È uscito il numero 53
giugno - settembre 2017

 


La rivista
tutti i numeri
ordina numero
abbonamenti
Contenuti
analisi politica
inchieste
dura lex...
percorsi storici
interviste
critica letteraria
recensioni libri
segnalazioni libri
spunti letterari
racconti
musica
cinema
arte
autori
Contenuti per tema
Europa
NO Expo
privatizzazioni
la sinistra in Italia
la nuova destra in Europa
lavoro e conflitto sociale
politica dell'immigrazione
rapporto cultura, informazione e potere
scontro politica e magistratura
osservatorio sulla mafia
economia criminale
rapporto Stato e Chiesa
politica medioriente
Il progetto Paginauno

la scuola
corsi di giornalismo d'inchiesta, scrittura
creativa e FilmMaking

Comunicazione
newsletter
la stampa
link
contatti
area riservata

 

Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

Carmine Mangone
Il corpo esplicito
saggistica

 

Suzanne Dracius
Rue Monte au Ciel
narrativa

 

Davide Steccanella
Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

Carmine Mezzacappa
Cinema e
terrorismo
saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Fulvio Capezzuoli
Nel nome
della donna
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
in Europa
libro inchiesta

 

Davide Corbetta
La mela marcia
narrativa

 

Honoré de Balzac
Un tenebroso affare
narrativa

 

Anna Teresa Iaccheo
Alla cerca della Verità
filosofia

 

Massimo Battisaldo
Paolo Margini

Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
novantadue
narrativa

 

Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa

 

Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
narrativa

 

Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria

 

 

 

Creative Commons License
Il contenuto di questo sito

coperto da
Licenza Creative Commons

 

Controcronaca del processo in Corte di Assise
al chirurgo Brega Massone

 

18 dicembre 2014

Contro la ricostruzione della docu-fiction Rai
Informazione non significa omissione

 

La prima regola del giornalismo è non omettere informazioni rilevanti e non inserire dati irrilevanti. È una regola di onestà intellettuale che segna il confine tra fare informazione e fare propaganda. Perché un lavoro giornalistico non può mai contenere una vicenda nella sua interezza, ancor meno una vicenda giudiziaria: servirebbero migliaia di pagine o intere giornate di rappresentazione video. Il giornalista è quindi sempre costretto a una sintesi, ed è qui che si misura la serietà e l’indipendenza del suo lavoro: nelle informazioni che decide di inserire e in quelle che decide di omettere; nella sua scelta di cosa considera rilevante.

Giovanni Filippetto, Cristiano Barbarossa e Fulvio Benelli, che a quanto riportato dai titoli di testa hanno scritto la docu-fiction “L’infiltrato – operazione clinica degli orrori” mandata in onda da Rai3 il 13 dicembre scorso, hanno inserito nel docu-film la testimonianza diretta di una paziente di Brega Massone che afferma di essere stata operata inutilmente, omettendo il fatto che esiste una perizia super partes che assolve Brega su quel caso; una perizia in cui è scritto nero su bianco che il chirurgo ha messo in atto le scelte terapeutiche e chirurgiche corrette; una perizia stilata dal dottor Alberto Marassi, responsabile dell'Unità di senologia del San Raffaele di Milano, e dal professor Marco Aurelio Grandi, ordinario di Medicina legale dell'Università degli Studi di Milano (qui abbiamo pubblicato la perizia super partes, le consulenze di accusa e difesa del processo penale e le testimonianze in aula).

La questione della perizia super partes, che non viene mai nominata nei 130 minuti della docu-fiction, è quindi addirittura omessa anche quando i tre autori decidono di mandare in video le parole proprio di quella paziente.
Chi ci legge, o chiunque si sia informato un minimo su questo processo, sa quanto la perizia super partes sia questione fondamentale nella vicenda giudiziaria: sempre negata dal tribunale penale, le uniche esistenti sono quelle di due tribunali civili ai quali due pazienti si sono rivolti per avere risarcimenti, ed entrambe hanno assolto Brega. Due casi che hanno avuto condanna per lesioni dolose nel processo penale, sulla base delle consulenze di parte della procura, e assoluzione in due processi civili, sulla base di due perizie super partes disposte dal giudice (qui la perizia super partes sull'altro caso).

Dove sta la verità? Come sono conciliabili una condanna e una assoluzione? Per noi resta un mistero, ed è quello che abbiamo sempre scritto, denunciando l’assurdità e l’incongruenza e chiedendoci perché il tribunale penale si sia sempre ostinato a negare l’unica prova che conta in un processo medico: una valutazione scientifica terza sui casi clinici, non di parte come quelle di accusa e difesa. Ancor più quando si sente affermare candidamente in aula da un giudice che non sta capendo praticamente nulla di quanto sta dicendo il consulente che ha davanti – ed è ciò che è accaduto in questo processo – e a maggior ragione quando due perizie super partes disposte da altri tribunali assolvono l’imputato.

Filippetto, Barbarossa e Benelli pare invece sappiano dove stia la verità, e hanno conciliato l’inconciliabile semplicemente nascondendo la contraddizione, scegliendo di non fornire ai cittadini, in un format che pretende di inserire il prefisso docu in una fiction, questa informazione.

È l’aspetto più grave del docu-film, perché di tale importanza da evidenziarne la radice: la lettura univoca e parziale. Ma non è l’unico. Toccheremo solo gli aspetti rilevanti, basandoci sui fatti, tralasciando di commentare il ‘sentimento’ e il tono colpevolista che caratterizza l’intera docu-fiction.

L’intercettazione della telefonata del 7 ottobre 2007 tra il professor Legnani e il notaio Pipitone, nella quale Legnani valuta negativamente l’operato di Brega in alcuni casi clinici, inserita nella docu-fiction intorno al minuto 54, è stata tagliata nella parte in cui il professore afferma: “Io... è una situazione molto difficile, perché... io, ho premesso, non ho visto le radiografie, eh? Mi sono basato solo sui referti che sono allegati alle cartelle, non ho visto dal vivo le radiografie perché ci vogliono... centinaia di ore, ecco, per veder tutto assieme, capisce? Quindi mi sono basato solo sulla cartella clinica con i referti allegati”.

Questa parte di telefonata, che Filippetto, Barbarossa e Benelli hanno ritenuto di dover tagliare, è rilevante per due ragioni.
La prima: nel processo si è più volte evidenziato quanto i referti fossero in alcuni casi approssimativi, in altri addirittura non corretti.
La seconda: i consulenti della procura hanno stilato le loro valutazioni senza visionare le immagini (radiografie, TAC, PET) e in più di un caso, nelle udienze dei due processi, quando sono state proiettate in aula hanno avuto non poche difficoltà a tenere ferma la valutazione precedentemente scritta nella consulenza.

A titolo di esempio, emblematico è il capo 46, uno dei quattro casi su cui pende un’accusa di omicidio volontario che ha avuto condanna all’ergastolo per Brega, citato anche nella docu-fiction. In udienza i consulenti della procura hanno dovuto non solo riconoscere la diversità tra quanto scritto nel referto e quanto evidenziato dall’immagine, ma anche che quel nodulo polmonare non poteva essere approcciato con una agobiopsia, come avevano scritto nelle consulenze, a causa della posizione, e che la sua immagine portava a supporne la natura maligna con ben pochi dubbi, se non alcuno, con conseguente valutazione sulla scelta chirurgica effettuata da Brega (qui abbiamo pubblicato consulenze e deposizioni in aula).

Mandare in onda la puntualizzazione di Legnani avrebbe quindi potuto aprire nella docu-fiction la questione delle immagini, un aspetto importante – e scomodo – di questo processo, ma Filippetto, Barbarossa e Benelli non lo hanno fatto. Si può ribattere che la giuria non ha ritenuto rilevante questo aspetto, visto che ha condannato Brega per tutti i casi, ma Filippetto, Barbarossa e Benelli stanno facendo informazione – ricordiamo il prefisso docu – che non significa sposare la tesi di un potere, qualunque esso sia, ma valutare autonomamente il suo operato e criticarlo, se ci sono gli elementi per farlo. E qui elementi ce n’è in abbondanza. E non si tratta di opinioni, ma di fatti.

Vi è poi la questione riguardante l’infermiera Enza La Corte, condannata per favoreggiamento per aver contribuito a nascondere delle prove a carico di Brega – condanna inspiegabile, per chiunque abbia seguito un minimo il processo.
La docu-fiction riporta l’sms di Brega a La Corte del 7 ottobre 2007, nel quale il chirurgo scrive: “Vai in ospedale, nel terzo cassetto ci sono le Tac di tutti i pazienti, passa da dietro, muoviti, fra 30 minuti da te”. La figura dell’infiltrato, nel docu-film, introduce l’sms – e la successiva telefonata, che vedremo – parlando di volontà di “eliminare le prove”.

Questo quanto è emerso nelle udienze del dibattimento, verificabile leggendo le trascrizioni:
- le Tac prese da La Corte sono copie, non originali
- tutte le immagini erano archiviate nel server della clinica, e le copie potevano essere stampate più volte (curiosa “eliminazione di prove”, visto che si possono replicare all’infinito)
- sono le Tac relative ai sette casi in quel momento contestati dalla Asl (per inciso, anche la commissione Asl ha valutato senza aver visto una sola immagine, nonostante nel verbale della riunione del 7 settembre 2007 le lastre vengono definite, dalla stessa commissione, “necessarie” per analizzare i casi clinici)
- Brega è stato licenziato il giorno prima, per questo chiede a La Corte di prendere le Tac e non lo fa lui direttamente
- Brega aveva già iniziato a scrivere la propria difesa nei confronti delle accuse Asl, come si evince anche dalle intercettazioni telefoniche
- le Tac sono quelle che subito dopo Brega consegna ai professori Ernesto Pozzi e Maurizio Mezzetti, a cui il chirurgo si è rivolto per avere una consulenza sui casi Asl; i professori stileranno due relazioni entrando nel dettaglio dei casi clinici, relazioni che Brega invierà poi alla Asl e sulla base delle quali aprirà un ricorso al Tar – che non vedrà la conclusione, per l’intervenuto arresto il 9 giugno 2008: l’udienza era fissata per il 19 giugno

La docu-fiction riporta poi stralci di una telefonata del 12 ottobre 2007, nella quale Brega chiede a La Corte di dire a Pansera di cancellare le cose sul computer del reparto di chirurgia toracica, “tutto ciò che è compromettente, tutto ciò che è inerente alle nostre difese”.
Anche qui, questo è quanto emerso in fase processuale:
- la perizia tecnica del consulente della procura ha stabilito che dal computer nulla è stato cancellato, e Pansera ha sempre negato che La Corte gli avesse riferito la richiesta di Brega
- la procura ha quindi potuto analizzare l’intero contenuto del computer, e quel che ne ha ricavato sono documenti ed email relativi al reato di truffa

Ne abbiamo sempre scritto, sia nel libro che nelle controcronache: è provato, a nostro parere, che ci sia stata truffa in merito ai passaggi di reparto tra acuti e riabilitazione (passaggi amministrativi di cartelle: è stato riconosciuto anche in aula che le cure fornite ai pazienti erano adeguate e corrette), e in merito alla codifica di alcune cartelle relative ai casi di senologia. Questo è quanto di “compromettente” era contenuto nel computer: nulla a che vedere con l’accusa di lesioni dolose e omicidio volontario. Un conto è una truffa, un conto è un omicidio.

Di tutto questo non c’è il minimo accenno nella docu-fiction di Filippetto, Barbarossa e Benelli, solo l’sms e pochi istanti di telefonata che catapultano nell’immaginario collettivo La Corte come una complice e Brega impegnato a eliminare prove di reati di lesione dolosa e omicidio volontario.

Sulle telefonate in generale c’è ben poco da aggiungere a quanto abbiamo già scritto più volte, nel libro – a cui rimandiamo per un’analisi nel dettaglio delle diverse intercettazioni – e nelle controcronache: tagliate, decontestualizzate, forzate nell’interpretazione proprio grazie ai sapienti tagli effettuati. E se l’operazione funziona sui giornali, crea quel sensazionalismo che produce vendite, figuriamoci la viva voce: il successo di pubblico è assicurato. Ma anche qui, fare informazione significa un’altra cosa.

Ne può dare un esempio una delle tante telefonate della dottoressa Galasso mandate in onda nella docu-fiction (rimandiamo qui, alla testimonianza in aula della Galasso, per la valutazione complessiva della strumentalizzazione delle sue intercettazioni all’interno dell’impianto accusatorio): è quella del primo ottobre in cui la dottoressa cita il caso di un ragazzo affetto da Tbc che avrebbe “impestato tutta la classe”. Semplicemente non è mai accaduto. Al punto che non si è speso un solo minuto al processo su questa bufala. Sono le voci che iniziano a girare e non si sa mai dove siano nate, accade sempre quando esplode uno scandalo, e la Galasso riporta un sentito dire. Ma non è lei che deve rendere conto di questo, di quanto ha detto in una telefonata privata con un’amica, in un momento di rabbia; sono Filippetto, Barbarossa e Benelli che devono rendere conto del perché abbiano deciso di inserire, attraverso le parole della Galasso, un’informazione irrilevante perché falsa. La figura dell’infiltrato infatti, non puntualizza che il fatto non sia mai accaduto, e il tutto si inserisce in quel magma sensazionalistico che va a colpire l’immaginario dello spettatore.

Due parole sul caso del “chiodo reimpiantato”, una storia che ha avuto grande eco e ha contribuito a creare l’immagine della ‘clinica degli orrori’. È curioso che quello che è esploso mediaticamente, divenendo un punto fermo nello scandalo, non sia poi mai entrato nell’aula giudiziaria. Al dottor Scarponi è stata mossa l’accusa di truffa per la falsificazione di cartelle cliniche: perché la procura non gli ha imputato il reato di lesioni dolose per questo caso, se aveva gli elementi per farlo? O addirittura di omicidio. Perché per come la docu-fiction rappresenta la vicenda, attraverso le parole della figura dell’infiltrato, non vi è alcun dubbio sul nesso tra il chiodo reimpiantato, sette successive operazioni subite dal paziente, e la sua morte sette mesi dopo. Forse perché questa vicenda è ghiotta da un punto di vista mediatico ma inesistente sotto il profilo giudiziario? E allora che cosa ci fa inserita in una fiction giudiziaria con il prefisso docu? Domanda retorica: fa audience.

Vi sono poi diversi aspetti marginali, che tralasciamo perché irrilevanti sul piano delle accuse rivolte a Brega; ne sottolineiamo giusto uno, a titolo di esempio, per evidenziare l’approccio della docu-fiction.
Al minuto 52 l’attrice che interpreta il pm Tiziana Siciliano afferma che Brega è stato “denunciato per plagio” in merito ad alcune pubblicazioni scientifiche. Stando a quanto emerso nel corso del processo, non esiste alcuna denuncia. In aula si è assistito solo a una noiosa e sterile diatriba tra medici che contestavano l’uno all’altro i dati inseriti nei rispettivi lavori scientifici, come probabilmente accade spesso nell’ambiente medico. Ma una denuncia di plagio è un’altra cosa. È chiaro quindi che nella narrazione della docu-fiction questo dato irrilevante risponde a una sola utilità: inserirsi come piccolo tassello nella costruzione negativa della personalità e della professionalità di Brega.

È importante infine una riflessione sulla realizzazione dell’intera docu-fiction.
Non è facile rendere in video, in modo accattivante e incalzante, per tenere lo spettatore incollato alla poltrona, una investigazione basata sulle intercettazioni telefoniche e sullo studio di documentazione da parte della procura: scene statiche e noiose. Già molti minuti della docu-fiction sono spesi in monotone rappresentazioni di attori che camminano parlando al telefono, non si poteva certo farlo per 130 minuti. Sono state quindi inserite scene di intercettazioni ambientali, di posizionamento di cimici nello studio di Brega alla clinica e nella sua abitazione, ma questo non è mai accaduto. Mai nel processo si è fatto cenno all’utilizzo di questi mezzi investigativi, e nessuna intercettazione ambientale è stata depositata agli atti.
E difatti è facile smontare la veridicità delle scene mostrate nella docu-fiction. Brega è stato licenziato il 6 ottobre 2007; la scena della cimice nel suo studio in Santa Rita manda in onda una intercettazione telefonica (telefonica, non ambientale) del 18 ottobre, quando Brega non lavora più in clinica. E anche la scena mostrata nella casa del chirurgo riporta una intercettazione telefonica, non ambientale.

Gli incontri tra Brega e i pm Pradella e Siciliano poi, inseriti cronologicamente nella docu-fiction nel corso delle indagini, non sono mai avvenuti. Il chirurgo è stato sentito dai pubblici ministeri solo dopo il suo arresto. Ma, le esigenze della fiction, hanno evidentemente imposto una differente rappresentazione. Il punto è che una simile ricostruzione temporale propone un’immagine falsata della consapevolezza del chirurgo in merito al tipo di accuse che la procura muoveva – truffa o lesioni dolose – con conseguente interpretazione forzata delle intercettazioni telefoniche e delle azioni messe in atto da Brega stesso. Due erano infatti le vicende aperte: l’indagine Asl, che contestava l’approccio chirurgico in sette casi, contro cui Brega si stava muovendo fino alla denuncia al Tar, e l’avviso di garanzia della procura per truffa. È solo grazie a questa falsata ricostruzione temporale che viene fornita, per esempio, la suggestione che quando Brega chiede a La Corte di prendere le TAC di tutti i pazienti, lo spettatore crede che quel tutti si riferisca, semplicemente, a tutti, tutti quelli su cui sta indagando la procura, e non ai soli sette casi Asl. E a eliminare la suggestione non basta certo un sottopancia inserito nelle scene dell’interrogatorio, nel quale a caratteri minuscoli viene riportata la data.

Occorre quindi porsi, in conclusione, due interrogativi, uno specifico e uno di ordine generale, entrambi nel merito del preteso suffisso docu.
Il primo è relativo al caso giudiziario: che cosa significa fare informazione, ancor più su un caso giudiziario ancora aperto? Sposare la tesi di un potere e nascondere dati rilevanti come la perizia super partes e la scomoda questione delle immagini? Tagliare ad hoc le intercettazioni telefoniche? Mostrare i magistrati, i pazienti che accusano Brega, i consulenti della procura e mai dare voce agli avvocati, ai consulenti della difesa, ai pazienti che ancora oggi difendono il chirurgo nonostante i loro casi siano stati inseriti nel processo come lesioni dolose? La nostra risposta è NO, questa non è informazione.

Sul piano generale, il format regge? Se per rendere ‘appetibile’ una docu-fiction su un caso giudiziario occorre inventarsi metodi investigativi non attuati e falsare cronologicamente gli accadimenti, è il caso di togliere il prefisso docu. Mai come in questo caso, il medium è il messaggio. E il messaggio è, da una parte, un monumento alla procura – e alla guardia di finanza che, guarda caso, ha dato il suo supporto alle riprese del programma, come da ringraziamenti nei titoli di coda – e dall’altra una ricostruzione suggestiva e non veritiera degli avvenimenti, con buona pace di ciò che significa fare informazione (e siamo all’abc del giornalismo: la cronologia è un tassello sempre fondamentale in una vicenda).

Un Paese civile dovrebbe porsi questi interrogativi. E dovrebbe porseli anche una televisione pubblica che decide di produrre e mandare in onda un simile format, per di più, lo ribadiamo ulteriormente, su un caso giudiziario ancora aperto su cui pende una condanna all’ergastolo. La vicenda Brega Massone ha toccato apici di gogna mediatica fin dal momento dell’arresto del chirurgo. Da lì non si è più usciti, non è più stato possibile né ragionare pubblicamente con lucidità sul caso né fare un’informazione basata sui fatti. I cittadini conoscono nulla di questo processo, se non la narrazione parziale che ha fornito loro l’industria mediatica sempre a caccia del ‘mostro’ per aumentare le vendite. In questo gioco al massacro ora è entrata anche la Rai, con il peso di una docu-fiction mandata in onda in prima serata.

Due parole, infine, sugli attori e gli autori del programma.
I primi recitano un copione, ma questo non li solleva dalla responsabilità in merito al contenuto che ciò che affermano in quella che viene definita docu-fiction.
I secondi l’hanno scritto, e questo comporta una responsabilità ancora maggiore. Le informazioni relative a questo processo sono documenti pubblici. Nel momento in cui Filippetto, Barbarossa e Benelli hanno deciso di raccontare questa storia, è loro responsabilità e dovere conoscerli. Non si sa cosa sperare. Forse è preferibile credere che dietro la ricostruzione parziale che i tre autori hanno proposto, dietro tutte le informazioni che hanno omesso, vi sia un’ignoranza che ha prodotto un’allarmante superficialità nell’affrontare una vicenda così difficile e complessa. Perché se non siamo davanti all’ignoranza, e questa la si chiama informazione, è ancora peggio.

 

***

La vicenda in breve

L’8 maggio 2013, davanti alla prima Corte di Assise di Milano, è iniziato il secondo processo Santa Rita: imputati il chirurgo toracico Pier Paolo Brega Massone e i due aiuti dell’équipe di chirurgia toracica (con l’accusa di lesioni dolose per 46 casi, omicidio volontario aggravato per 4 casi, truffa e falso), cinque anestesisti (omicidio colposo), un’infermiera (favoreggiamento e appropriazione indebita) e un altro medico (truffa e falso). Si tratta di uno stralcio di un procedimento precedente... (continua a leggere...)

 

SOMMARIO ARTICOLI

 

22 giugno 2017
La Cassazione annulla l'ergastolo
La Cassazione annulla l'ergastolo per il dottor Brega Massone escludendo l'esistenza del dolo e della volontarietà per i quattro omicidi; ora il processo torna in Corte d'Assise d'Appello.

 

21 dicembre 2015
La Corte di Assise di Appello conferma l'ergastolo
Ergastolo confermato per il dottor Brega Massone, pena ridotta da 30 a 25 anni di carcere per il dottor Presicci, assoluzione per il dottor Pansera.

 

15 aprile 2014
La sentenza di condanna della Corte di assise, prima sezione, tribunale di Milano
Mentre si registra una seconda perizia super partes, disposta da un tribunale civile, che dà ragione a Brega Massone (leggi...)

 

27 febbraio 2014
L'accusa di omicidio volontario
Online i documenti, consulenze tecniche e deposizioni in aula (leggi...)

 

20 febbraio 2014
La verità sulla (s)carcerazione di Brega Massone nei documenti della procura
In custodia cautelare da 5 anni, doveva essere liberato a settembre (leggi...)

 

Dicembre/gennaio 2013
Il nocciolo del processo: l'indicazione chirurgica
Online i documenti, consulenze tecniche e deposizioni in aula (leggi...)

 

Udienza 6 novembre 2013
Il consulente della procura,
dottoressa Maria Cristina Marenghi, pronuncia frasi offensive in riferimento al dottor Fabio Presicci (leggi...)

 

La testimonianza del dottor Vincenzo Celano
Dati a confronto: le lettere del 2005, l'interrogatorio del 2009, la testimonianza del 2013
(leggi...)

 

Udienza 3 giugno 2013
La parola ai consulenti di parte della procura,
mentre la competenza di Paolo Squicciarini resta un nodo irrisolto (leggi...)

 

Udienza 22 maggio 2013
La dottoressa Arabella Galasso per la prima volta in aula:
la valenza probatoria delle sue intercettazioni telefoniche si sgonfia come un soufflè (leggi...)

 

Udienza 20 maggio 2013
In aula i radiologi:
un autogol della procura che rivela ben più di un semplice errore di valutazione. L’impianto accusatorio inizia a mostrare il suo volto teorematico (leggi...)

 

Udienza 15 maggio 2013
Commissione Asl,
il corale ritornello delle lastre ‘superflue’ (leggi...)

 

Udienza 13 maggio 2013
La valorizzazione della presunta truffa
e la 'sparizione' del consulente medico-scientifico, Paolo Squicciarini (leggi...)

 

Udienza 8 maggio 2013
È iniziato il processo in Corte di Assise,
in aula l'ufficiale di polizia giudiziaria che ha eseguito le indagini coadiuvandosi con la procura. Una testimonianza faticosa, scandita da “non ricordo”, “non so” e “non abbiamo indagato in quella direzione” (leggi...)

 

***

 

La sentenza di condanna della Corte di assise, prima sezione, tribunale di Milano
Presidente Anna Introini, giudice a latere Ilaria Simi de Burgis

Mentre si registra una seconda perizia super partes, disposta da un tribunale civile, che dà ragione a Brega Massone

 

Condanna per omicidio volontario per quattro casi e per lesioni dolose per una quarantina: ergastolo, con tre anni di isolamento diurno, per il chirurgo Brega Massone; 30 anni di carcere per il secondo aiuto, il chirurgo Fabio Presicci; 26 anni per il chirurgo terzo aiuto.
Condanna a 1 anno e 6 mesi per omicidio colposo a due anestesisti.
Condanna a 1 anno e 2 mesi per favoreggiamento a una infermiera.
Non doversi procedere per due anestesisti per intervenuta prescrizione.

I ppmm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano avevano richiesto: per Brega Massone, l'ergastolo con isolamento diurno per 2 anni e 6 mesi; per Fabio Presicci, l'ergastolo con isolamento diurno per 1 anno; per il chirurgo terzo aiuto, 18 anni di reclusione.
Per i due anestesisti, 2 anni di carcere.
Per l'infermiera, 1 anno e 2 mesi.

Per l'ennesima volta in questa vicenda, i giudici, che non hanno alcuna competenza tecnico-scientifica nell'ambito medico, non hanno disposto una perizia super partes, nonostante i consulenti di accusa e difesa abbiano espresso valutazioni opposte.
Qui abbiamo pubblicato la documentazione relativa ai quattro casi per cui ora c'è stata condanna per omicidio volontario a carico di tre chirurghi: chiunque – soprattutto chi ha competenze mediche per poter valutare, è chiaro – può formarsi autonomamente la propria opinione.

Segnaliamo anche l'esistenza di una seconda perizia super partes (dopo la perizia DP che rientrava tra i casi del primo processo, chirurgia toracica) che dà ragione a Brega Massone: si tratta del capo 43, l'ambito è quello senologico. Anche in questo caso, la paziente si è rivolta a un tribunale civile per ottenere un risarcimento: il tribunale ha disposto una perizia super partes, e la valutazione è stata a favore di Brega. Estensori della perizia il dottor Alberto Marassi, responsabile dell'Unità di senologia del San Raffaele di Milano, e il professor Marco Aurelio Grandi, ordinario di Medicina legale dell'Università degli Studi di Milano.
Gli interventi sotto accusa, nell'ambito penale, erano due (su tre effettuati): uno è rientrato nel primo dibattimento, e ha avuto sentenza di condanna per lesioni dolose, l'altro è rientrato in questo secondo processo, e anch'esso ha avuto, ora, sentenza di condanna per lesioni dolose. La perizia è stata depositata al tribunale civile il 24 febbraio 2014; nel corso del dibattimento penale gli avvocati di Brega ne hanno richiesto l'acquisizione, la Corte l'ha negata.
A oggi esistono due sole perizie super partes, ed entrambe danno ragione al chirurgo; ma nel contesto del processo penale, i giudici continuano a rifiutarsi di disporla. E contemporaneamente, anche su quei due casi, hanno emesso sentenza di condanna.

Pubblichiamo:
processo civile, la perizia super partes di Marassi e Grandi

processo penale, la consulenza della procura di Squicciarini
processo penale, la consulenza della procura di Greco, l'esame e il controesame in udienza del consulente
processo penale, la consulenza della difesa di Silvano Poma (già responsabile dell'Unità operativa di senologia e chirurgia plastica degli ICP e Ospedale Maggiore di Milano), l'esame in udienza del consulente (i ppmm non hanno fatto controesame sul caso)

 

 

***

 

L'accusa di omicidio volontario – capi di imputazione 46 - 47 - 48 - 49
Online i documenti, consulenze tecniche e deposizioni in aula

 

Come è noto, in questo secondo processo per quattro capi di imputazione è in piedi un'accusa di omicidio volontario. Volontario, lo sottolineiamo, non colposo né preterintenzionale. Significa che secondo la procura i tre chirurghi dell'equipe di chirurgia toracica hanno portato al tavolo operatorio quattro persone con la chiara consapevolezza e volontà di ucciderle. Il tutto aggravato, secondo il capo di imputazione, dall'aver commesso il reato per eseguirne un altro, ossia la truffa al sistema sanitario (art. 576 n. 1 c.p., in relazione all'art. 61 n.2 c.p.), e dall'aver agito con crudeltà (art. 577 n. 4 c.p., in relazione all'art. 61 n. 4 c.p.); due aggravanti che prevedono la pena dell'ergastolo.

Per i quattro casi pubblichiamo la documentazione depositata in dibattimento e le deposizioni in aula.

Consulenti della difesa Brega Massone sono:

il professore Massimo Martelli: primario dal 1990 al 1 settembre 2013 della Divisione di Chirurgia Toracica dell’ospedale San Camillo-Forlanini di Roma, è stato anche capo dipartimento delle Malattie Polmonari, Professore Associato di Chirurgia Toracica all'Università La Sapienza di Roma e nel 2010, per sei mesi, commissario straordinario del Forlanini

il professore Remo Orsetti: attuale direttore, dal 1999, del Servizio di Anestesia Rianimazione e Terapia del Dolore dell’ospedale San Camillo-Forlanini di Roma, professore presso la Scuola di Malattie Polmonari dell’Università Statale di Roma e di Anestesia e Rianimazione presso l'università Campus Biomedico di Roma

il professore Francesco Maria Avato: direttore da trent'anni dell’Istituto di Medicina Legale di Ferrara, direttore del Dipartimento Interaziendale di Medicine Legale e delle Assicurazioni delle due aziende sanitarie della provincia di Ferrara, professore del corso di laurea in Medicina e Chirurgia, corso di laurea in Sanitaria, corso di laurea in Giurisprudenza, Medicina Legale, Scienze Umane, deontologia, bioetica e tutto quanto attiene alla declaratoria del settore scientifico e disciplinare di Medicina Legale dell'università di Ferrara

 

Capo 46

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - consulenza Ronchi - deposizione Ronchi/Sartori (esame procura) / (controesame difesa)

difesa: consulenza Martelli/Orsetti - deposizione Martelli/Orsetti/Avato - deposizione Presicci - deposizione Brega Massone

Capo 47

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - consulenza Ronchi - deposizione Ronchi/Sartori (esame procura) / (controesame difesa) - deposizione Sartori (controesame difesa)

difesa: consulenza Martelli/Orsetti - deposizione Martelli/Orsetti/Avato (esame difesa) / (controesame procura) - deposizione Presicci - deposizione Brega Massone

Capo 48

accusa: consulenza Greco (1) - consulenza Ronchi - deposizione Greco - deposizione Ronchi/Sartori (esame procura) / (controesame difesa) - deposizione Sartori/Squicciarini (esame procura)

difesa: consulenza Martelli/Orsetti - deposizione Martelli/Orsetti/Avato (esame difesa) / (controesame procura)

Capo 49

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Ronchi - deposizione Ronchi/Sartori (esame procura) / (controesame difesa) - deposizione Sartori/Squicciarini (controesame difesa)

difesa: consulenza Martelli/Orsetti - deposizione Martelli/Orsetti/Avato (esame difesa) / (controesame procura) - deposizione Brega Massone

 

 

1) Marco Greco: primario del reparto di Chirurgia Oncologica indirizzo Senologico dell’ospedale San Gerardo di Monza, è stato primario dal 1996 presso l’Istituto dei Tumori di un reparto di Chirurgia Oncologica e dal 2000 di un reparto specifico per la Senologia; è stato professore a contratto presso l’Università di Milano e di Monza, presidente per otto anni della Società Italiana di Senologia e per quattordici anni segretario generale della Società Europea di Senologia

 

***

 

La verità sulla (s)carcerazione di Brega Massone nei documenti della procura

In custodia cautelare da 5 anni, doveva essere liberato a settembre


Il 15 gennaio scorso il chirurgo Brega Massone è uscito dal carcere. Tutti i media ne hanno dato notizia, definendo la scarcerazione la conseguenza di un 'cavillo giudiziario': quando infatti il 22 giugno 2013 la Cassazione ha confermato la sentenza, giudicando Brega colpevole dei reati di lesione dolosa, truffa e falso, ha contemporaneamente rinviato alla Corte di appello il ricalcolo della quantificazione della pena, essendo parte dei reati caduti in prescrizione.

Sulla sentenza della Cassazione – come prima su quelle di appello e di primo grado – abbiamo espresso, carte alla mano, una forte critica nel merito, scrivendone anche qui, ma ora non è questo il punto.
È indubbio che possa essere definito 'cavillo' il fatto che a una sentenza di colpevolezza in terzo grado non segua la detenzione per ragioni di ricalcolo della pena, ma in questo 'stralcio' di vicenda la notizia che nessun media ha approfondito è un'altra: dato che secondo la legge una sentenza diviene esecutiva solo quando esiste una decisione irrevocabile di responsabilità del reato e la quantificazione della pena – entrambi gli elementi, quindi, ed entrambi irrevocabili (e siamo alla base del diritto, non alle finezze) – occorre chiedersi come mai Brega Massone non sia stato scarcerato prima; perché si sia reso necessario un ricorso dei suoi avvocati fino alla Cassazione.

Il chirurgo è stato in carcere dal 9 giugno 2008, giorno dell'arresto, fino al 14 gennaio scorso – salvo una pausa di 6 mesi, dal 5 novembre 2009 al 30 aprile 2010: in totale, qualcosa in più di 5 anni. La custodia cautelare – poiché questo stava scontando – scadeva nel settembre 2013. A quella data quindi doveva essere scarcerato, dato che la sentenza di Cassazione di giugno, come abbiamo detto, non era esecutiva. Cosa che non avviene, perché il 24 luglio 2013, prima della pausa estiva, il sostituto procuratore generale del tribunale di Milano, dottor Antonio Lamanna, emette un “Ordine di esecuzione per la carcerazione”.
Un ordine che sorprende, sotto il profilo giuridico.
Ma ancora più singolare è ciò che è accaduto il giorno prima.

Il 23 luglio la procura invia per fax alla Cassazione una richiesta di chiarimenti: chiede alla Corte “di dichiarare quali parti della sentenza siano divenute irrevocabili, soprattutto in punto di aumento pena in continuazione per i reati di lesioni non prescritti” e ne rappresenta “l'urgenza, essendo prossima alla scadenza (24.9.2013) la custodia cautelare dell'unico detenuto Brega Massone Pier Paolo”.
La procura di Milano sembra dunque avere ben presente – e ci mancherebbe altro, come abbiamo detto è la base del diritto – che solo una sentenza irrevocabile può essere eseguita; ma contemporaneamente pare non capire che non essendosi ancora formato il giudicato sotto il profilo della quantificazione dell'intera pena – e che la Cassazione avesse rinviato per il ricalcolo la pena nella sua globalità, era chiaro leggendo il dispositivo – nessuna 'parte' della sentenza è divenuta irrevocabile. Non è dunque applicabile alcuna 'esecuzione parziale' perché, molto banalmente, non esiste quel 'totale' di cui dovrebbe essere 'parte'; non è quindi possibile ragionare per sottrazione – eliminare la pena relativa ai reati caduti in prescrizione – né iniziare a far scontare la pena base (comminata dalla sentenza di appello in 5 anni e 2 mesi, ma anch'essa soggetta alla rideterminazione), su cui gli altri capi di imputazione si sommano come reati in continuazione. Oltretutto, anche volendo applicare quest'ultima ipotesi, conteggiando i periodi di liberazione anticipata, a luglio Brega aveva già scontato 5 anni e 8 mesi.

In ogni caso, una richiesta di chiarimenti, per quanto di difficile comprensione, è sempre legittima. Ciò che appare incomprensibile, invece, è la mossa successiva.
Lo stesso giorno la procura di Milano rinuncia alla richiesta, inviando un secondo fax alla Cassazione, dove si legge: “Con riferimento alla richiesta ex art. 624, 2° co C.p.p., avanzata via fax in data odierna, che si allega, il sottoscritto Sost. Proc. Gen. dichiara di rinunciare alla medesima”.

Non ci è dato sapere cosa sia intervenuto tra la domanda di chiarimenti e la sua revoca. Possiamo solo dire, peccato. Se la procura generale di Milano non avesse rinunciato al chiarimento, avrebbe avuto in mano un documento, scritto nero su bianco dalla Cassazione, che gli avrebbe impedito di emettere, il giorno successivo, un ordine di esecuzione illegittimo – nel quale, tra l'altro, si dava atto dei reati prescritti ma veniva messa in esecuzione l'intera pena, 15 anni e 6 mesi. E a settembre Brega sarebbe stato scarcerato.

Mese più, mese meno, si dirà. In fondo gli avvocati hanno fatto ricorso e da metà gennaio il chirurgo è un uomo libero, in attesa della sentenza definitiva – a margine, occorre anche sottolineare che sconcerta il fatto che al tribunale di Milano ci sia più di un magistrato che pare non aver ben chiaro il concetto giuridico di 'sentenza irrevocabile': il 20 agosto gli avvocati di Brega avevano infatti presentato l'incidente di esecuzione, ma il 4 settembre la Corte d'appello di Milano, sezione feriale penale, lo aveva rigettato; c'è voluta la Cassazione per ristabilire il significato di 'sentenza irrevocabile'.

“Il magistrato, lo si è detto più volte, non deve cercare il consenso della pubblica opinione” ha affermato Luigi Ferrajoli al Congresso annuale di Magistratura Democratica del gennaio 2013; “le sole persone di cui i magistrati devono riuscire ad avere non già il consenso, ma la fiducia, sono le parti in causa e principalmente gli imputati: fiducia nella loro imparzialità, nella loro onestà intellettuale, nel loro rigore morale, nella loro competenza tecnica e nella loro capacità di giudizio. Ciò che infatti delegittima la giurisdizione è non tanto il dissenso e la critica, che non solo sono legittimi ma operano come fattori di responsabilizzazione, bensì la sfiducia nei giudici e ancor peggio la paura generate dalle violazioni delle garanzie stabilite dalla legge proprio da parte di chi la legge è chiamato ad applicare e che dalla soggezione alla legge ricava la sua legittimità. Per questo la fiducia delle parti in causa nei loro giudici è il principale parametro e banco di prova del tasso di legittimità della giurisdizione. Non dimentichiamo mai che tutti coloro che subiscono un giudizio saranno anche i giudici severissimi dei loro giudici, di cui ricorderanno e giudicheranno l'imparzialità o la partigianeria, l'equilibrio o l'arroganza, la sensibilità o l'ottusità burocratica. Di cui soprattutto ricorderanno se hanno violato o garantito i loro diritti”.

 

 

***

 

Il nocciolo del processo: l'indicazione chirurgica
Online i documenti, consulenze tecniche e deposizioni in aula

 

Il fulcro del processo è l'indicazione chirurgica: la procura afferma che non c'era, la difesa sostiene il contrario. Entrambe si avvalgono di consulenti di parte.
Come più volte ribadito, è argomento estremamente tecnico nel quale non intendiamo addentrarci con valutazioni, non essendo chirurghi toracici – come non lo sono i ppmm né i giudici. Ciò che abbiamo sempre sottolineato, anche in merito al primo processo, è la criticità di fondo delle consulenze della procura: perché redatte, in prima battuta, da un medico di base (il dottor Squicciarini, privo di competenze nell'ambito della chirugia toracica, le cui schede di valutazione sono state poi consegnate ai consulenti successivi); e perché stilate, da tutti i consulenti, senza avere visionato le immagini (RX, TAC ecc.) e senza avere in mano tutta la documentazione clinica. Criticità significativa, come dimostra il caso DP (di cui abbiamo scritto qui), paradigmatico di tale situazione e di ciò che essa ha comportato.

Entreremo quindi nel dettaglio dei capi di imputazione mettendo a disposizione i documenti originali, mano a mano che saranno depositati in dibattimento, senza commento alcuno, di modo che ognuno possa autonomamente valutare.

 

Traumi del torace – capi di imputazione da 1 a 9

I primi 9 capi di imputazione sono stati analizzati, da parte della procura, dal dottor Squicciarini e dal prof. Sartori; da parte della difesa, al momento si è espresso solo il dottor Presicci (imputato, secondo aiuto dell'équipe di chirurgia toracica della clinica Santa Rita), sentito in aula; i consulenti della difesa devono infatti ancora deporre e le loro consulenze saranno depositate contestualmente alle testimonianze. Non appena disponibili le metteremo online.
Per ora pubblichiamo quindi, per ciascuno dei 9 casi:
- la consulenza Squicciarini
- la consulenza Sartori
- la deposizione in aula di Sartori
- la deposizione in aula di Presicci

Non pubblichiamo la testimonianza di Squicciarini perché, a parte alcuni dettagli sui farmaci utilizzati, non aggiunge alcunché al documento scritto: il dottore ha infatti ripercorso a voce il caso clinico così come presentato nella sua relazione.
Sartori ha invece redatto una consulenza talmente... sintetica (!) che, da un lato, in udienza non poteva che aggiungere qualcosa (immaginiamo che una valutazione "idem come sopra" non sarebbe stata ritenuta sufficientemente esaustiva dalla Corte...), e dall'altro qualsiasi ulteriore parola pronunciata ci è apparsa preziosa, come la pioggia dopo la siccità.
Per rendere più immediata la lettura per ogni singolo capo di imputazione abbiamo oscurato, quando presenti, le parti relative agli altri casi o, nella deposizione di Sartori, l'intervento di Squicciarini che precedeva o seguiva – i due consulenti sono stati infatti sentiti congiuntamente.

 

Capo 1

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

Capo 2

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

Capo 3

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

Capo 4

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

Capo 5

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

Capo 6

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

Capo 7

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

Capo 8

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

Capo 9

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - deposizione Sartori

difesa: deposizione Presicci

 

 

La consulenza del prof. Olivieri– capi di imputazione 15-16-17-21-24

Al prof. Dario Olivieri (1) la procura ha consegnato, per una valutazione, 79 cartelle cliniche relative a 51 pazienti ricoverati nell'anno 2007; come specificato nella consulenza depositata, il professore decide di analizzare solo 5 casi, "avendo competenze di tipo clinico nel campo delle malattie dell'apparato respiratorio, e non chirurgiche", ritenendo pertanto che nei rimanenti casi la "competenza del chirurgo toracico, prof. Sartori, potrà chiarire meglio le incongruità di alcuni percorsi terapeutici, peraltro evidenti nella maggior parte dei casi esaminati" (2).
Per ciascuno di questi cinque casi pubblichiamo (in attesa delle consulenze della difesa):
- la consulenza Squicciarini
- la consulenza Sartori
- la consulenza Olivieri
- la deposizione in aula di Sartori e Olivieri
- la deposizione in aula di Presicci
- la deposizione in aula di Brega Massone, per i capi a lui imputati

Per il capo di imputazione 24 esiste anche la consulenza del collegio Ronchi, che pubblichiamo unitamente alla relativa deposizione in aula. Il collegio - formato dal prof. Enzo Ronchi (medico legale) e dalle dottoresse Maria Cristina Marenghi (anestesista), Ombretta Campari (medico legale) e Antonia Locatelli (medico legale) - è stato chiamato dalla procura ad analizzare il nesso di causalità tra l'intervento operatorio e il successivo sopraggiunto decesso del paziente, e ha concluso negando che vi sia stata relazione tra i due eventi.

Evidenziamo che durante la sua testimonianza il dottor Brega ha proiettato in aula alcune immagini (RX, TAC ecc.) relative ai casi oggetto della deposizione, e ricordiamo che le consulenze dell'accusa, al contrario di quelle della difesa, sono state redatte senza aver preso visione di alcuna immagine.

 

Capo 15

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - consulenza Olivieri - deposizione Sartori/Olivieri

difesa: deposizione Presicci

Capo 16

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - consulenza Olivieri - deposizione Sartori/Olivieri

difesa: deposizione Presicci - deposizione Brega Massone

Capo 17

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - consulenza Olivieri - deposizione Sartori/Olivieri

difesa: deposizione Presicci - deposizione Brega Massone

Capo 21

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - consulenza Olivieri - deposizione Sartori/Olivieri

difesa: deposizione Presicci - deposizione Brega Massone

Capo 24

accusa: consulenza Squicciarini - consulenza Sartori - consulenza Olivieri - consulenza Ronchi - deposizione Sartori/Olivieri - deposizione Ronchi

difesa: deposizione Presicci

 

 

1) Dario Olivieri, docente in Malattie Respiratorie all’Università di Parma; specialista in Malattie dell’Apparato Respiratorio in Medicina Interna, in Immunologia e Allergologia clinica; ex Direttore della Clinica Universitaria di Parma; Presidente della Società Europea di Pneumologia; regent internazionale e master dell’American College of Chest Physicians; parte del board di direzione dell’American Thoracic Society
2) Dario Olivieri, consulenza tecnica 2007 inviata per email alla procura in data 24 luglio 2008, pp. 1-2

 

***

Udienza 6 novembre 2013

Il consulente della procura, dottoressa Maria Cristina Marenghi, pronuncia frasi offensive in riferimento al dottor Fabio Presicci


Milano, udienza del 6 novembre 2013. Il dottor Presicci, chirurgo toracico, secondo aiuto del dottor Brega Massone e imputato in questo processo, sta deponendo in aula. È in fase di esame della procura. Un esame lungo – ha già preso tutta l'udienza precedente del 4 novembre – e incalzante: il pm Grazia Pradella – ogni tanto interviene anche il pm Tiziana Siciliano – sta affrontando uno dopo l'altro i singoli casi oggetto dell'accusa di lesioni dolose. Il dottor Presicci risponde a ogni domanda ribadendo la correttezza della scelta chirurgica effettuata, non vagamente in linea teorica e generale ma ripercorrendo ogni caso clinico nel dettaglio, documenti alla mano – esami, cartella clinica ecc. – e supportando le proprie affermazioni con riferimenti alla bibliografia medico-scientifica.
Il dottor Paolo Squicciarini e la dottoressa Maria Cristina Marenghi (1), consulenti della procura, sono accanto al pm Pradella e collaborano alla formulazione delle domande. Subito dietro siedono quattro avvocati, difensori di parti coinvolte a vario titolo nel processo.
A più riprese, la dottoressa Marenghi si volta verso questi ultimi ed esprime valutazioni – chiamiamole così. Non si tratta di considerazioni tecniche ma di giudizi sulla persona del dottor Presicci, che in quel momento sta rispondendo con dati ed elementi medico-scientifici alle domande del pm. «C'ha la faccia come il culo» (ripetuto due volte), «Deficiente», «L'enfisema è dentro la sua testa»: queste le esatte parole pronunciate dalla dottoressa Marenghi, riferite al dottor Presicci. Ci scusiamo per le espressioni, ma sono citazioni testuali.

Ora: le considerazioni da fare sono diverse, tutte di pari importanza.

La prima. Il dottor Presicci sta dando filo da torcere ai pubblici ministeri: è preparato sui casi, concentrato. La Pradella incalza, insiste nelle domande, Presicci ribatte colpo su colpo, sicuro nelle risposte, sempre estremamente tecnico.
Al di là del fatto che non si comprende la ragione per cui un consulente della procura, la dottoressa Marenghi, debba sentire il bisogno – o il desiderio – di girarsi verso degli avvocati e commentare le risposte che in quel momento sta dando un imputato, colpisce il fatto che i commenti non siano di natura tecnica ma semplicemente offensivi della persona. Una persona che la dottoressa Marenghi non conosce e sul cui operato è stata chiamata a esprimersi, in qualità di consulente, dalla procura; nella fattispecie, in merito a soli sei casi (su 45) di presunte lesioni e ai quattro casi di presunti omicidi: la dottoressa Marenghi, infatti, dettaglio tutt'altro che trascurabile, è anestesista, e sotto questo profilo (la responsabilità o meno degli anestesisti, anch'essi accusati di omicidio nei quattro casi) fa parte del collegio Ronchi. Le sue competenze, quindi, non sono quelle di un chirurgo toracico – come è il dottor Presicci – e la maggior parte dei casi affrontati in esame nel corso dell'udienza non hanno nemmeno fatto parte della sua consulenza. Quindi ci si chiede non solo che conoscenza ne abbia – la lettura delle cartelle cliniche, degli esami ecc. – per poter esprimere valutazioni, ma che cosa la disturbi al punto da arrivare all'offesa personale. Non ha altro, la dottoressa Marenghi, da opporre a quel che il dottor Presicci sta dicendo in quel momento? Qualcosa che resti sul pezzo, come si suol dire, qualcosa con caratteristiche medico-scientifiche?

Seconda considerazione. Io sedevo dietro gli avvocati, e ho sentito perfettamente le parole offensive pronunciate dalla dottoressa Marenghi: la sua voce ha raggiunto anche le mie orecchie. Risulta difficile credere che chi le era seduto accanto – i pm Pradella e Siciliano – non le abbia sentite. Ma le cose devono essere andate di certo così, i due pubblici ministeri erano concentrate sull'esame al dottor Presicci e non le hanno percepite, perché altrimenti avrebbero sicuramente richiamato la loro consulente al rispetto della persona, primo, e al rispetto del luogo, un'aula di tribunale, secondo. E sicuramente si sarebbero indignate, da punto di vista etico e morale, visto come si sono indignate per il linguaggio usato dal dottor Brega nel corso di telefonate private con colleghi e amici, intercettate dalla procura – nel corso di telefonate private, lo sottolineiamo, con colleghi e amici, non nel corso di un'udienza pubblica in un'aula di tribunale, con avvocati.
“[...] pensate la differenza fra una frase «mi hanno bocciato l’operazione che avevo previsto per una signora che è affetta da un tumore e che io ritenevo di operare nonostante la sua età avanzata», non «mi hanno bocciato la mammella novantenne», questo è intollerabile […] mi scatenano un’indignazione, prima umana che non professionale, insostenibile, assolutamente insostenibile”, ha detto il pm Siciliano nella sua arringa finale al primo processo (2). Una indignazione insostenibile.
Ora questo articolo porterà alla conoscenza di entrambi i pubblici ministeri il linguaggio e le parole offensive pronunciate nei confronti del dottor Presicci dal loro consulente dottoressa Marenghi, in un'aula di tribunale. Sono certa, per il rispetto che portano verso quel luogo, l'aula di un tribunale, verso la Corte, verso il ruolo che rivestono, e verso qualsiasi persona, imputato o meno, anzi, ancor più se imputato, che i pm Pradella e Siciliano proveranno una “indignazione insostenibile”. E magari richiameranno il loro consulente, la dottoressa Marenghi, a esprimere altrettanto rispetto verso l'aula di un tribunale, verso la Corte e verso qualsiasi persona, ancor più se è un consulente, e la dottoressa Marenghi lo è: un consulente tecnico chiamato a esprimersi, in modo obiettivo, sull'operato di quella persona – nell'ambito della sua competenza di anestesista, lo ricordiamo.

Terza considerazione. La dottoressa Marenghi non pronuncia le offese nascondendosi, coprendosi la bocca con la mano; nemmeno le sussurra, visto che io sono in grado di sentirle a un paio di metri di distanza; anzi, le accompagna con plateali gesti, sottolineandole con il linguaggio del corpo. Non ha alcun timore che qualcuno la possa rimproverare, o gliene chieda conto.
Questo mostra, con la forza di una sola immagine, più immediata di mille parole spese ad analizzare le carte processuali, l'atteggiamento inquisitorio, e non accusatorio, che ha accompagnato questa vicenda giudiziaria: gli imputati sono i mostri della clinica degli orrori.
Un atteggiamento a cui ha contribuito fortemente la stampa, che nel corso del primo processo ha immediatamente sposato la tesi dell'accusa, ha tradotto acriticamente le veline della procura in articoli ed è stata incapace, o più probabilmente non interessata, ad approfondire autonomamente la vicenda per poter svolgere a pieno il proprio ruolo di Quarto potere, che si declina in senso critico e dovere di informazione nei confronti dei cittadini.
Un atteggiamento che ha caratterizzato il primo processo, dal primo grado alla Cassazione (di cui abbiamo scritto qui): il teorema della procura è stato apoditticamente assunto come vero e ha portato all’arroganza cognitiva, alla resistenza del teorema a qualunque smentita o controprova, e dunque al mancato accertamento sia della verità fattuale che della verità giuridica.
E così oggi la dottoressa Marenghi non ha alcun timore che un giornalista del Quarto potere ufficiale – non a caso noi facciamo controinformazione – la possa vedere, sentire, e decida di scriverne. Non tanto perché alle udienze non ci sono giornalisti – la notizia non vende più – ma soprattutto perché ci fossero stati, lo avrebbero scritto? Ne dubitiamo – e saremo contentissimi di essere smentiti. Perché sono stati i primi a sbattere il mostro in prima pagina, e perché farlo avrebbe significato giocarsi le prossime veline della procura, in questo e in altri processi.

Chiudiamo con le parole di Luigi Ferrajoli, ex magistrato e oggi professore di Filosofia del Diritto, pronunciate nel gennaio scorso al Congresso annuale di Magistratura Democratica, corrente che Ferrajoli ha contribuito a fondare. Tema del suo intervento: la 'deontologia giudiziaria'. “Dalla disponibilità all'ascolto di tutte le opposte ragioni [dipende] l'imparzialità e la terzietà del giudizio, e anche delle indagini istruttorie. Il giudizio, come scrissero Cesare Beccaria e ancor prima Ludovico Muratori, deve consistere nell''indifferente ricerca del vero'. È su questa indifferenza, che è propria di ogni attività cognitiva e comporta la costante disponibilità a rinunciare alle proprie ipotesi di fronte alle loro smentite, che si fonda il processo che Beccaria chiamò 'informativo', in opposizione a quello che chiamò invece 'processo offensivo', nel quale, egli scrisse, «il giudice diviene nemico del reo» e «non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto, e lo insidia, e crede di perdere se non vi riesce, e di far torto a quell'infallibilità che l'uomo s'arroga in tutte le cose». È chiaro che questa quarta regola deontica esclude in primo luogo l'idea dell'imputato come nemico e, più in generale, ogni spirito partigiano o settario. Ma essa esclude anche l'idea, frequente nei pubblici ministeri, che il processo sia un'arena nella quale si vince o si perde”.

Ognuno tragga le proprie valutazioni. Sullo spirito obiettivo, o “partigiano o settario”.

 

Aggiornamento al 18 novembre: continuerà l'esame del dottor Presicci.

 

1) Maria Cristina Marenghi, dirigente medico I livello, Dipartimento di Anestesia e Rianimazione, Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli Regina Elena di Milano
2) Tribunale di Milano, Proc. Penale n. 12570/08 R.G., Udienza del 13 aprile 2010, p. 167

 

***

 

Udienze 2/9/14 ottobre 2013

 

Il controesame da parte delle difese dei consulenti tecnici della procura (dottor Paolo Squicciarini, prof. Francesco Sartori, prof. Dario Olivieri e il collegio Ronchi – prof. Enzo Ronchi e le dottoressa Maria Cristina Marenghi, Ombretta Campari e Antonia Locatelli) ha impegnato tre udienze. Con questa fase la procura ha terminato i suoi teste, ora la parola passa alla difesa.

Aggiornamento al 30 ottobre.

 

***

 

Udienze 23/25 settembre 2013

 

Dopo la pausa estiva, è il turno delle parti civili chiamate a deporre dalla procura; alcune sono state sentite anche nelle udienze del 26 giugno – nella quale ha testimoniato anche il prof. Luciano Gattinoni (1), di cui scriveremo a breve – e del 17 luglio. Per dovere di riservatezza, ne tratteremo omettendo le generalità e in concomitanza con l'analisi dei casi effettuata dai consulenti di difesa e accusa, quindi si suppone tra diverse udienze.

Aggiornamento al 2 ottobre.

 

 

1) Direttore del Dipartimento di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale Maggiore, Fondazione Ca’ Granda

 

***

 

La testimonianza del dottor Vincenzo Celano

Dati a confronto: le lettere del 2005, l'interrogatorio del 2009, la testimonianza del 2013

 

Avevamo scritto in precedenza che della testimonianza del dottor Celano ci saremmo occupati una volta analizzata la relativa documentazione, per dovere di precisione. Ascoltando le sue parole in aula il 20 maggio scorso, infatti, ci è parso essenziale metterle a confronto con quanto da lui stesso dichiarato ai ppmm durante l’interrogatorio del 7 aprile 2009. Cosa che ci apprestiamo a fare ora.

Il dottor Celano – in Santa Rita dal 1986 al 2005, prima come dirigente del Dipartimento di Medicina, Cardiologia e Pronto soccorso e poi, all’epoca dei fatti, come responsabile del solo reparto di Medicina – è entrato in questo processo, in qualità di testimone dell’accusa, per due lettere, prive di data ma pare risalenti all’inizio del 2005, trovate dalla procura nei computer della clinica. In sintesi, Celano aveva espresso alla direzione sanitaria della Santa Rita le proprie perplessità circa la nomina del dottor Brega a responsabile del reparto di chirurgia toracica, avvenuta nel gennaio 2005; perplessità a cui la direzione sanitaria aveva risposto a voce e per iscritto, con le due lettere poi sequestrate dalla procura: una era indirizzata a Celano stesso, l’altra al notaio Pipitone, proprietario della clinica.
Il dottor Celano aveva manifestato perplessità personali che toccavano diversi aspetti, e le aveva espresse in modo generale e astratto; proprio per questo, per la loro mancanza di concretezza, sono da approfondire con attenzione. Comprendere se e quanto fossero fondate diviene infatti indispensabile nel momento in cui la procura chiama il dottor Celano a testimoniare e fa delle sue perplessità un tassello del teorema accusatorio.

 

1 - Titoli
Afferma Celano in aula, il 20 maggio scorso: “Quando chiaramente è stato proposto il primariato da affidare al dottor Brega Massone io ho avuto, così, delle perplessità perché chiaramente mi sembrava fuori luogo che un medico con poca esperienza quale può essere un borsista, o un assistente, possa diventare primario di un reparto impegnativo come la chirurgia toracica. Noi sappiamo tutti che in Italia la chirurgia si apprende lentamente, faticosamente e per cui è difficile trovare un primario chirurgo in giovane età, perché proprio credo che l’esperienza si maturi molto più lentamente che per esempio nei Paesi anglosassoni. Quindi credo che fosse un po’ strano, almeno per me che ero abituato ad avere esperienze di collaborazione con molti altri chirurghi toracici che negli anni precedenti avevano operato nella nostra clinica, mi sembrava abbastanza strano che un medico che per me poteva essere considerato poco esperto diventasse primario di un reparto così importante”.

Ragioni espresse anche nel corso dell’interrogatorio dell’aprile 2009: “Allora io non fui assolutamente d’accordo con questa scelta, ma per un motivo diciamo ... niente di personale, un motivo molto banale, voglio dire. Esistono dei curricula anche nel campo sanitario e io, forse all’antica, però si va attraverso una serie di step: si passa ad assistente, poi si faceva l’aiuto, poi si diventava primario … Insomma, ora passare da borsista a primario in una branca chirurgica ... insomma, non mi lasciava tranquillo […]. Quindi io credo che un borsista dell’Istituto dei Tumori non abbia mai operato da solo. […] Secondo me non può fare il chirurgo uno che faceva il borsista all’Istituto dei Tumori. Voglio dire, avrà ... avrà fatto il terzo in sala operatoria. Ma neanche mai il secondo”.

Su questo aspetto, la lettera della direzione sanitaria aveva risposto, nel 2005: “I titoli di Brega Massone sono formalmente ampiamente adeguati alla funzione che ricopre e la sua casistica operatoria testimonia la sua esperienza. Ad una valutazione dei titoli scientifici si riscontra che Brega Massone ha una produzione numerosa e di buon livello pubblicata anche su riviste internazionali prestigiose e che è a tutt’oggi produttivo, venendo invitato come relatore in congressi internazionali. [...] So bene che non si pesa un clinico sulle pubblicazioni ma qualche significato lo ha anche questo”.

L’aspetto forse più sorprendente è che sia all’epoca dell’interrogatorio che oggi in aula, Celano si sia espresso sul curriculum di Brega Massone senza conoscerlo, per sua stessa ammissione; ha infatti dichiarato in udienza: “Però posso anche sbagliare, non sono andato a verificare, credo che fosse questa la realtà”.
Per consentire alla realtà di far parte di questo dibattimento, sintetizziamo qui brevemente il curriculum di Brega Massone, antecedente al 2005, depositato nel corso del precedente processo – e quindi noto alla procura.

Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia nel 1990, Brega ha conseguito la specialità in Chirurgia Generale nel 1995 e la specialità in Chirurgia Toracica nel 2000. Ha lavorato dal 1995 al 2002 presso la chirurgia toracica dell’Istituto dei Tumori di Milano, diretta dai professori Gianni Ravasi e Ignazio Cataldo: dal 1995 al 2000 come medico specializzando in chirurgia toracica, primo classificato nella graduatoria del concorso per entrare nella Scuola di specialità di chirurgia toracica; dal 2000 al 2002 con contratti di consulenza di chirurgia toracica, ricoprendo dal febbraio al luglio 2000 anche una supplenza da Dirigente medico di I livello in chirurgia toracica. Dal 2002 al 2004, prima di divenire primario del reparto di chirurgia toracica della Santa Rita, è stato Responsabile, alla stessa Santa Rita, dell’Unità funzionale di chirurgia toracica nell’ambito del Dipartimento di chirurgia generale.
La sua casistica operatoria contava 400 interventi come primo operatore – primo operatore, lo sottolineiamo – effettuati all’Istituto dei Tumori tra il 1995 e il 2002 (320 di chirurgia toracica, 70 inerenti alla senologia, 10 di chirurgia generale), e 350 eseguiti tra il 2002 e il 2004 alla clinica Santa Rita (182 di chirurgia toracica, 125 di senologia, 43 di chirurgia generale).

Dati alla mano, ognuno può trarre autonomamente le proprie valutazioni.
È indubbio che Celano, come ogni teste chiamato a deporre, testimonia su ciò che sa e conosce; spetta ai pubblici ministeri verificare la testimonianza e riportare le personali opinioni alla realtà delle cose. Realtà, quella relativa al curriculum di Brega e ai suoi interventi come primo operatore, che nel corso dell'udienza non è stata evidenziata.

 

2 – Interventi mesotelioma pleurico
Celano in aula racconta di aver conosciuto Brega Massone quando quest’ultimo ha iniziato a collaborare con la Santa Rita insieme al dottor Le Quaglie, dell’Istituto dei Tumori.
In udienza non viene posta particolare attenzione a questo iniziale passaggio, eppure nella lettera della direzione sanitaria indirizzata a Celano se ne fa cenno, segno che probabilmente egli aveva sollevato perplessità anche su questa questione. Ne aveva parlato, infatti, anche nel corso dell’interrogatorio di aprile 2009: “Devo dire che quei pochi interventi di chirurgia toracica che venivano eseguiti dal dottor Le Quaglie e dal dottor Brega Massone, erano interventi molto particolari. Io non sono chirurgo, quindi non ... voglio dire, mi esprimo così a grosse linee. Erano degli interventi eseguiti su pazienti affetti prevalentemente da mesotelioma pleurico con metastasi anche pericardiche […]. Quindi diciamo che avevo modo di collaborare per motivi proprio professionali per quei pazienti che il dottor Brega e il dottor Le Quaglie operavano; un numero estremamente limitato, però è capitato qualche volta. E devo dire che chiaramente io non posso esprimere un giudizio sull’appropriatezza dell’intervento su questi tipi di pazienti: io non sono un chirurgo, né chirurgo toracico. E quindi ricordo, so che il mesotelioma è una patologia con una prognosi infausta […] particolarmente mi colpiva questo tipo di intervento e dico: «Ma ha una prognosi buona? Migliorano?» Insomma, secondo... secondo loro, che ne avevano già fatti un po’ e parlavano ai congressi, sembrava di sì. È chiaro, io quindi non potevo affermare...”.

Su questo aspetto la direzione sanitaria aveva risposto: “Gli interventi sui pazienti con mesotelioma sono monitorati da un Registro Nazionale. Un paio di volte all’anno viene in clinica un medico della Asl incaricato dell’aggiornamento del Registro e controlla le cartelle una per una, facendone copia ed acquisendone i dati. Anche questa attività, non solo non ha mai suscitato problemi ma ha suscitato commenti di apprezzamento per Brega Massone anche in relazione alla scarsa disponibilità di questa chirurgia”.

Si possono quindi archiviare come prive di fondamento le perplessità di Celano su questi interventi – dubbi oltretutto manifestati, come per la questione titoli e di nuovo per stessa ammissione di Celano, senza possedere le conoscenze per potersi esprimere in merito.
In aula, la procura non affronta questo aspetto, tuttavia a noi appare indispensabile analizzare tutte le ragioni che stanno alla base delle perplessità espresse a suo tempo da Celano, per cercare di comprendere il rapporto Celano-Brega nella sua interezza.

 

3 - Il dottor V.
Come abbiamo detto, nel 2005 Brega diventa primario del reparto di chirurgia toracica della Santa Rita. All’epoca collaborava con la clinica anche un altro chirurgo, il dottor V., per il quale Celano manifestava chiaramente la propria preferenza, così motivata in udienza: “Non è una parzialità dovuta a una vita privata comune che non c’è mai stata, perché io non ho frequentato né il professor V. né il dottor Brega Massone, ma semplicemente ritenevo molto più professionale, molto più capace il professor V., questo è fuori discussione insomma... ma per l’esperienza ecco, perché aveva un’esperienza sicuramente molto maggiore”.

La lettera della direzione sanitaria così aveva risposto a Celano su questo aspetto: “Le tue affermazioni circa l’attività di Brega Massone, la sua competenza professionale, la sua correttezza ed i tuoi dubbi, espressi anche di fronte a terzi, sul possesso da parte sua dei titoli per ricoprire la responsabilità della chirurgia toracica hanno determinato una situazione che, per il bene di tutti, della clinica e dei diretti interessati, te incluso, deve risolversi al più presto. Come da tua richiesta la scorsa settimana ho dedicato non poche ore ad una ampia rivalutazione della situazione. Non mi sono basato solo sulle statistiche di sistema che misurano l’attività (casistica, peso medio, modalità di dimissione – quindi decessi – complicanze, trasfusioni, ecc.) ma ho rivisto alcune cartelle, parlato con Brega Massone a cui ho richiesto chiarimenti che mi sono stati forniti, discusso con S. [del reparto di Anestesia e Rianimazione, n.d.a.] per quanto riguarda sia elementi oggettivi relativi alla casistica che, più in generale, il feeling degli anestesisti nei confronti di Brega Massone. In questa attività ho tenuto come riferimento, dove la cosa aveva significato, anche l’attività di V. […] Non vi sono differenze statisticamente significative, tra Brega Massone e V., per quanto riguarda mortalità e complicanze. Questa osservazione è rafforzata dal fatto che Brega Massone tratta una casistica con un peso medio leggermente superiore a quella trattata da V. In assoluto i parametri di Brega Massone appaiono essere ampiamente accettabili tenendo conto della complessità della casistica trattata e delle caratteristiche della chirurgia palliativa; […] alcuni punti secondari ma comunque non trascurabili: l’uso del sangue e, in particolare, della trasfusione in urgenza, aggiustata per i volumi di attività, presenta parametri migliori per Brega Massone che per V.; la documentazione clinica di Brega Massone è ben tenuta e permette di seguire adeguatamente lo sviluppo della storia del ricovero; la Sdo è codificata in modo congruo; i pazienti risultano essere seguiti in modo adeguato. […] Debbo quindi ribadire che per quanto mi riguarda non vedo motivo di alterare lo stato delle cose. Brega Massone è il responsabile della chirurgia toracica ed a lui vanno rivolte le richieste di consulenza interna. È fisiologico che vi possano essere oneste, trasparenti e anche vivaci discrepanze nell’inquadramento e nelle scelte cliniche che riguardano un caso ma non dovrebbero essere posti in dubbio i pilastri fondamentali di fiducia e rispetto che ci tengono insieme. Una parte non indifferente di questo guazzabuglio viene purtroppo attribuita ad una tua parzialità nei confronti di V., e ciò crea danno anche a te oltre che a Brega Massone. Ricordo perfettamente che a V., quando chiese di ritornare dopo la parentesi a Monza, dissi chiaramente che era stato introdotto Brega Massone, identificato come referente, e che il suo rientro non avrebbe cambiato questo stato di cose”.

Celano voleva dunque continuare a rivolgersi a V., ed esprimeva le proprie perplessità su Brega anche di fronte a colleghi, come ammesso nel corso dell’interrogatorio del 2009: a domanda del pm di indicare a chi avesse manifestato i propri dubbi, Celano risponde: “Ma un po’ così, un po’ con tutti. Un po’ con tutti i colleghi”. Pare dunque si fosse innescata una lotta interna, a bassa o alta intensità che fosse. Una tensione che non è emersa durante la testimonianza in aula, e che a noi sembra al contrario un aspetto fondamentale, sia per capire i toni, che la procura definisce ‘duri’, e difatti lo sono, della lettera della direzione sanitaria, sia come ulteriore elemento per comprendere il rapporto Celano-Brega nella sua interezza.

 

4 – Scelte diagnostiche/terapeutiche
Appare evidente dal contenuto della lettera che oltre alle questioni ‘titoli’, ‘interventi su mesotelioma’ e ‘il dottor V.’, Celano esprimesse perplessità anche in merito alla scelte diagnostiche/terapeutiche di Brega. È su questo aspetto che la procura concentra la testimonianza di Celano in aula, ovviamente, poiché è la questione centrale nel processo, vista l’ipotesi di mancanza di indicazione chirurgica agli interventi che sta alla base delle accuse di lesioni dolose e omicidio volontario.
Ai dubbi di Celano, così la direzione sanitaria aveva risposto: “Le scelte terapeutiche, in alcuni casi, appartengono ad una sfera con cui abbiamo poca dimestichezza, non solo per la recente introduzione della Chirurgia toracica, ma anche e soprattutto perché Brega Massone ha sviluppato la sua esperienza in un contesto oncologico specialistico, quale quello dell’Istituto dei Tumori; ciò premesso, non vi sono evidenti elementi di inappropriatezza nelle indicazioni agli interventi e nelle scelte della tecnica chirurgica e non vi sono neppure, sotto questi profili, evidenti scostamenti rispetto a quanto indicato dalla letteratura (per quanto io possa giudicare); […] S. ha esplicitamente escluso di avere motivi di perplessità sulla selezione dei pazienti da parte di Brega Massone, sulla preparazione e inquadramento diagnostico, sulla conduzione degli interventi, e mi ha detto di apprezzare l’atteggiamento collaborativo di Brega Massone con gli anestesisti nella impostazione dei casi più complessi e nel follow-up dei casi che transitano per la Terapia intensiva”.

A domanda sulle ragioni di tali dubbi, Celano risponde in aula: “In generale devo dire l’atteggiamento dei pazienti con patologie polmonari. Nel senso che a mio avviso cioè un atteggiamento molto semplicistico, nel senso che non si andava ad operare degli screening approfonditi per determinare se [la] patologia fosse tumorale oppure no e ovviamente questo sicuramente deve essere la base per la diagnosi poi definitiva e la base del lavoro di un chirurgo toracico prima della sala operatoria. Il problema era un po’ questo, che si aveva un po’ l’impressione che l’atteggiamento del dottor Brega Massone fosse monotematico, cioè qualsiasi addensamento, qualsiasi problema polmonare doveva per forza essere un tumore. Come se io, che sono un cardiologo, qualsiasi toracoalgia debba essere o un’angina o un infarto e quindi essere sottoposto ad angioplastica o a coronarografia. Quindi questo è sicuramente l’impressione che io ne ho avuta e anche diciamo il fulcro, diciamo è il nocciolo di qualche screzio, sempre però negli ambiti della decenza, fra me e il dottor Massone, proprio nel momento in cui io rivendicavo una maggiore accuratezza diagnostica, quindi un’attesa, l’espletamento degli screening che sono poi all’ordine del giorno, vale a dire bronco aspirati, bronco lavaggi, broncoscopie prima di giungere o al tavolo operatorio o alla toracoscopia, che invece veniva utilizzato a mio avviso, ma anche ad avviso di molti altri chirurghi toracici in maniera per così dire... semplicistica insomma”.

Alla domanda del pm se avesse mai chiesto direttamente a Brega spiegazioni circa le modalità di affrontare gli interventi chirurgici, Celano risponde: “Sì, qualche volta può essere capitato di... No, ma la risposta era che il paziente aveva necessità di sottoporsi alla toracoscopia e che quindi andava trasferito in chirurgia toracica per essere poi eventualmente ricoverato. Molti pazienti poi però non erano trasferiti e rimanevano nel reparto di Medicina insomma. Però era una... diciamo una spinta continua affinché si trasferissero dei pazienti dalla Medicina alla chirurgia toracica”.

E ancora, Celano dichiara: “[…] Il mio problema non era di sala operatoria, il mio problema è che se arriva un paziente dal pronto soccorso, viene ricoverato nel mio reparto e ha un problema polmonare, un addensamento polmonare, una lastra, prima di dire «quello è un tumore», si fanno una serie di accertamenti. Chiunque voglia diciamo evitare questa serie di accertamenti secondo me fa un processo clinico diagnostico sbagliato. Se poi sono tutti da operare, secondo me è un po’ furore operatorio che posso capire in uno giovane che magari vede anche l’opportunità di imparare, di fare pratica. Questo è frequente in molti giovani chirurghi, questo però deve lasciare un po’ dubbiosi e deve perlomeno essere preso con cautela. È per questo motivo che io credo che nella chirurgia, negli ospedali nelle cliniche private italiane sapendo come difficilmente il chirurgo può accedere alla sala operatoria, devono passare determinati anni, c’è una guerra feroce perché... chiaramente il chirurgo più anziano ha più esperienza, sa riconoscere quando deve operare, quando è giusto farlo e non lo fa perché deve imparare insomma”.

Celano dipinge dunque un quadro generale, parla di “impressioni” senza citare o entrare nel merito di singoli e specifici casi; per quanto il quadro possa apparire suggestivo, la sua astrattezza lascia disorientati, perché se l’atteggiamento di Brega era così generalizzato, di casi specifici da riportare dovrebbero essercene in abbondanza. E invece Celano non ne indica nemmeno uno.
O meglio: ne cita uno soltanto. Brevemente, si tratta di un paziente operato di pericardiectomia, per il quale Celano racconta di essere stato chiamato in Rianimazione per eseguire un ecocardiogramma perché si sospettava avesse un tamponamento cardiaco; Celano afferma di avere avuto una reazione di sconcerto, perché “se si toglie un pericardio, l’ultima cosa che può avere è un versamento pericardico”; e dunque di aver pensato: “Ma questo fa il chirurgo toracico, però se mi chiede delle cose, mi dimostra che forse... “
Questo è l’unico caso che Celano ricordi, in modo vago e senza ulteriori dettagli per poterlo meglio definire; e oltretutto non ha nulla a che vedere con l'indicazione chirurgica ma, ancora una volta, con la generale competenza di Brega che Celano non riconosce.

Su questo punto c’è poi un altro aspetto a nostro avviso da non trascurare. Nel corso dell’interrogatorio del 2009 sono gli stessi ppmm a cercare di rendere più concrete le astratte considerazioni di Celano, senza riuscirci. L’interrogatorio è incalzante, il pm Pradella e il maresciallo Reitano fanno pressione, ripetono le domande, si indispettiscono (“Qui sembra tutta una roba in punta di piedi...”); poi tranquillizzano Celano, dicendo che le sue perplessità erano a tal punto fondate che Brega Massone è in galera, e dunque può esprimersi liberamente; ma Celano non va oltre le medesime considerazioni generali espresse in aula.

Anzi, in realtà, durante l’interrogatorio, Celano sembrava meno sicuro di sé. Viene spontaneo domandarsi da che cosa sia nata la maggiore sicurezza rivelata in aula, e ci chiediamo anche chi siano quei “molti altri chirurghi toracici” che, a dire di Celano, pensano che Brega Massone avesse un atteggiamento semplicistico: nel caso si riferisca ai consulenti della procura, notiamo che non solo è una considerazione maturata successivamente all’epoca dei fatti, ma che per un solo chirurgo toracico consulente dell’accusa in questo e nel precedente processo – Francesco Sartori – ce ne sono ben quattro – Franco Giampaglia, Ludwig Lampl, Maurizio Mezzetti, Massimo Martelli (1) – che sostengono l’esatto contrario, ossia l’appropriatezza delle scelte chirurgiche di Brega Massone.

Riportiamo dunque alcuni passaggi dell’interrogatorio, perché ognuno possa rendersi direttamente conto.

 

L’interrogatorio del 2009
P.M. - Ma l’occasione ultima per cui Sampietro le ha scritto queste lettera, qual è stata? Perché è una lettera pesante insomma, è una lettera di ... «Caro Celano, tu ti stai sbagliando. Tutte le robe che ci hai detto non sono vere».
P.G. (M.LLO REITANO) - Qui sembra più uno sfogo che Lei ha avuto, dottore, di un qualcosa che non sopportava più.
CELANO - No, la cosa era un po’ questa: non è che io abbia avuto dei contrasti personali su pazienti miei, eccetera. La cosa è stata forse ... che per un arco di tempo diciamo anche limitato, non è stato... cioè in pratica io venivo quasi visto all’interno da alcuni, dalla Direzione Sanitaria e forse dalla proprietà, come chi voleva boicottare a tutti i costi il Brega Massone e quindi che non gli passava i malati che invece dovevano essere passati a lui. Ecco, questa era un po’ la roba che mi ronzava un po’ …

***

P. G. (M. LLO REITANO) - Però secondo me il dottore si ricorda male qualcosa.
CELANO - Mi dica.
P. G. (M.LLO REITANO) - Sembra strano che da delle sue lamentele generiche sia nata questa ...
P.M. - Sembra una cosa molto, molto più ...
P. G. (M. LLO REITANO) - Cioè sembra che lei abbia richiesto qualcosa, si sia rivolto alla Direzione Sanitaria, comunque si sia lamentato in maniera specifica.
CELANO - No. Diciamo può essere che in qualche occasione, incontrando Sampietro, possa aver detto queste cose, ma. .. «Ma perché abbiamo preso un chirurgo toracico?» Il problema era anche un po’ questo, che già da due o tre anni c’erano state delle scelte infelici, per quanto riguarda collaboratori anche apicali all’interno della Clinica. E quando avvenivano queste scelte, generalmente insomma voglio dire quelli che erano lì da più anni eccetera lo facevano notare.

***

P.M. - Comunque lei è andato da Sampietro e si è lamentato di Brega. Si ricorda?
CELANO - Lo ricordo perfettamente quando ho visto Sampietro credo successivamente a quella lettera. Può essere che qualche volta ...
P.G. (M.LLO REITANO) - Però qua Sampietro dice che Lei si era già lamentato prima direttamente con lui e (pp.ii., voci sovrapposte)
CELANO - Ma può essere. Può essere che mi fossi lamentato, ma sempre ...
P.G. (M.LLO REITANO) - Parla anche di casi specifici. Lei non vuole infierire, Dottore.
CELANO - No, ma vede? Il discorso è anche questo. Non so quante di quelle cose scritte dal dottor Sampietro non fossero poi scritte per accentuare l’eventuale mia colpa o la mia eventuale non collaborazione nei confronti del dottor Brega. Quello che dice …
P.M. - No, ma io capisco. Lei capisce che però tutte le cose che vengono attribuite a lei come idee, sono idee che in realtà non hanno trovato conferma, ma straconferma nelle nostre indagini, e questo è il motivo per cui il dottor Brega Massone è a San Vittore dal giugno di quest’anno. E non è che adesso la magistratura improvvisamente diventa pazza e mette dentro...
CELANO - No, ma no. No.
P.M. - No. È perché abbiamo dei casi di lesione volontaria e anche dei casi di omicidio sotto indagine. Quindi voglio dire, stiamo parlando di comportamenti estremamente gravi.
CELANO - Sì, sì, sì. Immagino.
P.M. - Questi comportamenti estremamente gravi, fino ad ora erano stati detti esplicitamente per telefono dalla dottoressa Galasso, che non esita come è stato insomma anche ampiamente detto sui giornali, a definire Brega un vero criminale. Vengono detti in alcuni commenti tra gli assistenti di Brega Massone sotto intercettazione, finché troviamo questa lettera dove ci dice «C’è un dottore» noi diciamo «C’è un giudice a Berlino» qui si dice «C’è un dottore a Berlino» che però nel 2005 aveva già detto· «Oh, state un attimo attenti, perché questo signore mi lascia perplesso».
CELANO - Sì.
P.M. - Mh?
CELANO - Sì, sì. Questo. Ma questo è fuori da ... mi lasciava perplesso. Che io poi non avessi proprio i dati in mano, perché non essendo un chirurgo …

(Per inciso, la dottoressa Galasso è già stata sentita dalla procura, il 26 giugno 2008, e ha dichiarato che la frase “il principe di queste cose è Brega Massone” era il frutto di una semplice voce di corridoio che si riferiva al passaggio amministrativo di cartelle cliniche acuto/riabilitazione, e non certo all’indicazione chirurgica degli interventi; anzi, nel corso dell’interrogatorio la Galasso ha espresso valutazioni positive sulla professionalità medica di Brega Massone. Questa citazione del pm in tale contesto appare quindi perlomeno strumentale e fuorviante.)

***

P.M. - lo credo che nella gamma dei comportamenti medici sia una cosa che lascia sconvolti. Insomma, credo che lasci sconvolti anche gli stessi medici, come noi abbiamo assistito a una vera e propria reazione morale ancora prima che giuridica, da parte dei medici tra virgolette che hanno dovuto giudicare questi comportamenti. E lei qua è molto preciso nelle sue critiche, perché le sue critiche, di cui guarda caso nessuno ci aveva parlato – questa è scoperta dei giorni scorsi, quando l’abbiamo chiamata – puntualizzano proprio quello che poi è stato scoperto, e cioè: scelte terapeutiche chirurgiche e non mediche; comportamenti di aggressività estrema; deviazione immediata del paziente verso reparti di Chirurgia Generale anziché Medicina piuttosto che ...
CELANO - Be’, no. Questo non ... cioè non veniva ... cioè i pazienti venivano ricoverati per problemi polmonari nei reparti di Medicina. È chiaro che poi se era necessaria una consulenza ... nei casi tra l’altro molto limitati. Quindi non riguardava la stragrande maggioranza dei pazienti nostri ...
P. M. - Però diciamo che fossero casi limitati lo sappiamo, perché lei è andato via nel 2005. Ma che comunque lei si ponga dei dubbi che era legittimo porsi, tanto legittimo che è stato arrestato, è bene dirlo.
(ndt, la registrazione viene interrotta per un minuto)
Riprendiamo la registrazione.

CELANO - Diciamo tra il medico internista o che non è chirurgo e quindi non opera eccetera, e chi opera – il chirurgo – spesso voglio dire l’internista accusa il chirurgo di essere troppo aggressivo, di operare magari anche qualcosa che forse si potrebbe non operare, perché tanto il destino del paziente è segnato. Però, questo devo dirlo proprio in tutta franchezza, non sempre è giusto da parte dell’internista. Per esempio, oggigiorno si sa che tante metastasi vengono operate. Ai miei tempi, voglio dire un po’ di anni fa, chi aveva metastasi eccetera non si operava.
P.M. - La mia domanda era: qual è stato il tenore della sua protesta per suscitare una lettera dai toni indubbiamente duri come questa?
CELANO - Allora, la protesta ripeto, sempre di più il fatto che secondo me era inadeguato a coprire un posto di primario chirurgico.
P.M. - E questo l’abbiamo capito.
CELANO - Secondo, di essere troppo aggressivo, ma soprattutto troppo giovane. Quindi voglio dire di non avere una clinica ... la capacità clinica tale per cui un addensamento polmonare non necessariamente deve fare la biopsia, ma forse conviene prima fare la terapia medica, o fare altri accertamenti. E questo era il tenore ...

***

P.M. - Mi scusi, io se fossi stata al suo posto, trent’anni che faccio il cardiologo internista, e la direzione sanitaria della clinica per la quale io lavoro dall’86 prende le difese di Brega? Mi sarei stupita.
CELANO - Ma vede? Il discorso è ... cioè stupita, difatti mi sono stupito anch’io. Ma mi sono ... ma mi stupivo ancora di più di una cosa: ma se dovete andare a prendere un chirurgo toracico e voi siete incompetenti, perché uno ha fatto sempre il notaio e l’altra non è mai stato ... rivolgetevi a qualcuno di cui vi fidate, che è qua da vent’anni, che una certa professionalità l’ha sempre dimostrata e che tra l’altra viene visto anche come uno dei pilastri della Clinica, a cui molti si rivolgono nei momenti di indecisione, nei momenti di casi difficili eccetera... E insomma, ci sono quelli più esperti.

***

P.G. (M.LLO REITANO) - Sa cos’è, dottore? È strano che tutto questo fosse derivato solamente dal fatto che Brega fosse giovane. Cioè io non credo che Lei abbia questa ... diciamo questa antipatia professionale verso tutti quelli giovani.
CELANO - No, no. No.
P.G. (M.LLO REITANO) - Cioè non diciamo (pp. ii., voci sovrapposte)
CELANO - No, no. Ma cioè il discorso non è questo. È chiaro che tutti devono poi imparare e devono farsi. Quello che è difficile capire, riuscire a concepire, che uno possa diventare primario e quindi primo operatore tutte le volte, su pazienti delicati come i pazienti affetti da patologia di chirurgia toracica, o meritevole di chirurgia toracica, senza aver fatto un certo numero di interventi. Cioè capisce? Per dire, negli Stati Uniti io ho fatto tre anni ...
P.G. (M.LLO REITANO) - Però, dottore, se nel corso … scusi, però se nel corso del tempo lei avesse visto che questo qui era giovane, non aveva esperienza però tutto sommato comunque i pazienti li trattava bene, non si sarebbe lamentato (pp.ii., voci sovrapposte)
CELANO - No, no. Ma vede?
P.M. - C’è qualcosa, insomma. È quello che volevamo dire, dottore, che c’è qualcosa ...
CELANO - No, no. Ma sa perché? Perché secondo me non può essere. Cioè lei può prendere chiunque ...
P.M. - Dottore, però c’è qualcosa che l’ha sconcertata, perché ...
CELANO - Ma no …
P.M. - ... perché se no non si spiega. C’è qualcosa che l’ha lasciata sconcertato.
CELANO - Vede? La cosa principale, la cosa principale, è che solo dei pazzi possono affidare la responsabilità di una Chirurgia Toracica a chi non fornisce un curriculum ... lo non l’ho mai visto, ma voglio dire, ma se questo ha fatto il borsista all’Istituto dei Tumori ... un’altra considerazione che faccio io sempre nei confronti di tutti i colleghi e i medici eccetera, se uno è un fulmine di guerra ed è bravissimo, è difficile che un Istituto dei Tumori lo faccia andare via. È giusto? Cerca di tenerselo a questo ... Dovunque è così.
[...]
CELANO - Ma probabilmente lui era già andato via prima che gli offrisse il primariato. Credo, io non so i fatti. Però voglio dire, uno non può fare il borsista ... se uno è un fulmine di guerra, gli danno la borsa sei mesi, un anno. Adesso io non so quanti anni avesse il dottor Brega Massone quando è venuto a fare il responsabile da noi, quando si è laureato e … Però voglio dire, capisco se fosse stato assunto e poi da dirigente di primo livello avesse scelto per fare il dirigente di secondo livello. Ma uno fa il borsista e vuol dire che non è neanche dirigente di primo livello.

***

P.M. […] Cioè premesso che noi condividiamo nei fatti quello che dice lei, perché abbiamo messo in galera Brega Massone per queste cose ...
CELANO - No, no. Be’, ma ..
P.M. - È evidente che lei ha non solo per la lettera che ha scritto, ma anche per quella che lui scrive a Pipitone, si è rivolto a Sampietro dicendo «Questo fa delle scelte chirurgiche inappropriate e io non lo voglio nemmeno vedere. Voglio solo V.».
CELANO - No, ma non era proprio in questi termini.
P.M. - Be’, gliel’ho letta, eh?
CELANO - Cioè il discorso che ho fatto io è questo ...
P.M. - Gliel’ho letta.
CELANO - Secondo me uno ... ma lì lo specifica anche. Secondo me, chi opera un malato che ha un tumore al polmone già pieno di metastasi ed è il C., che avrà tre mesi di vita, secondo me ... voglio dire, fa una cretinata. Poi però, come dice lì, «Il dottor Celano ha una visione un po’ troppo antica rispetto alle ...» Allora, quando mi vengono poi a dire queste ...
P.M. - Sì. Ma questo vuol dire che lei è andato ...
CELANO - Ma io mi metto anche in imbarazzo, perché dico magari la chirurgia toracica ha fatto progressi che io non ... non so.
P.M. - Sì. Ma ho capito. Ma dottore, questo significa che lei è andato da Sampietro ed in tono piuttosto deciso a dire «Secondo me Brega non capisce niente»
CELANO - No. Ma io ... ma io non ho detto a Sampietro ... lo ho detto a Sampietro «Uno giovane...»
P.M. - No, qui sembra tutta una roba in punta di piedi ...
CELANO - No, ma secondo me, vede, io ... quando io dico se uno fa il chirurgo toracico, fa il chirurgo toracico e il primario di chirurgia toracica, vale a dire deve fare il primo operatore su tutti gli interventi. E questo passa da essere un borsista, che quindi da solo non avrà mai operato all’Istituto dei Tumori, io credo che se lei interroga qualcuno dell’Istituto dei ...
P.M. - Dottore, ma quello che le sto ...
CELANO - Ma per me è già a priori... è indubbio che farà delle fesserie.
P.M. - Dottore, ma qui stiamo ...
CELANO - È fuori discussione.
P.M. - Dottore, stiamo parlando di casi, quelli che le sto leggendo, non stiamo parlando di iperboliche e pensieri sulla preparazione. Qui stiamo parlando di gente a cui sono stati asportati dei pezzi e che non ...
CELANO - E di molti di questi io non ero neanche a conoscenza, perché erano ricoverati da loro, in sale operatorie ...
P. G. (M. LLO REITANO) - No, lei di qualcuno ne sarà venuto a conoscenza.
P.M. - Perché lo dice.
P.G. (M.LLO REITANO) - (pp.ii., voci sovrapposte) lamentare.
CELANO - Ma no ...
P.M. - Perché si è lamentato.
CELANO - Ma guardi che molto probabilmente erano quei casi che per me era troppo esagerato l’intervento. Tipo sulle ... io un appunto che facevo sicuramente era quello che secondo me era assurdo operare un mesotelioma tre volte, quattro volte, perché doveva fare la pleuro pericardiectomia eccetera. Quando poi mi vengono a dire «Però, la chirurgia toracica prevede», io non so cosa dire. Quando mi dicono che un tumore polmonare con metastasi epatiche o polmonare viene operato ...
P.M. - Una cisti pleuro pericardica ...
CELANO Be’, la cisti adesso io ... la cisti pleuro pericardica quello io non so se deve essere operata o no.
P.M. - No.
CELANO - Non è mia ... no.
P.G. (M. LLO REITANO) - (pp.ii., voci sovrapposte) abbia chiesto consulenze cardiologiche o ...
CELANO - Però... Diciamo, la cisti pleuro pericardica, la cisti pericardica, in teoria deve essere anche operata. Insomma, se è grossa ...

***

CELANO - Si sa che ormai i chirurghi sono sempre più aggressivi. Ma magari è anche giusto così. Magari è anche giusto così, però io questo non sono in grado di poterlo dire. Non sono in grado di poterlo provare, perché c’è il chirurgo che mi dice «Ma no, guardate che metastasi adesso si operano», e magari su alcune cose han ragione. Quindi non sono la persona più indicata per poter dire queste cose, dal punto di vista poi della correttezza scientifica insomma, su quello che è la chirurgia oggi e via dicendo. Vado un po’ a naso.

***

A un certo punto dell’interrogatorio il pm Pradella inizia a mostrare le cartelle cliniche di alcuni casi, tra quelli che i consulenti della procura hanno considerato privi di indicazione chirurgica, e dunque oggetto dell’accusa di lesioni dolose. E la situazione si fa paradossale.

P.M. - Vediamo se c’è qualche suo ...
CELANO - Cioè, però dovrei vedere le cartelle, ecco. Non ...
P.M. - Adesso se riusciamo ad aprirle ...
CELANO - Se si riesce, ecco. La TBC proprio posso escluderlo insomma, a meno che non fossero casi particolari estremamente complessi, e allora ... Però credo proprio di ...
P.M. - Guardi, Reparto Medicina Generale.
CELANO - Questo è A.A.
P.M. - Il medico curante ce l’ha: è lei.
CELANO - Empiema pleurico.
P. G. (M. LLO REITANO) - Dottore, se vuole scorra la cartella clinica, in modo tale che poi ...
P.M. - Questo è uno dei casi che noi abbiamo ritenuto ...
CELANO - Lo vediamo subito. Aspetti che ho paura che ..
P.M. - Abbiamo ritenuto operato inutilmente, eh?
CELANO - Sì.
P.M. - E Lei risulta il medico curante.
CELANO - No. Però qua era un empiema pleurico, eh? Che è una roba un po’ diversa dalla polmonite e basta, eh?
P.M. - Sì, sì. Si ricorda qualcosa di questo caso?
CELANO - Adesso vediamo, perché... allora, anamnesi (ndt, scorre l’atto)
P.M. Guardi se magari trova qualcosa che è di sua competenza ...
CELANO - Sì, sì. Certo.
P.M. - Per il resto è stata già analizzata.
P.M. - Vediamo quali altri ...
CELANO - Vediamo qua era stato seguito dalla dottoressa D.L. e dalla dottoressa T. Le dico se c’è qualcosa che può riguardarmi da vicino. Quindi è stato trattato con antibiotici per un po’, un bel po’ di giorni, con doppio antibiotico.
P.M. - Sì, Dottore. Magari guardi solo se c’è qualcosa che le rammenta ...
CELANO - Certo, certo. Qua è sempre la dottoressa D.L. che firma la terapia. E qua fa addirittura quattro antibiotici.
P.M. - Dottore, se non si ricorda passiamo ad un altro, eh?
CELANO - No, be’, io questo paziente personalmente non l’ho mai visto. Possiamo averlo discusso. C’è da fare una considerazione, che però era un empiema, eh? E quindi non so se in questo caso non fosse indicato l’intervento, eh?
P.M. - I nostri consulenti ...
CELANO - Perché aveva fatto parecchie settimane di quattro cicli di antibiotico-terapia anche in vena.
P.M. - I nostri consulenti sono ... è un caso di lesione.
CELANO - No, dico, non lo so. Però sono.
P.M. - No, le stiamo facendo vedere i casi di lesione.
CELANO - Se effettivamente era un ... cioè era un empiema. Sa, lì dal punto di vista pratico dell’internista più che dargli gli antibiotici non può fare.
P.M. - Ecco, ma ci interessa sapere ...
CELANO - Poi è chiaro che devi mandarlo al chirurgo. Cosa poi faccia il chirurgo è un altro discorso, però un empiema che non si risolve con la terapia medica, è come dire un ascesso che se non risolvo con la terapia medica e che qua è stata fatta appieno va dal chirurgo. Poi cosa faccia il chirurgo ...
P.M. - Sì, Dottore, però qua per completezza le dico che non è che viene contestato l’intervento (p.i., voci sovrapposte)
CELANO - No, no, no.
P.M. - Vengono contestate le varie segmentectomie eccetera.
CELANO - Ecco, questo è un aspetto strettamente tecnico su cui io non sono in grado di esprimermi. Posso dire semplicemente che giustamente la dottoressa D.L. … e poi probabilmente ne abbiamo anche parlato, vede che dice “Proveniente dai reparti in insufficienza respiratoria; polmonite vasale con versamento pleurico...”
P.M. - Però a noi interessa sapere se Lei si ricorda qualcosa.
CELANO - No. Non ricordo. Però ha fatto un sacco di giorni di terapia medica, che è stata inefficace. A quel punto lì c’è solo l’intervento chirurgico. Poi se il chirurgo ...
P.G. (M.LLO REITANO) - No, era per sapere se lei aveva opposto delle rimostranze insomma di intervento o ...
CELANO - Be’ su questo ... su questo tra l’altro non c’è mai la mia firma, quindi potrebbe anche essere che non l’abbia mai visto. Ma se me ne han parlato, avrò detto «Se ha fatto la terapia medica per tanti giorni con diversi antibiotici ed è ancora in quelle condizioni lì, bisogna per forza che l’ascesso venga estirpato chirurgicamente». Perché gli antibiotici poi non giungono nella sede dell’ascesso, quindi è un po’ difficile.

***

Viene mostrata un’altra cartella.

P.M. - E A. è TBC, quindi non li ha visti, immagino?
CELANO - Eh, spero di non averlo visto. Spero di non averlo visto. Oppure ...
P.M. - No, perché avevo capito che era ... Allora facciamogli vedere, forse ne ha visti invece. (p.i., voci sovrapposte) A.
CELANO - Be’, vediamo. Adesso ...
P.G. (M.LLO REITANO) - Aspetti, la cartella è la (p.i., voci sovrapposte)
CELANO - Di che mese?
P.G. (M.LLO REITANO) - Settembre/ottobre. Aspetti. Fine 2005, mi sembra.
CELANO - È più facile che non l’abbia visto.
P.G. (M.LLO REITANO) – Speriamo.
CELANO - Eh?
P.G. (M.LLO REITANO) - Speriamo.
CELANO - No, ma va direttamente in Chirurgia Toracica, eh? No.
P.G. (M.LLO REITANO) - (p. i., audio insufficiente) Questa sì, dottore. Gli dia un’ occhiata. Cioè almeno, risulta lei come medico curante. Guardi un attimo la cartella.
CELANO - Qui l’età c’è? Sì? No. Ma questo che mese è? Aprile. Aprile.
P.G. (M.LLO REITANO) - Forse aprile.
CELANO - Quella TBC, la prima, era direttamente in toracica invece quest’altra TBC era venuta in medicina. Era stata seguita dalla dottoressa P. che è internista. (p.i., pronuncia affrettata) P. S. ... vediamo un attimo. Era stata ricoverata. Era ricoverata (p.i., voci sovrapposte)
P.M. - Complimenti. Avete avuto una TBC che non è stata denunciata.
CELANO - Eh? No, va be’ voglio vedere qua che cos’è successo.
P.M. - No, no, no. Glielo dico io che non è stata denunciata.
CELANO - Ah, non è stata ...
P.M. - Cioè gliel’ho già ...
CELANO - Perché la diagnosi non è stata fatta?
P.M. - Certo, perché ...
CELANO - Fatto TAC torace ...
P.M. - Va be’, ma se non l’ha vista lui è inutile ...
CELANO - lo non l’ho vista, ma volevo capire cos’era successo, perché ha fatto ... ha fatto gli esami anche per la cosa. Volevo capire, poi magari se vengono esami che sono negativi anche se ha la TBC, a volte non è che la diagnosi si fa facilmente, eh? Perché ... volevo solo capire. Esame fatto ...
P.M. - Dove stiamo andando? (p.i., voci sovrapposte)
CELANO - Perché qua risulta che è stato... che è stato ricoverato in Medicina.
P.M. - Perché questo qua, Dottore, è uno dei casi famosi che ha fatto scoppiare lo scandalo.
P.G. (M.LLO REITANO) - La TBC.
P.M. - La TBC.
CELANO - Vedo che poi... Infatti vedo che qua a un certo punto c’è “Esegue visita del chirurgo toracico”, quindi può essere che qua è stato fatto vedere al chirurgo toracico.
[…]
CELANO No, volevo vedere se c’era qualche esame. Sa, perché noi in questi casi qua si fanno delle richieste di antigeni, DNA tubercolare ...
P.M. - No, no. Probabilmente la richiesta c’è. Il problema è che non è stato ...
CELANO - No, l’unico dubbio è che a volte può essere negativa pure in presenza di TBC. In quel caso lì i guai sono seri.

***

In conclusione, la testimonianza rilasciata in aula da Celano ci pare uno stralcio, se così possiamo definirlo, sia dell’interrogatorio dell’aprile 2009, sia del rapporto Celano-Brega, decisamente carico di tensione, che si evidenzia nella lettera della direzione sanitaria; e in quanto stralcio, se non fuorviante, di certo parziale.
Ognuno tragga le proprie valutazioni.

 

 

1) Franco Giampaglia, direttore dal 1993 al 2006 della Struttura complessa di chirurgia toracica dell'ospedale Cardarelli di Napoli, presidente della Società italiana di chirurgia toracica per il biennio 2006-2008; Ludwig Lampl, direttore del Dipartimento di chirurgia toracica alla Klinikum Augsburg, responsabile tedesco della European society for thoracic surgery; Maurizio Mezzetti, direttore della Divisione di chirurgia toracica all'Istituto europeo di oncologia (IEO) di Milano dal 1994 al 1997, direttore della Divisione di chirurgia toracica all’ospedale San Paolo di Milano dal 1997 al 2007, direttore della Scuola di specialità in chirurgia toracica dell'Università degli studi di Milano dal 1999 al 2005, attuale Presidente FONICAP (Forza Imperativa Nazionale Interdisciplinare Contro il Cancro del Polmone); Massimo Martelli, direttore della Divisione di chirurgia toracica all’ospedale San Camillo-Forlanini di Roma dal 1989 a oggi

 

***

 

Udienze 5/10/12/17/19 giugno 2013

 

Continua l'esame, da parte della procura, dei suoi consulenti di parte. A Paolo Squicciarini e al professor Francesco Sartori si sono aggiunti: il professor Dario Olivieri (1), il dottor Marco Greco (2), il professor Enzo Ronchi (3), la dottoressa Maria Cristina Marenghi (4), la dottoressa Ombretta Campari (5) e la dottoressa Antonia Locatelli (6).
Come già specificato, ne scriveremo una volta concluso esame e controesame, e si suppone che il tutto prenderà diverse udienze.

Aggiornamento al 26 giugno.

 

 

1) Dario Olivieri, docente in Malattie Respiratorie all’Università di Parma
2) Marco Greco, direttore del Dipartimento di senologia dell'Ospedale San Gerardo di Monza
3) Enzo Ronchi, ordinario in Medicina Legale presso l'Università degli Studi di Milano
4) Maria Cristina Marenghi, dirigente medico I livello, Dipartimento di Anestesia e Rianimazione, Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli Regina Elena di Milano
5) Ombretta Campari, specialista in Medicina Legale delle Assicurazioni
6) Antonia Locatelli, specialista in Medicina Legale delle Assicurazioni

 

***

 

Udienza 3 giugno 2013

La parola ai consulenti di parte della procura, mentre la competenza di Paolo Squicciarini resta un nodo irrisolto

 

Il dottor Paolo Squicciarini (1) e il professor Francesco Sartori (2), consulenti di parte dell'accusa, hanno oggi iniziato la loro deposizione in aula, analizzando singolarmente i capi di imputazione oggetto dell’accusa di lesioni dolose a carico dell’équipe di chirurgia toracica. La testimonianza prenderà più udienze, tra esame e controesame, e dunque ne scriveremo una volta conclusa, per poter avere il quadro completo.

Una cosa però la possiamo registrare: oggi la difesa di Brega Massone ha posto una pregiudiziale nei confronti della consulenza del dottor Squicciarini, richiamando l’art. 359 del codice di procedura penale che prevede che i consulenti tecnici del pubblico ministero debbano possedere “specifiche competenze”; caratteristica da considerarsi tassativa, che dunque produce, se non viene rispettata, una prova da ritenersi contra legem.
Per “specifiche competenze”, ha dichiarato la difesa, non si intendono certo oggi le semplici “determinate conoscenze” che prescriveva il codice Rocco del 1930, ma capacità teoriche e pratiche in una determinata disciplina, specifiche, appunto, alla materia oggetto del processo: in questo caso, la chirurgia toracica.

Il dottor Paolo Squicciarini – vale la pena ricordarlo – è il ‘grande accusatore’ di Brega Massone, colui che ha analizzato tutte le cartelle cliniche sequestrate, segnalato i casi da contestare e redatto ‘schede’ consegnate agli altri consulenti della procura. Ora: è chiaro che il dottor Squicciarini, che dal 1997 svolge unicamente l’attività di medico di base e ha giusto una laurea in chirurgia generale alle spalle, non possiede la competenza necessaria, né teorica né pratica, per valutare casi clinici che rientrano nella branca specifica della chirurgia toracica. È talmente evidente che senza entrare nella cavillosità dei codici di procedura penale di cui non possediamo certo la dovuta competenza, ma appellandoci alla mera logica, lo sosteniamo fin da quando siamo entrati in questa vicenda giudiziaria, analizzando la documentazione.

La Corte ha respinto la pregiudiziale, ritenendo le competenze del dottor Squicciarini sufficienti a rispondere al quesito a lui posto dalla procura nell’affidamento dell’incarico, e cioè: esaminate le cartelle cliniche ed “evidenziate le regole del sistema in merito alle attività di controllo degli Enti Pubblici a ciò preposti, dica il consulente se vi sia stata una corretta codifica delle prestazioni sanitarie erogate e in quale misura la modalità di erogazione delle stesse si posiziona rispetto al contesto regionale di riferimento; qualora venissero individuate anomalie nella codifica e nella modalità di erogazione quantifichi la diversa valorizzazione delle prestazioni indicando il danno subito dall’Ente Pubblico” (3).

Qualunque cosa indicasse il criptico quesito, osserviamo che la consulenza Squicciarini non contiene alcuna “diversa valorizzazione delle prestazioni”: per la valorizzazione, infatti, la procura ha nominato consulente Luca Merlino, della direzione regionale Sanità. Non poteva fare diversamente, dato che lo stesso Squicciarini scrive: “Fermo restando la non piena conoscenza dei codici diagnosi e dei codici degli interventi/procedure che una volta elaborati tramite software specifico determinano l’assegnazione delle tariffe stabilite (DRG), l’esame delle cartelle cliniche in questa fase, è stato effettuato solo da un punto di vista medico e per quanto riguarda l’adeguatezza dei codici DRG utilizzati si richiede la collaborazione di personale qualificato” (4).

Un’affermazione curiosa se la si mette a confronto con quanto dichiarato oggi in aula da Squicciarini stesso, e cioè che il suo incarico era relativo alla sola valutazione dell’esistenza o meno del reato di truffa, ipotizzato dalla procura a carico del dottor Brega nel settembre 2007. Ci si chiede come un consulente che dichiara la “non piena conoscenza dei codici diagnosi e dei codici degli interventi/procedure” possa essere ritenuto competente a valutare l’esistenza di una eventuale truffa, dato che un’azione truffaldina, nell’attuale sistema sanitario basato su rimborsi legati ai Drg, si basa proprio sulla non corretta indicazione dei codici di diagnosi e procedure.
Squicciarini si limita quindi a valutare le cartelle cliniche “da un punto di vista medico”.

Nella nomina successiva la procura aggiusta il tiro. L’incarico è conferito il 26 settembre 2008, il dottor Brega è già agli arresti, e all’accusa di truffa si è aggiunta quella ben più grave di lesioni dolose per una supposta mancanza di indicazione chirurgica negli interventi eseguiti. I ppmm chiedono quindi al consulente, “evidenziate le regole del sistema in merito alle attività di controllo degli Enti Pubblici a ciò preposti, se vi sia stata congruità tra la diagnosi riportata in cartella clinica e il trattamento eseguito e se l’eventuale incongruità sia per eccesso e per difetto” (5). Non si parla più di valorizzazione e di codifiche, ma di congruità tra diagnosi e terapia. Squicciarini è sempre lo stesso medico di base di un anno prima, eppure questa volta riveste l’incarico di consulente medico-scientifico competente a valutare l’operato di un chirurgo toracico – cosa, peraltro, che oggetto del quesito o meno, ha fatto anche nei due precedenti incarichi di consulenza.

A voler fare un po’ di ironia, si potrebbe dire che se l’abito non fa il monaco, il quesito non fa il consulente. Comunque la si giri, infatti, codici Drg o valutazione diagnosi/terapia, Squicciarini non pare possedere le “specifiche competenze” necessarie a rispondere ai due diversi quesiti posti dalla procura.
La domanda dunque che con insistenza continuiamo a porre, ossia sulla base di quali competenze Squicciarini sia presente in questo processo, come nel precedente dibattimento, a nostro avviso non ha ancora avuto risposta. O meglio. Se l'ha avuta da un punto di vista giuridico, poiché la Corte oggi si è pronunciata, certamente l'attendiamo ancora da un punto di vista logico.
Ognuno tragga le proprie considerazioni.

L’udienza è aggiornata al 5 giugno.

 

 

1) Francesco Sartori, direttore del Dipartimento di Scienze Cardiologiche Toraciche e Vascolari dell'Università di Padova
2) Paolo Squicciarini: laurea in chirurgia generale, dal 1984 al 1991 ha collaborato con la divisione di chirurgia generale dell'Istituto dei tumori di Milano, prima come medico frequentatore e poi come ricercatore associato, dal 1993 risulta titolare di una borsa di studio, sempre all'Istituto dei tumori, che nel 1997 abbandona volontariamente; dal 1991 svolge principalmente l'attività di medico di base
3) Consulenze tecnica Paolo Squicciarini del 26/11/2007 (incarico conferito il 2/10/2007) e del 07/04/2008 (incarico conferito il 01/02/2008)
4) Ibidem
5) Consulenza tecnica Paolo Squicciarini del 25/11/2008 (incarico conferito il 26/09/2008)

 

***

 

Udienza 22 maggio 2013

La dottoressa Arabella Galasso per la prima volta in aula: la valenza probatoria delle sue intercettazioni telefoniche si sgonfia come un soufflè

 

Per la prima volta, la dottoressa Arabella Galasso ha testimoniato in aula. Chirurgo ortopedico alla Santa Rita all’epoca dei fatti, il suo nome è rimbalzato sui media fin dal giorno degli arresti nel giugno 2008, legato a quelle intercettazioni telefoniche a effetto – stralci scelti con cura – che più di ogni altra rappresentazione giornalistica hanno creato nell’opinione pubblica l’immagine, divenuta indelebile, della ‘clinica degli orrori’. Anche all’interno dell’aula giudiziaria, nel corso del primo processo Santa Rita, le parole della Galasso hanno prodotto la medesima rappresentazione, al punto che la sentenza di primo grado parla della “loquace dottoressa Galasso” e definisce le sue telefonate tra “le più significative conversazioni intercettate, alcune delle quali esplicite nell’indicare in Brega Massone il ‘principe’ delle condotte truffaldine” (1); impostazione ripresa anche nelle motivazioni della sentenza di appello.

Nel libro inchiesta abbiamo analizzato le telefonate della dottoressa – appena 12 conversazioni ritenute rilevanti in quasi un anno di intercettazioni (dal 4 luglio 2007 al 12 giugno 2008) – trovandovi, in realtà, ben poco di significativo riferito al dottor Brega, oltre la frase riportata dai media e divenuta famosa: “No, ma, comunque, la cosa vergognosa, è... voglio dire, se controllano le cartelle tu lo sai che il principe di queste cose è Brega Massone, no?”; telefonata del 20 luglio 2007, giorno in cui la procura ha sequestrato le cartelle di diversi reparti delle Santa Rita – compreso quello di ortopedia, e non quello di chirurgia toracica – ipotizzando il reato di truffa.

Le domande quindi che ci siamo posti, una volta analizzati i documenti del primo processo, sono le stesse che abbiamo poi inserito nel libro inchiesta: che cosa intendeva dire la Galasso con questa affermazione, e soprattutto, su quali basi e conoscenze dirette la pronunciava?
Due domande d’obbligo, poiché nel corso del primo dibattimento nessuno le aveva poste, e dunque non avevano trovato risposta: la dottoressa infatti non era stata chiamata in aula a deporre. Citata nella lista testimoni dalla procura, sono gli stessi ppmm a rinunciare alla sua deposizione, e gli avvocati non si oppongono. Una scelta curiosa, visto che le sue parole sono divenute parte della struttura portante dell’impianto accusatorio.
In questo secondo dibattimento, invece, la Galasso ha messo piede in aula, citata, oltre che dalla procura – che forse vi avrebbe nuovamente rinunciato, non possiamo saperlo – dalla difesa Presicci. E le due domande hanno trovato risposta.

In sintesi, oggi la dottoressa ha affermato che non aveva un rapporto professionale particolarmente stretto con Brega, dato i diversi ambiti di competenza (ortopedia e toracica), ma che nelle occasioni di collaborazione Brega si era comportato correttamente e con professionalità; ha detto che la frase “il principe di queste cose” era riferita ai passaggi di cartelle acuto/riabilitazione; ha specificato, su domanda della difesa Brega, che non aveva alcuna conoscenza diretta di questi passaggi ‘truffaldini’ di cartelle, era solo una voce di corridoio che girava nella clinica.
In pratica, le parole intercettate di Arabella Galasso – pronunciate, come è evidente all’ascolto della telefonata e come evidenziato anche oggi in aula, in un momento di arrabbiatura, tensione e sfogo per il sequestro delle cartelle cliniche appena avvenuto – non hanno alcun valore probatorio: le voci di corridoio, infatti, non hanno ovviamente peso (ci mancherebbe altro!) in un processo giudiziario. A parte quindi la totale mancanza di significato, il ‘giudizio’ su Brega non aveva assolutamente a che fare con il suo operato clinico – l’indicazione chirurgica dei suoi interventi o la sua professionalità, che anzi la dottoressa sottolinea in modo positivo nella testimonianza – ma con la gestione amministrativa delle cartelle di riabilitazione.

A questo punto, il pm Siciliano ha contestato la deposizione, affermando che le dichiarazioni di oggi della Galasso erano diverse “nei toni” da quelle da lei stessa rilasciate nel corso dell’interrogatorio del giugno 2008, e insinuando che questo dipendesse dal fatto che la dottoressa fosse stata danneggiata, economicamente e professionalmente, dall’inchiesta giudiziaria, e dunque nutrisse risentimento verso la procura.
Ora: al di là del fatto che simili affermazioni lasciano lo spazio che trovano – sottolineiamo per dovere di cronaca che le accuse di truffa ipotizzate a suo tempo a carico della Galasso sono state archiviate, con una richiesta formulata dal pm e disposta dal gip nel maggio 2010 – la questione fondamentale è una sola: la dottoressa ha affermato, oggi in aula, cose diverse rispetto a cinque anni fa?

Analizziamo il verbale dell’interrogatorio del 25 giugno 2008.
A domanda del pm se Presicci e Pansera, i due aiuti di chirurgia toracica, fossero spesso in pronto soccorso, la Galasso risponde: “Loro facevano delle guardie di chirurgia generale in pronto soccorso. Allora, le spiego, io Pansera credo di averlo visto una volta nella mia vita. A parte che ho avuto pochi rapporti con la toracica, e quei pochi li ho avuti con il dottor Brega. Non fosse altro che perché, quando arrivava un traumatizzato, se era un politrauma, lui si occupava della parte toracica”.
A domanda diretta sui suoi rapporti con Brega, la dottoressa risponde: “Allora, che rapporti avevo con Brega? Un uomo con un ego ciclopico. Non mi piaceva tanto, ma questo è il mio pensiero. Era molto supponente, molto... molto «sono bravo solo io». Però devo dire, in tutta onestà, lui con me si è sempre comportato bene. È sempre stato molto educato. È sempre stato corretto, nel senso che, Brega era uno che, se avevi bisogno di una consulenza, veniva a fartela in tempo reale, cioè non dovevi rincorrerlo per... Ti dava tutte le spiegazioni del caso, era anche attento nella compilazione delle consulenze, quindi io da quel punto di vista non posso proprio...”.
E infine, a domanda diretta sul significato della frase “il principe di queste cose”, la Galasso dichiara: “Io, le ripeto, non ho mai lavorato in contatto con Brega, se non pochissime volte, però, per esempio … Poi lo sapete meglio di me, negli ospedali, nei corridoi, i commenti si fanno. Quindi erano tutti perplessi perché questo medico aveva questa prerogativa di prendere [il] paziente, di trattarlo chirurgicamente, di passarlo in riabilitazione, poi di riprenderlo in chirurgia, poi di ripassa ... Cosa che nessuno di noi faceva mai, salvo rarissime eccezioni. Quindi questo era il commento. Da qui a pensare o a sapere ... Difatti qua la mia frase sta a significare: «Caspita! Io questi giochetti non li ho mai fatti!» […]”.

Non sembra affatto, in conclusione, che oggi in aula la dottoressa Galasso abbia detto cose diverse rispetto all’interrogatorio del giugno 2008; di certo, se la procura l’avesse chiamata a testimoniare nel corso del primo processo, anziché rinunciarci, la valenza probatoria della “loquace dottoressa Galasso” sarebbe stata riportata alla sua realtà, ossia al nulla.
Ognuno tragga le proprie considerazioni.

L’udienza è aggiornata al 3 giugno.

 

1) Sentenza del Tribunale di Milano, IV Sezione penale, n. 11584/2010 del 28 ottobre 2010, pag. 947

 

***

 

Udienza 20 maggio 2013

In aula i radiologi: un autogol della procura che rivela ben più di un semplice errore di valutazione. L’impianto accusatorio inizia a mostrare il suo volto teorematico

 

Oggi si è assistito a una pessima figura dei pubblici ministeri, che rivela di questo processo aspetti che vanno oltre la questione che si è affrontata in aula: inizia a mostrarsi l’aspetto teorematico dell’impianto accusatorio.
L’udienza prevedeva la testimonianza del dottor Vincenzo Domenico Celano, all’epoca dei fatti responsabile del reparto di Medicina della Santa Rita, e di alcuni medici del reparto di radiologia (Raffaele Plaitano, Silvia Claudia Saccheri, Gian Luigi Prati [1]). Il dottor Celano merita un articolo a parte – che sarà pubblicato a breve – e un doveroso confronto tra quanto da lui stesso dichiarato nell’interrogatorio del 2009, e quanto affermato oggi in aula.
I radiologi, dunque.

La tesi che oggi la procura voleva dimostrare alla Corte, era chiara: il dottor Brega falsificava i referti delle lastre per giustificare, con una pezza di appoggio in cartella, la propria scelta di intervenire chirurgicamente. Una tesi che, implicitamente, mira a sostenere l’aspetto del dolo riferito al reato di lesioni, e dipinge un’immagine di Brega Massone a dir poco diabolica: non solo faceva operazioni inutili per soldi, ma la sua macchinazione arrivava al punto di falsificare i referti! Un’idea espressa con chiarezza dal pm Grazia Pradella anche durante il Verbale di assunzione informazioni del dottor Prati del 26 settembre 2008, dove si legge:

P.M. - Il nostro timore, a questo punto, le spiego qual è. Non tutte le Tac ci sono. Non tutte le lastre ci sono.
PRATI - Certo, voleva farle sparire, probabilmente. Perché chissà cosa paciugava.
P.M. - No, però il problema nostro è che mentre per ... fino a una certa data, verosimilmente, per quello che stiamo ricostruendo, se ne fregava del referto del radiologo e operava comunque. A un certo punto si vede che si è ...
PRATI - Agitato? Preoccupato?
P.M. - Pensiamo noi. E ha iniziato anche a fare queste cose.

Per inciso, al 26 settembre 2008 il pm Pradella sa bene che Tac e lastre non sono in cartella ma nelle mani dei pazienti, e che in ogni caso la clinica ne aveva copia digitale in un server dedicato; non sono in cartella, quindi, non certo perché Brega volesse farle ‘sparire’ perché compromettenti per lui, come lascia credere al dottor Prati, che sull’onda replica: “Perché chissà cosa paciugava”.

Ma andiamo all’udienza di oggi.
Plaitano, il primo a deporre, non ha detto nulla di che: il software a quel tempo utilizzato dalla radiologia della clinica non era certificato, come in molte altre case di cura, e infatti la direzione sanitaria stava valutando di aggiornarlo, non perché ci fossero particolari problemi ma semplicemente perché andava fatto, non brillava certo per sicurezza; prevedeva una password singola e personale, rilasciata dal Ced interno, con cui ogni medico poteva accedere alla propria area di competenza (per la radiologia, la refertazione, la visualizzazione ecc.); in ogni caso, nel momento in cui si entrava nel programma per modificare qualsiasi cosa, ne restava traccia.
A domanda della procura, Plaitano ha risposto: il dottor Brega veniva in radiologia come gli altri medici, né più né meno (e qui è parso che i ppmm incassassero male l'affermazione). A domanda della difesa Presicci, Plaitano ha risposto: non credo che i medici degli altri reparti avessero la password per poter modificare i referti, ma solo per visualizzarli.

In sostanza, Plaitano non ha detto alcunché a conferma della tesi della procura; se è stato portato in aula per sostenerla, visto che era un teste dell’accusa, o si è trasformato in un autogol o qualche conto è stato fatto di fretta. C’è da registrare che i ppmm hanno proposto, all’ultimo momento, di non sentirlo ma di acquisirne solo il verbale di informazione redatto a suo tempo, nel settembre 2008; la difesa si è opposta e Plaitano è entrato in aula.

Ma indubbiamente era la dottoressa Saccheri il teste-chiave della procura per la tesi della falsificazione; ha testimoniato per seconda, ed è stato il secondo autogol.
Per prima cosa, la questione password: la Saccheri ha dichiarato che esisteva un’unica password per l’intero reparto – quindi non personale – una cosa banale tipo “radiologia” o “rad”, non ricordava di preciso. Ha quindi contraddetto Plaitano, ma rispetto a quello che è venuto dopo, questa finisce per essere una cosa marginale.
Ha infatti innanzitutto ricostruito la procedura di refertazione: il radiologo guardava la lastra e dettata la sua valutazione, ossia il referto, su un nastro; il nastro veniva poi consegnato alle segretarie del reparto che trascrivevano il testo registrato. Se ciò avveniva all’interno del turno del radiologo, questi firmava poi il cartaceo, ossia il referto stampato; se avveniva dopo che il radiologo aveva finito il proprio turno – magari nel pomeriggio o la sera – prassi voleva che la mattina dopo il radiologo di turno controllasse la stampata, ovviamente dal solo punto di vista della logica del testo, o del mero italiano corretto, dato che non aveva personalmente visto la lastra, e firmasse “per”, ossia “in nome” del radiologo che aveva visto l’immagine e steso il referto. Questo per fare in modo che il tutto potesse andare subito al reparto che aveva in cura il paziente, senza dover attendere la rotazione dei turni dei radiologi.

Se un referto, in un secondo momento, veniva corretto, in genere dopo un confronto con il clinico (l’ortopedico, il chirurgo ecc.) – e capitava, ha ribadito più volte la dottoressa Saccheri, il radiologo può sbagliare perché non è un clinico, e può non vedere cose che un chirurgo è in grado di vedere – c’erano due possibilità: si scriveva un “addendum”, integrando il referto già esistente, oppure si dettava da capo l’intero referto che veniva riscritto dalle segretarie.
Se invece dopo il confronto a voce con il clinico, il radiologo restava della propria opinione e decideva di non modificare il referto – anche questa eventualità accadeva, ha detto la Saccheri – in genere il medico segnava in cartella la propria discorde valutazione rispetto al referto; una prassi logica, ha affermato la dottoressa, di modo da avere una cartella esatta e completa, poi stava al clinico farlo o meno.

Tutti questi dettagli, che paiono pure noiosi, in realtà sono importanti. Casus belli, infatti, di questa ‘teoria della falsificazione’ della procura, è la presenza, tra quelle sequestrate, di una cartella contenente due referti per una stessa lastra. Quando i pubblici ministeri se ne sono accorti, hanno chiamato la Saccheri per chiedere informazioni (era il 26 settembre 2008) e davanti ai due referti – entrambi siglati da altro medico con la dicitura “per” – la dottoressa ne ha riconosciuto uno come proprio – per lo stile con cui è scritto – e ha negato di aver steso l’altro. Non è questione di poco conto. Il (doppio) referto è un controllo, eseguito rispetto a una Tac precedente di cinque giorni; uno registra: “Permane, anche se discretamente diminuito la falda di versamento pleurico localizzata a livello dello sfondato costovertebrale di sinistra”, mentre nell’altro si legge: “Discretamente aumentata la falda di versamento pleurico a livello dello sfondato costovertebrale sinistro”. Il primo dichiara dunque una diminuzione, il secondo un aumento; è chiaro che l’uno contraddice l’altro.

La tesi della procura – come si evince anche dalle affermazioni del pubblico ministero a Prati, sopra riportate – vuole che Brega abbia falsificato il referto, descrivendo un aumento inesistente, per giustificare l’operazione chirurgica.
Oggi in aula la Saccheri era meno perentoria del settembre 2008; il pm insisteva per farle dire che uno dei due referti era falso, lei ribadiva che semplicemente uno dei due non era suo, ed era anche meno sicura su quale tra i due fosse il ‘suo’, anche se continuava a riconoscere il proprio stile nel primo (diminuzione) e non nel secondo (aumento).
Ma non è questo l’aspetto importante, bensì un altro, o meglio, altri due.

Innanzitutto, se la procura ha avuto il dubbio, in fase di indagini, che Brega avesse falsificato dei referti, allora questa doveva essere una ragione in più, e non di poco conto!, per acquisire la lastre e consegnarle ai propri consulenti, per una corretta valutazione di tutti i casi relativi alle cartelle cliniche sequestrate. Cosa di cui, inspiegabilmente, la procura non si è preoccupata.
Tuttavia una ragione forse c’è per la mancata preoccupazione, e qui veniamo al secondo aspetto importante.
Il 7 ottobre 2008, quindi dopo appena una decina di giorni dalla scoperta dei documenti, i pubblici ministeri hanno dato il doppio referto e la relativa lastra in mano al dottor Giampaolo Cornalba, primario del reparto di radiologia dell’Ospedale San Paolo di Milano, per una valutazione. Cornalba ha osservato l’immagine, l’ha confrontata con la Tac precedente, e ha dichiarato: si “evidenzia un lieve incremento del versamento a sinistra che risale fino ad un piano passante per la porzione traversa dell’aorta” (2). Dunque, tra i due referti, quello corretto era il secondo; ossia quello dell'aumento; quello che la dottoressa Saccheri non aveva riconosciuto come proprio; quello che Brega, nella tesi della procura, avrebbe falsificato per inserire in cartella una ‘pezza d’appoggio’ a giustificazione dell’intervento chirurgico.

Ora: per come la Saccheri ha descritto l’iter procedurale della refertazione, la cosa più logica che si possa pensare è che Brega, guardando la Tac, si sia accorto dell’aumento; che l’abbia dunque verificata con un altro radiologo, magari quando la Saccheri non era di turno; che anche questi abbia visto l’aumento, sfuggito alla Saccheri – può succedere, uno sbaglio – e abbia quindi dettato da capo l’intero referto, poi trascritto dalla segretaria; e che poi, per sbaglio, entrambi i referti siano finiti archiviati in cartella.
Tutto qua. Pare molto banale.

Non è affatto banale, tuttavia, è anzi sorprendente (per non dire inquietante), che la procura non abbia fatto questo semplice ragionamento; che una volta accertato, nell’ottobre 2008, con il dottor Cornalba, quale fosse il referto corretto, abbia continuato sulla strada dell’ipotesi della falsificazione dolosa – utile alla costruzione del teorema accusatorio. Tutta questa storia (possiamo chiamarla farsa?) non doveva nemmeno essere oggetto di un’udienza in un’aula giudiziaria.
In ogni caso, il verbale del dottor Cornalba è stato acquisito, e dunque la Corte ha gli elementi per valutare.

La dottoressa Saccheri ha poi parlato di un altro caso, senza ricordarne alcun estremo per poter risalire al paziente e alla relativa cartella clinica, in merito al quale lei non aveva rilevato, dalla lastra, una “contusione polmonare” che invece Brega sosteneva ci fosse; oggi in aula ha ribadito che la contusione poteva benissimo esserci, dal punto di vista clinico, ma non dal punto di vista radiologico; ha detto che dopo la discussione con Brega è rimasta ferma nella sua posizione, non volendo modificare il referto, e che per caso, in seguito, gli è capitato in mano e la contusione polmonare vi era riportata. Ha sostenuto che non sa chi l’avesse modificato, ma di certo non lei.
Con elementi così vaghi, non è possibile fare chiarezza su questo caso, per capire se, semplicemente, siamo davanti a una situazione fotocopia della precedente.

In poche parole, anche la Saccheri ha fornito ben poco sostegno alla tesi della procura.
E nell’aula è iniziato a riecheggiare lo stridio delle unghie sullo specchio, in un tentativo – ostinato e mal riuscito – di arrampicata. L’équipe di chirurgia toracica usava i computer?, ha chiesto il pubblico ministero; certo, ma non quello della radiologia, ha risposto la Saccheri. Erano abili nell’uso dei computer? Non lo so, ha risposto la Saccheri, li usavano, normale. Che modo aveva di porsi Brega Massone? Assertivo, molto sicuro di sé, “era un interventista, ma come lo sono molti chirurghi, io non sono un chirurgo e non posso giudicare”, ha risposto la Saccheri. Il reparto di radiologia aveva problemi con Brega Massone? Io personalmente avevo problemi, ha risposto la Saccheri, per via del suo pessimo carattere: ci evitavamo reciprocamente.

A questo punto, forse visto come girava la giornata, i pubblici ministeri hanno rinunciato a sentire il dottor Prati, proponendo di acquisire il Verbale di assunzione informazioni del 26 settembre 2008 al posto della testimonianza in udienza.
E in effetti, sembra che anche Prati, oggi, avrebbe avuto ben poco da dire in aula – rischiava insomma di essere il terzo autogol. Leggendo le dichiarazioni rilasciate all'epoca, si ha l’impressione che, semplicemente, tra l’allibito e lo spaventato, il radiologo si accodi all'interpretazione, chiamiamola così, della realtà, fornita dal pubblico ministero Pradella, che lo sta interrogando. Giusto per dare un’idea dell’atmosfera del ‘colloquio’, riportiamo alcuni passaggi. A ognuno la propria valutazione.

***

P.M. - Intendevo dire, è una cosa che sospettava? Aveva qualche ...
PRATI - Che cosa, che ... ?
P.M. - Che Brega fosse a quel livello spudorato ...
PRATI - No, Dottoressa. Le dico no. No. Le dico no. E torno a dire, e lo metta pure, se avessi avuto un tumore al polmone andavo da Mezzetti o da Santambrogio, ma non pensavo a quei livelli. Assolutamente. Perché non ho mai avuto neanche le prove sui referti radiologici, di una ... le dico la verità, non ... Sì. Non era uno che io stimavo dal punto di vista medico, però come tanti. Come probabilmente tanti non stimavano me, Dottoressa.

***

P.M. - Senta, Lei ha mai avuto, anche durante le discussioni con Brega, frasi - latu sensu - minacciose? Cioè, del tipo “guarda che io ho i mezzi per incastrarti”, o di questo genere?
PRATI - Da parte mia?
DOTT. SQUICCIARINI - No. No.
P.M. - Brega nei suoi confronti.
PRATI - No. No.
P.M. - Lei sapeva che Brega è stato arrestato con delle lastre nel ... delle lastre nel suo bagagliaio?
PRATI - No. No.
P. M. - Le ha mai contestato degli errori gravi? A Lei o a qualcuno della sua equipe.
[…]
PRATI - Se mi ha contestato delle gravi ... ?
P.M. - Degli esami che Lei ha ...
DOTT. SQUICCIARINI - Degli errori.
P.M. - Degli errori, delle ...
PRATI - Come in tutte le cose, qualche errore l’avrò fatto e mi avrà contestato. Ma non ricordo se a ragione o no. Aveva delle lastre ...
P.M. - Sì. Lei ha idea di perché Brega si tenesse degli esami del reparto di radiologia nel bagagliaio della macchina?
PRATI - No. Mai più pensavo che potesse tenere le radiografie ... ma per l’amor di Dio.

***

DOTT. SQUICCIARINI - Ti è mai capitato che qualche tuo radiologo, visto che tu le Tac, dicevi, le refertavi pochissimo, si stupisse di referti Tac preoperatori che non evidenziavano patologie ...
PRATI - Non mi è mai stato detto questo dai miei collaboratori. Mai.

***

PRATI - No, ma io non so capacitarmi di questo referto, però. Ma allora mi dice che si può entrare nel sistema di ... si possono cambiare i referti?
P.M. - Questo è quello che è accaduto.
DOTT. SQUICCIARINI - Secondo la Dottoressa Saccheri ...
P.M. - La Dottoressa Saccheri si ricorda perfettamente.
DOTT. SQUICCIARINI - Basta mettere la password e …
PRATI - Allora qui siamo nel marasma più totale. Allora capisco le lastre che tiene sulla macchina, capisco le altre ... allora sono veramente terrorizzato, da questa cosa qui. Eh, no, se questo fa... eh, il sistema informatico ...
DOTT. SQUICCIARINI - Perché io ho cercato ...
PRATI - Ma scusate una cosa, noi abbiamo, un sistema informatico, Dottoressa, dove abbiamo delle password.
P.M. - È già stato ... il sistema informatico, grazie a Dio, è già stato sequestrato. Quindi faremo i controlli. Quello che voglio dire è che la situazione, Dottore, è questa.

***

PRATI - Certo che se uno entra nel sistema informatico ... io non lo sapevo, Dottoressa, veramente, del poter entrare. .. questa cosa qui mi ha... poteva farmelo vedere all’inizio, così non riuscivo più a parlare. Perché mi ha allibito, questa cosa qui. Sarà d’uopo che abbandoni la Santa Rita, Dottoressa. Le dico la verità. No, non è possibile, ‘sta cosa qui. Non so ... Dica.
P.M. - Senta, vediamo di rifare la domanda che le ho fatto all’inizio. Ha mai colto in Brega qualche velata, diretta o indiretta minaccia, “se vado nei guai io, vai nei guai anche tu?”
PRATI - No. No.
P.M. - O qualcuno della sua equipe?
PRATI - No. Assolutamente. Anche perché ho le spalle larghe, Dottoressa.
P.M. - Purtroppo non le hanno le oltre cento persone operate inutilmente.
PRATI - Eh, poveretti, quelli veramente. Però mi creda, io ... non mi ha mai sfiorato l’idea che possa essere un personaggio ... ma neanche sfiorato. Ma neanche sfiorato che potesse fare queste cose.

***

Per inciso, Prati non è la prima persona, e probabilmente non sarà l’ultima, che cita Mezzetti e Santambrogio come alti – e pari grado – riferimenti della chirurgia toracica; è il caso di ricordare, per l’ennesima volta, che sui casi TBC contestati al dottor Brega, hanno avuto pareri totalmente discordi.
Santambrogio ha 'condannato' Brega senza appello.
Mezzetti scrive nella conclusioni della sua consulenza: “In sintesi mi sento di ribadire che nel comportamento dei Chirurghi Toracici della Clinica Santa Rita di Milano non vi siano stati elementi di inappropriatezza diagnostica e terapeutica, che il percorso diagnostico seguito dai colleghi sia stato corretto e che i protocolli di riferimento per la diagnosi e cura della TB siano stati seguiti”(3).
Uno dei due avrà pur torto, o possono aver ragione entrambi? Forse la chiave sta nella solita questione: le lastre. Scrive infatti Mezzetti: “La Commissione […] omette di consultare le radiografie (elemento indispensabile per un giudizio clinico e razionale), che le avrebbero reso più comprensibili i casi in oggetto e valutato tutti gli aspetti indispensabili per corretta valutazione di indicazione chirurgica. […] la mancata valutazione della documentazione radiografica dei pazienti rende, secondo un normale criterio scientifico adottato da tutti, inaffidabili i pareri stessi espressi dalla Commissione” (4).
(Sempre ricordiamo che anche i consulenti della procura hanno valutato i casi senza guardare le lastre.)

In aggiunta, Prati conferma di conoscere sia Santambrogio che Legnani (“Santambrogio viene a cena spessissimo con me” e di Legnani è “molto amico”), ma afferma di non aver saputo nulla di preciso sul lavoro della commissione Asl, dal primo, e di “essersi tirato” fuori dalla faccenda, una volta messo in contatto il secondo con la proprietà della clinica.

C’è inoltre da osservare la presenza di Paolo Squicciarini all’interrogatorio, e davvero non si comprende in quale veste e che cosa ci stia a fare.

Come anticipato, del dottor Celano scriveremo a parte.
L’udienza è aggiornata al 22 maggio.

 

 

1) All’epoca dei fatti: Raffaele Plaitano, capo tecnico della radiologia clinica Santa Rita; Silvia Claudia Saccheri, radiologa in Santa Rita; Gian Luigi Prati, responsabile del reparto di radiologia della Santa Rita
2) Verbale di sommarie informazioni, Giampaolo Cornalba, 7 ottobre 2008
3) Professor Maurizio Mezzetti, Consulenza sui casi oggetto di valutazione della Commissione Asl, 1 febbraio 2008
4) Ibidem

 

***

 

Udienza 15 maggio 2013

Commissione Asl, il corale ritornello delle lastre ‘superflue’

 

Oggi hanno sfilato i componenti della commissione Asl – Chiara Porro de Somenzi, Paolo Bulgheroni, Luigi Santambrogio, Aldo Bellini (1) – ma dobbiamo subito dire che, al contrario di quanto avevamo auspicato, una gran luce sulla nebulosa questione Asl non è stata fatta.
È rimasto oscuro perché si sia sempre negato al dottor Brega Massone il confronto sui casi clinici oggetto di valutazione; perché non sia stato presentato un esposto nei suoi confronti all’Ordine dei medici, dato che il suo operato era stato a tal punto censurato; perché sia stato lasciato libero di ricoprire il ruolo di primario ad interim di chirurgia generale alla clinica San Carlo, accreditata con il sistema sanitario, se il suo modo di agire era stato ritenuto addirittura pericoloso per la salute pubblica; perché non siano state tenute in alcun conto le consulenze dei professori Pozzi e Mezzetti, che valutavano in modo diametralmente opposto l’operato di Brega, affermando fosse stato corretto – consulenze scritte visionando anche le lastre.
Sul lato della clinica, resta incomprensibile perché sia stata sospesa l’operatività, sia accreditata che solvente, di un solo reparto, per aggiornare Protocolli operativi relativi al “rischio di trasmissione per via aerea delle patologie infettive” (2) che riguardavano l’intero ospedale – per esempio il pronto soccorso: “Depistage del paziente sospetto tubercolotico in PS-DEA del 28.09.07: tra i gruppi a rischio sono indicati solo gli stranieri temporaneamente presenti, si rileva che in PS possono presentarsi anche immigrati ‘irregolari’, spesso più pericolosi relativamente al rischio tubercolare” (3). Se vi era pericolo per la salute pubblica, come affermava la commissione, il pericolo si sarebbe fermato alle porte di un reparto?

La dottoressa Porro ha affermato che la commissione si è istituita per la segnalazione, nell’agosto 2007, da parte di una Unità operativa malattie infettive, di ‘anomale diagnosi’ di alcuni casi di TBC effettuate attraverso un intervento chirurgico (7 casi in 18 mesi, dal gennaio 2006 a luglio 2007); giusto per contestualizzare i numeri, nel 2006 i casi di TBC denunciati in Italia sono stati 4.503, dei quali 1.035 nella sola Lombardia; nel 2007 le TBC sono state 4.525, di cui 1.067 in Lombardia (4). Ognuno tragga le proprie valutazioni.

Uno degli aspetti fondamentali, anche in questa vicenda (di cui abbiamo sintetizzato gli estremi qui), è relativo alle lastre, non contenute all’interno delle cartelle cliniche e dunque non visionate dalla commissione per la valutazione dell'iter diagnostico/terapeutico. Quel che più sorprende è il fatto che da ‘necessarie’ siano divenute ‘superflue’.

Nel verbale Asl del 7 settembre 2007 si legge: “Il Dr. Bulgheroni e il Prof. Santambrogio sottolineano la necessità di poter esaminare la lastre effettuate nei pazienti in questione, per meglio analizzare i casi”; la dottoressa Porro si incarica di reperirle e nel frattempo la commissione decide di proseguire “per una prima valutazione d’insieme” e “decide di rimandare i giudizi/conclusioni a dopo che i componenti avranno esaminato la cartelle cliniche e le immagini radiografici precedenti l’intervento chirurgico” (5); dove precedente è la parola chiave.
La Porro – come confermato oggi in udienza – si premura di chiederne copia alla Santa Rita, che risponde che è prassi consegnarle ai pazienti: a quel punto, invece di chiederle alle sette persone, la commissione decide di farne a meno, evidenziando, alla riunione successiva, che “la documentazione è direttamente richiedibile ai pazienti, ma, al momento, sembra preferibile soprassedere” (6).

A domanda della difesa di Brega Massone sul perché fosse “preferibile soprassedere”, la dottoressa Porro ha risposto: per non allarmare i pazienti. Francamente, non è chiaro di che cosa si sarebbero dovuti allarmare, dal momento che tutti avevano avuto diagnosi di TBC ed erano stati ricoverati al centro dedicato di Villa Marelli – dove lavorava, tra l’altro, il dottor Bulgheroni – e dunque erano ben consapevoli di avere contratto l’infezione.
Ma, paradossi a parte, la questione rilevante è quel precedente.

La commissione Asl infatti ‘condanna’ Brega per non aver seguito il corretto percorso diagnostico/terapeutico previsto per la TBC, ossia anamnesi, analisi di laboratorio ecc.; peccato che se Bulgheroni e Santambrogio avessero avuto modo di vedere le lastre precedenti l’intervento chirurgico, come correttamente avevano chiesto, forse avrebbero compreso (forse no, non lo sappiamo) perché il dottor Brega avesse optato per un intervento di mini chirurgia. Mezzetti e Pozzi, visionando le lastre, lo hanno compreso.
In cartella erano presenti i referti, ma un chirurgo – e così Brega – guarda sempre le lastre, come, paradossalmente (ancora una volta, ma ci dobbiamo abituare: i paradossi in questo processo sono parecchi...), ha affermato oggi in aula lo stesso Bulgheroni: io guardo sempre la lastra per la mia valutazione, perché non mi fido del radiologo.
In aggiunta, Fabio Presicci, primo aiuto di Brega, ha rilasciato una dichiarazione spontanea evidenziando, documento alla mano, come in uno dei due casi oggetto della commissione Asl e capi di imputazione in questo dibattimento, vi fosse un referto con tutta evidenza – alla visione della relativa lastra – sbagliato.

A domanda della difesa sul perché le lastre fossero quindi divenute da ‘necessarie’ a ‘superflue’, la risposta di Porro, Bulgheroni e Santambrogio è stata un coro a una voce sola: non stavamo valutando l’operato di un medico ma il rispetto di percorsi diagnostici/terapeutici, e per far questo era sufficiente quanto presente in cartella.
Come giustificazione pare un po’ debole.
Ora: nel momento in cui sto valutando un caso clinico, è ovvio che sto implicitamente valutando anche l’operato del medico che quel caso clinico ha seguito; e nel momento in cui sto valutando il rispetto di un percorso diagnostico/terapeutico, quel percorso lo devo capire nella sua interezza, e non è possibile senza la visione delle lastre precedenti l’intervento ‘incriminato’. Infine, ci perdoneranno Bulgheroni e Santambrogio se insistiamo, ma se la cartella era sufficiente, doveva esserlo fin dalla prima riunione: perché chiedere le lastre, quindi?

In merito ai curiosi contatti evidenziati dalle intercettazioni telefoniche ed emersi nel corso dell’udienza dell’8 maggio, Santambrogio ha affermato di conoscere il dottor Legnani da molti anni, di avere un rapporto amicale e professionale contraddistinto da confronti quasi giornalieri, ma di non aver mai discusso con lui delle valutazioni date all’interno della commissione Asl; ha confermato di aver sentito il dottor Prati, radiologo della Santa Rita, in più occasioni, ma di non essere mai entrato, nemmeno con lui, nel merito del lavoro svolto in commissione. Prendiamo atto e vedremo cosa avranno da dichiarare in merito Legnani e Prati, se e quando saranno chiamati in aula a deporre.

Per chiudere, evidenziamo in questa occasione – e una volta per tutte – che in queste controcronache non entreremo negli aspetti medico-scientifici dei casi clinici oggetto del dibattimento, non possedendo, con tutta evidenza, la competenza per farlo, nemmeno per limitarsi a riportare quanto espresso in aula; ci limiteremo quindi, quando possibile, a evidenziare le contraddizioni e le incongruità, e a mettere a disposizione la documentazione. Una decisione che ha caratterizzato anche la stesura del libro inchiesta, e della cui bontà abbiamo avuto oggi l’ennesima conferma.
Quando infatti si è entrati nel merito clinico di un caso – ogni capo di imputazione sarà analizzato nel dettaglio dai consulenti di procura e difesa in successive udienze, Bulgheroni e Santambrogio oggi hanno deposto in qualità di testimoni sulla loro partecipazione alla commissione Asl, non sono consulenti di questo processo – l’impossibilità di confronto alla pari tra medico e, nella situazione odierna, avvocato, è stata evidente; nel momento in cui il primo approccia l’ambito scientifico, non esiste possibilità per il secondo di controbattere; per quanto possa aver studiato il caso, infatti, un avvocato non ha il bagaglio medico-scientifico necessario a uscire dai ristretti binari delle domande preparate, e nemmeno per comprendere quanto sia corretto quel che il medico sta affermando in quel momento.

Chi scrive è nella stessa posizione degli avvocati, e vale la pena ricordare che il gruppetto è nutrito: vi appartengono anche i giudici, togati e popolari, e i pubblici ministeri.
È per questa ragione che durante il primo processo, a fronte di consulenze medico-scientifiche dell'accusa caratterizzate dai seri problemi di professionalità che abbiamo più volte analizzato (leggi qui), la difesa del dottor Brega ha chiesto al tribunale, senza riuscire a ottenerla, una perizia super partes. E per inciso, se Brega fosse dolosamente consapevole di aver effettuato interventi inutili, come afferma la procura, è logico supporre che cercherebbe in tutti i modi di tenersi alla larga da una perizia fatta con tutti i crismi. Vedremo se questa Corte riterrà necessario disporla.

L’udienza è aggiornata al 20 maggio.

 

 

1) Chiara Porro de Somenzi, all’epoca dei fatti direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl città di Milano; Paolo Bulgheroni, responsabile del reparto di broncopneumologia dell’Azienda ospedaliera Niguarda-Villa Marelli; Luigi Santambrogio, responsabile dell’Unità di chirurgia toracica della Fondazione ospedale maggiore Policlinico di Milano; Aldo Bellini, all’epoca dei fatti dirigente responsabile dei Noc
2) Commissione Asl, relazione conclusiva del 5 novembre 2007
3) Ibidem
4) Cfr. La tubercolosi in Italia. Rapporto 2008, Ministero della Salute
5)
Commissione Asl, verbale del 7 settembre 2007; il corsivo è dell’Autore
6) Commissione Asl, verbale del 14 settembre 2007

 

***

 

Udienza 13 maggio 2013

La valorizzazione della presunta truffa e la 'sparizione' del consulente medico-scientifico, Paolo Squicciarini

 

Oggi è stata la volta di Luca Merlino e di Antonino Michele Privitera.
Il primo è vice direttore generale all’assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, ed è consulente tecnico per la procura per la valorizzazione economica di quella che l’accusa considera la truffa correlata al presunto reato di lesioni dolose: dato che gli interventi sono ‘inutili’ da un punto di vista medico – affermano i ppmm – l’équipe di chirurgia toracica li ha effettuati al solo scopo di incassare la propria parte sui Drg (il 9%). Il denaro, in pratica, è il movente, desunto attraverso evidenti forzature interpretative delle conversazioni telefoniche intercettate – o meglio degli stralci delle conversazioni! – di cui avremo modo di parlare più avanti (un assaggio lo si è già avuto con la telefonata della ‘mammella novantenne’, smontata senza troppa difficoltà dalla difesa di Brega e riportata nella controcronaca precedente).

Che Merlino si intenda di Drg, non ci sono dubbi, ed era stato consulente dei ppmm, con lo stesso incarico, anche per il primo processo Santa Rita. Tuttavia sorprende rivederlo in aula – almeno sorprende noi – dato che nel frattempo sono esplosi gli scandali Maugeri e San Raffaele, che vedono indagati per corruzione Carlo Lucchina, ex direttore generale Sanità, e Roberto Formigoni, e nei quali il dottor Merlino è teste-chiave per la procura; ha infatti dichiarato: «I soldi pubblici erogati al San Raffaele e alla Maugeri? I criteri delle delibere erano ispirati in modo da aiutare i due ospedali» (qui) e anche: «Daccò indicava la somma di cui [Maugeri e San Raffaele, n.d.a.] avevano necessità e poi i tecnici dovevano dare una veste formale all’erogazione» (qui).
Ora: quel che viene spontaneo chiedersi è perché Merlino non abbia denunciato tutto questo a suo tempo – e sottolineiamo che in Regione siede ancora sulla stessa poltrona – e per quanto la sua consulenza in questo processo sia tecnica e non abbia nulla a che vedere con quelle vicende, la sua testimonianza risuona un po’ stonata quando traccia il quadro del sistema sanitario regionale, pubblico e accreditato, del meccanismo dei Drg e dei controlli (!).

La sua valorizzazione si è basata sulle valutazioni dei consulenti medico-scientifici della procura, e a domanda della difesa di indicarli nello specifico, i ppmm hanno risposto: Sartori, Greco, Olivieri (1). Colpisce che non sia stato citato anche Paolo Squicciarini (2), primo consulente a essere nominato dalla procura e ‘grande accusatore’ di Brega Massone, il quale, pur non possedendo alcuna competenza in chirurgia toracica, ha ‘scremato’ le quasi 600 cartelle cliniche sequestrate e segnalato i casi da contestare.
Non essendo stato indicato tra i consulenti medico-scientifici, non ci aspettiamo dunque di vederlo testimoniare in aula sugli aspetti medico-scientifici dei capi di imputazione, né di vedere depositata una sua consulenza. Anche perché, a questo punto, diventa ancora più difficile capire la ragione della sua nomina e della conseguente presenza in questo processo: non è consulente tecnico sui Drg, che come medico di base nemmeno utilizza – ruolo rivestito da Merlino – e pare, per quanto dichiarato oggi, che non sia nemmeno consulente medico-scientifico.

Il dottor Merlino ha poi affrontato la questione del Drg 075, il codice ‘incriminato’ correlato al reato di presunte lesioni dolose. Occorre subito sottolineare, per chiarezza, che il codice indicato è corretto, corrisponde infatti all’intervento effettuato dall’équipe di chirurgia toracica della Santa Rita (la Vats, o video-toracoscopia, un intervento di chirurgia mini-invasiva); la presunta truffa quindi non consiste nell’aver indicato falsi codici di diagnosi e/o di interventi chirurgici non realizzati, ma si lega alla mancanza di indicazione chirurgica espressa nelle relazioni dei consulenti medico-scientifici della procura.

Il dottor Privitera (3) è invece consulente dell'accusa in merito all’ipotesi di truffa sui cosiddetti ‘ricoveri ripetuti’, ossia quei ricoveri caratterizzati da passaggi tra reparti per acuti e il reparto di riabilitazione della Santa Rita, reato di cui è imputato Brega Massone e un altro medico. Privitera ha prima fatto una panoramica su che cosa si intenda per ‘riabilitazione’ e le caratteristiche che un ricovero deve presentare per essere considerato tale – indicativamente e non esaustivamente: valutazione specialista pre ricovero, progetto riabilitativo, programma redatto da un fisioterapista con gli obiettivi da raggiungere – e ha poi espresso la propria valutazione sulle cartelle cliniche analizzate oggetto della sua consulenza.
Su 721 cartelle relative al periodo 2004-2006 (pari a 166 pazienti, provenienti da diversi reparti, non solo la chirurgia toracica), il dottor Privitera ne ha ritenute 431 “gravemente irregolari” sotto diversi aspetti – si tratta di una valutazione puramente amministrativa, non sono contestate le cure riabilitative correttamente somministrate ai pazienti.

Il punto della questione sta nel fatto che il Drg della riabilitazione non paga a forfait, come il Drg per acuti, ma a giornata: all’epoca dei fatti, circa 200 euro al giorno in capo alla clinica, mentre l’équipe di chirurgia toracica percepiva 10,33 euro giornalieri (lordi di imposte).
Al di là della valutazione che sarà data dalla Corte sul presunto reato di truffa, appare evidente come l’irrisorietà della cifra non possa ragionevolmente far supporre che Brega Massone, primario e chirurgo toracico, abbia intenzionalmente creato questa situazione.

Appare infatti plausibile quanto da lui stesso dichiarato nel corso del primo processo, ossia che il passaggio amministrativo in riabilitazione fosse un input della proprietà della clinica: “[...] Nel 2004 o siamo lì insomma, io fui chiamato [da Pipitone, n.d.a] e mi fu detto che praticamente la nostra chirurgia, siccome io facevo i grossi interventi, le pleuropneumonectomie [...] troppo grossi e non redditizi fondamentalmente per la clinica […] per cui mi fu ventilata l’ipotesi o di non proseguire una collaborazione oppure di produrre eventualmente dei correttivi e i correttivi mi furono proposti da loro, cioè... suggeriti... direi mi fu detto: «Ma lei la riabilitazione la fa?», io ho detto sì e allora mi fu detto: «Facciamo che il paziente viene passato in riabilitazione». Quando poi io ebbi dei casi, perché poi ognuno, voglio dire, io le posso dire che non ero a conoscenza perché non le sapevo queste cose, se le avessi sapute ovviamente magari le avrei fatte anche dal primo giorno voglio dire, se mi fossero state dette di farle, a me fu detto che, utilizzando la riabilitazione, la riabilitazione andava data; all’inizio non mi diedero penso neanche niente, poi un giorno mi chiamarono e mi dissero: «Sì, per l’équipe è 10 euro e 33 al giorno», per cui le ripeto che per me la cosa non era certo la riabilitazione un problema, il mio problema fu quello di, come dire, seguire determinate regole che lì erano state dette e mi fu detto: «Lo fa la medicina, lo fa l’ortopedia, lo faccia anche la chirurgia» (4).

In controesame, la difesa della (ex) Santa Rita ha innanzitutto rilevato come tra le cartelle analizzate ve ne siano alcune già inserite nel precedente dibattimento, e dunque da eliminare dal capo di imputazione – evidentemente la procura non se n’è accorta... Poi ha evidenziato come molte cartelle fossero già state oggetto di annullamento da parte dei Noc (5), e dunque il relativo Drg sia già stato rimborsato alla Regione – questione importante sotto l’eventuale profilo risarcitorio, dato che Regione Lombardia e Asl si sono costituite parte civile nel processo.
Infine ha contestato la modalità di valorizzazione utilizzata dal dottor Privitera, che ha abbattuto non solo le cartelle di riabilitazione ma anche i ricoveri in acuto relativi a interventi chirurgici effettivamente e correttamente effettuati e non oggetto di contestazione, e dato che la consulenza è stata stilata per numeri complessivi, sono stati depositati anche gli appunti dello stesso Privitera contenenti i dettagli dell’analisi, cartella per cartella. E su questo, in una prossima udienza, accusa e difesa si confronteranno.

Una nota a margine.
Un anestesista esce dal processo, per sopraggiunta prescrizione del reato.

L’udienza è aggiornata al 15 maggio.

 

 

1) Francesco Sartori, direttore del Dipartimento di Scienze Cardiologiche Toraciche e Vascolari dell'Università di Padova; Marco Greco, direttore del Dipartimento di senologia dell'ospedale San Gerardo di Monza; Dario Olivieri, direttore della Scuola di specializzazione di pneumologia dell'Università di Parma
2) Paolo Squicciarini: laurea in chirurgia generale, dal 1984 al 1991 ha collaborato con la divisione di chirurgia generale dell'Istituto dei tumori di Milano, prima come medico frequentatore e poi come ricercatore associato, dal 1993 risulta titolare di una borsa di studio, sempre all'Istituto dei tumori, che nel 1997 abbandona volontariamente; dal 1991 svolge principalmente l'attività di medico di base
3
) Antonino Michele Privitera: professore associato di Medicina Fisica e Riabilitaliva, facoltà di Medicina e Chirurgia Università degli Studi di Milano; direttore Unità Operativa di Riabilitazione Specialistica, Azienda Ospedaliera San Paolo, Milano
4) Cfr. Proc. Pen. n. 12570/08, udienze del 7 luglio 2009
5)
Nuclei operativi di controllo, funzionari regionali che hanno il compito di verificare a campione – all’epoca dei fatti, un 5% – la codifica delle cartelle cliniche

 

***

 

Udienza 8 maggio 2013

È iniziato il secondo processo in Corte di Assise, in aula l'ufficiale di polizia giudiziaria che ha eseguito le indagini coadiuvandosi con la procura. Una testimonianza faticosa, scandita da “non ricordo”, “non so” e “non abbiamo indagato in quella direzione”, e una difesa incalzante.
Per decisione della Corte non saranno ascoltati stralci di telefonate.

 

Quella che si può considerare la prima udienza del processo – le precedenti avevano semplicemente registrato rinvii di natura tecnica – è stata lunga (è terminata alle 18.00) e particolarmente interessante. Primo testimone della procura il colonnello Cesare Maragoni della Guardia di finanza, che ha eseguito l’indagine giudiziaria coordinandosi con le ppmm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano. Oggetto dell’udienza è stata la ricostruzione dell’attività investigativa che ha portato alla formulazione dei capi di accusa e all’arresto, il 9 giugno 2008, di diverse persone tra cui il dottor Brega Massone e i due aiuti dell’equipe di chirurgia toracica.
Occorre fare una premessa, ovvia per chi ha a che fare con le aule giudiziarie, meno per chi non le frequenta: il colonnello Maragoni è un testimone di parte. L’opinione pubblica tende infatti a percepire le persone che coadiuvano la procura nelle indagini – polizia giudiziaria e consulenti tecnici di vario genere – come figure super partes; non è così.
E nulla lo rende più evidente dell’assistere alla loro testimonianza in aula.

Quella di oggi del colonnello Maragoni è stata a tratti faticosa, scandita da “non ricordo”, “non so” e “non abbiamo indagato in quella direzione”. Il pubblico ufficiale ha iniziato dichiarando che le indagini sulla clinica Santa Rita sono state avviate all’interno di un’attività tesa a investigare diverse cliniche private accreditate dell’area milanese, con lo scopo di verificare se vi fossero state truffe ai danni del Sistema sanitario nazionale; sono dunque stati analizzati i dati relativi ai rimborsi DRG inviati alla Regione Lombardia da parte della Santa Rita, e alcuni di essi sono stati ritenuti “anomali” rispetto ai dati forniti dagli altri ospedali regionali, e quindi potenzialmente truffaldini. In aggiunta, la Guardia di finanza aveva precedentemente ricevuto una lettera anonima che denunciava attività illecite all’interno di alcuni reparti della clinica (non la chirurgia toracica), denuncia che, a seguito delle relative indagini, si è scoperta del tutto infondata. Anche alcuni dati ritenuti inizialmente anomali, ha dichiarato il colonnello Maragoni, alla verifica delle cartelle cliniche sequestrate il 20 luglio 2007 si sono rivelati, al contrario, corretti.

Continuando nella ricostruzione dell’attività investigativa, il colonnello ha ricordato che in questa prima fase di indagine il reparto di chirurgia toracica del dottor Brega non era sotto inchiesta, perché l’analisi sui dati non aveva riscontrato alcuna anomalia. Solo alla fine di settembre, e precisamente il 29, la procura ha sequestrato le cartelle del reparto e messo sotto controllo le utenze telefoniche di Brega, a seguito di una relazione ricevuta dalla Asl Città di Milano stilata da una commissione interna, istituita 20 giorni prima, il 5 settembre, per valutare l’operato del chirurgo su 7 casi di pazienti affetti da TBC; le conclusioni della commissione erano state negative – non sono stati rispettati i protocolli di prevenzione e si ravvisa una inappropriatezza diagnostica e terapeutica, si legge nel verbale del 25 settembre. Il 26 dello stesso mese la direzione Asl aveva sospeso l’operatività del reparto della Santa Rita e inviato copia della relazione alla procura di Milano.

Ed è da qui, dall’operato della Asl – tutt’altro che cristallino e da cui tutto è partito – che l’udienza ha iniziato a farsi interessante: la difesa di Brega Massone, in fase di controesame del teste, ha sottolineato gli aspetti poco chiari che l’hanno caratterizzato e colpevolmente ignorati dalle indagini della procura, e la testimonianza del colonnello Maragoni ha iniziato a registrare i “non ricordo”, “non so”, “non abbiamo indagato in quella direzione”.
Gli avvocati hanno innanzitutto evidenziato come in due telefonate intercettate si riveli più di un contatto tra il dottor Gianluigi Prati, radiologo della clinica Santa Rita, il professor Legnani, primario dell’ospedale Sacco che su richiesta del notaio Pipitone, proprietario della Santa Rita, ha analizzato le cartelle oggetto della commissione Asl (dandone anch’esso valutazione negativa) e il professor Luigi Santambrogio, membro della commissione Asl.

In una telefonata del 2 ottobre 2007, parlando con un collega della Santa Rita, Prati afferma:
Prati - Io ho parlato con... con Santambrogio però, eh?
Luca - Ah sì?
Prati - Col professor Santambrogio.
Luca - Eh, sì.
Prati - Tu non dirlo però, a Brega, che ho parlato, hai capito?
Luca - Mhm. Ma tu... tu c’hai parlato?
Prati - Eh, certo che c’ho parlato.
Luca - Ma sembra che lui sia proprio all’interno della commissione Asl, eh? Cioè...
Prati - Eh, cazzo, lui è p… numero uno, non… lui è il numero uno, è quello che deciderà; però mi ha detto… poi, sai, lui è uno molto furbo, è uno molto diploma… mi ha detto: «Sai, Gigi, non ti… non si devono preoccupare più di tanto, soprattutto – dice – la struttura non si deve preoccupare più di tanto».

La telefonata si conclude così:
Luca - Il fatto che noi… noi dobbiamo difendere la posizione nostra, mica dobbiamo difendere Brega. Cioè, adesso… voglio dire, cerchiamo di… di distinguere questa posizione […] Dico, noi dobbiamo difendere… dobbiamo difendere la Santa Rita, non lui.
Prati - Eh. Certo. Ma lui [Santambrogio, n.d.a.] mi ha detto che quei problemi… mah, t’ho detto, non lo so se l’ha detto pour parler com’è… comunque io da lui so tutto da lui, piano piano, però… abbiate tempo. Ma lui non l’ha vista così tragica, sulla struttura, la cosa.
Luca - Sì, ma poi, guarda, alla fine, voglio dire…
Prati - Eh?
Luca - … alla fine è… è… è relativamente importante. Cioè, la cosa importante adesso è ripartire e… e… e…
Prati - E l’immagine… eh, e l’immagine. Eh.
Luca - … e cercare di ricostruirci, dal punto di vista dell’immagine.
Prati - Eh, lo so.
Luca - Capito? Questa è la cosa più importante.
Prati - Eh.
Luca - E questa non possiamo farla con Brega.

In una telefonata successiva del 15 ottobre, sempre Prati parla con il professor Legnani:
Legnani - [...] Però mi dicevano una cosa, che non so se sia vero o no... non so se me l’hai detto tu, perché io poi non ho potuto parlare al volo con Luigi...
Prati - Eh, dimmi.
Legnani - ... ma lo vedo per fine settimana. Che pare che, invece... ah, sei tu che me l’hai detto...
Prati - Mhm.
Legnani - ... che, quelle [cartelle cliniche, n.d.a.] che io avevo criticato aspramente invece Mezzetti...
Prati - Sì.
Legnani - ... le aveva assolutamente approvate.

Quel “Luigi” che Legnani deve vedere per il fine settimana è Luigi Santambrogio, ha affermato la difesa di Brega senza essere smentita – anche perché, ascoltando la conversazione, è una conclusione ovvia. “Luigi” che compare poi nuovamente nella stessa telefonata:
Legnani - Voglio solo capire che la cosa... perché mi sembra che, invece, Luigi vada avanti sulle altre [cartelle, n.d.a.], quelle dopo, non... è un po’ un poco chia...
Prati - Eh, lo so.
Legnani - È un po’ poco chiaro, perché non parla molto, Luigi, vuol dire che non ha voglia o che non gli piace.
Prati - Sì... no, no, non gli piace. Anch’io... infatti sono stato molto riservato.
Legnani - Dice poco, dice e non dice. Eh?
Prati - Secondo me tu... Sì, sì. Infatti secondo me... siccome a me non torna in tasca niente, io faccio...
Legnani - Sì, infatti, infatti. Sì.
Prati - ... quello che [...]. Ho contattato te e lui in amicizia...
Legnani - Sì, sì.
Prati - Ho visto che anche lui è molto restio... probabilmente avrà i suoi giusti motivi, perché lui è una persona corretta, eh?
Legnani - Sì, eh, che non lo so, non me li ha detti quali sono. Però... meglio così...
Prati - No, no, ma s... per cui io non ho...
Legnani - Va beh.
Prati - ... non ho insistito.
Legnani - Va bene.
Prati - Anch’io mi sono un po’ fermato.

Collegata a questi curiosi contatti tra un membro della commissione Asl (“il numero uno, quello che deciderà”... che cosa?) e persone legate alla Santa Rita (a cui la Asl ha appena chiuso un reparto), c’è poi un’altra telefonata, successiva di circa tre mesi, citata dagli avvocati di Brega. È del 4 gennaio 2008, tra il dottor Brega e Cristina Cantù, che è appena subentrata alla direzione Asl sostituendo il dottor Mobilia; Brega vuole, com’è ovvio, chiarire la propria posizione con il nuovo direttore generale, e la stessa dottoressa Cantù per tutta risposta afferma: “Io credo che davvero lei sia un effetto collaterale”, “si cerca sempre un capro espiatorio”.
Il reparto della Santa Rita, dopo tre mesi di blocco e la nomina di un nuovo primario, era stato riaperto da pochi giorni, poco prima di Natale, con delibera dello stesso Mobilia; nel frattembo Brega Massone aveva iniziato a lavorare alla clinica San Carlo, senza alcuna preclusione da parte della Asl – la stessa che aveva censurato il suo operato medico, affermando che avesse addirittura messo a repentaglio la salute pubblica con un contagio di TBC (!). Dal punto di vista della Asl, tutto – qualunque cosa fosse questo tutto, comprensivo di effetto collaterale e capro espiatorio – sembrava inspiegabilmente rientrato.

A questo punto la difesa ha chiesto al colonnello Maragoni se l’ascolto di queste telefonate non avesse fatto sorgere spunti investigativi in merito all’operato della commissione Asl, aspetti poco chiari da indagare, e il teste ha risposto: “No”.
In effetti, considerata la situazione nel complesso, dubbi potevano sorgere – a noi sono sorti. Brega Massone, nelle telefonate che la procura stava intercettando, si dichiarava sconvolto, definiva l’accusa della commissione “infangante e bastarda”; aveva consegnato copia delle cartelle cliniche oggetto della valutazione Asl al professor Mezzetti (1) (citato da Legnani nella telefonata con Prati) e al professor Ernesto Pozzi (2), per una valutazione, ed entrambi avevano prodotto due relazioni con conclusioni esattamente opposte a quelle elaborate dalla commissione, affermando che i pazienti erano stati trattati in modo corretto e non vi era stato pericolo per la salute pubblica; aveva fatto ricorso al Tar – udienza fissata per il 19 giugno 2008 e poi decaduta a seguito degli arresti avvenuti dieci giorni prima – aveva scritto alla Regione, all’Ordine dei medici e alla Asl chiedendo un confronto con i membri della commissione per poter esporre il suo operato relativo ai sette pazienti – confronto che gli è sempre stato negato. Tutte azioni che la procura seguiva ‘in diretta’, grazie alle intercettazioni telefoniche.
Inoltre, aggiungiamo noi, durante le udienze in primo grado del primo processo, ben due persone (Fabio Presicci, primo aiuto dell’équipe di Brega Massone, e Gianluca Merlano, direttore sanitario della clinica) hanno affermato che la Asl “voleva la testa di Brega” – al primo è stato detto dal notaio Pipitone, il secondo era presente quando il direttore generale Asl, dottor Mobilia (quello poi sostituito dalla dottoressa Cantù) lo diceva allo stesso notaio (3).
Forse in questo secondo processo sarà fatta un po’ di luce sulla nebulosa questione Asl; da parte nostra l’abbiamo sollevata più di un anno fa, nel libro inchiesta.

Vi è poi la questione lastre (RX, TAC, PET), altro aspetto importante ritenuto marginale da parte della procura e del tribunale del dibattimento precedente e ieri evidenziato dalla difesa di Brega Massone. Le cartelle cliniche relative al reparto di chirurgia toracica sequestrate dalla Guardia di Finanza il 29 settembre 2007, non le contenevano; era infatti prassi della clinica consegnare gli originali ai pazienti, e tenerne solo copia digitale su un server a parte. I consulenti medici della procura, quindi, hanno fatto le loro valutazioni basandosi solo sui referti scritti dal radiologo e non visionando direttamente le lastre – al contrario, per inciso, dei consulenti di Brega Massone, Mezzetti e Pozzi compresi, che invece per scrivere le loro perizie ne hanno preso visione. Questione di non poco conto per valutare l’esistenza o meno dell’indicazione chirurgica (e dunque l'accusa di lesioni dolose...), poiché ogni chirurgo decide se procedere o meno all’operazione visionando direttamente le immagini e non appoggiandosi al referto: non è infatti detto che il radiologo e il chirurgo siano d’accordo nella valutazione, spesso si consultano a voce e particolari che possono sembrare normali o irrilevanti agli occhi del radiologo possono invece apparire significativi a quelli del chirurgo, come ha dovuto riconoscere nel precedente dibattimento anche il professor Sartori, consulente della procura (che ha steso la propria valutazione sulla base dei soli referti presenti nelle cartelle sequestrate): “[Il chirurgo toracico] è in grado di interpretare una radiografia del torace spesso come e meglio di un radiologo perché il chirurgo generalmente poi vede quello che c’è dentro dopo aver visto dopo quello che c’è fuori” (4).

Gli avvocati di Brega hanno precisato che la questione era stata sollevata anche all’interno della commissione Asl – nel verbale del 7 settembre 2007, di cui la procura aveva ricevuto copia a fine settembre, si legge: “Il Dr. Bulgheroni e il Prof. Santambrogio sottolineano la necessità di poter esaminare la lastre effettuate nei pazienti in questione, per meglio analizzare i casi” (le lastre non saranno poi reperite dalla commissione) – e si era mostrata pregnante anche nella telefonata intercettata del 7 ottobre 2007 tra il dottor Legnani e il notaio Pipitone, nella quale lo stesso Legnani, spiegando la propria valutazione negativa sui casi Asl, afferma: “Io… è una situazione molto difficile, perché… io, ho premesso, non ho visto le radiografie, eh? Mi sono basato solo sui referti che sono allegati alle cartelle, non ho visto dal vivo le radiografie perché ci vogliono… centinaia di ore, ecco, per vedere tutto assieme, capisce? Quindi mi sono basato solo sulla cartella clinica con i referti allegati”.
A domanda se questi elementi non avessero spinto l’attività investigativa a cercare di acquisire anche le lastre, da mettere a disposizione dei consulenti della procura per le loro valutazioni, il colonnello Maragoni ha risposto semplicemente che loro avevano chiesto la documentazione alla clinica Santa Rita e quello gli era stato consegnato.
Avremo modo finalmente in questo dibattimento di assistere a un serio confronto tra i consulenti della procura e quelli delle difesa, basato sull’intera cartella clinica, lastre comprese? (Nel limite del possibile in quanto assisteremo, nuovamente, all’imbarazzante e anomalo confronto – da noi denunciato più volte – tra un medico di base, il dottor Paolo Squicciarini, principale consulente della procura, e due primari di chirurgia toracica, consulenti della difesa di Brega Massone.)

Un altro aspetto importante che si è evidenziato nel corso dell’udienza riguarda la modifica di ipotesi di reato verificatasi nel corso delle indagini. L’avviso di garanzia recapitato al dottor Brega a fine settembre 2007, in concomitanza con il sequestro delle cartelle cliniche, era relativo al solo reato di truffa e falso. Quali elementi hanno spostato il fuoco dell’indagine sul presunto reato di lesioni dolose?, ha chiesto la difesa di Brega al colonnello Maragoni. Qui la testimonianza si è fatta un po’ vaga.
Quando, durante la mattinata, la questione era stata sollevata in fase di esame dal pubblico ministero, il teste aveva risposto che l’ascolto di telefonate nelle quali il chirurgo si confrontava con i due aiuti per costruire una “linea difensiva” relativa all’iter diagnostico e terapeutico applicato ai pazienti aveva insospettito gli investigatori, che si erano chiesti se vi fosse anche altro oltre l’ipotetica truffa. Una risposta generica che il pm non aveva approfondito ulteriormente.
Alla stessa domanda posta dagli avvocati nel pomeriggio, il colonnello ha ribadito il dubbio innescato dalle intercettazioni telefoniche; incalzato dalla richiesta di fornire maggiori dettagli, ha aggiunto il fatto che il dottor Brega fosse stato licenziato dalla clinica; poi che fosse morto un paziente, citando un capo di imputazione del processo, relativo a un caso clinico del febbraio 2006, presente tra le cartelle sequestrate a fine settembre. Ulteriormente incalzato perché indicasse almeno l’arco temporale intercorso tra l’ipotesi di mera truffa e la decisione di nominare un consulente per la valutazione delle cartelle cliniche dal punto di vista medico-scientifico – aspetto curioso e non secondario per la sua eccezionalità, e che ha portato in campo il medico di base Squicciarini: nel filone di indagine in cui si inseriva la clinica Santa Rita, infatti, le cartelle erano normalmente valutate solo dal punto di vista amministrativo – il colonnello Maragoni ha risposto: “Qualche settimana”.

Se così fosse stato, per quanto ancora incomprensibile nelle ragioni, potrebbe avere avuto almeno una giustificazione dal punto di vista temporale. Ma così non è stato. La risposta data dal colonnello infatti non corrisponde al vero.
La nomina del dottor Paolo Squicciarini è del 2 ottobre 2007, appena tre giorni dopo il sequestro delle cartelle cliniche; ovvero, antecedente al licenziamento (avvenuto il 6 ottobre, e sfugge comunque la logica per cui avrebbe potuto essere rilevante sotto il profilo medico-scientifico) e antecedente a qualsiasi valutazione sul decesso del paziente citato, si suppone effettuata dal consulente della procura una volta avuta in mano la relativa cartella, non prima.
Per quanto riguarda le "telefonate" (al plurale, secondo il teste) tra il dottor Brega e la sua équipe, ve ne è una sola nell’arco di quei tre giorni, datata 30 settembre, nella quale i tre medici parlano dei casi relativi alle sette cartelle di TBC, certamente dal punto di vista di indicazione chirurgica, diagnostica e terapeutica, poiché questo era l'aspetto valutato dalla commissione Asl – e quindi non si capisce perché avrebbe dovuto insospettire gli investigatori. Subito dopo, i tre chirurghi allargano la questione a tutte le cartelle sequestrate nel loro complesso, parlandone in linea generale, in un’ansia ‘difensiva’ assolutamente comprensibile data l’improvvisa e inaspettata situazione che si era venuta a creare – vale la pena contestualizzare e ricordare che, nel giro di tre giorni, si sono visti prima chiudere il reparto (la commissione Asl ha valutato senza chiedere alcun confronto né con la clinica né con il dottor Brega, che hanno dunque ricevuto la delibera di chiusura immediata senza averne avuto prima alcun sentore) e poi sequestrare le cartelle cliniche. Anzi, due passaggi della telefonata evidenziano quanto Brega ragionasse sull’accusa di truffa (“dal punto di vista ‘indicazione’ io sono tranquillo” afferma, e “ci analizzeranno il buco del culo per cercare di farci passare come dei truffatori”).

Durante l’udienza è stata anche citata la famosa telefonata del 25 gennaio 2008 relativa alla ‘mammella novantenne’, che all’epoca degli arresti ha fatto il giro dei giornali e dei programmi televisivi (in versione stralcio, ovviamente...). Non rientra tra i capi di imputazione del processo ma ha avuto (ed evidentemente ha tuttora, dato che è tornata a fare capolino anche in questo secondo dibattimento) una forte (e strumentale) risonanza mediatica.
Il colonnello Maragoni ha affermato che Brega Massone “era abituato in Santa Rita in cui poteva fare tutto quello che voleva” (valutazione personale da parte dell’ufficiale di polizia giudiziaria che si commenta da sé) e, arrivato alla clinica San Carlo, si vede invece bocciare un intervento da parte dell’anestesista. Il pm ha convenientemente lasciato cadere nell’aula anche questo ‘passaggio investigativo’ evocato dal colonnello – che implicitamente sostiene la tesi accusatoria, ossia che Brega operasse solo per far soldi, senza che vi fossero indicazioni chirurgiche.
In fase di controesame la difesa di Brega ha preso in mano il testo della telefonata ed evidenziato come, innanzitutto, l’anestesista dichiari che l’insufficienza respiratoria pregressa che si era evidenziata all’ultimo momento nella paziente, e che mutava la valutazione in merito all’operabilità, non era stata fino a quel momento conosciuta ed era ancora da verificare, e dunque Brega non poteva esserne a conoscenza nel momento in cui aveva dato l’indicazione chirurgica; in seconda battuta, sempre testo della telefonata alla mano, gli avvocati hanno sottolineato il fatto che l’anestesista affermi: “Non discuto l’indicazione... l’indicazione chirurgica è fuori discussione”.
Davanti a questa evidenza, il colonnello non ha potuto fare altro che confermare.
Paradossalmente, quindi, questa telefonata tanto enfatizzata dalla procura e dai media come esempio di quelle ‘inutili operazioni’ fatte da Brega al solo fine di guadagno, evidenzia al contrario che l’operazione non era affatto inutile perché l’indicazione chirurgica c’era eccome. Anche questo, lo avevamo scritto a suo tempo nel libro inchiesta.

Questi gli aspetti, a nostro avviso salienti, dell’udienza.
Giusto una nota a margine, che ha il suo peso. Nel momento in cui la procura si è apprestata a fare ascoltare in aula il primo stralcio di intercettazione telefonica, ritenuto rilevante nella tesi accusatoria, la difesa del dottor Presicci ha fatto opposizione, dichiarando che ascoltare solo stralci (opportunisticamente selezionati, aggiungiamo noi) non fosse corretto poiché molte telefonate contenevano, prima o dopo lo stralcio, frasi che lo contestualizzavano, modificandone il senso. La Corte ha accolto l’opposizione. Dunque, in questo processo, le telefonate che saranno ritenute rilevanti saranno ascoltate integralmente.
Finalmente, diciamo noi. Il dibattimento precedente ha registrato abbondanza di stralci telefonici sapientemente scelti dalla procura – e rimbalzati sui media da ‘giornalismo degli orrori’ – e poco importa se i giudici avevano a disposizione gli atti in cui la trascrizione delle telefonate è completa. Per come è andato il primo processo e per il contenuto delle motivazioni della sentenza di primo grado, c’è da aver dubbi sul fatto che il collegio presieduto dalla dottoressa Balzarotti si sia preso la briga di leggere interamente le telefonate, mentre non vi sono dubbi che abbia ascoltato gli stralci scelti durante le udienze.

In conclusione, una buona prima udienza, a nostro avviso. Certo il processo è lungo, ma forse questa volta assisteremo a un dibattimento caratterizzato da un equilibrio tra accusa e difesa e terzietà della Corte; e magari sarà anche sbrogliata qualche matassa, aggrovigliata ormai da cinque anni.
L'udienza è aggiornata al 13 maggio.

 

1) Maurizio Mezzetti, direttore della Divisione di chirurgia toracica all'Istituto europeo di oncologia (IEO) di Milano dal 1994 al 1997, direttore della Divisione di chirurgia toracica all’ospedale San Paolo di Milano dal 1997 al 2007, direttore della Scuola di specialità in chirurgia toracica dell'Università degli studi di Milano dal 1999 al 2005, attuale Presidente FONICAP (Forza Imperativa Nazionale Interdisciplinare Contro il Cancro del Polmone) – e a suo tempo insegnante, tra l’altro, dello stesso Santambrogio, membro della commissione Asl
2) Cattedratico di Malattie dell’apparato respiratorio dell’Università di Pavia e direttore di Malattie dell’apparato respiratorio del Policlinico San Matteo di Pavia
3) Cfr. Proc. Pen. n. 12570/08, udienze del 23 giugno 2009 e del 17 marzo 2009
4) Cfr. Proc. Pen. n. 12570/08, udienze del 19 maggio 2009

 

La vicenda in breve

L’8 maggio 2013, davanti alla prima Corte di Assise di Milano, è iniziato il secondo processo Santa Rita: imputati il chirurgo toracico Pier Paolo Brega Massone e i due aiuti dell’équipe di chirurgia toracica (con l’accusa di lesioni dolose per 46 casi, omicidio volontario aggravato per 4 casi, truffa e falso), cinque anestesisti (omicidio colposo), un’infermiera (favoreggiamento e appropriazione indebita) e un altro medico (truffa e falso). Si tratta di uno stralcio di un procedimento precedente che ha già visto, a carico dell’équipe di chirurgia toracica, una condanna in primo grado, confermata in appello, per lesioni dolose, truffa e falso per una novantina di capi di imputazione. La tesi della procura è la medesima anche in questo secondo processo: i tre chirurghi hanno inutilmente operato i pazienti per ricavarne un profitto personale, comprese le quattro persone poi decedute.
Il primo dibattimento è stato caratterizzato da un impianto accusatorio teorematico, imbarazzante e inspiegabile per chiunque abbia letto le carte processuali: consulenze mediche dell’accusa che presentano lacune e scelte metodologiche dubbie; rifiuto del tribunale a disporre una perizia super partes; intercettazioni telefoniche che, ben lontane dal fornire prove di reato, sono servite a tracciare una disamina psicologica negativa dell’imputato, con evidenti forzature interpretative; e una commissione Asl, che ha dato l’avvio alle indagini, fortemente contraddittoria, nebulosa e anch’essa inspiegabile nei suoi successivi sviluppi.

Ne abbiamo scritto in un libro inchiesta, E se il mostro fosse innocente?, pubblicato a febbraio 2012, e abbiamo seguito il successivo processo di appello, scrivendone qui.

Il dottor Brega è stato condannato a 15 anni e 6 mesi, i due aiuti rispettivamente a 9 anni e 9 mesi e 4 anni e 4 mesi. Il chirurgo è in carcere, in custodia cautelare, dal 9 giugno 2008, giorno dell’arresto; ha goduto della libertà per soli 6 mesi, dal 5 novembre 2009 al 30 aprile 2010. A oggi – data di avvio del secondo processo – ha ‘scontato’ 4 anni e 5 mesi di custodia cautelare (!). Secondo la Costituzione, è in carcere da innocente, poiché si è colpevoli solo dopo il terzo grado di giudizio – e, per inciso, dopo aver limitato fortemente il suo diritto alla difesa nel primo processo, questa situazione lo limita ancor più per questo secondo dibattimento:i capi di imputazione sono relativi a casi degli anni 2005/2006/2007/2008, ed è evidente la necessità del chirurgo di poter consultare liberamente cartelle cliniche e ogni documentazione necessaria per ricostruire iter diagnostici e terapeutici effettuati 8, 7, 6, 5 anni fa.
Seguiremo tutte le udienze di questo secondo processo, leggeremo tutte le carte, e ne scriveremo. Invitiamo tutta la stampa a fare altrettanto. Ha l’occasione di ‘riscattarsi’ da quel ‘giornalismo degli orrori’ che ha caratterizzato il primo dibattimento, quando fin dal giorno degli arresti ha sbattuto il mostro in prima pagina e si è appiattita sulle veline della procura, colpevolmente dimentica non solo della presunzione di innocenza che si deve a chiunque – fino al terzo grado di giudizio, figuriamoci prima ancora della celebrazione del processo di primo grado – ma soprattutto incapace, o più probabilmente non interessata, ad approfondire autonomamente la vicenda per poter svolgere a pieno il proprio ruolo di Quarto potere, che si declina in senso critico e dovere di informazione nei confronti dei cittadini. Anche e soprattutto questa, è libertà di stampa.

22 giugno 2013: la Cassazione, quinta sezione penale, ha confermato la condanna per il dottor Brega Massone e i due aiuti dell’équipe di chirurgia toracica, salvo ridurre le pene per intervenuta parziale prescrizione. Questo il dispositivo:
“Annulla la sentenza impugnata senza rinvio nei confronti di tutti gli imputati ricorrenti, limitatamente ai reati a ciascuno rispettivamente ascritti – fatta eccezione per quelli di lesioni gravi – commessi fino al 15 dicembre 2005, per essere gli stessi estinti per intervenuta prescrizione ed elimina la relativa pena; dispone rinvio alla Corte di appello di Milano altra sezione per la rideterminazione del trattamento sanzionatorio”.
Qui l'analisi delle motivazioni.

 

 

Torna su