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dicembre 2011- gennaio 2012
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Termovalorizzatori,
incentivi pubblici e mafia: la lucrosa economia dei rifiuti |
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“Robbè,
cos’è un uomo senza laurea con la pistola?” “Uno stronzo con la pistola”. “E cos’è un uomo con la laurea senza pistola?” “Uno stronzo con la laurea”. “E cos’è un uomo con la laurea e con la pistola?” “Un uomo, papà!” “Bravo Robertino”. da Gomorra di Roberto Saviano 29 gennaio 2008. Da un paio di settimane la spazzatura di Napoli
è scomparsa dai telegiornali (dopo essere stata la notizia
eccellente per più di un mese), soppiantata dai guai giudiziari
della famiglia Mastella (anch’essa campana) e dalla conseguente
crisi di governo, quando finalmente il nuovo super commissario De
Gennaro (ex capo della polizia, senza nessuna competenza in materia
ambientale o sullo smaltimento dei rifiuti) aggiorna via etere la
popolazione sui risultati ottenuti dal suo piano per l’emergenza:
“Servono più soldi” dice. Come nota giustamente l’ultima relazione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti per la Campania, “discorrere di un’emergenza che dura ormai da quattordici anni costituisce un evidente ossimoro”. In questo periodo di tempo, sempre sotto l’egida emergenziale, sono stati bruciati più di otto miliardi di euro, comprensivi di spesa corrente (7.800 milioni) e investimenti (290 milioni). Inoltre, fra risorse nazionali ed europee (ma queste ultime sono attualmente in forse, come ha fatto sapere il commissario europeo all’ambiente Stavros Dimas, a meno di un drastico cambiamento di rotta) nei prossimi anni dovrebbero giungere alla Regione altri 12 miliardi di euro “per il completamento del ciclo integrato dei rifiuti”, che nessuno sa se sia mai cominciato, o quando. Otto miliardi di euro in quindici anni e altri dodici in arrivo. Non pare davvero che siano i soldi il problema. Infatti, ciò che urlano a gran voce, amplificati dai media, i vari commissari via via chiamati a combattere contro l’ossimoro, è che servono gli inceneritori, anzi, i termovalorizzatori, come affettuosamente sono definiti dalla folta schiera di fan piromani. Bassolino (presidente della Regione Campania ed ex commissario
per l’emergenza rifiuti) in primis, che nella sua lettera
a Eugenio Scalfari del 7 gennaio lamenta su La Repubblica di essere
stato bloccato nella sua opera verso il moderno smaltimento della
munnezza da vescovi scapestrati, eco-fondamentalisti e
disoccupati organizzati. Forse, si potrebbe malignamente notare,
perché del tesoretto erogato per risolvere i problemi i vescovi,
gli eco-fondamentalisti e i disoccupati organizzati campani non
ne hanno vista nemmeno una briciola, e anzi pagano la tassa sui
rifiuti più alta d’Italia (244 euro contro i 206 della
media nazionale). O forse per qualche altra ragione ben più
consistente. Ma tant’è. La macchina istituzionale secondo
lui è stata bloccata per quasi vent’anni da dissennati
oppositori del fuoco purificatore, e altre ragioni non ve ne sono. Che cos’è un termovalorizzatore? La prima è che il termine è fuorviante, dal momento che secondo tutte le moderne teorie di gestione le uniche modalità per valorizzare i rifiuti sono il riuso e il riciclo, mentre l’incenerimento costituisce null’altro che smaltimento, tutt’al più con recupero energetico; secondariamente il processo di incenerimento crea grossi problemi di igiene ambientale. Poniamo il caso delle diossine, inquinanti organici persistenti e sottoposti alla convenzione di Stoccolma. Sono classificate dagli organismi sanitari nazionali e internazionali, in particolare dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (AIRC), come “sicuramente cancerogene”, e si sviluppano quando materiale organico è bruciato in presenza di cloro, per esempio quello contenuto nel normale sale da cucina o nella plastica delle bottiglie d’acqua. Questa è la ragione per cui gli esasperati cittadini napoletani venivano implorati dalle autorità sanitarie di non dare fuoco ai mucchi di immondizia maleodoranti: i roghi contenenti resti di cibo e plastiche avrebbero esalato i fumi venefici, sotto forma di polveri particolarmente sottili (particolati) che non si disperdono nell’atmosfera, ma si spostano coi venti finché non cadono a terra dove, attraverso il fenomeno del bioaccumulo, risalgono la catena alimentare umana concentrandosi via via, a partire dai vegetali, passando per gli animali (prima gli erbivori e poi i carnivori), per arrivare infine all’uomo. Data la loro tendenza ad accumularsi negli esseri viventi, anche un’esposizione prolungata a livelli minimi può recare danni gravissimi. La diossina è una sostanza molto stabile, come sottolinea Federico Valerio dell’Istituto dei tumori di Genova: “Ci vogliono decine di anni perché scompaia dai terreni contaminati e, assunta attraverso il cibo, si concentra nel tessuto adiposo. L’accumulo progressivo è la caratteristica più subdola e pericolosa di questa sostanza che, grazie al mercato globale, può colpire anche molto lontano dal luogo in cui si è formata. D’altro canto, per colpa di dissennate tecniche di alimentazione degli animali di allevamento che utilizzano grassi animali, la concentrazione della diossina aumenta, nell’ultimo anello della catena alimentare, anche migliaia di volte rispetto al valore iniziale, e l’ultimo anello della catena è sempre l’uomo”. Gli inceneritori bruciano rifiuti che contengono sicuramente
componenti organiche e composti del cloro, e dunque producono sempre
diossina. Anzi, l’incenerimento dei rifiuti continua a essere
la principale fonte di diossine sul nostro pianeta, e nel 1995 costituiva
ancora il 40% delle emissioni complessive. Si sono tuttavia fatti
passi avanti significativi nella loro riduzione: innanzitutto, attraverso
la raccolta differenziata si può dividere la parte nobile,
cioè riciclabile, dei rifiuti (plastica, vetro, alluminio,
legno, metalli) da quella non riciclabile, con conseguente contrazione
della quota totale da smaltire. Una ulteriore distinzione viene
poi effettuata fra la parte organica (il cosiddetto umido) che viene
trattata in modo da diventare compost (fertilizzante per
l’agricoltura) e la parte secca che, attraverso impianti di
combustibile da rifiuti (CDR) viene trasformata in ecoballe.
Solo le ecoballe, che devono rispondere a precise caratteristiche
normative, possono essere bruciate negli inceneritori. Secondariamente,
è fondamentale controllare i parametri della combustione
e della post combustione, perché il livello delle diossine
si abbatte drasticamente sopra gli 850 gradi di temperatura, ed
effettuare in aggiunta un intervento specifico di chemiassorbimento,
ossia fare condensare i vapori di diossina sulla superficie di carboni
attivi, che li assorbono come una specie di spugna. Come spiega Guido Viale, economista ambientale, “innanzitutto
i rifiuti sono un materiale molto poco omogeneo, con grandi variazioni
di potere calorifico: basta uno sbalzo di temperatura e l’abbattimento
degli inquinanti va in tilt, e sempre nella speranza che nel materiale
conferito non siano state nascoste sostanze tossiche come nelle
ecoballe campane (contenenti arsenico, n.d.a.)”. E la diossina è solo uno degli inquinanti che compongono
il mix di fumi emessi. Le ricerche scientifiche mostrano risultati
chiarissimi: chi vive nelle vicinanze di un inceneritore corre un
rischio sensibilmente più alto di contrarre il cancro. La
relazione realizzata dall’Istituto oncologico veneto e dall’Assessorato
alle politiche sanitarie della regione Veneto intitolata Il
rischio di sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale
a diossine emesse dagli inceneritori: studio caso controllo nella
provincia di Venezia, per citare solo una delle pubblicazioni
sull’argomento, afferma a conclusione delle sue indagini che
“nella popolazione esaminata risulta un significativo eccesso
di rischio di sarcoma, correlato sia alla durata che alla intensità
dell’esposizione”, e che “gli inceneritori con
più alto tasso di rilascio in atmosfera sono stati quelli
che bruciavano rifiuti urbani”. Proprio come gli esemplari
in completamento ad Acerra e in via di costruzione a Santa Maria
la Fossa. Per di più l’ultimo rapporto dell’Organizzazione
mondiale della sanità (Trattamento dei rifiuti in Campania:
impatto sulla salute umana. Correlazione fra rischio ambientale
da rifiuti, mortalità e malformazioni congenite) mostra
nella regione una situazione già gravemente compromessa:
più 12% di patologie tumorali rispetto alla media italiana.
Alla voce dell’Oms si aggiunge quella dell’autorevole
rivista The Lancet Oncology che ha denunciato, fin dal settembre
2004, un aumento dei tumori al fegato del 24% nei territori delle
discariche, mentre i casi di danni fetali sono, in queste zone,
l’80% in più rispetto alla media nazionale. Nessuna
sorpresa che le popolazioni interessate non vogliano nemmeno sentire
parlare di inceneritori, viste le precarie condizioni sanitarie,
ben oltre lo stato d’allarme, in cui già ora sono costrette
a vivere. Prima di rispondere bisogna tuttavia sgombrare il campo da un altro
equivoco, e cioè che il termovalorizzatore sia un investimento
economico conveniente, se non igienico (ma su questo aspetto i sostenitori
sorvolano o minimizzano), dal momento che produce energia, tanto
più preziosa quanto più elevato risulta il deficit
energetico del nostro Paese. Sovvenzioni pubbliche, cioè centinaia di milioni di euro
che finiscono nelle tasche dei gestori degli impianti, sotto forma
di incentivi alla produzione di energia elettrica. Le modalità
di finanziamento sono due: il pagamento maggiorato per otto anni
dell’elettricità prodotta (incentivi Cip6), oppure
il pagamento dei cosiddetti “certificati verdi” che
il gestore dell’impianto può rivendere nei successivi
dodici anni. I certificati verdi invece corrispondono a una certa quantità
di emissioni di CO2: se un impianto produce energia da fonti rinnovabili
emettendo meno CO2 rispetto a un impianto alimentato da fonti fossili,
il gestore ottiene dei certificati verdi rivendibili a quelle industrie
o attività le quali, sebbene obbligate per legge a produrre
una quota di energia mediante fonti rinnovabili, non lo fanno in
maniera autonoma. Come è chiaro, il gioco funziona se i rifiuti vengano considerati
fonte rinnovabile. L’Italia li considera tali, ma qualcuno
si è messo di traverso. Secondo la normativa europea, solo
la parte organica dei rifiuti può essere considerata rinnovabile
(il cosiddetto umido), mentre la parte restante non è altro
che materiale da smaltimento, per il quale è esclusa esplicitamente
la valenza di recupero. Tuttavia senza incentivi, principale fonte di guadagno delle società di gestione, gli inceneritori smettono di essere remunerativi: prova ne sia l’intensa attività di pressione esercitata sul Parlamento in merito alla loro cancellazione dalla finanziaria 2007. Per eliminare l’infrazione alle norme europee il testo, a lungo dibattuto, ha escluso dagli incentivi tutte le fonti assimilate a quelle rinnovabili, ivi compresi i rifiuti, ma ha concesso deroga “agli impianti realizzati e operativi”. È stato previsto un tempo di tre mesi per concedere delle eccezioni a impianti già autorizzati, ma non ancora operativi (si tratta di undici inceneritori, fra cui Acerra e Santa Maria la Fossa), con priorità a quelli in realizzazione, da parte del ministro dello Sviluppo economico, sentite le commissioni parlamentari competenti. E l’eterna emergenza campana non merita forse un’eccezione? Nell’estate 1997 il governatore della Campania e commissario speciale ai rifiuti, Antonio Rastrelli, candidato di Alleanza Nazionale (ma lui si definisce fascista) eletto due anni prima per la lista del Polo delle Libertà, vara finalmente il Piano regionale per lo smaltimento dei rifiuti. Il piano prevede: il trattamento dei rifiuti ingombranti; un adeguato sistema di trasporti; la separazione, grazie alla raccolta differenziata, delle frazioni nobili da quelle umide e piazzole per lo stoccaggio temporaneo. “In teoria – afferma Antonello Caporale nel suo Impuniti (Baldini Castaldi Dalai Editore, 2007) – un ciclo virtuoso che dovrebbe portare addirittura alla scomparsa delle discariche, considerato che dei rifiuti non si dovrebbe buttare niente, fra la trasformazione in concime e la produzione di energia. Fiore all’occhiello del piano sono infatti la costruzione di sette impianti di CDR (combustibile da rifiuti) e due inceneritori con recupero energetico”. I CDR dovrebbero produrre le ecoballe da inviare ai termovalorizzatori. Rastrelli fa appena in tempo ad avviare il bando per l’aggiudicazione dell’intero servizio di smaltimento, realizzazione delle strutture compresa, che viene ribaltato dai mastelliani passati al centrosinistra (il governo Prodi non è la prima vittima del signore di Ceppaloni). La procedura utilizzata per la gara sarà quella della licitazione privata, e pertanto vi potranno partecipare soltanto le imprese invitate dall’Amministrazione, ossia gli amici. Presidente della Regione diventa l’ex Dc Andrea Losco e il mega-appalto viene vinto dalla Fibe-Fisia che fa capo all’Impregilo, l’azienda italiana leader nelle costruzioni controllata da Cesare Romiti (quello della Fiat, a proposito di amici) e dai suoi figli. A essere decisivo non è solo il prezzo, il più basso per ogni chilo di rifiuti: 83 lire contro le 110 richieste dalla cordata rivale guidata dall’Enel, che pure riporta i punteggi più alti quanto alle caratteristiche tecniche e al valore dell’opera, ma anche i tempi di messa in esercizio degli impianti: 300 giorni contro 395. Con la scusa dello stato di emergenza, infatti, “l’aggiudicazione avviene tenendo conto soprattutto delle tempistiche di realizzazione tralasciando valutazioni di carattere scientifico e rinunciando a ogni previsione di impatto ambientale” (Beni Trezza in La guerra dei rifiuti, Edizioni Alegre 2007). L’investimento iniziale è previsto in 670 milioni di euro e inoltre, per perseguire l’obiettivo di raccolta differenziata previsto dal piano, nel 1999 viene avviato l’impiego a tempo determinato nei consorzi di bacino di lavoratori socialmente utili (i disoccupati campani arriveranno a versare fino a otto milioni di lire per essere inseriti nelle liste dei consorzi), sulla base di un progetto presentato da Italia Lavoro spa – l’agenzia del ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, del ministero della Solidarietà sociale e delle altre amministrazioni centrali dello Stato – per la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell’occupazione e dell’inclusione sociale. Oggi il numero dei lavoratori risulta essere superiore a 2.400 e il loro utilizzo trasformato a tempo indeterminato con una ordinanza commissariale del 2001, a fronte di percentuali di raccolta differenziata del tutto irrisorie (intorno al 10%) rispetto al costo sostenuto: più di 60 milioni di euro all’anno solo per le retribuzioni. Nel 2000 viene eletto Bassolino, e anche lui assomma alla carica
ordinaria di presidente della Regione quella straordinaria di commissario
ai rifiuti. I siti individuati per la costruzione degli impianti
di CDR sono Caivano, Tufino e Giugliano (Napoli), Battipaglia (Salerno),
Pianodardine (Avellino), Casalduni (Benevento) e Santa Maria Capua
Vetere (Caserta), fra le proteste delle popolazioni coinvolte, giustamente
allarmate dalle proiezioni di impatto ambientale: inquinamento e
malattie mortali in ulteriore aumento. I cittadini campani assistono sconvolti, allora come oggi, allo spettacolo della disperata ricerca di buchi in cui rovesciare schifezze più o meno tossiche, mentre le autorità fingono di ignorare come fra i ‘possessori di buchi’ un posto in prima fila sia riservato ad aziende di proprietà della Camorra. In Campania, infatti, il monopolio delle costruzioni fa capo alle attività dei clan e per le costruzioni c’è bisogno di sabbia, e per la sabbia di cave. Quando queste si esauriscono, si trasformano in eccellenti siti di stoccaggio, che possono essere venduti a peso d’oro e senza troppi controlli grazie alla pressione emergenziale. Altre cave dismesse o terreni abbandonati verranno acquistati da parte di prestanome dei boss e rivendute nello stesso giorno alla Impregilo, con atti stipulati dal medesimo notaio, a prezzi maggiorati fino a cinque volte. Di nuovo, trasi munnezza, esce oro. Nel frattempo, i lavori di costruzione dei CDR e quelli dei due termovalorizzatori sono completamente sfasati: ad Acerra dovrebbero terminare nel 2008, mentre a Santa Maria la Fossa non sono ancora iniziati. Per di più, a causa del completo fallimento della raccolta differenziata, gli impianti di CDR, di cui solo cinque su sette risultano in produzione alla fine del 2004 (cinque anni dopo l’aggiudicazione della gara) lavorano come peggio non si potrebbe. Rileva una delle relazioni delle inchieste parlamentari: “Il CDR prodotto non risponde ai requisiti richiesti: fra le molte anomalie sono state rinvenute percentuali di arsenico superiori ai limiti imposti, oltre che a oggetti interi, a esempio una ruota completa di cerchione e pneumatico. Il cosiddetto CDR analizzato è pertanto da definirsi semplicemente rifiuto solido urbano tal quale”. Quindi, come nota giustamente Antonello Caporale, le ecoballe prodotte non hanno niente di eco, sono balle e basta. In compenso, dal 1994 al 2004 le somme impegnate dal commissariato ammontano a quasi 900 milioni di euro, a cui va aggiunto il costo dei lavoratori socialmente utili, 145 milioni di euro. Non sono le uniche cifre del collasso. Oggi in Campania ci sono cinque milioni di non-ecoballe accumulate in decine di siti, molti dei quali chiusi e abbandonati. Un “nauseabondo serpentone di 7500 chilometri, oltre mille più della Muraglia cinese” hanno scritto il 17 maggio 2007 Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corsera, e il peggio non era ancora arrivato. L’inadempimento da parte di Impregilo degli obblighi contrattuali, certificato nel 2005 (commissario Catenacci), ha portato alla formale risoluzione del contratto, sancito dal dl n. 245/05 e convertito in legge il 27 gennaio 2006. L’individuazione del nuovo affidatario sarebbe dovuta avvenire entro il 31 dicembre 2007, ma il termine è stato posticipato. Il 31 luglio 2007 la procura della Repubblica di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio di Antonio Bassolino, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti dal maggio 2000 al febbraio 2004, di Piergiorgio e Paolo Romiti, e di altre 25 persone fra pubblici funzionari e dirigenti Impregilo. I reati ipotizzati dai pm partenopei sono truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture. Altro che eco-vescovi, fondamentalisti ambientali e disoccupati organizzati. I rifiuti sono un enorme business, e ci guadagnano tutti: sono una risorsa per le imprese, per la politica, per la Camorra, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Lo scrive Roberto Saviano su La Repubblica del 5 gennaio 2008: “Non è affatto la Camorra ad aver innescato l’emergenza campana. La Camorra non ha piacere nel creare emergenze, la Camorra non ne ha bisogno (a differenza dei politici locali, n.d.a.), i suoi interessi e i suoi guadagni, sui rifiuti come su tutto il resto, li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del Paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli”. Basta leggere il suo Gomorra (Mondadori, 2006), per rendersi conto che il contesto criminoso non è separabile dal funzionamento del sistema economico, e non stiamo parlando del sistema campano e nemmeno di quello italiano, ma proprio del sistema economico tout court. Ci si ostina a considerare il dato emergenziale come un problema locale, quando sarebbe sufficiente valutarlo con attenzione per risalire in dimensione, da regionale a nazionale, da nazionale a internazionale. Certo, su nessun manuale di economia si parla della criminalità organizzata come di un gruppo di imprenditori modello, necessari al buon funzionamento del sistema, ma la realtà è questa. Lo smaltimento è un costo che nessuna azienda sente come necessario, sebbene i rifiuti rappresentino sempre il sottoprodotto, molto spesso gravemente tossico, della fabbricazione di beni. La figura che i clan camorristici si sono inventati per gestire questa miniera d’oro è quella dello stakeholder, ossia del mediatore. Laureati, bella presenza, si diventa mediatori dopo qualche anno passato in Usa o in Inghilterra a specializzarsi in politiche dell’ambiente, per imparare come si trattano i rifiuti tossici, come aggirare le norme, come avvicinare la comunità imprenditoriale con scorciatoie clandestine. Gli stakeholder campani si presentano quindi dai proprietari delle imprese chimiche, delle concerie, delle fabbriche di plastica di tutto il Paese e propongono il loro listino prezzi. A differenza dei mediatori legali, sono in grado di offrire un servizio tutto incluso (trasporto compreso), e per di più a prezzi bassissimi: il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici varia da 21 a 62 centesimi al chilo, e i clan forniscono lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. Per esempio, questi individui sono riusciti nel 2004 a garantire che ottocento tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, di proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate a 25 centesimi al chilo, con un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. Unendo tutti i dati emersi dalle inchieste condotte dalla procura
di Napoli e da quella di Santa Maria Capua Vetere dalla fine degli
anni ’90 a oggi, è possibile quantificare il vantaggio
economico per le imprese che si sono rivolte alla Camorra in 500
milioni di euro. Ma, dato che le inchieste giudiziarie hanno scoperto
solo una percentuale parziale delle infrazioni, ne deriva che moltissime
aziende del nord Italia sono riuscite a crescere, ad assumere, a
rendere competitivo l’intero sistema industriale del Paese
al punto da poterlo spingere in Europa, anche grazie ai vantaggi
di costo assicurati dall’intervento della criminalità
organizzata. L’operazione Cassiopea del 2003 ha dimostrato
che ogni settimana partivano dalle regioni del nord quaranta tir
ricolmi di rifiuti – cadmio, zinco, scarti di vernici, fanghi
da depuratori, plastiche, arsenico, piombo – che venivano
sversati o interrati nel territorio campano, trasformandolo in un’unica,
enorme discarica. Si stima che negli ultimi cinque anni in Campania
siano stati smaltiti illegalmente circa tre milioni di tonnellate
di rifiuti speciali, di cui un milione nella sola provincia di Caserta. La Camorra, racconta Roberto Saviano, chiama se stessa “il
sistema”. Così imprese, politici, stakeholder non lavorano
per i clan, ma per il sistema. Questo non è un paradosso,
quando si comincia a intravedere che non esistono due entità
distinte, una illegale al sud e una legale al nord, ma due organismi
profondamente interrelati, che hanno bisogno l’uno dell’altro
per sopravvivere: dal sistema al Sistema. La chiamata di Gianni
De Gennaro, uomo con la laurea e con la pistola, a commissario straordinario,
appare a questo punto assolutamente in linea con la più abietta
continuità: l’emergenza campana va risolta senza compromettere
l’ordine pubblico. L’ordine che prima degli interessi
dei cittadini serve gli interessi dell’economia, legale e
illegale, e della politica sua ancella. Prova ne sia la natura del
mandato dato all’ex capo della polizia (imputato al processo
per i fatti di Genova del 2001), che gli permette di agire anche
in deroga alle leggi sulla salute e sull’ambiente: gli interessi
di chi fa affari sono gli unici beni da difendere, e se i bambini
nascono malformati, le banconote no.
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