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Le insolite note

 

David Bowie, Blackstar
di Augusto Q. Bruni

 

Oggi mi sento ottimista. Ho deciso di esserlo a dispetto di molte circostanze avverse. E dunque, di conseguenza, anche eventi luttuosi saranno ricondotti sotto una cappa filosoficamente consolatoria o saranno scalzati nella loro serietà da una considerazione umoristica. Ecco, l’umorismo come leva del benessere a dispetto della tragicità dell’esistente. Un modo per ricordare degnamente chi se n’è andato e consolarsi un poco della sua assenza è pensare che il defunto sia – letteralmente – volato in cielo per ricongiungersi con la sua razza: era tra di noi solo di passaggio, si dirà; era un alieno che si era affezionato a noi e generosamente ci ha dispensato musica, pittura, recitazione. Basti pensare al finale di Man In Black quando il vecchio (Tommy Lee Jones) rivela al giovane neoassunto della squadra (Will Smith) che: a) Elvis non è morto ma è tornato a casa; b) Michael Jackson viene dal pianeta Solaxiant 9 (ma non è un gran travestimento). Se ci pensate è una gag che potremmo applicare e spalmare a qualunque artista, specie a quelli che hanno resistito abbastanza sul mercato per farsi tre generazioni di fan (ma anche a quelli morti troppo giovani, a ben pensarci).

Lo stesso ragionamento lo possiamo applicare ai politici, alle persone comunque in vista, insomma a chiunque abbia raggiunto e superato il classico quarto d’ora di celebrità che non si nega a nessuno.
Ma la cosa più divertente è il livello di specializzazione raggiunto (soprattutto negli Usa) dai giornalisti che si sono perfezionati nel cosiddetto pre-ob, ovvero pre-obituary, insomma il nostro classicissimo coccodrillo giornalistico. Al New York Times, conosciuto e apprezzato per la sua attendibilità, c’è una squadra di professionisti che si occupa di tenere costantemente aggiornato un archivio di biografie riguardanti circa 1.700 vips ‘a rischio’ – persone in vista e avanti con gli anni la cui dipartita creerebbe clamore, dunque non si può per nessuna ragione ‘bucare’ la notizia – e la biografia che ricorda chi è stato e cosa ha fatto il dipartito è già bella lì, surgelata e in attesa di rapido scongelamento nel caso in cui.

Ma mica sempre: i recenti suicidi di Philip Seymour Hoffman e Robin Williams hanno rischiato di mandare a carte all’aria l’abitudine dei giornalisti specializzati a ‘stare sul pezzo’: si trattava di persone famose sì, ma ancora relativamente giovani e apparentemente in buona salute – dunque panico a mille all’annuncio dell’improvvisa dipartita. I cronisti addetti raccontano come sia imbarazzante ai limiti dell’assurdo chiamare una persona ancora in vita, adducendo come giustificazione il fatto che «qui in redazione stiamo aggiornando il suo file biografico» e «questa [intervista] è per un possibile uso futuro » (immagino qui da noi le urla le corna e gli improperi dei soggetti interessati). Paradosso per paradosso, è anche possibile che il vip ‘pre-morto’ sopravviva al proprio intervistatore e che l’intervista di questi serva di conseguenza a poco, visto che in mancanza di aggiornamenti chi sopravvive in genere ha avuto tempo per fare un sacco di altre cose e per conseguenza rende obsoleto il coccodrillo preparato a suo tempo.

La celebrità ha il suo prezzo, si dirà, e il rischio di diffusione di notizie false sulla morte di questo o quel personaggio a volte fa persino inorgoglire il personaggio stesso, onorato di improvvisi coccodrilli che hanno inevitabilmente il sapore del precotto di bassa qualità. Da noi il grande attore – come lo sono stati su piani diversissimi Carmelo Bene e Vittorio Gassman – sopravvive spesso e volentieri alla propria morte come professionista (dopo magari una valanga di ultimi spettacoli, ultime tournée, omaggi e riassunti) e dunque è una sorta di ‘uomo postumo’ – spiazzando del tutto i compositori di coccodrilli.

Personalmente trovo i coccodrilli un esercizio umoristico, spesso del tutto involontario, da tenere in attenta considerazione come riserva di idee. Per esempio, spulciando nel web si trova chi mette a disposizione gratuitamente un software online per comporre il proprio annuncio funebre (www.lorenzone.it/rubriche/necrologio/) e non passerà tempo che chiunque potrà comporre un coccodrillo fai-da-te unendo a patchwork una serie di frasi fatte buone per ogni occasione. Tanto
se ne producono ogni giorno a tonnellate sulla nostra stampa.

Più difficile, senz’altro, comporre un necrologio in cui si rifugga del tutto da tentazioni agiografiche, da pietismo, da facili liste di cosa fatte in ordine cronologico. Dato ahimè l’alto numero di personaggi famosi che negli ultimi tempi se ne sono andati (e su queste pagine celebrati a posteriori ma con tutto meno che un necrologio) direi che c’è l’imbarazzo della scelta.

Per stare sul concreto, la dipartita di David Jones in arte Bowie mi ha offerto l’occasione per queste riflessioni, soprattutto perché sulle pagine di quotidiani e sul web i coccodrilli o semi-coccodrilli si sprecano. Soprattutto, stavolta e finalmente, hanno tutti una cosa in comune: non ne ho trovato uno che sia uno che parli male del defunto cantante e compositore inglese. Non ho trovato una sola riga che dissenta dall’immagine gloriosa che si accredita al mondo.

Ora, intendiamoci bene: di David Bowie non ne nasce uno ogni sei mesi. Se mettiamo a confronto con Mr. Stardust la pletora di aspiranti artisti che dalla nascita del rock’n’roll a oggi si è affacciata sulla scena pretendendo l’investitura dopo un solo EP, è evidente che non c’è gara. Anche perché Bowie, attraverso decenni di onorata carriera, le ha provate proprio tutte per stare a galla sul mercato, e quasi sempre ha colto nel segno, ovviamente pro domo sua. Per Bowie è stata coniata persino una terminologia ad hoc per riuscire a farlo entrare comunque in una categoria (vecchio vizio dei giornalisti musicali): la definizione “icona di stile” non dice assolutamente nulla sul piano musicologico, ma definisce abbastanza fedelmente qualcuno che fa surf indisturbato tra mode e stili visivi pur acchittandosi in un modo che risulterebbe quantomeno ridicolo su ogni altro abitante del pianeta.

Questo pianeta, beninteso. Ed è esattamente la stessa cosa che è accaduta a tutti i musicisti e cantanti che dopo di lui hanno puntato talmente tanto sul proprio look da far passare la musica in secondo piano, ammesso e non concesso che la loro musica avesse un senso (Madonna e Lady Gaga per tutti). I mutanti, si sa, sopravvivono meglio di chiunque. Dunque, se artisti come Prince hanno arrischiato e sostanzialmente fallito perché si sono imbozzolati in un’immagine risalente al periodo del loro massimo splendore, Bowie al contrario è andato spizzicando qua e là senza farsi troppi problemi in quattro decadi di attività.

Cavalca l’idea generale dell’avventura spaziale quando essa si realizza con l’allunaggio dell’Apollo e poi con 2001 Odissea nello spazio, adeguandosi rapidamente a ciò che calamita l’interesse del mondo in quel momento. La saga del maggiore Tom di Space Oddity, esaltata dagli arrangiamenti psichedelici di Paul Buckmaster, venne subito associata all’allunaggio del 1969, e da quel momento entrò prepotentemente nell’immaginario collettivo. A rincarare la dose fu l’album successivo in cui Bowie cavalcava l’ambiguità dell’essere spaziale dando vita alla saga di Ziggy Stardust in The Rise and Fall of Ziggy Stardust (and the spiders from Mars): si tratta di un concept album che riassume tutto ciò che Bowie vende di sé al mondo: in primo luogo una prepotente entrata del melodramma nel rock tout court, sostenuto soprattutto dalla voce e da riff di chitarra accattivanti. Five years o Starman diventano subito dei classici.

Dall’altro lato c’è un enorme e sostanziale investimento ‘artistico’ su di sé, come alieno multiforme o essere proteiforme, che porta Bowie immediatamente sulla strada del cinema, prima con L’uomo che cadde sulla terra (1976) poi qualche anno dopo con Myriam si sveglia a mezzanotte (1983).
Dietro tutto questo c’è l’incontro cruciale a New York prima con Andy Warhol e poi con Lou Reed e Iggy Pop. La fascinazione di questi giganti non abbandonerà mai Bowie nel corso dell’intera sua carriera. Dall’incerto assolo di sax in Walk on the wild side alla produzione di Transformer l’impronta di Reed rimane profonda, soprattutto per quanto riguarda il modo di porsi al pubblico: ambiguità o outing omo espliciti, travestitismo, libertà psichedelica, crossdressing da cazzotto in un occhio. È un capitale praticamente inesauribile che si trascinerà negli anni e come detto darà il la a una pletora di musicisti/artisti a cominciare da tutti coloro che sarebbero stati fatti rientrare nell’ennesima scatola stavolta chiamata glam rock, dai Roxy Music ai New York Dolls.

Alcuni adesso sostengono sia impossibile scindere la vita musicale di Bowie da quella dell’artista multiforme che sarebbe stato, soprattutto dall’attore Bowie. Eppure, a costo di inimicarmi molti di voi, continuo a sostenere che un musicista vale per quello che dà alle mie orecchie, non ai miei occhi.
E sotto questo punto di vista l’importanza di Bowie come musicista è sicuramente molto minore della sua importanza come fenomeno di costume, come icona di stile, per l’appunto. Ancora: continuo a sostenere che non voler dare la propria immagine in pasto perenne alla stampa e al gossip sia una scelta molto più che rispettabile, addirittura fondamentale.

Capirete quindi le mie forti resistenze a considerare Bowie addirittura un monumento come vorrebbe la pletora di redattori occasionali di obituari, discorsi funebri, panegirici, accorati rimpianti – insomma una valanga di vedove inarrestabili e inconsolabili. C’è da scommettere che nei prossimi mesi fioriranno mille album omaggio e concerti-celebrazione, che puntualmente ribadiranno l’idea di icona (appunto e ancora) più che fermarsi ad analizzare cosa è stato Bowie musicalmente parlando.

Vi lascio segnalandovi che l’ultimo album uscito di Bowie è un discreto album di pop, e soprattutto con quanto di lui ha detto meglio di me il grande Scaruffi: parole che potrebbero senz’altro essere un ottimo epitaffio funebre, molto molto meglio di tanti coccodrilli improvvisati. “David Bowie fece del marketing l’essenza della sua arte. Tutti i grandi fenomeni della musica popolare, da Elvis Presley ai Beatles, erano stati innanzitutto fenomeni di marketing (come la Coca Cola e i blue jeans prima di loro), ma Bowie ne fece un’arte. Con Bowie la scienza del marketing diventa arte; arte e marketing si compenetrano. C’erano intellettuali che avevano enunciato questa teoria in forme eversive.

Bowie fu, per molti versi, un erede, per quanto perverso, della pop art di Andy Warhol e della cultura underground degli anni Sessanta. Ne adottò alcune delle istanze più blasfeme e le capovolse per farne proprio ciò contro cui erano state progettate: un prodotto di consumo. Grande personaggio, ma povero musicista: dire che Bowie è un musicista è come dire che Nerone era un suonatore di lira (fatto tecnicamente vero, ma fuorviante). Bowie incarna la quintessenza dell’arte artificiale, innalza la futilità a paradigma, esalta il fenomeno invece che il contenuto, rende irrilevante il rilevante, e, pertanto, è l’epitome di tutto ciò che è negativo nella musica rock.

Abile a cavalcare le mode, non a crearle, con la tipica sensibilità dei saltimbanchi dell’avanspettacolo, Bowie arrivava sempre uno o due anni dopo che qualcun altro aveva inventato il fenomeno (rock decadente, soul-rock, elettronica), ma, come i Beatles prima di lui, Bowie sapeva divulgare il fenomeno alle masse della borghesia media e trasformarlo in ‘moda’ internazionale. Icona popolare più che musicista, Bowie non ha probabilmente scritto molte canzoni che valga la pena di ricordare negli annali della musica rock, ma ha popolarizzato la figura di musicista eclettico e raffinato. I riferimenti alla pop art, o alla letteratura o alla pittura (che la critica propone scandagliando minuzie della carriera di questo epigono) li si potrebbero fare per mille altri musicisti rock (che forse hanno esplorato quei temi in maniera più approfondita e originale).

Che li si facciano per Bowie non vuol dire che Bowie sia un grande, ma semplicemente che chi li fa è ignaro degli altri che hanno fatto le stesse cose prima di Bowie o meglio di Bowie: Bowie non ha scritto la prima ‘ballata spaziale’, ha scritto la prima che sia stata pubblicizzata dai media (Spaceman e CTA 102 dei Byrds, che lo space-rock lo avevano inventato qualche anno prima, o 2000 Light Years dei Rolling Stones per citarne una coeva, e senza voler scomodare gli inventori dello space-rock, i Pink Floyd di Interstellar Overdrive, anno domini 1967); Bowie non ha inventato né il glam (come minimo Marc Bolan, ma anche Mick Jagger che si truccava da donna, Screaming Lord Sutch, John Twink, e persino i Genesis c’erano arrivati prima di lui) né tanto meno il rock decadente (i Velvet Underground, i Doors e cento altri vennero prima di lui), è stato soltanto il glam-rocker più pubblicizzato dai media. All’ambiguità sessuale, ovviamente, ci aveva già pensato Jagger, e con effetti molto più conturbanti per le masse, e i Fugs avevano usato oscenità in musica ancora prima. I suoi ‘esperimenti’ naturalmente fanno un po’ sorridere se uno pensa agli esperimenti che avevano fatto gli altri dal 1967 a quando lui se ne accorse. E così via.

Come spesso capita con le pop star, a Bowie vengono attribuiti i meriti di un’intera popolazione di musicisti, della quale Bowie è il ‘personaggio’ da rotocalco e il portavoce nei salotti del jet-set. Come spesso capita, alla rock star vengono attribuiti meriti che in realtà spettano ai musicisti a cui quella rock star si ispirò.”

 

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