‘Emergenza’ e ‘soldi’, due parole chiave
che puntualmente ricorrono sulla bocca dei vari commissari straordinari
chiamati a risolvere il problema dei rifiuti in Campania, da Bassolino
a De Gennaro a Bertolaso. Parrebbe quasi che il problema sia tutto
lì, come al solito, nei soldi che non bastano mai. Mentre per
quanto riguarda l’emergenza, come nota giustamente una delle
ultime relazioni parlamentari d’inchiesta, “discorrere
di un’emergenza che dura ormai da quattordici anni costituisce
un evidente ossimoro”.
La situazione creata nella regione non è solo un problema locale,
e i soldi non sono mancati: in quattordici anni, sempre sotto l’egida
emergenziale, la Campania ha bruciato più di otto miliardi
di euro, e fra risorse nazionali ed europee ne dovrebbe ricevere altri
12 nei prossimi anni “per il completamento del ciclo integrato
dei rifiuti”, che nessuno sa se sia mai cominciato, o quando.
Non pare davvero che siano i soldi il problema. Infatti, ciò
che urlano a gran voce, amplificati dai media, i vari commissari chiamati
a combattere contro l’ossimoro, è che servono gli inceneritori,
anzi, i termovalorizzatori, come affettuosamente sono definiti dalla
folta schiera di fan piromani.
Termovalorizzatori e diossine
Che cos’è un termovalorizzatore? Né la legislazione
italiana né quella europea conoscono questo termine, e parlano
sempre e soltanto di inceneritori. La voce è stata coniata,
probabilmente da chi l’ha progettato o da chi li costruisce
a suon di centinaia di milioni di euro, per descrivere gli impianti
di incenerimento di nuova generazione, in cui le alte temperature
sviluppate durante la combustione possono essere recuperate per produrre
vapore, il quale è a sua volta utilizzato per la produzione
di energia elettrica oppure come vettore di calore, per esempio nel
caso del teleriscaldamento: i rifiuti vanno in fumo e in più
ci si guadagna. Bello, no?
No, per diverse ragioni.
La prima è che il termine è fuorviante, dal momento
che secondo tutte le moderne teorie di gestione le uniche modalità
per valorizzare i rifiuti sono il riuso e il riciclo, mentre l’incenerimento
costituisce null’altro che smaltimento, tutt’al più
con recupero energetico; secondariamente, il processo di incenerimento
crea grossi problemi di igiene ambientale.
Poniamo il caso delle diossine, inquinanti organici persistenti e
sottoposti alla Convenzione di Stoccolma. Sono classificate dagli
organismi sanitari nazionali e internazionali, in particolare dall’Agenzia
internazionale per la ricerca sul cancro (AIRC), come “sicuramente
cancerogene”, e si sviluppano quando materiale organico è
bruciato in presenza di cloro, per esempio quello contenuto nel normale
sale da cucina o nella plastica delle bottiglie d’acqua. Questa
è la ragione per cui le autorità sanitarie, all’epoca
della spazzatura per le strade, imploravano gli esasperati cittadini
napoletani di non dare fuoco ai mucchi di immondizia maleodoranti:
i roghi contenenti resti di cibo e plastiche avrebbero esalato i fumi
venefici, sotto forma di polveri particolarmente sottili (particolati)
che non si disperdono nell’atmosfera, ma si spostano coi venti
finché non cadono a terra dove, attraverso il fenomeno del
bioaccumulo, risalgono la catena alimentare umana concentrandosi via
via, a partire dai vegetali, passando per gli animali (prima gli erbivori
e poi i carnivori), per arrivare infine all’uomo. Data la loro
tendenza ad accumularsi negli esseri viventi, anche un’esposizione
prolungata a livelli minimi può recare danni gravissimi. La
diossina è una sostanza molto stabile, come sottolinea Federico
Valerio dell’Istituto dei tumori di Genova: “Ci vogliono
decine di anni perché scompaia dai terreni contaminati e, assunta
attraverso il cibo, si concentra nel tessuto adiposo. L’accumulo
progressivo è la caratteristica più subdola e pericolosa
di questa sostanza che, grazie al mercato globale, può colpire
anche molto lontano dal luogo in cui si è formata. D’altro
canto, per colpa di dissennate tecniche di alimentazione degli animali
di allevamento che utilizzano grassi animali, la concentrazione della
diossina aumenta, nell’ultimo anello della catena alimentare,
anche migliaia di volte rispetto al valore iniziale, e l’ultimo
anello della catena è sempre l’uomo”.
Gli inceneritori bruciano rifiuti che contengono sicuramente
componenti organiche e composti del cloro, e dunque producono sempre
diossina. Anzi, l’incenerimento dei rifiuti continua a essere
la principale fonte di diossine sul nostro pianeta, e nel 1995 costituiva
ancora il 40% delle emissioni complessive. Si sono tuttavia fatti
passi avanti significativi nella loro riduzione: innanzitutto, attraverso
la raccolta differenziata si può dividere la parte nobile,
cioè riciclabile, dei rifiuti (plastica, vetro, alluminio,
legno, metalli) da quella non riciclabile, con conseguente contrazione
della quota totale da smaltire. Una ulteriore distinzione viene poi
effettuata fra la parte organica (il cosiddetto umido) che viene trattata
in modo da diventare compost (fertilizzante per l’agricoltura)
e la parte secca che, attraverso impianti di combustibile da rifiuti
(CDR) viene trasformata in ecoballe. Solo le ecoballe, che
devono rispondere a precise caratteristiche normative, possono essere
bruciate negli inceneritori.
Secondariamente, è fondamentale controllare i parametri della
combustione e della post combustione, perché il livello delle
diossine si abbatte drasticamente sopra gli 850 gradi di temperatura,
ed effettuare in aggiunta un intervento specifico di chemiassorbimento,
ossia fare condensare i vapori di diossina sulla superficie di carboni
attivi, che li assorbono come una specie di spugna.
Sembra facile, ma non lo è.
Come spiega Guido Viale, economista ambientale, “innanzitutto
i rifiuti sono un materiale molto poco omogeneo, con grandi variazioni
di potere calorifico: basta uno sbalzo di temperatura e l’abbattimento
degli inquinanti va in tilt, e sempre nella speranza che nel materiale
conferito non siano state nascoste sostanze tossiche come nelle ecoballe
campane (contenenti arsenico, n.d.a.)”.
C’è poi il problema della filtrazione della polvere di
carbone esausta, cioè impregnata di diossina, che è
altamente pericolosa ed è considerata rifiuto speciale, da
sotterrare quindi in discariche ad hoc.
Ciononostante, la quantità di diossina prodotta anche da un
inceneritore di ultima generazione è tutt’altro che trascurabile:
“In un anno – conferma Federico Valerio – un impianto
moderno emette in atmosfera circa 250 miliardi di picogrammi (miliardesima
parte di un milligrammo, n.d.a.) di diossina, mentre una
quantità cento volte superiore è contenuta nelle sue
ceneri di filtrazione. Oggi in Italia la quantità di diossina
prodotta pro capite, 16.8 microgrammi, è già superiore
alla media europea (13.2 microgrammi), anche senza nuovi impianti
di combustione. Il Belgio, che ha fatto la scelta di incenerire il
54% dei suoi rifiuti, guida – guarda caso – la classifica,
con ben 45.2 microgrammi di diossina pro capite”.
E la diossina è solo uno degli inquinanti che compongono il
mix di fumi emessi. Le ricerche scientifiche mostrano risultati chiarissimi:
chi vive nelle vicinanze di un inceneritore corre un rischio sensibilmente
più alto di contrarre il cancro. La relazione realizzata dall’Istituto
oncologico veneto e dall’Assessorato alle politiche sanitarie
della Regione Veneto intitolata Il rischio di sarcoma in rapporto
all’esposizione ambientale a diossine emesse dagli inceneritori:
studio caso controllo nella provincia di Venezia, per citare
solo una delle pubblicazioni sull’argomento, afferma a conclusione
delle indagini che “nella popolazione esaminata risulta un significativo
eccesso di rischio di sarcoma, correlato sia alla durata che alla
intensità dell’esposizione”, e che “gli inceneritori
con più alto tasso di rilascio in atmosfera sono stati quelli
che bruciavano rifiuti urbani”. Per di più il rapporto
dell’Organizzazione mondiale della sanità (Trattamento
dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana. Correlazione
fra rischio ambientale da rifiuti, mortalità e malformazioni
congenite) mostra nella regione una situazione già gravemente
compromessa: più 12% di patologie tumorali rispetto alla media
italiana. Alla voce dell’Oms si aggiunge quella dell’autorevole
rivista The Lancet Oncology che ha denunciato, fin dal settembre 2004,
un aumento dei tumori al fegato del 24% nei territori delle discariche,
mentre i casi di danni fetali sono, in queste zone, l’80% in
più rispetto alla media nazionale.
Nessuna sorpresa che le popolazioni interessate non vogliano nemmeno
sentire parlare di inceneritori, viste le precarie condizioni sanitarie,
ben oltre lo stato d’allarme, in cui già ora sono costrette
a vivere. La domanda è: perché invece politici e opinion
maker li vogliono disperatamente?
Energia dai rifiuti?
Occorre sgombrare il campo da un altro equivoco, e cioè che
il termovalorizzatore sia un investimento economico conveniente, se
non igienico (ma su questo aspetto i sostenitori sorvolano o minimizzano),
dal momento che produce energia, tanto più preziosa quanto
più elevato risulta il deficit energetico del nostro Paese.
Marco Cattini, professore ordinario all’università Bocconi
di Milano, non è per niente d’accordo: “Si pensa
che con un inceneritore che crea energia bruciando rifiuti si possa
trarre ricchezza da sostanze che andrebbero altrimenti occultate nelle
discariche, e invece il vantaggio è solo apparente, tanto dal
punto di vista ambientale quanto da quello economico. Dal punto di
vista ambientale dopo l’incenerimento rimane da smaltire un
volume di ceneri iperinquinanti che rappresenta comunque il 30% dei
rifiuti bruciati, mentre gli impianti utilizzano e surriscaldano grandi
quantità di acqua che viene poi reimmessa nelle falde. Dal
punto di vista economico la produzione di energia da rifiuti è
conveniente solo in ragione delle sovvenzioni pubbliche: senza di
esse sarebbe più costosa di quella tradizionale”.
Sovvenzioni pubbliche, cioè centinaia di milioni di euro che
finiscono nelle tasche dei gestori degli impianti, sotto forma di
incentivi alla produzione di energia elettrica. Le modalità
di finanziamento sono due: il pagamento maggiorato per otto anni dell’elettricità
prodotta (incentivi Cip6), oppure il pagamento dei cosiddetti ‘certificati
verdi’ che il gestore dell’impianto può rivendere
nei successivi dodici anni.
Nel primo caso, sulla base della Circolare n. 6/1992 del Comitato
interministeriale prezzi, chi gestisce l’inceneritore, per otto
anni dalla sua costruzione, può vendere al GSE (la società
a cui è affidato il compito di assicurare la fornitura di energia
elettrica nel nostro Paese) la propria produzione elettrica a un costo
triplo rispetto a chi produce elettricità usando metano, petrolio
o carbone. I costi degli incentivi ricadono però sulla bolletta
degli utenti, che comprende una tassa per il sostegno delle fonti
rinnovabili. In pratica, si chiede al cittadino di pagare di più
perché si tratta – e questo è un altro ossimoro
– di energia pulita. Per esempio la società ASM spa,
che gestisce il tanto osannato inceneritore di Brescia, ha ricevuto
nel 2006 contributi per oltre 71 milioni di euro, tutti pagati dai
consumatori finali.
I certificati verdi invece corrispondono a una certa quantità
di emissioni di CO2: se un impianto produce energia da fonti rinnovabili
emettendo meno CO2 rispetto a un impianto alimentato da fonti fossili,
il gestore ottiene dei certificati verdi rivendibili a quelle industrie
o attività le quali, sebbene obbligate per legge a produrre
una quota di energia mediante fonti rinnovabili, non lo fanno in maniera
autonoma.
Chi guadagna dunque da un inceneritore? Chi lo costruisce, chi lo
gestisce, e tutte le aziende che comprano coi certificati la possibilità
di aggirare la norma dello Stato che le obbliga a ridurre la propria
emissione di inquinanti.
Chi ci perde? L’ambiente e i cittadini, spolpati da un Robin
Hood all’opposto, che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Nel
nostro Paese di grandi industriali attaccati alla mammella dello Stato,
entrano le sovvenzioni, esce l’economia. Trasi munnezza,
esce oro.
Come è chiaro, il gioco funziona se i rifiuti vengono considerati
fonte rinnovabile. L’Italia li considera tali, ma qualcuno si
è messo di traverso. Secondo la normativa europea, solo la
parte organica dei rifiuti può essere considerata rinnovabile
(il cosiddetto umido), mentre la parte restante non è altro
che materiale da smaltimento, per il quale è esclusa esplicitamente
la valenza di recupero.
Pertanto, la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione
contro l’Italia per gli incentivi dati dal governo per produrre
energia bruciando rifiuti inorganici, considerati dal nostro ordinamento
(ingenuamente? colposamente? dolosamente?) ‘fonte rinnovabile’.
Ecco le affermazioni testuali del Commissario all’energia: “La
Commissione conferma che, ai sensi dell’articolo 2, lettera
b, della Direttiva 2001/77/CE del 27 settembre 2001 sulla promozione
dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili
nel mercato interno dell’elettricità, la frazione non
biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata fonte
di energia rinnovabile”. Il fatto che nell’atto di recepimento
della (chiarissima) direttiva comunitaria, la legge italiana includa
i rifiuti fra le fonti ammesse a beneficiare del regime riservato
alle fonti rinnovabili, rende l’infrazione certa e palese.
Tuttavia senza incentivi, principale fonte di guadagno delle società
di gestione, gli inceneritori smettono di essere remunerativi: prova
ne sia l’intensa attività di pressione esercitata sul
Parlamento affinché essi non vengano cancellati dalle varie
leggi finanziarie. Per eliminare l’infrazione alle norme europee
le recenti disposizioni hanno escluso dagli incentivi tutte le fonti
assimilate a quelle rinnovabili, ivi compresi i rifiuti, ma hanno
concesso deroga “agli impianti realizzati e operativi”.
Sono inoltre previste delle eccezioni per gli impianti già
autorizzati, ma non ancora operativi, con priorità a quelli
in realizzazione. L’eterna emergenza campana non merita forse
un’eccezione?
Il caso Campania
Nell’estate 1997 il governatore della Campania e commissario
speciale ai rifiuti, Antonio Rastrelli, candidato di Alleanza Nazionale
(ma lui si definisce fascista) eletto due anni prima per la lista
del Polo delle Libertà, vara finalmente il Piano regionale
per lo smaltimento dei rifiuti. Il piano prevede: il trattamento dei
rifiuti ingombranti; un adeguato sistema di trasporti; la separazione,
grazie alla raccolta differenziata, delle frazioni nobili da quelle
umide e piazzole per lo stoccaggio temporaneo. “In teoria –
afferma Antonello Caporale nel suo Impuniti (Baldini
Castaldi Dalai Editore, 2007) – un ciclo virtuoso che dovrebbe
portare addirittura alla scomparsa delle discariche, considerato che
dei rifiuti non si dovrebbe buttare niente, fra la trasformazione
in concime e la produzione di energia. Fiore all’occhiello del
piano sono infatti la costruzione di sette impianti di CDR (combustibile
da rifiuti) e due inceneritori con recupero energetico”. I CDR
dovrebbero produrre le ecoballe da inviare ai termovalorizzatori.
Rastrelli fa appena in tempo ad avviare il bando per l’aggiudicazione
dell’intero servizio di smaltimento, realizzazione delle strutture
compresa, che viene ribaltato dai mastelliani passati al centro-sinistra.
La procedura utilizzata per la gara sarà quella della licitazione
privata, e pertanto vi potranno partecipare soltanto le imprese invitate
dall’Amministrazione, ossia gli amici. Presidente della
Regione diventa l’ex Dc Andrea Losco e il mega-appalto viene
vinto dalla Fibe-Fisia che fa capo all’Impregilo, l’azienda
italiana leader nelle costruzioni controllata da Cesare Romiti (quello
della Fiat, a proposito di amici) e dai suoi figli. A essere decisivo
non è solo il prezzo, il più basso per ogni chilo di
rifiuti: 83 lire contro le 110 richieste dalla cordata rivale guidata
dall’Enel, che pure riporta i punteggi più alti quanto
alle caratteristiche tecniche e al valore dell’opera, ma anche
i tempi di messa in esercizio degli impianti: 300 giorni contro 395.
Con la scusa dello stato di emergenza, infatti, “l’aggiudicazione
avviene tenendo conto soprattutto delle tempistiche di realizzazione
tralasciando valutazioni di carattere scientifico e rinunciando a
ogni previsione di impatto ambientale” (Beni Trezza in La
guerra dei rifiuti, Edizioni Alegre 2007).
L’investimento iniziale è previsto in 670 milioni di
euro e inoltre, per perseguire l’obiettivo di raccolta differenziata
previsto dal piano, nel 1999 viene avviato l’impiego a tempo
determinato nei consorzi di bacino di lavoratori socialmente utili
(i disoccupati campani arriveranno a versare fino a otto milioni di
lire per essere inseriti nelle liste dei consorzi), sulla base di
un progetto presentato da Italia Lavoro spa – agenzia del ministero
del Lavoro e della Previdenza sociale, del ministero della Solidarietà
sociale e delle altre amministrazioni centrali dello Stato –
per la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche
del lavoro, dell’occupazione e dell’inclusione sociale.
Oggi il numero dei lavoratori risulta essere superiore a 2.400 e il
loro utilizzo trasformato a tempo indeterminato con una ordinanza
commissariale del 2001, a fronte di percentuali di raccolta differenziata
del tutto irrisorie (intorno al 10%) rispetto al costo sostenuto:
più di 60 milioni di euro all’anno solo per le retribuzioni.
Nel 2000 viene eletto Bassolino, e anche lui assomma alla carica ordinaria
di presidente della Regione quella straordinaria di commissario ai
rifiuti. I siti individuati per la costruzione degli impianti di CDR
sono Caivano, Tufino e Giugliano (Napoli), Battipaglia (Salerno),
Pianodardine (Avellino), Casalduni (Benevento) e Santa Maria Capua
Vetere (Caserta), fra le proteste delle popolazioni coinvolte, giustamente
allarmate dalle proiezioni di impatto ambientale: inquinamento e malattie
mortali in ulteriore aumento.
I ritardi cominciano ad accumularsi, in parte per i problemi di localizzazione
ma soprattutto perché i tempi indicati in appalto sono di un’inconsistenza
risibile. L’implosione causata dal mancato rispetto delle previsioni
sfocia nel 2001 in quella che è stata considerata la prima
‘emergenza nell’emergenza’: nelle discariche operanti
finisce lo spazio disponibile perché i volumi sono saturi.
Per permettere all’Impregilo di andare avanti col piano è
necessario l’intervento del commissario Bassolino, il quale
dà ordine di riattivare diversi siti, alcuni da tempo esauriti
o chiusi dall’autorità giudiziaria per la loro pericolosità,
creando così le condizioni del disastro ambientale. Intanto
si procede al reperimento di nuove aree di stoccaggio, anche provvisorio,
in cui i rifiuti possono essere ammessi tal quali, senza
il rispetto di alcuna minima norma di sicurezza.
I cittadini campani assistono sconvolti allo spettacolo della disperata
ricerca di buchi in cui rovesciare schifezze più o meno tossiche,
mentre le autorità fingono di ignorare come fra i ‘possessori
di buchi’ un posto in prima fila sia riservato ad aziende di
proprietà della Camorra. In Campania, infatti, il monopolio
delle costruzioni fa capo alle attività dei clan e per le costruzioni
c’è bisogno di sabbia, e per la sabbia di cave. Quando
queste si esauriscono, si trasformano in eccellenti siti di stoccaggio,
che possono essere venduti a peso d’oro e senza troppi controlli
grazie alla pressione emergenziale. Altre cave dismesse o terreni
abbandonati verranno acquistati da parte di prestanome dei boss e
rivenduti nello stesso giorno alla Impregilo, con atti stipulati dal
medesimo notaio, a prezzi maggiorati fino a cinque volte. Di nuovo,
trasi munnezza, esce oro.
Nel frattempo, i lavori di costruzione dei CDR e quelli dei due termovalorizzatori
sono completamente sfasati: ad Acerra, dove sarebbero dovuti terminare
nel 2008, sono stati completati solo a giugno 2009, mentre a Santa
Maria la Fossa non sono ancora iniziati. Per di più, a causa
del completo fallimento della raccolta differenziata, gli impianti
di CDR lavorano come peggio non si potrebbe. Rileva una delle relazioni
delle inchieste parlamentari: “Il CDR prodotto non risponde
ai requisiti richiesti: fra le molte anomalie sono state rinvenute
percentuali di arsenico superiori ai limiti imposti, oltre che a oggetti
interi, a esempio una ruota completa di cerchione e pneumatico. Il
cosiddetto CDR analizzato è pertanto da definirsi semplicemente
rifiuto solido urbano tal quale”. Quindi, come nota giustamente
Antonello Caporale, le ecoballe prodotte non hanno niente di eco,
sono balle e basta. In compenso, dal 1994 al 2004 le somme impegnate
dal commissariato ammontano a quasi 900 milioni di euro, a cui va
aggiunto il costo dei lavoratori socialmente utili, 145 milioni di
euro.
Non sono le uniche cifre del collasso. L’inadempimento da parte
di Impregilo degli obblighi contrattuali, certificato nel 2005 (commissario
Catenacci), ha portato alla formale risoluzione del contratto, sancito
dal dl n.245/05 e convertito in legge il 27 gennaio 2006. Il 31 luglio
2007 la procura della Repubblica di Napoli ha chiesto il rinvio a
giudizio di Antonio Bassolino, commissario straordinario per l’emergenza
rifiuti dal maggio 2000 al febbraio 2004, di Piergiorgio e Paolo Romiti,
e di altre 25 persone fra pubblici funzionari e dirigenti Impregilo.
I reati ipotizzati dai pm partenopei sono truffa aggravata e continuata
ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture. Ad aprile 2009
una nuova inchiesta denominata ‘Rompiballe’ travolge Guido
Bertolaso e il suo braccio destro nell’emergenza rifiuti, Marta
Di Gennaro, insieme ad altre 24 persone, tutti indagati per traffico
illecito di rifiuti, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato.
Dal nord al sud, il lucroso ciclo dei rifiuti
I rifiuti sono un enorme business, e ci guadagnano tutti: sono una
risorsa per le imprese, per la politica, per la Camorra, una risorsa
pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Ci si ostina a
considerare il dato emergenziale come un problema locale, quando sarebbe
sufficiente valutarlo con attenzione per risalire in dimensione, da
regionale a nazionale, da nazionale a internazionale. Certo, su nessun
manuale di economia si parla della criminalità organizzata
come di un gruppo di imprenditori modello, necessari al buon funzionamento
del Sistema, ma la realtà è questa.
Lo smaltimento è un costo che nessuna azienda sente come necessario,
sebbene i rifiuti rappresentino sempre il sottoprodotto, molto spesso
gravemente tossico, della fabbricazione di beni. La figura che i clan
camorristici si sono inventati per gestire questa miniera d’oro
è quella dello stakeholder, ossia del mediatore. Laureati,
bella presenza, si diventa mediatori dopo qualche anno passato in
Usa o in Inghilterra a specializzarsi in politiche dell’ambiente,
per imparare come si trattano i rifiuti tossici, come aggirare le
norme, come avvicinare la comunità imprenditoriale con scorciatoie
clandestine. Gli stakeholder campani si presentano quindi dai proprietari
delle imprese chimiche, delle concerie, delle fabbriche di plastica
di tutto il Paese e propongono il loro listino prezzi. A differenza
dei mediatori legali, sono in grado di offrire un servizio tutto incluso
(trasporto compreso), e per di più a prezzi bassissimi: il
costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici varia
da 21 a 62 centesimi al chilo, e i clan forniscono lo stesso servizio
a 9 o 10 centesimi al chilo. Per esempio, questi individui sono riusciti
nel 2004 a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi,
di proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate
a 25 centesimi al chilo, con un risparmio dell’80% sui prezzi
ordinari.
Unendo tutti i dati emersi dalle inchieste condotte dalla procura
di Napoli e da quella di Santa Maria Capua Vetere dalla fine degli
anni ’90 al 2007, è possibile quantificare il vantaggio
economico per le imprese che si sono rivolte alla Camorra in 500 milioni
di euro. Ma, poiché le inchieste giudiziarie hanno scoperto
solo una percentuale parziale delle infrazioni, ne deriva che moltissime
aziende del nord Italia sono riuscite a crescere, ad assumere, a rendere
competitivo l’intero sistema industriale del Paese al punto
da poterlo spingere in Europa, anche grazie ai vantaggi di costo assicurati
dall’intervento della criminalità organizzata. L’operazione
Cassiopea del 2003 ha dimostrato che ogni settimana partivano dalle
regioni del nord quaranta tir ricolmi di rifiuti – cadmio, zinco,
scarti di vernici, fanghi da depuratori, plastiche, arsenico, piombo
– che venivano sversati o interrati nel territorio campano,
trasformandolo in un’unica, enorme discarica. Si stima che negli
ultimi cinque anni in Campania siano stati smaltiti illegalmente circa
tre milioni di tonnellate di rifiuti speciali, di cui un milione nella
sola provincia di Caserta.
Ma le cose non funzionano così solo in Italia: gli stakeholder
cinesi, allievi dei clan nostrani, hanno imparato a trattare con le
aziende europee, sempre a caccia di nuovi modi per migliorare la propria
competitività, e propongono loro prezzi e soluzioni efficaci.
A Rotterdam la polizia portuale olandese ha scoperto nel 2005, in
partenza per la Cina, mille tonnellate di rifiuti urbani inglesi spacciati
per carta da riciclare. Un milione di tonnellate di rifiuti high tech
partono ogni anno dall’Europa e vengono sversati nella provincia
di Hong Kong, intombati, stipati sottoterra, affondati nei laghi artificiali.
Come nel casertano. Per non parlare delle cosiddette ‘navi dei
rifiuti’ gestite dalla ‘ndrangheta, di cui ancora poco
sappiamo se non che ce le troviamo in fondo ai nostri mari, da chissà
quanti anni. Mentre nuovi territori da convertire a discarica sono
quelli delle vie del narcotraffico, Albania e Costarica, ma anche
Romania, Mozambico, Somalia e Nigeria. Da Milano a Napoli, da Londra
a Guiyu, trasi munnezza, esce oro.
La Camorra sembra chiami se stessa “il sistema”. Così
imprese, politici, stakeholder non lavorano per i clan, ma per il
sistema. Questo non è un paradosso, quando si comincia a intravedere
che non esistono due entità distinte, una illegale al sud e
una legale al nord, ma due organismi profondamente interrelati, che
hanno bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere: dal sistema
al Sistema. La chiamata di Gianni De Gennaro prima, e di Guido Bertolaso
poi, a commissari straordinari, appare a questo punto assolutamente
in linea con la più abietta continuità: l’emergenza
campana va risolta senza compromettere l’ordine pubblico. L’ordine
che prima degli interessi dei cittadini serve gli interessi dell’economia,
legale e illegale, e della politica sua ancella. Prova ne sia la natura
del mandato che ha permesso loro di agire anche in deroga alle leggi
sulla salute e sull’ambiente: gli interessi di chi fa affari
sono gli unici beni da difendere, e se i bambini nascono malformati,
le banconote no.
Giovanna Baer
26 maggio 2010