complessa in cui ci troviamo a vivere si tratta, dunque, di vedere la Zona come un’oggettività strutturata su più livelli – e non solo in quelle situazioni tragicamente più evidenti come, per esempio, la divisione tra Nord e Sud del mondo, laddove imperano forme di colonialismo finanziario, se non apertamente militare.

A questo proposito può essere di aiuto il concetto di eterotopia, così come formulato da Michel Foucault. A differenza delle utopie, che sono sì luoghi altri, ma esistenti solo a livello idealistico, le eterotopie sorgono, infatti, nello spazio concreto del mondo. La Zona descritta da Rodrigo Plá ne è un esempio in quanto, dal punto di vista di Miguel, che è lo stesso di quel 99% della popolazione registrato dai rapporti Oxfam, abituata a vivere in una dimensione completamente diversa, rappresenta un territorio disgiunto e inesplorato. Sono eterotopie anche i manicomi, le carceri, i villaggi turistici ecc. In ognuno di questi luoghi cambia il rapporto tra spazio, sapere e potere. È tuttavia interessante notare come, anche nelle situazioni apparentemente più contraddittorie, sia lo Stato – borghese, si direbbe in altri tempi, l’incarnazione della Legge e del Diritto – a legittimare la creazione di tali aree, in cui l’eccezione è la regola.

Spiegarsi una prigione è relativamente facile, ma le cose cambiano se si prende in considerazione un paradiso fiscale. Qui giacciono, infatti, enormi quantità di ricchezza – destinate, in teoria, alle casse dei governi. Sempre secondo il documento di Oxfam, il sistema bancario ombra domina le attività del settore finanziario, la cui parte ‘esposta’, al confronto, è davvero risibile. La maggior parte delle attività offshore è gestita da cinquanta banche, di cui le dieci più attive amministrano il 40% di tutta la ricchezza sotterranea. Sono sempre le banche, inoltre, a svolgere un’intensa attività di lobbying per permettere alle imprese internazionali di eludere il fisco. Assistiamo così a un sempre maggiore scollamento dell’economia dalla politica – o meglio, quest’ultima diventa più che mai emanazione diretta dei poteri economici e finanziari – il che naturalmente rientra nei piani dell’approccio neoliberista.

Con il trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 – appena due mesi dopo la dissoluzione definitiva dell’Unione Sovietica – la Comunità europea, ancora caratterizzata da un impianto socialdemocratico, diventa Unione europea, al grido di maggiori privatizzazioni e più potere ai mercati, dando così avvio alla dittatura di questi ultimi. Negli Stati Uniti, a neanche un anno dalla fine della prima guerra del Golfo, che inaugurerà l’ultima (in ordine cronologico) sanguinosa serie di conflitti in Medioriente, le cui atrocità sono oggi sotto gli occhi di tutti, e in pieno svolgimento dei conflitti jugoslavi, c’è chi, come Francis Fukuyama, invoca la fine della storia. Nel frattempo, si
prepara l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 – e, sette anni dopo, esplode una nuova Grande Depressione globale, di cui la bolla dei subprime è stata solo il detonatore dacché alla base vi è l’inconfessabile verità, ovvero che si tratta di una crisi strutturale del capitalismo, determinata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto.

Nel 2014, la quasi totalità di quel 52% di ricchezza che non è in mano all’1% degli ultramiliardari viene detenuta dal 20% più ricco della popolazione mondiale, lasciando solo il 5,5% al restante 80% delle persone. Oggi il divario è in aumento, e gli ingenti flussi di migranti, che fuggono da guerre e fame, ne dà eclatante dimostrazione.

Nel frattempo, anche nel mondo occidentale si assiste a una sempre maggiore precarizzazione dei lavoratori, e la crisi non ha risparmiato nemmeno fasce della piccola-media classe imprenditoriale, provocando un’apparente aporia all’interno del sistema capitalistico. All’orizzonte si intravede un futuro distopico, in cui il potere economico – e, con esso, quello politico – sarà detenuto quasi esclusivamente da colossi finanziari e multinazionali.

A questo proposito è esplicativa la questione relativa al TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il trattato di libero scambio tra Unione europea e Usa, che sembra prevedere, tra le altre cose (i negoziati sono segreti, ben poco trapela), la possibilità, da parte delle multinazionali, di far causa agli Stati promotori di politiche in grado di intralciare i loro interessi, ossia la sacra legge del profitto. Precedenti in questo senso si sono già avuti, per esempio nel 2004 quando il gruppo statunitense Cargill ha ottenuto un risarcimento di 90,7 milioni di dollari dal Messico, reo di aver introdotto una tassa sulle bibite gassate; oppure nel 2010, con la Tampa Electric, che si è fatta versare nelle proprie casse 25 milioni di dollari dal Guatemala, perché il governo del Paese aveva approvato una legge per porre un tetto alle tariffe elettriche (3). La lista sarebbe lunga, ma il concetto è chiaro: nel caso in cui il TTIP venisse approvato, anche in Europa tematiche come l’ambiente, il lavoro e le politiche sociali si troverebbero, de facto, in balia delle multinazionali, che nemmeno all’apparenza sono realtà democratiche.

Così, mentre il capitalismo si rigenera e trova il modo di uscire dalla propria crisi, la disuguaglianza cresce e ovunque si respira un’aria di insicurezza, determinata anche dalla massiccia presenza di conflitti armati. I due aspetti sono, infatti, inevitabilmente connessi, dacché una situazione di recessione, come quella attuale, determina la necessità di espandere i
mercati, e la crisi geopolitica tra Usa e Russia, schierate sul fronte dell’Ucraina e della Siria, si potrebbe leggere anche in questo senso. Secondo il Rapporto Sipri 2015 (4), il 2014 è stato l’anno che ha visto più guerre rispetto a qualunque altro successivo al 2000, con una spesa militare mondiale dell’ordine di 1.776 miliardi di dollari, pari al 2,3% del Pil globale. Un tema presente, in piccolo, anche nel film di Rodrigo Plá, dove ogni arma in mano ai diversi personaggi ha inizialmente la funzione di difendere una proprietà privata. Ma questa è l’epoca dei diritti umani, ed è perciò necessario trovare una giustificazione umanitaria alla guerra che, in realtà, non è altro che un furto di risorse.

Quell’1% più ricco, diventato tale grazie allo sfruttamento del 99% della restante popolazione, dovrà dunque rinchiudersi sempre più dentro Zone, costruire muri sempre più alti per difendersi, e filo spinato e armarsi. E mentre l’Italia si appresta a guidare in Libia l’ennesima missione di pace, non può che venire in mente la famosa frase di Tacito: “Laddove fanno il deserto, quello chiamano pace”.

 

Iacopo Adami

 

 

1) Oxfam, Grandi disuguaglianze crescono, gennaio 2015
2) Oxfam, Un’economia per l’1%, gennaio 2016
3) B. Bréville e M. Bulard, Tribunali pensati per rapinare gli Stati, Le monde diplomatique, giugno 2014
4) Sipri, Rapporto annuale 2015

 

 

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