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Inchiesta |
| Crisi di sistema di Giovanna Baer |
26 maggio 2010 |
| Termovalorizzatori,
incentivi pubblici e mafia: la lucrosa economia dei rifiuti |
|
‘Emergenza’ e ‘soldi’, due parole chiave
che puntualmente ricorrono sulla bocca dei vari commissari straordinari
chiamati a risolvere il problema dei rifiuti in Campania, da Bassolino
a De Gennaro a Bertolaso. Parrebbe quasi che il problema sia tutto
lì, come al solito, nei soldi che non bastano mai. Mentre
per quanto riguarda l’emergenza, come nota giustamente una
delle ultime relazioni parlamentari d’inchiesta, “discorrere
di un’emergenza che dura ormai da quattordici anni costituisce
un evidente ossimoro”. Termovalorizzatori e diossine La prima è che il termine è fuorviante, dal momento
che secondo tutte le moderne teorie di gestione le uniche modalità
per valorizzare i rifiuti sono il riuso e il riciclo, mentre l’incenerimento
costituisce null’altro che smaltimento, tutt’al più
con recupero energetico; secondariamente, il processo di incenerimento
crea grossi problemi di igiene ambientale. Gli inceneritori bruciano rifiuti che contengono sicuramente componenti organiche e composti del cloro, e dunque producono sempre diossina. Anzi, l’incenerimento dei rifiuti continua a essere la principale fonte di diossine sul nostro pianeta, e nel 1995 costituiva ancora il 40% delle emissioni complessive. Si sono tuttavia fatti passi avanti significativi nella loro riduzione: innanzitutto, attraverso la raccolta differenziata si può dividere la parte nobile, cioè riciclabile, dei rifiuti (plastica, vetro, alluminio, legno, metalli) da quella non riciclabile, con conseguente contrazione della quota totale da smaltire. Una ulteriore distinzione viene poi effettuata fra la parte organica (il cosiddetto umido) che viene trattata in modo da diventare compost (fertilizzante per l’agricoltura) e la parte secca che, attraverso impianti di combustibile da rifiuti (CDR) viene trasformata in ecoballe. Solo le ecoballe, che devono rispondere a precise caratteristiche normative, possono essere bruciate negli inceneritori. Secondariamente, è fondamentale controllare i parametri
della combustione e della post combustione, perché il livello
delle diossine si abbatte drasticamente sopra gli 850 gradi di temperatura,
ed effettuare in aggiunta un intervento specifico di chemiassorbimento,
ossia fare condensare i vapori di diossina sulla superficie di carboni
attivi, che li assorbono come una specie di spugna. Come spiega Guido Viale, economista ambientale, “innanzitutto
i rifiuti sono un materiale molto poco omogeneo, con grandi variazioni
di potere calorifico: basta uno sbalzo di temperatura e l’abbattimento
degli inquinanti va in tilt, e sempre nella speranza che nel materiale
conferito non siano state nascoste sostanze tossiche come nelle
ecoballe campane (contenenti arsenico, n.d.a.)”. E la diossina è solo uno degli inquinanti che compongono
il mix di fumi emessi. Le ricerche scientifiche mostrano risultati
chiarissimi: chi vive nelle vicinanze di un inceneritore corre un
rischio sensibilmente più alto di contrarre il cancro. La
relazione realizzata dall’Istituto oncologico veneto e dall’Assessorato
alle politiche sanitarie della Regione Veneto intitolata Il
rischio di sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale
a diossine emesse dagli inceneritori: studio caso controllo nella
provincia di Venezia, per citare solo una delle pubblicazioni
sull’argomento, afferma a conclusione delle indagini che “nella
popolazione esaminata risulta un significativo eccesso di rischio
di sarcoma, correlato sia alla durata che alla intensità
dell’esposizione”, e che “gli inceneritori con
più alto tasso di rilascio in atmosfera sono stati quelli
che bruciavano rifiuti urbani”. Per di più il rapporto
dell’Organizzazione mondiale della sanità (Trattamento
dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana. Correlazione
fra rischio ambientale da rifiuti, mortalità e malformazioni
congenite) mostra nella regione una situazione già gravemente
compromessa: più 12% di patologie tumorali rispetto alla
media italiana. Alla voce dell’Oms si aggiunge quella dell’autorevole
rivista The Lancet Oncology che ha denunciato, fin dal settembre
2004, un aumento dei tumori al fegato del 24% nei territori delle
discariche, mentre i casi di danni fetali sono, in queste zone,
l’80% in più rispetto alla media nazionale. Energia dai rifiuti? Sovvenzioni pubbliche, cioè centinaia di milioni di euro
che finiscono nelle tasche dei gestori degli impianti, sotto forma
di incentivi alla produzione di energia elettrica. Le modalità
di finanziamento sono due: il pagamento maggiorato per otto anni
dell’elettricità prodotta (incentivi Cip6), oppure
il pagamento dei cosiddetti ‘certificati verdi’ che
il gestore dell’impianto può rivendere nei successivi
dodici anni. I certificati verdi invece corrispondono a una certa quantità
di emissioni di CO2: se un impianto produce energia da fonti rinnovabili
emettendo meno CO2 rispetto a un impianto alimentato da fonti fossili,
il gestore ottiene dei certificati verdi rivendibili a quelle industrie
o attività le quali, sebbene obbligate per legge a produrre
una quota di energia mediante fonti rinnovabili, non lo fanno in
maniera autonoma. Come è chiaro, il gioco funziona se i rifiuti vengono considerati
fonte rinnovabile. L’Italia li considera tali, ma qualcuno
si è messo di traverso. Secondo la normativa europea, solo
la parte organica dei rifiuti può essere considerata rinnovabile
(il cosiddetto umido), mentre la parte restante non è altro
che materiale da smaltimento, per il quale è esclusa esplicitamente
la valenza di recupero. Tuttavia senza incentivi, principale fonte di guadagno delle società di gestione, gli inceneritori smettono di essere remunerativi: prova ne sia l’intensa attività di pressione esercitata sul Parlamento affinché essi non vengano cancellati dalle varie leggi finanziarie. Per eliminare l’infrazione alle norme europee le recenti disposizioni hanno escluso dagli incentivi tutte le fonti assimilate a quelle rinnovabili, ivi compresi i rifiuti, ma hanno concesso deroga “agli impianti realizzati e operativi”. Sono inoltre previste delle eccezioni per gli impianti già autorizzati, ma non ancora operativi, con priorità a quelli in realizzazione. L’eterna emergenza campana non merita forse un’eccezione? Il caso Campania Rastrelli fa appena in tempo ad avviare il bando per l’aggiudicazione dell’intero servizio di smaltimento, realizzazione delle strutture compresa, che viene ribaltato dai mastelliani passati al centro-sinistra. La procedura utilizzata per la gara sarà quella della licitazione privata, e pertanto vi potranno partecipare soltanto le imprese invitate dall’Amministrazione, ossia gli amici. Presidente della Regione diventa l’ex Dc Andrea Losco e il mega-appalto viene vinto dalla Fibe-Fisia che fa capo all’Impregilo, l’azienda italiana leader nelle costruzioni controllata da Cesare Romiti (quello della Fiat, a proposito di amici) e dai suoi figli. A essere decisivo non è solo il prezzo, il più basso per ogni chilo di rifiuti: 83 lire contro le 110 richieste dalla cordata rivale guidata dall’Enel, che pure riporta i punteggi più alti quanto alle caratteristiche tecniche e al valore dell’opera, ma anche i tempi di messa in esercizio degli impianti: 300 giorni contro 395. Con la scusa dello stato di emergenza, infatti, “l’aggiudicazione avviene tenendo conto soprattutto delle tempistiche di realizzazione tralasciando valutazioni di carattere scientifico e rinunciando a ogni previsione di impatto ambientale” (Beni Trezza in La guerra dei rifiuti, Edizioni Alegre 2007). L’investimento iniziale è previsto in 670 milioni di euro e inoltre, per perseguire l’obiettivo di raccolta differenziata previsto dal piano, nel 1999 viene avviato l’impiego a tempo determinato nei consorzi di bacino di lavoratori socialmente utili (i disoccupati campani arriveranno a versare fino a otto milioni di lire per essere inseriti nelle liste dei consorzi), sulla base di un progetto presentato da Italia Lavoro spa – agenzia del ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, del ministero della Solidarietà sociale e delle altre amministrazioni centrali dello Stato – per la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell’occupazione e dell’inclusione sociale. Oggi il numero dei lavoratori risulta essere superiore a 2.400 e il loro utilizzo trasformato a tempo indeterminato con una ordinanza commissariale del 2001, a fronte di percentuali di raccolta differenziata del tutto irrisorie (intorno al 10%) rispetto al costo sostenuto: più di 60 milioni di euro all’anno solo per le retribuzioni. Nel 2000 viene eletto Bassolino, e anche lui assomma alla carica
ordinaria di presidente della Regione quella straordinaria di commissario
ai rifiuti. I siti individuati per la costruzione degli impianti
di CDR sono Caivano, Tufino e Giugliano (Napoli), Battipaglia (Salerno),
Pianodardine (Avellino), Casalduni (Benevento) e Santa Maria Capua
Vetere (Caserta), fra le proteste delle popolazioni coinvolte, giustamente
allarmate dalle proiezioni di impatto ambientale: inquinamento e
malattie mortali in ulteriore aumento. I cittadini campani assistono sconvolti allo spettacolo della disperata ricerca di buchi in cui rovesciare schifezze più o meno tossiche, mentre le autorità fingono di ignorare come fra i ‘possessori di buchi’ un posto in prima fila sia riservato ad aziende di proprietà della Camorra. In Campania, infatti, il monopolio delle costruzioni fa capo alle attività dei clan e per le costruzioni c’è bisogno di sabbia, e per la sabbia di cave. Quando queste si esauriscono, si trasformano in eccellenti siti di stoccaggio, che possono essere venduti a peso d’oro e senza troppi controlli grazie alla pressione emergenziale. Altre cave dismesse o terreni abbandonati verranno acquistati da parte di prestanome dei boss e rivenduti nello stesso giorno alla Impregilo, con atti stipulati dal medesimo notaio, a prezzi maggiorati fino a cinque volte. Di nuovo, trasi munnezza, esce oro. Nel frattempo, i lavori di costruzione dei CDR e quelli dei due termovalorizzatori sono completamente sfasati: ad Acerra, dove sarebbero dovuti terminare nel 2008, sono stati completati solo a giugno 2009, mentre a Santa Maria la Fossa non sono ancora iniziati. Per di più, a causa del completo fallimento della raccolta differenziata, gli impianti di CDR lavorano come peggio non si potrebbe. Rileva una delle relazioni delle inchieste parlamentari: “Il CDR prodotto non risponde ai requisiti richiesti: fra le molte anomalie sono state rinvenute percentuali di arsenico superiori ai limiti imposti, oltre che a oggetti interi, a esempio una ruota completa di cerchione e pneumatico. Il cosiddetto CDR analizzato è pertanto da definirsi semplicemente rifiuto solido urbano tal quale”. Quindi, come nota giustamente Antonello Caporale, le ecoballe prodotte non hanno niente di eco, sono balle e basta. In compenso, dal 1994 al 2004 le somme impegnate dal commissariato ammontano a quasi 900 milioni di euro, a cui va aggiunto il costo dei lavoratori socialmente utili, 145 milioni di euro. Non sono le uniche cifre del collasso. L’inadempimento da parte di Impregilo degli obblighi contrattuali, certificato nel 2005 (commissario Catenacci), ha portato alla formale risoluzione del contratto, sancito dal dl n.245/05 e convertito in legge il 27 gennaio 2006. Il 31 luglio 2007 la procura della Repubblica di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio di Antonio Bassolino, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti dal maggio 2000 al febbraio 2004, di Piergiorgio e Paolo Romiti, e di altre 25 persone fra pubblici funzionari e dirigenti Impregilo. I reati ipotizzati dai pm partenopei sono truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture. Ad aprile 2009 una nuova inchiesta denominata ‘Rompiballe’ travolge Guido Bertolaso e il suo braccio destro nell’emergenza rifiuti, Marta Di Gennaro, insieme ad altre 24 persone, tutti indagati per traffico illecito di rifiuti, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato. Dal nord al sud, il lucroso ciclo dei rifiuti Lo smaltimento è un costo che nessuna azienda sente come necessario, sebbene i rifiuti rappresentino sempre il sottoprodotto, molto spesso gravemente tossico, della fabbricazione di beni. La figura che i clan camorristici si sono inventati per gestire questa miniera d’oro è quella dello stakeholder, ossia del mediatore. Laureati, bella presenza, si diventa mediatori dopo qualche anno passato in Usa o in Inghilterra a specializzarsi in politiche dell’ambiente, per imparare come si trattano i rifiuti tossici, come aggirare le norme, come avvicinare la comunità imprenditoriale con scorciatoie clandestine. Gli stakeholder campani si presentano quindi dai proprietari delle imprese chimiche, delle concerie, delle fabbriche di plastica di tutto il Paese e propongono il loro listino prezzi. A differenza dei mediatori legali, sono in grado di offrire un servizio tutto incluso (trasporto compreso), e per di più a prezzi bassissimi: il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici varia da 21 a 62 centesimi al chilo, e i clan forniscono lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. Per esempio, questi individui sono riusciti nel 2004 a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, di proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate a 25 centesimi al chilo, con un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. Unendo tutti i dati emersi dalle inchieste condotte dalla procura
di Napoli e da quella di Santa Maria Capua Vetere dalla fine degli
anni ’90 al 2007, è possibile quantificare il vantaggio
economico per le imprese che si sono rivolte alla Camorra in 500
milioni di euro. Ma, poiché le inchieste giudiziarie hanno
scoperto solo una percentuale parziale delle infrazioni, ne deriva
che moltissime aziende del nord Italia sono riuscite a crescere,
ad assumere, a rendere competitivo l’intero sistema industriale
del Paese al punto da poterlo spingere in Europa, anche grazie ai
vantaggi di costo assicurati dall’intervento della criminalità
organizzata. L’operazione Cassiopea del 2003 ha dimostrato
che ogni settimana partivano dalle regioni del nord quaranta tir
ricolmi di rifiuti – cadmio, zinco, scarti di vernici, fanghi
da depuratori, plastiche, arsenico, piombo – che venivano
sversati o interrati nel territorio campano, trasformandolo in un’unica,
enorme discarica. Si stima che negli ultimi cinque anni in Campania
siano stati smaltiti illegalmente circa tre milioni di tonnellate
di rifiuti speciali, di cui un milione nella sola provincia di Caserta.
La Camorra sembra chiami se stessa “il sistema”. Così imprese, politici, stakeholder non lavorano per i clan, ma per il sistema. Questo non è un paradosso, quando si comincia a intravedere che non esistono due entità distinte, una illegale al sud e una legale al nord, ma due organismi profondamente interrelati, che hanno bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere: dal sistema al Sistema. La chiamata di Gianni De Gennaro prima, e di Guido Bertolaso poi, a commissari straordinari, appare a questo punto assolutamente in linea con la più abietta continuità: l’emergenza campana va risolta senza compromettere l’ordine pubblico. L’ordine che prima degli interessi dei cittadini serve gli interessi dell’economia, legale e illegale, e della politica sua ancella. Prova ne sia la natura del mandato che ha permesso loro di agire anche in deroga alle leggi sulla salute e sull’ambiente: gli interessi di chi fa affari sono gli unici beni da difendere, e se i bambini nascono malformati, le banconote no. Altri articoli sull'argomento: Sistema
Italia: grande capitale e mafia, Giovanna Cracco, Paginauno
n. 16/2010 Belpaese
Connection, Giovanna Baer, Paginauno n. 9/2008 Il sacco
di Ponticelli di Giovanna Cracco, settembre 2010
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