“Robbè, cos’è
un uomo senza laurea con la pistola?”
“Uno stronzo con la pistola”.
“E cos’è un uomo con la laurea senza pistola?”
“Uno stronzo con la laurea”.
“E cos’è un uomo con la laurea e con la pistola?”
“Un uomo, papà!”
“Bravo Robertino”.
da
Gomorra di Roberto Saviano
29 gennaio 2008. Da un paio di settimane la spazzatura di Napoli
è scomparsa dai telegiornali (dopo essere stata la notizia
eccellente per più di un mese), soppiantata dai guai giudiziari
della famiglia Mastella (anch’essa campana) e dalla conseguente
crisi di governo, quando finalmente il nuovo super commissario De
Gennaro (ex capo della polizia, senza nessuna competenza in materia
ambientale o sullo smaltimento dei rifiuti) aggiorna via etere la
popolazione sui risultati ottenuti dal suo piano per l’emergenza:
“Servono più soldi” dice.
Più soldi servono sempre. Parrebbe quasi che il problema sia
tutto lì, come al solito, nei soldi che non bastano mai. Ma
quanto è abbastanza?
Come nota giustamente l’ultima relazione parlamentare d’inchiesta
sul ciclo dei rifiuti per la Campania, “discorrere di un’emergenza
che dura ormai da quattordici anni costituisce un evidente ossimoro”.
In questo periodo di tempo, sempre sotto l’egida emergenziale,
sono stati bruciati più di otto miliardi di euro, comprensivi
di spesa corrente (7.800 milioni) e investimenti (290 milioni). Inoltre,
fra risorse nazionali ed europee (ma queste ultime sono attualmente
in forse, come ha fatto sapere il commissario europeo all’ambiente
Stavros Dimas, a meno di un drastico cambiamento di rotta) nei prossimi
anni dovrebbero giungere alla Regione altri 12 miliardi di euro “per
il completamento del ciclo integrato dei rifiuti”, che nessuno
sa se sia mai cominciato, o quando. Otto miliardi di euro in quindici
anni e altri dodici in arrivo. Non pare davvero che siano i soldi
il problema. Infatti, ciò che urlano a gran voce, amplificati
dai media, i vari commissari via via chiamati a combattere contro
l’ossimoro, è che servono gli inceneritori, anzi, i termovalorizzatori,
come affettuosamente sono definiti dalla folta schiera di fan piromani.
Bassolino (presidente della Regione Campania ed ex commissario per
l’emergenza rifiuti) in primis, che nella sua lettera a Eugenio
Scalfari del 7 gennaio lamenta su La Repubblica di essere stato bloccato
nella sua opera verso il moderno smaltimento della munnezza
da vescovi scapestrati, eco-fondamentalisti e disoccupati organizzati.
Forse, si potrebbe malignamente notare, perché del tesoretto
erogato per risolvere i problemi i vescovi, gli eco-fondamentalisti
e i disoccupati organizzati campani non ne hanno vista nemmeno una
briciola, e anzi pagano la tassa sui rifiuti più alta d’Italia
(244 euro contro i 206 della media nazionale). O forse per qualche
altra ragione ben più consistente. Ma tant’è.
La macchina istituzionale secondo lui è stata bloccata per
quasi vent’anni da dissennati oppositori del fuoco purificatore,
e altre ragioni non ve ne sono.
Niente si è mosso, ma i soldi erogati sono spariti. Che fine
hanno fatto? Il presidente Bassolino nella lettera non chiarisce.
A febbraio inizierà il processo che lo vede imputato insieme
ai vari commissari speciali che si sono succeduti alla gestione dell’emergenza:
contro di loro un dossier di circa centomila pagine.
Forse allora dei soldi spesi qualcuno dovrà cominciare a render
conto.
Che cos’è un termovalorizzatore?
Né la legislazione italiana né quella europea conoscono
questo termine, e parlano sempre e soltanto di inceneritori. La voce
è stata coniata, probabilmente da chi l’ha progettato
o da chi li costruisce a suon di centinaia di milioni di euro, per
descrivere gli impianti di incenerimento di nuova generazione, in
cui le alte temperature sviluppate durante la combustione possono
essere recuperate per produrre vapore, il quale a sua volta è
utilizzato per la produzione di energia elettrica oppure come vettore
di calore, per esempio nel caso del teleriscaldamento: i rifiuti vanno
in fumo e in più ci si guadagna. Bello, no?
No, per diverse ragioni.
La prima è che il termine è fuorviante, dal momento
che secondo tutte le moderne teorie di gestione le uniche modalità
per valorizzare i rifiuti sono il riuso e il riciclo, mentre l’incenerimento
costituisce null’altro che smaltimento, tutt’al più
con recupero energetico; secondariamente il processo di incenerimento
crea grossi problemi di igiene ambientale. Poniamo il caso delle diossine,
inquinanti organici persistenti e sottoposti alla convenzione di Stoccolma.
Sono classificate dagli organismi sanitari nazionali e internazionali,
in particolare dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul
cancro (AIRC), come “sicuramente cancerogene”, e si sviluppano
quando materiale organico è bruciato in presenza di cloro,
per esempio quello contenuto nel normale sale da cucina o nella plastica
delle bottiglie d’acqua. Questa è la ragione per cui
gli esasperati cittadini napoletani venivano implorati dalle autorità
sanitarie di non dare fuoco ai mucchi di immondizia maleodoranti:
i roghi contenenti resti di cibo e plastiche avrebbero esalato i fumi
venefici, sotto forma di polveri particolarmente sottili (particolati)
che non si disperdono nell’atmosfera, ma si spostano coi venti
finché non cadono a terra dove, attraverso il fenomeno del
bioaccumulo, risalgono la catena alimentare umana concentrandosi via
via, a partire dai vegetali, passando per gli animali (prima gli erbivori
e poi i carnivori), per arrivare infine all’uomo. Data la loro
tendenza ad accumularsi negli esseri viventi, anche un’esposizione
prolungata a livelli minimi può recare danni gravissimi. La
diossina è una sostanza molto stabile, come sottolinea Federico
Valerio dell’Istituto dei tumori di Genova: “Ci vogliono
decine di anni perché scompaia dai terreni contaminati e, assunta
attraverso il cibo, si concentra nel tessuto adiposo. L’accumulo
progressivo è la caratteristica più subdola e pericolosa
di questa sostanza che, grazie al mercato globale, può colpire
anche molto lontano dal luogo in cui si è formata. D’altro
canto, per colpa di dissennate tecniche di alimentazione degli animali
di allevamento che utilizzano grassi animali, la concentrazione della
diossina aumenta, nell’ultimo anello della catena alimentare,
anche migliaia di volte rispetto al valore iniziale, e l’ultimo
anello della catena è sempre l’uomo”.
Gli inceneritori bruciano rifiuti che contengono sicuramente
componenti organiche e composti del cloro, e dunque producono sempre
diossina. Anzi, l’incenerimento dei rifiuti continua a essere
la principale fonte di diossine sul nostro pianeta, e nel 1995 costituiva
ancora il 40% delle emissioni complessive. Si sono tuttavia fatti
passi avanti significativi nella loro riduzione: innanzitutto, attraverso
la raccolta differenziata si può dividere la parte nobile,
cioè riciclabile, dei rifiuti (plastica, vetro, alluminio,
legno, metalli) da quella non riciclabile, con conseguente contrazione
della quota totale da smaltire. Una ulteriore distinzione viene poi
effettuata fra la parte organica (il cosiddetto umido) che viene trattata
in modo da diventare compost (fertilizzante per l’agricoltura)
e la parte secca che, attraverso impianti di combustibile da rifiuti
(CDR) viene trasformata in ecoballe. Solo le ecoballe, che
devono rispondere a precise caratteristiche normative, possono essere
bruciate negli inceneritori. Secondariamente, è fondamentale
controllare i parametri della combustione e della post combustione,
perché il livello delle diossine si abbatte drasticamente sopra
gli 850 gradi di temperatura, ed effettuare in aggiunta un intervento
specifico di chemiassorbimento, ossia fare condensare i vapori di
diossina sulla superficie di carboni attivi, che li assorbono come
una specie di spugna.
Sembra facile, ma non lo è.
Come spiega Guido Viale, economista ambientale, “innanzitutto
i rifiuti sono un materiale molto poco omogeneo, con grandi variazioni
di potere calorifico: basta uno sbalzo di temperatura e l’abbattimento
degli inquinanti va in tilt, e sempre nella speranza che nel materiale
conferito non siano state nascoste sostanze tossiche come nelle ecoballe
campane (contenenti arsenico, n.d.a.)”.
C’è poi il problema della filtrazione della polvere di
carbone esausta, cioè impregnata di diossina, che è
altamente pericolosa ed è considerata rifiuto speciale, da
sotterrare quindi in discariche ad hoc.
Ciononostante, la quantità di diossina prodotta anche da un
inceneritore di ultima generazione è tutt’altro che trascurabile:
“In un anno – conferma Federico Valerio – un impianto
moderno emette in atmosfera circa 250 miliardi di picogrammi (miliardesima
parte di un milligrammo, n.d.a.) di diossina, mentre una
quantità cento volte superiore è contenuta nelle sue
ceneri di filtrazione. Oggi in Italia la quantità di diossina
prodotta pro capite, 16.8 microgrammi, è già superiore
alla media europea (13.2 microgrammi), anche senza nuovi impianti
di combustione. Il Belgio, che ha fatto la scelta di incenerire il
54% dei suoi rifiuti, guida – guarda caso – la classifica,
con ben 45.2 microgrammi di diossina pro capite”.
E la diossina è solo uno degli inquinanti che compongono il
mix di fumi emessi. Le ricerche scientifiche mostrano risultati chiarissimi:
chi vive nelle vicinanze di un inceneritore corre un rischio sensibilmente
più alto di contrarre il cancro. La relazione realizzata dall’Istituto
oncologico veneto e dall’Assessorato alle politiche sanitarie
della regione Veneto intitolata Il rischio di sarcoma in rapporto
all’esposizione ambientale a diossine emesse dagli inceneritori:
studio caso controllo nella provincia di Venezia, per citare
solo una delle pubblicazioni sull’argomento, afferma a conclusione
delle sue indagini che “nella popolazione esaminata risulta
un significativo eccesso di rischio di sarcoma, correlato sia alla
durata che alla intensità dell’esposizione”, e
che “gli inceneritori con più alto tasso di rilascio
in atmosfera sono stati quelli che bruciavano rifiuti urbani”.
Proprio come gli esemplari in completamento ad Acerra e in via di
costruzione a Santa Maria la Fossa. Per di più l’ultimo
rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Trattamento
dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana. Correlazione
fra rischio ambientale da rifiuti, mortalità e malformazioni
congenite) mostra nella regione una situazione già gravemente
compromessa: più 12% di patologie tumorali rispetto alla media
italiana. Alla voce dell’Oms si aggiunge quella dell’autorevole
rivista The Lancet Oncology che ha denunciato, fin dal settembre 2004,
un aumento dei tumori al fegato del 24% nei territori delle discariche,
mentre i casi di danni fetali sono, in queste zone, l’80% in
più rispetto alla media nazionale. Nessuna sorpresa che le
popolazioni interessate non vogliano nemmeno sentire parlare di inceneritori,
viste le precarie condizioni sanitarie, ben oltre lo stato d’allarme,
in cui già ora sono costrette a vivere.
La domanda è: perché invece politici e opinion maker
li vogliono disperatamente?
Prima di rispondere bisogna tuttavia sgombrare il campo da un altro
equivoco, e cioè che il termovalorizzatore sia un investimento
economico conveniente, se non igienico (ma su questo aspetto i sostenitori
sorvolano o minimizzano), dal momento che produce energia, tanto più
preziosa quanto più elevato risulta il deficit energetico del
nostro Paese.
Marco Cattini, professore ordinario all’università Bocconi
di Milano, non è per niente d’accordo: “Si pensa
che con un inceneritore che crea energia bruciando rifiuti si possa
trarre ricchezza da sostanze che andrebbero altrimenti occultate nelle
discariche, e invece il vantaggio è solo apparente, tanto dal
punto di vista ambientale quanto da quello economico. Dal punto di
vista ambientale dopo l’incenerimento rimane da smaltire un
volume di ceneri iperinquinanti che rappresenta comunque il 30% dei
rifiuti bruciati, mentre gli impianti utilizzano e surriscaldano grandi
quantità di acqua che viene poi reimmessa nelle falde. Dal
punto di vista economico la produzione di energia da rifiuti è
conveniente solo in ragione delle sovvenzioni pubbliche: senza di
esse sarebbe più costosa di quella tradizionale”.
Sovvenzioni pubbliche, cioè centinaia di milioni di euro che
finiscono nelle tasche dei gestori degli impianti, sotto forma di
incentivi alla produzione di energia elettrica. Le modalità
di finanziamento sono due: il pagamento maggiorato per otto anni dell’elettricità
prodotta (incentivi Cip6), oppure il pagamento dei cosiddetti “certificati
verdi” che il gestore dell’impianto può rivendere
nei successivi dodici anni.
Nel primo caso, sulla base della Circolare n. 6/1992 del Comitato
interministeriale prezzi, chi gestisce l’inceneritore, per otto
anni dalla sua costruzione, può vendere al GSE (la società
a cui è affidato il compito di assicurare la fornitura di energia
elettrica nel nostro Paese) la propria produzione elettrica a un costo
triplo rispetto a chi produce elettricità usando metano, petrolio
o carbone. I costi degli incentivi ricadono però sulla bolletta
degli utenti, che comprende una tassa per il sostegno delle fonti
rinnovabili. In pratica, si chiede al cittadino di pagare di più
perché si tratta – e questo è davvero un ossimoro,
trattandosi di rifiuti – di energia pulita. Per esempio la società
ASM spa, che gestisce il tanto osannato inceneritore di Brescia (e
candidata al completamento di quello di Acerra), ha ricevuto nel 2006
contributi per oltre 71 milioni di euro, tutti pagati dai consumatori
finali.
I certificati verdi invece corrispondono a una certa quantità
di emissioni di CO2: se un impianto produce energia da fonti rinnovabili
emettendo meno CO2 rispetto a un impianto alimentato da fonti fossili,
il gestore ottiene dei certificati verdi rivendibili a quelle industrie
o attività le quali, sebbene obbligate per legge a produrre
una quota di energia mediante fonti rinnovabili, non lo fanno in maniera
autonoma.
Chi ci guadagna dunque da un inceneritore? Chi lo costruisce, chi
lo gestisce, e tutte le aziende che comprano coi certificati la possibilità
di aggirare la norma dello Stato che le obbliga a ridurre la propria
emissione di inquinanti, con buona pace del protocollo di Kyoto. Chi
ci perde? L’ambiente e i cittadini, spolpati da un Robin Hood
all’opposto, che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Nel nostro
Paese di grandi industriali attaccati alla mammella dello Stato, entrano
le sovvenzioni, esce l’economia. Trasi munnezza, esce oro.
Come è chiaro, il gioco funziona se i rifiuti vengano considerati
fonte rinnovabile. L’Italia li considera tali, ma qualcuno si
è messo di traverso. Secondo la normativa europea, solo la
parte organica dei rifiuti può essere considerata rinnovabile
(il cosiddetto umido), mentre la parte restante non è altro
che materiale da smaltimento, per il quale è esclusa esplicitamente
la valenza di recupero.
Pertanto, la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione
contro l’Italia per gli incentivi dati dal governo per produrre
energia bruciando rifiuti inorganici, considerati dal nostro ordinamento
(ingenuamente? colposamente? dolosamente?) “fonte rinnovabile”.
Ecco le affermazioni testuali del Commissario all’energia: “La
Commissione conferma che, ai sensi dell’articolo 2, lettera
b, della Direttiva 2001/77/CE del 27 settembre 2001 sulla promozione
dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili
nel mercato interno dell’elettricità, la frazione non
biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata fonte
di energia rinnovabile”. Il fatto che nel recepimento della
(chiarissima) direttiva comunitaria, la legge italiana includa i rifiuti
fra le fonti ammesse a beneficiare del regime riservato alle fonti
rinnovabili, rende l’infrazione certa e palese. Eliminando gli
incentivi agli inceneritori, l'Unione europea intende ristabilire
(correttamente) un equilibrio di trattamento che consenta la piena
applicazione di una strategia integrata di smaltimento rifiuti.
Tuttavia senza incentivi, principale fonte di guadagno delle società
di gestione, gli inceneritori smettono di essere remunerativi: prova
ne sia l’intensa attività di pressione esercitata sul
Parlamento in merito alla loro cancellazione dalla finanziaria 2007.
Per eliminare l’infrazione alle norme europee il testo, a lungo
dibattuto, ha escluso dagli incentivi tutte le fonti assimilate a
quelle rinnovabili, ivi compresi i rifiuti, ma ha concesso deroga
“agli impianti realizzati e operativi”. È stato
previsto un tempo di tre mesi per concedere delle eccezioni a impianti
già autorizzati, ma non ancora operativi (si tratta di undici
inceneritori, fra cui Acerra e Santa Maria la Fossa), con priorità
a quelli in realizzazione, da parte del ministro dello Sviluppo economico,
sentite le commissioni parlamentari competenti. E l’eterna emergenza
campana non merita forse un’eccezione?
Nell’estate 1997 il governatore della Campania e commissario
speciale ai rifiuti, Antonio Rastrelli, candidato di Alleanza Nazionale
(ma lui si definisce fascista) eletto due anni prima per la lista
del Polo delle Libertà, vara finalmente il Piano regionale
per lo smaltimento dei rifiuti. Il piano prevede: il trattamento dei
rifiuti ingombranti; un adeguato sistema di trasporti; la separazione,
grazie alla raccolta differenziata, delle frazioni nobili da quelle
umide e piazzole per lo stoccaggio temporaneo. “In teoria –
afferma Antonello Caporale nel suo Impuniti (Baldini
Castaldi Dalai Editore, 2007) – un ciclo virtuoso che dovrebbe
portare addirittura alla scomparsa delle discariche, considerato che
dei rifiuti non si dovrebbe buttare niente, fra la trasformazione
in concime e la produzione di energia. Fiore all’occhiello del
piano sono infatti la costruzione di sette impianti di CDR (combustibile
da rifiuti) e due inceneritori con recupero energetico”. I CDR
dovrebbero produrre le ecoballe da inviare ai termovalorizzatori.
Rastrelli fa appena in tempo ad avviare il bando per l’aggiudicazione
dell’intero servizio di smaltimento, realizzazione delle strutture
compresa, che viene ribaltato dai mastelliani passati al centrosinistra
(il governo Prodi non è la prima vittima del signore di Ceppaloni).
La procedura utilizzata per la gara sarà quella della licitazione
privata, e pertanto vi potranno partecipare soltanto le imprese invitate
dall’Amministrazione, ossia gli amici. Presidente della
Regione diventa l’ex Dc Andrea Losco e il mega-appalto viene
vinto dalla Fibe-Fisia che fa capo all’Impregilo, l’azienda
italiana leader nelle costruzioni controllata da Cesare Romiti (quello
della Fiat, a proposito di amici) e dai suoi figli. A essere decisivo
non è solo il prezzo, il più basso per ogni chilo di
rifiuti: 83 lire contro le 110 richieste dalla cordata rivale guidata
dall’Enel, che pure riporta i punteggi più alti quanto
alle caratteristiche tecniche e al valore dell’opera, ma anche
i tempi di messa in esercizio degli impianti: 300 giorni contro 395.
Con la scusa dello stato di emergenza, infatti, “l’aggiudicazione
avviene tenendo conto soprattutto delle tempistiche di realizzazione
tralasciando valutazioni di carattere scientifico e rinunciando a
ogni previsione di impatto ambientale” (Beni Trezza in La
guerra dei rifiuti, Edizioni Alegre 2007).
L’investimento iniziale è previsto in 670 milioni di
euro e inoltre, per perseguire l’obiettivo di raccolta differenziata
previsto dal piano, nel 1999 viene avviato l’impiego a tempo
determinato nei consorzi di bacino di lavoratori socialmente utili
(i disoccupati campani arriveranno a versare fino a otto milioni di
lire per essere inseriti nelle liste dei consorzi), sulla base di
un progetto presentato da Italia Lavoro spa – l’agenzia
del ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, del ministero
della Solidarietà sociale e delle altre amministrazioni centrali
dello Stato – per la promozione e la gestione di azioni nel
campo delle politiche del lavoro, dell’occupazione e dell’inclusione
sociale. Oggi il numero dei lavoratori risulta essere superiore a
2.400 e il loro utilizzo trasformato a tempo indeterminato con una
ordinanza commissariale del 2001, a fronte di percentuali di raccolta
differenziata del tutto irrisorie (intorno al 10%) rispetto al costo
sostenuto: più di 60 milioni di euro all’anno solo per
le retribuzioni.
Nel 2000 viene eletto Bassolino, e anche lui assomma alla carica ordinaria
di presidente della Regione quella straordinaria di commissario ai
rifiuti. I siti individuati per la costruzione degli impianti di CDR
sono Caivano, Tufino e Giugliano (Napoli), Battipaglia (Salerno),
Pianodardine (Avellino), Casalduni (Benevento) e Santa Maria Capua
Vetere (Caserta), fra le proteste delle popolazioni coinvolte, giustamente
allarmate dalle proiezioni di impatto ambientale: inquinamento e malattie
mortali in ulteriore aumento.
I ritardi cominciano ad accumularsi, in parte per i problemi di localizzazione
ma soprattutto perché i tempi indicati in appalto sono di un’inconsistenza
risibile. L’implosione causata dal mancato rispetto delle previsioni
sfocia nel 2001 in quella che è stata considerata la prima
‘emergenza nell’emergenza’: nelle discariche operanti
finisce lo spazio disponibile perché i volumi sono saturi.
Per permettere all’Impregilo di andare avanti col piano è
necessario l’intervento del commissario Bassolino, il quale
dà ordine di riattivare diversi siti, alcuni da tempo esauriti
o chiusi dall’autorità giudiziaria per la loro pericolosità,
creando così le condizioni del disastro ambientale. Intanto
si procede al reperimento di nuove aree di stoccaggio, anche provvisorio,
in cui i rifiuti possono essere ammessi tal quali, senza
il rispetto di alcuna minima norma di sicurezza.
I cittadini campani assistono sconvolti, allora come oggi, allo spettacolo
della disperata ricerca di buchi in cui rovesciare schifezze più
o meno tossiche, mentre le autorità fingono di ignorare come
fra i ‘possessori di buchi’ un posto in prima fila sia
riservato ad aziende di proprietà della Camorra. In Campania,
infatti, il monopolio delle costruzioni fa capo alle attività
dei clan e per le costruzioni c’è bisogno di sabbia,
e per la sabbia di cave. Quando queste si esauriscono, si trasformano
in eccellenti siti di stoccaggio, che possono essere venduti a peso
d’oro e senza troppi controlli grazie alla pressione emergenziale.
Altre cave dismesse o terreni abbandonati verranno acquistati da parte
di prestanome dei boss e rivendute nello stesso giorno alla Impregilo,
con atti stipulati dal medesimo notaio, a prezzi maggiorati fino a
cinque volte. Di nuovo, trasi munnezza, esce oro.
Nel frattempo, i lavori di costruzione dei CDR e quelli dei due termovalorizzatori
sono completamente sfasati: ad Acerra dovrebbero terminare nel 2008,
mentre a Santa Maria la Fossa non sono ancora iniziati. Per di più,
a causa del completo fallimento della raccolta differenziata, gli
impianti di CDR, di cui solo cinque su sette risultano in produzione
alla fine del 2004 (cinque anni dopo l’aggiudicazione della
gara) lavorano come peggio non si potrebbe. Rileva una delle relazioni
delle inchieste parlamentari: “Il CDR prodotto non risponde
ai requisiti richiesti: fra le molte anomalie sono state rinvenute
percentuali di arsenico superiori ai limiti imposti, oltre che a oggetti
interi, a esempio una ruota completa di cerchione e pneumatico. Il
cosiddetto CDR analizzato è pertanto da definirsi semplicemente
rifiuto solido urbano tal quale”. Quindi, come nota giustamente
Antonello Caporale, le ecoballe prodotte non hanno niente di eco,
sono balle e basta. In compenso, dal 1994 al 2004 le somme impegnate
dal commissariato ammontano a quasi 900 milioni di euro, a cui va
aggiunto il costo dei lavoratori socialmente utili, 145 milioni di
euro. Non sono le uniche cifre del collasso. Oggi in Campania ci sono
cinque milioni di non-ecoballe accumulate in decine di siti, molti
dei quali chiusi e abbandonati. Un “nauseabondo serpentone di
7500 chilometri, oltre mille più della Muraglia cinese”
hanno scritto il 17 maggio 2007 Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
sul Corsera, e il peggio non era ancora arrivato. L’inadempimento
da parte di Impregilo degli obblighi contrattuali, certificato nel
2005 (commissario Catenacci), ha portato alla formale risoluzione
del contratto, sancito dal dl n. 245/05 e convertito in legge il 27
gennaio 2006. L’individuazione del nuovo affidatario sarebbe
dovuta avvenire entro il 31 dicembre 2007, ma il termine è
stato posticipato.
Il 31 luglio 2007 la procura della Repubblica di Napoli ha chiesto
il rinvio a giudizio di Antonio Bassolino, commissario straordinario
per l’emergenza rifiuti dal maggio 2000 al febbraio 2004, di
Piergiorgio e Paolo Romiti, e di altre 25 persone fra pubblici funzionari
e dirigenti Impregilo. I reati ipotizzati dai pm partenopei sono truffa
aggravata e continuata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture.
Altro che eco-vescovi, fondamentalisti ambientali e disoccupati organizzati.
I rifiuti sono un enorme business, e ci guadagnano tutti: sono una
risorsa per le imprese, per la politica, per la Camorra, una risorsa
pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Lo scrive Roberto
Saviano su La Repubblica del 5 gennaio 2008: “Non è affatto
la Camorra ad aver innescato l’emergenza campana. La Camorra
non ha piacere nel creare emergenze, la Camorra non ne ha bisogno
(a differenza dei politici locali, n.d.a.), i suoi interessi
e i suoi guadagni, sui rifiuti come su tutto il resto, li fa sempre,
li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e
con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri
interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto
del Paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede
di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli”.
Basta leggere il suo Gomorra (Mondadori, 2006), per
rendersi conto che il contesto criminoso non è separabile dal
funzionamento del sistema economico, e non stiamo parlando del sistema
campano e nemmeno di quello italiano, ma proprio del sistema economico
tout court. Ci si ostina a considerare il dato emergenziale come un
problema locale, quando sarebbe sufficiente valutarlo con attenzione
per risalire in dimensione, da regionale a nazionale, da nazionale
a internazionale. Certo, su nessun manuale di economia si parla della
criminalità organizzata come di un gruppo di imprenditori modello,
necessari al buon funzionamento del sistema, ma la realtà è
questa.
Lo smaltimento è un costo che nessuna azienda sente come necessario,
sebbene i rifiuti rappresentino sempre il sottoprodotto, molto spesso
gravemente tossico, della fabbricazione di beni. La figura che i clan
camorristici si sono inventati per gestire questa miniera d’oro
è quella dello stakeholder, ossia del mediatore. Laureati,
bella presenza, si diventa mediatori dopo qualche anno passato in
Usa o in Inghilterra a specializzarsi in politiche dell’ambiente,
per imparare come si trattano i rifiuti tossici, come aggirare le
norme, come avvicinare la comunità imprenditoriale con scorciatoie
clandestine. Gli stakeholder campani si presentano quindi dai proprietari
delle imprese chimiche, delle concerie, delle fabbriche di plastica
di tutto il Paese e propongono il loro listino prezzi. A differenza
dei mediatori legali, sono in grado di offrire un servizio tutto incluso
(trasporto compreso), e per di più a prezzi bassissimi: il
costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici varia
da 21 a 62 centesimi al chilo, e i clan forniscono lo stesso servizio
a 9 o 10 centesimi al chilo. Per esempio, questi individui sono riusciti
nel 2004 a garantire che ottocento tonnellate di terre contaminate
da idrocarburi, di proprietà di un’azienda chimica, fossero
trattate a 25 centesimi al chilo, con un risparmio dell’80%
sui prezzi ordinari.
Unendo tutti i dati emersi dalle inchieste condotte dalla procura
di Napoli e da quella di Santa Maria Capua Vetere dalla fine degli
anni ’90 a oggi, è possibile quantificare il vantaggio
economico per le imprese che si sono rivolte alla Camorra in 500 milioni
di euro. Ma, dato che le inchieste giudiziarie hanno scoperto solo
una percentuale parziale delle infrazioni, ne deriva che moltissime
aziende del nord Italia sono riuscite a crescere, ad assumere, a rendere
competitivo l’intero sistema industriale del Paese al punto
da poterlo spingere in Europa, anche grazie ai vantaggi di costo assicurati
dall’intervento della criminalità organizzata. L’operazione
Cassiopea del 2003 ha dimostrato che ogni settimana partivano dalle
regioni del nord quaranta tir ricolmi di rifiuti – cadmio, zinco,
scarti di vernici, fanghi da depuratori, plastiche, arsenico, piombo
– che venivano sversati o interrati nel territorio campano,
trasformandolo in un’unica, enorme discarica. Si stima che negli
ultimi cinque anni in Campania siano stati smaltiti illegalmente circa
tre milioni di tonnellate di rifiuti speciali, di cui un milione nella
sola provincia di Caserta.
Ma le cose non funzionano così solo in Italia: gli stakeholder
cinesi, allievi dei clan nostrani, hanno imparato a trattare con le
aziende europee, sempre a caccia di nuovi modi per migliorare la propria
competitività, e propongono loro prezzi e soluzioni efficaci.
A Rotterdam la polizia portuale olandese ha scoperto nel 2005, in
partenza per la Cina, mille tonnellate di rifiuti urbani inglesi spacciati
per carta da riciclare. Un milione di tonnellate di rifiuti high tech
partono ogni anno dall’Europa e vengono sversati nella provincia
di Hong Kong, intombati, stipati sottoterra, affondati nei laghi artificiali.
Come nel casertano. E nuovi territori da convertire a discarica sono
quelli delle vie del narcotraffico, Albania e Costarica, ma anche
Romania, Mozambico, Somalia e Nigeria. Da Milano a Napoli, da Londra
a Guiyu, trasi munnezza, esce oro.
La Camorra, racconta Roberto Saviano, chiama se stessa “il
sistema”. Così imprese, politici, stakeholder non lavorano
per i clan, ma per il sistema. Questo non è un paradosso, quando
si comincia a intravedere che non esistono due entità distinte,
una illegale al sud e una legale al nord, ma due organismi profondamente
interrelati, che hanno bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere:
dal sistema al Sistema. La chiamata di Gianni De Gennaro, uomo con
la laurea e con la pistola, a commissario straordinario, appare a
questo punto assolutamente in linea con la più abietta continuità:
l’emergenza campana va risolta senza compromettere l’ordine
pubblico. L’ordine che prima degli interessi dei cittadini serve
gli interessi dell’economia, legale e illegale, e della politica
sua ancella. Prova ne sia la natura del mandato dato all’ex
capo della polizia (imputato al processo per i fatti di Genova del
2001), che gli permette di agire anche in deroga alle leggi sulla
salute e sull’ambiente: gli interessi di chi fa affari sono
gli unici beni da difendere, e se i bambini nascono malformati, le
banconote no.
Giovanna Baer