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Differenze antropologiche
di Erika Gramaglia
Indipendenza della magistratura e separazione delle carriere

Il 17 Febbraio 1992 viene arrestato a Milano Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio. Ha appena intascato una tangente di sette milioni di lire. Gli agenti lo sorprendono mentre con la calma dell’impunità ripone la busta col denaro nel cassetto della propria scrivania. È l’innesco per Mani Pulite, l’inchiesta giudiziaria che negli anni successivi porterà alla luce dapprima una intricata geometria di connivenze tra amministratori locali e mondo delle imprese - minimo comune denominatore il grosso affare degli appalti pubblici – e successivamente arriverà a coinvolgere le più alte gerarchie della classe politica: i segretari dei due maggiori partiti, Arnaldo Forlani della DC e Bettino Craxi del Psi, il segretario del Pri Giorgio La Malfa, il vicesegretario socialista Claudio Martelli; la lista sarebbe lunghissima. Si assiste in quel periodo a una vera e propria ecatombe; la dinastia politica che per quarant’anni ha governato l’Italia, sotto il vessillo della Democrazia Cristiana prima e del Pentapartito poi, cade sotto i colpi delle inchieste dei pubblici ministeri, non senza che qualche episodio dal sapore pirandelliano dia una sfumatura sottilmente satirica all’intera vicenda, come il pouf imbottito di contanti che gli agenti trovano nella camera da letto di Poggiolini; per non parlare dei conti in Svizzera (troppi per essere ricordati tutti!), su cui gran parte degli esponenti politici dirottavano i proventi derivanti dalla corruzione, e la cui esistenza emerse con regolare quotidianità solo nei mesi successivi all’inizio delle indagini.

A molti sembrò un’occasione di rinnovamento. Sui muri di Milano comparvero scritte inneggianti a Di Pietro e al pool di magistrati della procura. I giudici, nel vuoto apparente di potere che si venne a creare, diventarono, agli occhi dell’opinione pubblica i paladini della legalità, gli unici in grado di scoperchiare un malcostume vecchio di decenni; tollerato, se non alimentato, dal potere ormai radicato nell’immobilismo di una classe politica, che mai prima di allora aveva subito un attacco tanto diretto da mettere a repentaglio le connivenze e la concussione su cui poggiava.
Le elezioni politiche del 1994, le prime dopo la riforma Mattarella che previde la sostituzione del vecchio sistema proporzionale con un sistema maggioritario di ispirazione anglosassone, sancirono la nascita di un nuovo soggetto politico: Forza Italia. Nasce così la Seconda Repubblica.

Ma si sa come vanno le cose in Italia: si cambia l’apparenza per non cambiare la sostanza. Forza Italia altro non fu se non un moderno cavallo di troia, un contenitore vuoto, nuovo di zecca, un’entità mediatica la cui forza elettorale traeva origine più dall’immagine vincente del suo fondatore, Silvio Berlusconi - le sue fortune di imprenditore e le vittorie calcistiche - che da un programma politico convincente. Nelle sue schiere trovarono posto molti esponenti della vecchia partitocrazia: coloro che tra ali di folla rumorosamente minacciosa erano stati costretti ad abbandonare i palazzi del potere, vi rientrarono dalla finestra, alla chetichella e senza troppo clamore.

Tangentopoli, con le caratteristiche che gli sono proprie, è stato un fenomeno prettamente italiano. Non perché le istituzioni degli altri paesi, che come il nostro si definiscono democrazie moderne, siano al riparo da fenomeni di corruzione (basti pensare agli scandali che hanno coinvolto Chirac in Francia e Kohl in Germania, per finanziamenti di dubbia provenienza finiti nelle casse dei rispettivi partiti), ma perché esiste nel nostro ordinamento giuridico un principio cardine che ha permesso, seppur dopo decenni di abitudine all’impunità, la possibilità da parte della magistratura - organo preposto all’esercizio del potere giudiziario - di applicare alla classe politica lo stesso controllo che viene applicato al comune cittadino. Tale principio è l’indipendenza della magistratura.

“La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.” (art. 104, Costituzione Italiana). Soggetti solo alla sovranità popolare che il Parlamento ha tradotto in legge, liberi da ogni forma di controllo o condizionamento da parte di qualsiasi altro potere parallelo o interno alle istituzioni, i magistrati hanno il compito di applicare le sanzioni previste nel caso in cui la norma venga violata. E dal momento che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.” (art. 3, Cost.), questo controllo deve attuarsi anche nei confronti di chi amministra la cosa pubblica. Tangentopoli altro non è stata che la manifestazione tangibile di questo principio: la totale indipendenza delle preture dai palazzi della politica ha evitato che le indagini venissero insabbiate, magari con il trasferimento del magistrato ad altro incarico.

L’indipendenza della magistratura dovrebbe essere un deterrente contro il malgoverno, soprattutto quando è sancita costituzionalmente. Per questo l’Assemblea Costituente, al termine di un ventennio in cui i poteri illimitati dell’esecutivo erano sfociati in una dittatura basata sulla coercizione e sul culto della personalità, introdusse nel nostro ordinamento il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), quale unico organo di controllo della magistratura (art. 104, Cost.). Per evitare che derive corporativistiche, in un organo formato in gran prevalenza da magistrati, potessero volgere l’attività del CSM verso interessi di categoria, allontanandolo dalle esigenze della società civile, l’Assemblea Costituente previde che esso fosse presieduto dal Presidente della Repubblica, figura di garanzia istituzionale super partes eletta dal Parlamento in seduta comune; previde inoltre che il vicepresidente venisse eletto, dagli stessi componenti del CSM, tra i membri eletti in Parlamento. Un perfetto esempio di equilibrio nell’equilibrio.

La Costituzione, attraverso il CSM, assicura ai magistrati ordinari le più ampie garanzie di autonomia e indipendenza da ogni altro potere dello Stato, e nel contempo esclude ogni forma di gerarchia interna; l’art. 107 stabilisce infatti che “I magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni.”. È da questa norma costituzionale che discende il principio, unico esempio tra le costituzioni moderne, della non separazione delle carriere dei magistrati. L’ordinamento attualmente in vigore prevede infatti la possibilità per i magistrati di passare, tramite concorso, dalla magistratura inquirente a quella giudicante e viceversa. Sembrerebbe questo un elemento meramente tecnico dell’organizzazione interna dei tribunali, tuttavia da esso ne consegue una posizione privilegiata del pubblico ministero, in quanto unico soggetto a cui l’ordinamento riconosce l’esercizio dell’azione penale (l’art. 112 lo definisce un obbligo, proprio per rimarcare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge), all’interno del procedimento processuale e rispetto all’imputato. Tale posizione privilegiata risulta tuttavia contemperata, nella continua ricerca di equilibrio che l’ordinamento persegue, dalla norma relativa all’onere della prova, secondo la quale è sempre onere dell’accusa produrre la prova della colpevolezza dell’imputato in quanto egli “Non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva.” (art. 27, Cost.).

Il 13 Maggio 2001 il Polo delle Liberta vince nettamente le elezioni politiche. Silvio Berlusconi, nuovo Premier - come spesso usa definirsi, in un gergo nuovo ed estraneo alla politica italiana - può contare su una forte maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Nei primi due anni di attività il suo governo riesce a infilare, tra leggi ad personam e condoni, anche due provvedimenti destinati ad accendere gli animi dei magistrati: la proposta di riforma della costituzione - il cui iter culminerà col referendum del 25 giugno 2006 - e la cosiddetta riforma Castelli, la cui entrata in vigore è stata posticipata al 31 luglio 2007 con provvedimento dell’attuale Ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella.

Basta entrare nel dettaglio di questi provvedimenti per cogliere un indirizzo comune a entrambi. Essi possono essere considerati due pilastri di un intervento legislativo mirato a ridurre l’indipendenza della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato, assoggettandola di fatto al potere esecutivo.
Vediamo innanzitutto quel che prevedeva la riforma costituzionale. Fondamentale era la modifica dell’art. 88: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”. È questo forse il potere più forte del garante della Costituzione contro gli abusi del potere esecutivo. Con la riforma tale attribuzione sarebbe stata trasferita al Premier - nuova denominazione del Presidente del Consiglio - facendo del Presidente della Repubblica una pura carica di rappresentanza, svuotata di ogni effettivo potere di controllo sulla vita politica dello Stato. Dal momento che il Presidente della Repubblica è anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ben si capisce quanto a questo punto il potere esecutivo, tenendo di fatto in ostaggio il Presidente della Repubblica, avrebbe potuto esercitare un’azione di controllo sul CSM e di conseguenza sulla gestione amministrativa dei magistrati. Non dimentichiamo che “Spettano al Consiglio Superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.” (art. 105, Cost.). La modifica all’art. 104 avrebbe reso ancor più netto il controllo dell’esecutivo, prevedendo che fosse il Presidente della Repubblica, invece dei componenti il Csm, a eleggere il vice presidente del CSM stesso, sempre tra gli eletti in Parlamento.

Il meccanismo della riforma costituzionale è sottile ma netto, non soltanto nei confronti del potere giudiziario, ma anche nei confronti del potere legislativo; non dimentichiamo infatti che questa riforma avrebbe stravolto l’intera struttura del Parlamento e delle singole Camere. Anche in questo caso l’obiettivo, neanche tanto velato, era di accentrare più potere nelle mani dell’esecutivo che, a differenza del Parlamento, non è emanazione diretta della volontà popolare, ma, in questo paese, spesso si riduce a essere direttamente il prodotto delle segreterie dei partiti e indirettamente l’espressione di tutti quei poteri paralleli che sono contigui alla macchina statale.
Gestire quindi il CSM risponde a un esigenza del potere politico: tutelarsi nel caso dovesse esplodere un nuovo caso giudiziario. Di più: sistemare le cose preventivamente, perché non vi siano più le condizioni a che avvenga una nuova mani pulite, sembra essere un’esigenza primaria della classe politica che attualmente occupa le poltrone rosse dei palazzi romani.

Per fortuna la riforma costituzionale è rimasta lettera morta, non avendo superato il referendum che avrebbe dovuto confermare il voto delle Camere. Rimane in piedi tuttavia il secondo pilastro della riforma.
La cosiddetta riforma Castelli, avente per oggetto le separazioni delle funzioni dei magistrati e l’accesso in legislatura, è divenuta legge dello stato il 5 Aprile 2006. Essa prevede, oltre alla istituzione di una scuola per magistrati, corsi di aggiornamento e una nuova normativa in materia di concorsi.

Il significato della riforma Castelli va però oltre le motivazioni dell’esecutivo relative alla necessità della riorganizzazione amministrativa dei tribunali. Una norma in essa contenuta prevede infatti la separazione delle carriere dei magistrati, che devono decidere a quale ramo della magistratura aderire già al momento del concorso e hanno possibilità di cambiare la decisione presa solo nei primi tre anni di attività; ciò rende di fatto giuridicamente diversa la figura del giudice da quella del pubblico ministero e crea, di conseguenza una gerarchia tra le due figure. Di fatto, la riforma tende a scardinare l’unità sostanziale della magistratura inquirente e giudicante, ponendosi quale primo passo verso la progressiva separazione della magistratura in due ordini separati. L’effetto più rilevante della riforma, obiettano i magistrati, sarà quello di ridurre le capacità processuali della magistratura inquirente; soprattutto in quei processi in cui imputati eccellenti possono avvalersi di una nutrita schiera di avvocati di fama, aggiungono i più cinici.

Tralasciando di riportare in questa sede la cronaca delle argomentazioni che la magistratura nella sua quasi interezza ha portato in opposizione alla riforma, un dato di fatto emerge chiaramente dai provvedimenti che abbiamo sin qui analizzato: l’ambizione del mondo politico italiano di porsi quale organo autoreferenziale della propria condotta, ritagliandosi, attraverso il controllo sostanziale dell’amministrazione della giustizia, una posizione privilegiata rispetto al resto della società civile. In questo contesto la questione della separazione delle carriere dei magistrati viene ad assumere un significato più ampio di quello che oggettivamente gli si potrebbe attribuire. Se la riforma costituzionale fosse entrata in vigore, sarebbe potuta essere il punto di inizio per un progressivo accentramento del potere nelle mani dell’esecutivo. Basta guardarsi indietro per capire quanto queste tendenze ricordino l’ascesa del fascismo negli anni ‘20. Tuttavia, per nostra fortuna, l’impatto della riforma Castelli, senza l’effetto complementare addotto dalla riforma costituzionale, risulta estremamente ridotto, per quanto permangano parecchi degli effetti sulle attribuzioni del pubblico ministero quale parte processuale. Per dare tuttavia un giudizio definitivo sull’iter di questo tentativo di riforma dovremo aspettare il 31 Luglio 2007. Sarà sulle eventuali modifiche al testo che si potrà valutare il grado di connivenza tra le varie forze politiche che compongono l’attuale panorama politico italiano. Sarebbe una falsa visione della realtà immaginare che non esistano argomenti su cui entrambi gli schieramenti non si trovino d’accordo – l’indulto approvato quest’estate con voto quasi unanime dal Parlamento relativo agli illeciti finanziari è un buon esempio in tal senso; del resto, Tangentopoli ha dimostrato che l’occasione rende l’uomo ladro, qualunque sia l’appartenenza politica. Saranno gli interventi che l’attuale maggioranza farà sul testo della legge a farci capire in che misura lo schieramento di centro-sinistra sia effettivamente guidato da una linea di governo differente da quella dei suoi predecessori.

Certo è che l’interesse all’impunità è forte se lo scontro da politico si fa personale.
Settembre 2003. Un Silvio Berlusconi che possiamo immaginare rilassato dalla pausa estiva, abbronzato e fresco di trapianto, seduto comodamente sulla terrazza della sua villa di Porto Rotondo, dichiara a due giornalisti della Voce di Rimini: "Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana.". Se un Presidente del Consiglio in carica si permette di fare certe affermazioni, qualcosa vorrà pur dire.
A noi non resta che un’ultima domanda: perché una classe politica onesta, la cui azione all’interno delle istituzioni è improntata a principi etici, ha tutto questo interesse a che il suo operato non venga controllato da altri organi dello Stato? La risposta è semplice e complessa allo stesso modo. Nell’epilogo della Fattoria degli Animali di George Orwell, gli animali scoprono che alla prima regola della comunità, incisa sulla parete della stalla, “Tutti gli animali sono uguali”, qualcuno ha aggiunto un corollario: “ma i maiali sono più uguali degli altri.”

Erika Gramaglia

 

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