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Lottare nella gig economy
di Collettivo Clash City Workers

Imprese che si vestono da piattaforme, mascherano i dipendenti da collaboratori, pagano a cottimo e comunicano tramite una app: cosa insegna il caso Foodora

Con l’espressione gig economy si indica generalmente un modello economico dove la prestazione lavorativa non è pensata come duratura e continuativa, ma come saltuaria, discontinua, on demand. Ha conosciuto una certa popolarità da un anno a questa parte, anche a causa del suo utilizzo da parte di Hillary Clinton in alcuni discorsi della sua campagna elettorale. Può essere inserita nella vasta famiglia che include anche la sharing economy, e con essa tutti quei termini che negli ultimi anni hanno cercato di definire – più a livello mediatico che sul piano scientifico – forme economiche che si pretendono nuove, ‘oltre’ il funzionamento del sistema capitalistico per come l’abbiamo conosciuto nel corso del XX secolo.

Il termine gig viene dall’inglese americano, e indica un lavoretto o, più generalmente, un incarico di durata breve o indefinita. La caratteristica più importante che le aziende operanti nella gig economy si attribuiscono è quella di non avere un rapporto diretto con i ‘dipendenti’ che, infatti, figurano come lavoratori autonomi che collaborano con le imprese. Conseguentemente queste ultime pretendono di presentarsi non come tali, bensì come semplici piattaforme (applicazioni) che mettono in comunicazione la domanda e l’offerta di una determinata merce o di un servizio.

Può essere capitato a molti di noi, di non avere voglia di uscire e di farci portare il cibo a casa, utilizzando una qualche app tra le moltissime che stanno nascendo in questi anni, oppure di ricorrere a Uber per spostarci da un luogo all’altro. Ecco, questi sono perfetti esempi di gig economy. La questione, tuttavia, è particolarmente intricata, e analizzare alcuni casi concreti potrebbe aiutare a chiarirci le idee.


Il caso Foodora a Torino
Foodora è un’azienda internazionale, che ha sede a Berlino e opera in dieci Paesi. L’idea è molto semplice: consegnare a domicilio i piatti cucinati nei ristoranti. I loro profitti però non si basano tanto sull’idea innovativa ma sullo sfruttamento più totale dei suoi lavoratori, che fino a un mese fa erano pagati solo 5,40 euro all’ora, con contratti co.co.co (quindi non propriamente dipendenti, ma ‘collaboratori’, come vuole la gig economy), con gli strumenti di lavoro, ossia bicicletta e smartphone, a carico dei lavoratori stessi. Così a inizio ottobre esplode la situazione dei corrieri torinesi, alle cui richieste di aumento i manager hanno risposto con un’ondata di nuove assunzioni di lavoratori pagati a cottimo: ogni consegna vale 2,70 euro, senza stipendio fisso, cioè senza retribuzione per i tempi morti.

Alla mobilitazione dei lavoratori i manager italiani dell’azienda hanno risposto che fare i corrieri per una multinazionale che ha un giro d’affari di 400 milioni solo in Italia non è un vero lavoro, piuttosto un hobby con una piccola paga. E pensare che nell’ultimo anno gli ordini di Foodora sono aumentati del 75% ogni mese: uno sviluppo impetuoso reso possibile soprattutto dai 295.000 km che i corrieri hanno percorso in bici anche nei periodi più freddi (1).

Così a Torino una cinquantina di corrieri, dopo mesi di promesse disattese alternate a minacce, ha deciso di cominciare ad agire. Al culmine di diverse assemblee e riunioni sono usciti allo scoperto dichiarando lo sciopero e organizzando diverse manifestazioni, che hanno ottenuto il sostegno sia dei cittadini che dei ristoratori che utilizzano i servizi di Foodora.

La campagna dei corrieri si è avvalsa in particolare di due strumenti: l’attacco mediatico all’immagine dell’azienda e le iniziative presso i clienti di Foodora. I lavoratori hanno infatti creato una pagina e un gruppo Facebook per pubblicizzare le loro iniziative e contattare tutti i rider, anche i nuovi assunti a cottimo. Ma soprattutto il social è stato usato per attaccare l’immagine di Foodora, azienda che si presenta friendly, smart e innovativa, e che si è trovata a essere subissata da commenti negativi sulla sua pagina.

L’altro aspetto fondamentale della lotta è stato l’intervento fisico presso le sedi dei clienti dell’azienda, vale a dire i ristoranti. Qui i corrieri di Foodora hanno organizzato presidi per sensibilizzare i ristoratori a non usufruire dei servizi di chi sfrutta i lavoratori, per condividere le loro condizioni con i dipendenti degli stessi locali, e infine per incontrare altri rider che non partecipavano allo sciopero e passavano a ritirare i pasti.

La lotta ha ottenuto un grande risalto mediatico e molti ristoranti hanno ritirato la loro adesione a Foodora, la quale ha registrato un netto calo degli ordini anche a causa del boicottaggio da parte dei clienti finali che non hanno più usato l’app. Dopo nemmeno una settimana la multinazionale è stata costretta ad avanzare una proposta migliorativa per alzare la retribuzione del cottimo da 2,70 a 3,70 euro a consegna. Una proposta che rimane inaccettabile per i lavoratori che chiedono un modello diverso dal cottimo, e che rimane assolutamente vantaggiosa per l’azienda che incassa già 2,90 per ogni viaggio più il 30% del valore della commessa.

Ma questa vertenza non riguarda solo l’aspetto retributivo. Uno dei problemi più gravi è che i mezzi di lavoro (bicicletta e telefono con relativo abbonamento) non sono forniti dall’azienda, ma devono essere procurati dai lavoratori stessi, i quali inoltre versano 50 euro di cauzione per casco, box e divisa aziendale. Ciò è reso possibile dal fatto che questi corrieri non sono considerati lavoratori dipendenti ma semplici collaboratori. Un’assurdità, giustamente contestata dai lavoratori, dal momento che sono costretti a vestire divisa aziendale e sono sottoposti a uno
stretto rapporto gerarchico in cui l’autonomia non esiste affatto.

Per di più l’atteggiamento dell’azienda è sempre stato molto aggressivo nei confronti di chi pretendeva condizioni migliori: poiché gli ordini vengono inviati tramite un’app, ad alcuni corrieri che si erano lamentati è stato inibito l’accesso così da non ricevere più ordini (e quindi pagamento, e quindi stipendio). Altre due lavoratrici, che ricoprivano l’incarico di promoter, sono state licenziate in tronco con un messaggio su WhatsApp. Il motivo? Lo spiega la stessa azienda agli altri lavoratori: “Hanno partecipato alle riunioni dei rider per organizzare una protesta”.

Ma l’atteggiamento dell’azienda è chiarificato anche dalle stesse parole con cui l’ad Cocco ha risposto alla prima manifestazione dei lavoratori torinesi: “Siamo sempre stati disponibili a incontri face-to-face, non collettivi, per discutere di problemi coi lavoratori”. Ecco il punto: si possono accettare solo incontri individuali, così i lavoratori sono isolati, divisi, deboli e se non si arriva a un accordo li si può facilmente mettere alla porta. Invece questi lavoratori hanno ribaltato la situazione parlandosi, unendosi, riconoscendosi e organizzandosi col supporto del sindacato di base SI Cobas. Un piccolo esempio di come anche in una situazione di divisione (i corrieri di fatto non si conoscono, hanno turni diversi, lavorano senza avere un punto di ritrovo comune in cui incrociarsi) ci si possa organizzare e si possano migliorare le proprie condizioni.

Dopo la prima proposta di aumento del cottimo l’azienda è scomparsa, mentre lo sciopero di molti corrieri è proseguito. Le richieste dei lavoratori non sono mutate: contratto subordinato parttime con monte ore minimo garantito, stipendio fisso di 7,5 euro l’ora più 1 euro a consegna, divisione con l’azienda dei costi di riparazione di biciclette e telefoni, cessazione delle ritorsioni contro i lavoratori più attivi nella protesta.

Foodora invece pare disponibile a fare alcune concessioni e ad aumentare la paga del cottimo, ma non a mettere in discussione questa modalità retributiva. Il motivo è presto detto: in questo modo possono avere il controllo su chi far lavorare e chi no. Durante l’ultimo mese l’azienda ha assunto moltissimi corrieri, molti di più di quelli che servivano a sostituire gli scioperanti, anche in considerazione del calo di ordini seguito all’esplosione mediatica della lotta. Foodora può ora contare su centinaia di corrieri quando in un turno teoricamente denso come quello del venerdì sera ne bastano otto. Ma pagando a cottimo per Foodora non rappresenta un problema attivare molti più corrieri di quelli realmente necessari, tenerli fermi in strada per ore al freddo senza pagarli (se non consegni non vieni pagato e intanto fai pubblicità gratis all’azienda), ed eventualmente mandarli a casa se si accorgono che non ci sono abbastanza ordini per tutti. In questo modo non devono nemmeno stimare il fabbisogno di forza lavoro, gli basta assicurarsi un cuscinetto anche largo e poi tanto si paga solo ciò che si usa, scaricando tutto il rischio d’impresa sul lavoratore.

Questa intermittenza di lavoro però sta cominciando a esasperare anche i corrieri che sono stati
assunti con il nuovo contratto a cottimo, e che si accorgono di non riuscire a guadagnare nemmeno quel poco che si aspettavano.


Deliveroo e UberEats in Gran Bretagna
Il caso di Foodora non rappresenta un unicum, né si tratta di un’anomalia solo italiana. Un’esperienza del tutto analoga è stata quella di Deliveroo, in Gran Bretagna. Si tratta dell’azienda più grande impegnata nelle consegne di pasti a domicilio a Londra, per cui (o forse dovremmo dire, per attenerci alla sua logica, con cui) lavorano migliaia di fattorini su motorini o biciclette. Ad agosto, Deliveroo ha compiuto una mossa analoga a quella di Foodora, abbassando la retribuzione dei rider: da 7 sterline all’ora, più 1 sterlina a consegna, a 3,75 sterline a consegna.

Di fatto, una scomparsa totale della retribuzione fissa. Il rischio per il fattorino è lo stesso palesatosi con Foodora: una cessione gratuita del proprio tempo. In questo modo, il committente è al sicuro da un eventuale calo degli ordini, mentre tutte le flessioni del ‘mercato’ si ripercuotono sul singolo lavoratore. La reazione al messaggio inviato da Deliveroo nel quale venivano comunicati i cambiamenti alla struttura della retribuzione è stata l’organizzazione di una manifestazione dei lavoratori davanti alla sede dell’azienda, e la creazione di una piattaforma rivendicativa centrata sulla richiesta di un salario fisso, con pagamento delle spese e bonus per le consegne, sostenuta scioperando e manifestando quotidianamente davanti alla sede.

La protesta si è estesa rapidamente alla rivale di Deliveroo, UberEats, complice anche il fatto che molti fattorini sospesi da Deliveroo hanno trovato impiego presso la filiale Uber che si occupa di pasti a domicilio. È interessante notare come, paradossalmente, per il fatto stesso di essere formalmente collaboratori, scioperare e lottare sia stato più semplice per i fattorini, dal momento che non dovevano seguire le complesse trafile della burocrazia sindacale e potevano limitarsi a spegnere il telefono o a non rispondere alle ordinazioni. Dopo essere riusciti a bloccare le modifiche che Deliveroo voleva introdurre, i lavoratori si sono organizzati, anche grazie al sindacato IWGB (Independent Workers Union of Great Britain), per una campagna di lunga durata sulle proprie condizioni di lavoro.

Dall’Inghilterra viene anche un’altra importante notizia per quanto riguarda la gig economy: a ottobre, infatti, il Tribunale del lavoro ha riconosciuto ad alcuni tassisti impiegati da Uber lo statuto di lavoratori dipendenti, colpendo così uno dei pilastri su cui si reggono tutte le aziende che abbiamo fino a qui nominato. Essere un lavoratore dipendente implica non solo avere diritto a un salario, ma anche al cosiddetto salario ‘indiretto’, ossia ferie e malattie pagate e via dicendo. Questa sentenza potrebbe rappresentare un passaggio importante per tutto il settore in Inghilterra, così come il caso di Foodora potrebbe esserlo in Italia.


Conclusioni?
La forza contrattuale di queste aziende risiede nel fatto che da un lato non garantiscono alcuna tutela (ferie, malattia, assicurazioni), né forniscono gli strumenti di lavoro, dall’altro, legando interamente la retribuzione al risultato, scaricano tutto il rischio d’impresa sui lavoratori, non essendo più nemmeno incentivate a stimare il fabbisogno di forza lavoro, ma potendosi limitare ad attivare in diretta e pagare solo i lavoratori strettamente necessari. Questo atteggiamento però genera grande frustrazione tra chi opta per questi ‘lavoretti’, proprio perché carente di tempo e intende ottimizzare le poche ore libere (tendenzialmente quelle delle ore pasto) e invece si ritrova a stare fermo, impegnando il proprio tempo senza ricevere nulla in cambio. Ma al di là dell’aspetto strettamente legato alla retribuzione, molto bassa, l’aspetto cruciale che le lotte hanno evidenziato è il potere di comando che questi modelli hanno sui lavoratori.

La distribuzione degli ordini a Foodora avviene in base a un algoritmo che calcola la velocità dei corrieri, innescando così un meccanismo di competizione estrema tra i rider che devono essere sempre più rapidi per ottenere nuove commesse: più sono rapidi, più ordini vengono loro assegnati. Così da un lato c’è chi viene sovraccaricato e dall’altro chi invece rimane senza ordini (cioè stipendio). È il caso di un corriere alle cui lamentele per il troppo carico di consegne i dispatcher, coloro che sovrintendono all’assegnazione degli ordini, hanno consigliato di rallentare il ritmo.

Se l’assegnazione degli ordini avviene in maniera algoritmica, così non è per l’assegnazione dei turni. Qui invece sono ancora gli umani a decidere ed essa può avvenire anche per meri motivi ‘politici’, per esempio negando i turni ai lavoratori più combattivi o relegandoli in turni dove la domanda è più fiacca. Questo enorme potere di comando, unito al ricatto della sostituibilità di una forza lavoro le cui uniche skill sono guidare una bici, usare un’app e conoscere la viabilità stradale, rendono questa forza lavoro molto ricattabile. Ma d’altro canto, come visto sia in Deliveroo che in Foodora, quando questi lavoratori riescono a superare la barriera della divisione e a costruire legami fisici, diretti, e a prendere coscienza delle loro condizioni di lavoro, la lotta diventa subito dirompente, perché l’assenza di regole definite rende anche la controparte priva delle tutele che la concertazione sindacale ha loro garantito negli anni.

Per scioperare basta non rendersi disponibili per i turni spegnendo l’app senza preavviso. Certo non bisogna illudersi, perché la capacità di adattamento del capitale è rapida: Deliveroo ha eliminato i luoghi di incontro dove tutti i rider si recavano a inizio turno, per evitare che possano conoscersi come accaduto durante la lotta di quest’estate; Foodora ha trasformato la chat collettiva, dove tutti i corrieri potevano esprimersi e conoscersi, sia pure virtualmente, sostituendola con canali punto-punto.

Le lotte hanno svelato alcuni punti critici, le aziende hanno preso contromisure: a noi spetta trovare altri metodi di lotta in grado di incrinarli nuovamente. Le condizioni di lavoro nella gig economy sono sicuramente estreme, ma per molti aspetti non sono così dissimili da quelle a cui tutto il mondo del lavoro sta tendendo: il ritorno al cottimo come retribuzione del solo tempo che ha generato profitti per l’azienda, la cancellazione di ogni tutela (ferie, malattia, genitorialità), l’individualizzazione del rapporto nel tentativo di spezzare i legami solidali tra lavoratori, il ricatto della perdita del lavoro su funzioni sempre più parcellizzate dove ognuno è immediatamente sostituibile, la possibilità dispotica di decidere chi ha diritto di lavorare e chi invece viene escluso, e quindi di allontanare i lavoratori scomodi.

Per esempio il ritorno del cottimo è un processo che abbiamo visto operare in tutti i rinnovi dei Contratti collettivi dell’anno passato (2): abbassare la parte fissa e aumentare, forse, e comunque solo per alcuni, quella variabile. Grazie ai ranking si incentiva la competizione tra lavoratori riducendoli allo sfinimento e si scarica su di essi il rischio d’impresa. Così se non ti vengono affidate consegne per una sera, rimani senza stipendio e il tuo tempo viene usato gratuitamente.

Ma pensiamo anche all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori operato con il Jobs Act, con il mantenimento del licenziamento illegittimo. A cosa serve se non a permettere a tutte le aziende di comportarsi come la Fca con Mimmo Mignano, un lavoratore che ha vinto la causa per il reintegro ma a cui Marchionne vuole pagare lo stipendio purché se ne stia a casa, e non rientri in fabbrica per organizzarsi insieme agli altri lavoratori?

Un potere assoluto a cui aspirano tutte le imprese e che si manifesta in maniera più violenta nella gig economy: per combatterlo occorrerà imparare dai metodi di lotta di questi lavoratori, ma soprattutto connettere queste lotte a quelle più generali che dovremo necessariamente costruire per opporci a questa tendenza precarizzante.

 

Collettivo Clash City Workers

 

1) Cfr. In Italia è boom di consegne, Just Eat e Foodora crescono, di Agostina Delli Compagni, Wired.it, 7 ottobre 2016
2) Cfr. Clash City Workers, Salari da fame, orari da pazzi: i nuovi contratti nazionali, Paginauno n. 46/2016

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