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33
giugno - settembre 2013
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Inchiesta |
| Crisi economica? Licenzia
l’italiano e assumi l’immigrato Lavoro: le nuove politiche del governo (1ª parte) di Davide Corbetta |
(Paginauno n. 24, ottobre - novembre 2011) QUI la seconda parte dell'inchiesta |
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Clandestino o regolare,
l’extracomunitario, numeri e leggi alla mano, conviene: come
e perché l’occupazione degli immigrati risulta quella
favorita da un governo che sbraita ‘lavoro agli italiani’ |
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Nel giugno scorso,
la Commissione europea ha reso pubblica la “Relazione annuale
sull’immigrazione e l’asilo 2010” (1). L’obiettivo
dichiarato è quello di promuovere l’integrazione dei
cittadini immigrati nella Comunità, sia per la loro
funzione demografica, sia per la loro intrinseca capacità di
incentivare l’economia locale e internazionale, attraverso il
proprio ingresso nel mercato del lavoro. La sollecitazione a migliorare
l’inserimento degli extracomunitari nel tessuto sociale, ma
specialmente in quello economico/lavorativo, è figlia del calo
dei permessi di soggiorno riscontrato nel 2009 (anno di inizio della
crisi economica): meno 8%, seguito da una diminuzione dei permessi
per attività retribuite pari al 28%. Come in ogni mercato, il punto sembra essere quello
di riequilibrare la curva della domanda e quella dell’offerta,
equilibrio che la Commissione ha previsto di raggiungere nel 2020
attraverso un ‘pacchetto di rilancio’ (Europa 2020) con
cui si intende portare il tasso di occupazione al 75%. Con quale obiettivo?
Per creare un’Europa multiculturale in cui il diritto al lavoro
dignitoso e regolare sia riconosciuto a tutti i cittadini, immigrati
compresi? Per questa ragione già dal 2012 la Commissione,
di concerto con i governi nazionali, metterà in atto una serie
di ‘strumenti’ o ‘provvedimenti’ (2) che agevoleranno
l’accesso al mondo del lavoro, quindi alla vita economica e
sociale, del cittadino extracomunitario. Una serie di manovre che
andranno a vantaggio tanto degli Stati accoglienti, in carenza di
manodopera, quanto degli immigrati, che oltre a trovare un’occupazione
potranno accrescere le proprie competenze. Occupazione e disoccupazione, italiana e
straniera
Tirando le somme, secondo il documento, nel triennio
preso in esame la media complessiva della disoccupazione è
aumentata di 1,6 punti percentuali, corrispondenti a 385mila disoccupati
in più, e a 554mila posti di lavoro in meno. A questa flessione
non poteva che corrispondere una diminuzione delle ore lavorate, alle
quali le aziende (specie nei settori industriali) hanno tentato Anche per chi non è addentro a queste ‘logiche
di mercato’, possono quindi risultare stonate le richieste della
Commissione europea di favorire l’aggiunta di nuova manovalanza
in un mercato nazionale del lavoro già in difficoltà,
e nel quale l’apporto della forza immigrata, regolare e irregolare,
ha un tasso occupazionale sempre in crescita, nonostante le difficoltà
dovute alla crisi. Infatti, sebbene il rapporto di Italia Lavoro evidenzi
come le differenze, nella percentuale di occupazione straniera, possano
derivare non solo da un nuovo lavoro effettivo ma anche dall’incremento
dei soggetti immigrati registrati all’anagrafe (registrazione
che non avviene al momento dell’ingresso in Italia, e quindi
può succedere ad anni di lavoro irregolare mai registrato)
è tuttavia vero che nel Belpaese la manodopera straniera è
molto richiesta, specialmente quella non qualificata. Decreto flussi e sanatoria Due strumenti, il Decreto e la sanatoria, che in
un uno stile tutto italiano si scambiano spesso di ruolo, tanto che
risulta difficile capire perché si continui a chiamarli con
nomi diversi, quando col Decreto la maggioranza delle quote è
aggiudicata a lavoratori già presenti sul territorio, sfruttati
e in certi casi schiavizzati, fino alla regolarizzazione. Si lascia
così spazio all’entrata di nuovi lavoratori irregolari
– che potranno avere la possibilità di legalizzarsi con
la successiva sanatoria/decreto flussi – e all’uscita
di chi è costretto a rientrare in patria (clandestinamente)
per ritirare il visto, assentandosi dal posto di lavoro regolare appena
aggiudicato. Una procedura che genera ogni anno migliaia di truffe,
coinvolgendo quei lavoratori e datori di lavoro che, per la compilazione
della domanda di regolarizzazione, si affidano inconsapevolmente a
uffici mariuoli, e poi vengono rimandati al Tar in attesa che si pronunci
per i ricorsi contro i dinieghi (ricorsi di recente, con circolare
n. 4027 del 26 maggio 2011, sospesi dal ministero fino a data da destinarsi,
per migliaia di casi).
Permesso di soggiorno: la stagionalità
utile alle imprese In secondo luogo perché, se le imprese attingono
da questo ben più comodo mercato per soddisfare le proprie
necessità, diminuisce inevitabilmente il movimento straniero
nel mercato ufficiale, che quindi in proporzione vede aumentare le
assunzioni dei lavoratori italiani. Il soggiorno viene regolamentato dall’art.
5 del Testo unico sull’immigrazione (ne sono esclusi i richiedenti
asilo politico e umanitario). Il documento deve essere richiesto entro
otto giorni lavorativi dall’ingresso nel territorio, ed è
subordinato a rilievi fotodattiloscopici; il rilascio, ma anche il
rinnovo, avvengono solo con il versamento di una quota che va dagli
80 ai 200 euro, destinata a un Fondo rimpatri; ma ciò che riguarda
più da vicino l’immigrato in cerca di occupazione (considerando
che più del 60% delle richieste di permesso è per motivi
di lavoro), è la durata di questo pass d’accesso.
Una scadenza, dunque, come un qualsiasi medicinale,
che obbliga lo straniero ad attivarsi almeno sessanta giorni prima
per ottenere il rinnovo, sempre previa verifica delle condizioni necessarie
per l’ottenimento dello stesso, e versamento della dovuta quota
al Fondo rimpatri. Mancanti i requisiti si procede alla revoca del
permesso di soggiorno, con tutto ciò che ne consegue: perdita
del posto di lavoro (se non è questa la causa della mancata
concessione del rinnovo) e, nella peggiore delle ipotesi, espulsione
dal territorio. Esistono anche permessi di soggiorno che prevedono una durata a tempo indeterminato, salvo che i richiedenti rispettino alcune condizioni specifiche: permesso rinnovato regolarmente e con continuità da almeno cinque anni, reddito adeguato (specialmente in caso si debba mantenere una famiglia), alloggio che rientri nei requisiti minimi degli alloggi di edilizia residenziale pubblica e fedina penale pulita. A questo si accompagna un “accordo di integrazione, articolato per crediti, con l’impegno a sottoscrivere specifici obiettivi di integrazione, da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno” (6). Un accordo che crea un meccanismo vizioso in cui il mantenimento del permesso è subordinato al raggiungimento degli obiettivi, e il raggiungimento degli obiettivi a un lavoro regolare, che è considerato tale solo se si ha in tasca il permesso di soggiorno.
Ma la crisi non è stata solo delle imprese. Se consideriamo che “lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale”; e che “quanto più si appropria delle forze produttive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero dei cittadini che esso sfrutta” (7), guardando alla crisi del capitalista collettivo – quella del debito pubblico – dobbiamo considerare in questa inchiesta altri due mercati, oltre quello del lavoro fin qui analizzato: quello delle tasse e quello dell’edilizia.
QUI la seconda parte dell'inchiesta
(1) http://ec.europa.eu/home-affairs/news/intro/docs/110524/291/1_
IT_ACT_part1_v2.pdf
Leggi anche: Il lavoratore
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