| L’indignazione
e il senso di impotenza che ci colgono davanti ai cosiddetti ‘misteri’
nazionali, non possono essere neppure lontanamente paragonabili ai sentimenti,
certamente ben più devastanti, che ciascuno di noi proverebbe
se direttamente toccato dal dramma. Eppure Christopher Hein, uno fra
gli scrittori più seguiti e apprezzati della ex DDR, non ne approfitta,
smorza i toni, lasciando che sia l’accanimento dell’agire
a dare enfasi al sentimento di impotenza del singolo di fronte al Sistema.
L’accusa più banale e inconsistente che si possa muovere
a Nella sua infanzia, un giardino – ma alla sua uscita in Germania
qualcuno ci ha provato – è quella di giustificazionismo.
A prestare il fianco a questa accusa contribuisce soprattutto la vicenda
reale al quale Hein si è ispirato: la morte mai chiarita di un
membro della RAF, durante uno scontro a fuoco con la polizia tedesca
nel 1993, uno fra gli ultimi episodi terroristici dell’organizzazione
armata.
Oliver Zureck, come ricorda un personaggio minore del libro, nutre fin
da bambino un grande amore per la verità e un irrinunciabile
senso di giustizia, ma anche molta, troppa impazienza verso un mondo
imperfetto. La scelta di cambiare ciò che non va non ha per lui
altre possibilità di attuazione se non l’impegno politico
sempre più estremo. Ma non a questo cammino si assiste, sebbene
nel corso della storia risulti indispensabile ripercorrerlo per comprenderne
le motivazioni.
I binomi giustizia/legge, cittadino/Stato, singolo/comunità che
si intrecciano a costituire il ‘sovramondo’ di questa vicenda
trattata da Hein da un punto di vista molto intimo e personale –
quello del padre della vittima – mostrano chiaramente come l’intento
dell’autore fosse ben altro.
Oliver è morto ormai da cinque anni e Richard Zureck, suo padre,
stimatissimo ex preside di liceo in una cittadina dell’Assia,
non si rassegna alla definizione di terrorista omicida/suicida che ha
accompagnato il verdetto di colpevolezza per suo figlio. Nonostante
non ne abbia mai condiviso l’orientamento politico e le scelte
di vita che questo stesso orientamento ha comportato, Richard non può
smettere di interrogarsi e interrogare, di analizzare incessantemente
fatti, prove, testimonianze con le quali condurre le sue battaglie legali.
È attraverso questa lotta quotidiana che la vicenda pubblica
e familiare viene raccontata al lettore.
Hein non ci fa mancare nulla: l’accanimento feroce dei media,
le prese di posizione dei politici, la reticenza delle istituzioni,
la dissonanza fra la ricostruzione ufficiale degli eventi e la logica
oggettiva e testimoniale, l’incoerenza delle dichiarazioni, la
scomparsa delle prove, le dimissioni del ministro degli Interni e la
sospensione del procuratore della Repubblica. In breve, il completo
campionario che accompagna sempre gli eventi drammatici sui quali governa
la ‘ragion di stato’.
Nell’andamento lento e pacato della narrazione, a tratti quasi
meticolosa nel descrivere le azioni di Richard, il percorso psicologico
e ideologico di questo uomo dai valori quasi ottocenteschi appare, per
contrasto, ancora più eclatante. Come l’impercettibile
rosicchiare di un tarlo, pagina dopo pagina il lettore capta il lento
ma inesorabile sgretolarsi di tutte le più ferme e fiduciose
convinzioni nella giustizia, nella fedeltà allo Stato, nell’integrità
delle istituzioni, che fino ad allora avevano costituito le basi della
vita sociale di Richard Zureck, oltre che i fondamenti della sua opera
didattica.
Ogni atto intrapreso da Richard per appropriarsi della verità
come unico viatico per la giustizia, si traduce in un momento di rottura
dei suoi equilibri e quindi in un passo che lo avvicina al cambiamento.
“Ho vissuto per decenni in un paese di cui evidentemente non ho
mai capito un bel niente. Per una vita intera ho insegnato ai miei studenti
cose del tutto insensate. Cose che in questo paese non possono proprio
servire a nulla. Li ho preparati a vivere in una società che
esisteva solo nella mia testa. Non ho capito niente. Sono un idiota,
Friedericke, un vero idiota” dichiara alla moglie quando lo scricchiolio
comincia a farsi più forte.
Allo stesso modo, Richard muta lentamente il modo di vedere il proprio
nucleo familiare, la moglie e gli altri suoi due figli, lo tormenta
il dubbio di aver sbagliato qualcosa nei loro confronti, in particolare
con Oliver. Ma sono proprio queste incertezze e il doloroso senso di
impotenza che ne deriva ad alimentare la sua volontà di capire
e di ricevere giustizia da una comunità che ha accettato e condiviso
il verdetto nonostante le incongruenze, e da una Legge che sembra tutelare
solo lo Stato.
Richard continua a lottare con gli unici mezzi che il sistema giudiziario
gli mette a disposizione, ma nel frattempo la metamorfosi continua,
fino al punto di interrogarsi su quale sarebbe stata la sua scelta se
anziché settantadue anni ne avesse avuti ventidue, se anche lui
non sarebbe potuto essere “uno di quegli stupidi giovani che nutrono
la sciocca fiducia di poter combattere lo Stato”.
Di pari passo con il cambiamento ideologico cresce la noncuranza per
le opinioni della gente, una volta tanto importanti per Richard, un
cambiamento ben rappresentato dal delicato incontro con una ex amante
e dalla frase finale del romanzo rivolta alla moglie Friederike, o più
semplicemente Rike, figura solo in apparenza più evanescente,
in realtà ben definita e distinta dal marito e costantemente
presente al suo fianco, in un forte legame intimo e sodale immediatamente
percepibile, e proprio per questo indispensabile alla realizzazione
del suo percorso.
Il vero contraltare familiare è costituito dalla figlia e dal
genero, rigidi, integrati, assolutamente irremovibili sulla distanza
ideologica e persino affettiva che li separa dalla vicenda, senza che
questo, tuttavia, possa far recedere il padre dalle proprie decisioni.
La sua ricerca continuerà finché il cammino percorso da
suo figlio non gli sarà chiaro e ancor più chiara la certezza
che non sia stata resa giustizia.
Non nutre la sciocca fiducia di poter combattere lo Stato, Richard Zureck
, ma una risposta allo Stato la dà comunque e proprio là
dove per tanti anni ne è stato il fedele servitore.
In uno Stato di diritto ogni cittadino – anche il terrorista Oliver,
caduto sui binari della stazione durante la fuga e giustiziato su quegli
stessi binari con un colpo di pistola alla testa – dovrebbe poter
contare sulla garanzia di un’indagine veritiera e di un verdetto
equo. Ma qualcuno è meno cittadino degli altri, e non c’è
niente di peggio per un uomo che crede fermamente nelle istituzioni
che divenire consapevole di questo tradimento. Richard decide, in un
modo diverso da quello scelto da Oliver e da lui mai condiviso, di sciogliere
un patto nel quale uno dei contraenti, il più forte e potente,
non rispetta le regole.
È un modo per continuare a restare fedeli a se stessi, per non
lasciarsi depredare dei valori più profondi e importanti che
un uomo possiede. Una risposta a chi questi valori dovrebbe difendere,
e non tradire.
Nella sua infanzia, un giardino, Christoph
Hein, edizioni e/o, 2007
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