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Polemos

 

Dal Jobs Act alla Loi Travail. La Francia e noi
di Collettivo Clash City Workers

Punti in comune tra la riforma d’oltralpe e quella italiana

Se c’è qualcosa che accomuna i governi europei in questo momento storico, è stato pienamente riassunto da Myriam El Khomri, ministro del Lavoro francese e prima firmataria della Loi Travail: “L’obiettivo […] è quello di adattarsi ai bisogni delle imprese” (1). Punto. Cosa questo significhi nel concreto lo possiamo vedere in Italia, con il Jobs Act del tandem Renzi-Poletti, e lo stanno scoprendo i francesi, con la legge che vuole trasformare il diritto del lavoro nel loro Paese.


Dal Jobs Act alla Loi Travail
A un anno di distanza dall’entrata in vigore della legge italiana, nel marzo 2016, il governo socialista francese ha annunciato un disegno di legge che vorrebbe riconfigurare il funzionamento delle relazioni industriali in Francia, in particolare nella direzione di un indebolimento della posizione contrattuale dei lavoratori. Nei precedenti numeri di Paginauno abbiamo delineato la tendenza non solo francese, ma condivisa a livello europeo, a ridurre tutele del lavoro, diritti e salario, anche spostando la contrattazione dal livello nazionale a quello locale o aziendale, diminuendone la coordinazione e di conseguenza mettendo i lavoratori in una posizione di maggiore debolezza. Un obiettivo assunto in modo univoco all’interno dell’Unione europea e chiesto a gran voce dai rappresentanti dei gruppi capitalistici più integrati a livello continentale; sul lato italiano, si rivela chiaramente nell’analisi dei rinnovi contrattuali pubblicata nel numero 46 (2).

Viene infatti proprio da Medef, la Confindustria d’oltralpe, la richiesta di riformare il diritto del lavoro francese, con l’obiettivo di ridurre i salari e quindi, si afferma, migliorare la competitività delle imprese ravvivando gli investimenti, la crescita economica e la fiducia. L’effetto più probabile, però, sarà un incameramento di profitti da parte di alcune grandi imprese che potranno diminuire il costo del lavoro, mentre l’occupazione continuerà a languire e i cosiddetti working poors ad aumentare.

I sindacati confederali italiani si sono prestati al dubbio scambio tra riduzione dei salari e ripresa economica proposto dal governo Renzi, e hanno messo in piedi una ben tiepida opposizione al Jobs Act, oltre a non avere in alcun modo promosso, se non addirittura ostacolato, la presa di parola delle lavoratrici e dei lavoratori che pure avevano aderito in maniera significativa alla manifestazione convocata dalla Cgil il 12 dicembre 2014.

Diversamente è andata in Francia: contro questa legge sono stati finora proclamati quattro scioperi generali e più di dieci grandi manifestazioni in più di duecento località. Solo il 31 marzo sono scese in piazza un milione e mezzo di persone, e a partire dallo stesso giorno migliaia di giovani hanno occupato stabilmente Place de la République a Parigi (nonché numerose piazze minori in giro per la Francia), dando avvio al movimento della Nuit Debout, che promuove modalità di democrazia diretta e rivendica maggior potere per i cittadini.

Questa forma di mobilitazione ha fatto irruzione nell’immaginario europeo, richiamando in scena il ciclo di lotte del 2011, le piazze spagnole riempite da migliaia di persone ogni giorno e l’esperienza di Occupy Wall Street, estremamente simbolica seppur limitata.
Rispetto ai movimenti del 2011 c’è stato però un motore differente: la centralità di un tema specifico e insieme generale come il lavoro.

L’opposizione alla riforma El Khomri è stata preceduta da alcune esplosioni di conflitto nei luoghi di lavoro, come nel caso dei dipendenti Air France e quelli Goodyear, e si è accompagnata a un rifiuto dei soprusi, della non applicazione dei contratti, delle discriminazioni sessiste e razziste, dello sfruttamento con salari irrisori. Rifiuto e dibattito che si sono potuti condensare in un discorso pubblico e collettivo grazie al lavoro del sito web e dell’omonimo collettivo On Vaut Mieux, che ha raccolto e messo in relazione decine di racconti individuali di queste condizioni. Un ulteriore elemento ha contribuito a rinnovare una prospettiva di riscatto e la possibilità di azione: il film Merci patron! del regista François Ruffin, che racconta la storia di una coppia licenziata da una grande azienda francese e che grazie alla scelta di non rassegnarsi riesce a ottenere giustizia.


Fermi, arresti, stato d’emergenza e articolo 49 comma 3
Tutto questo è avvenuto in un momento di crescente repressione e violenza da parte delle istituzioni francesi. Lo stato di emergenza entrato in vigore dopo gli attacchi terroristici del 13 novembre a Parigi ha formalmente vietato cortei e manifestazioni, ma fino a oggi i prefetti non avevano applicato il divieto totale dei raduni.

Questa sospensione delle libertà civili ha dato alla polizia d’oltralpe, nota per la sua brutalità, il via libera a comportamenti violenti. Sono centinaia i fermi e gli arresti effettuati nei tre mesi di mobilitazioni contro la Loi Travail. I manifestanti sono stati riempiti di lacrimogeni e violentemente caricati; molti attivisti sono stati picchiati e arrestati; a Lille, la polizia ha addirittura fatto irruzione in una sede del sindacato CNT. Anche agli studenti delle scuole superiori è stato riservato lo stesso trattamento: alla fine di marzo, il video di uno studente di una scuola di Parigi Nord, picchiato dalla polizia antisommossa, ha suscitato l’indignazione nazionale – portando la procura ad aprire un procedimento contro uno degli ufficiali coinvolti.

Come se non bastasse, a maggio, il governo francese ha deciso di far passare la Loi Travail utilizzando uno degli articoli più reazionari della Costituzione gollista, il 49 comma 3, che permette di emanare una legge grazie al solo consenso del Consiglio dei ministri. Uno strumento utilizzato per aggirare il voto in Parlamento ed eliminare il rischio, reale, di vedere bocciato il provvedimento: diversi parlamentari socialisti, infatti, sotto la spinta delle mobilitazioni avevano espresso parere contrario. Negli ultimi dieci anni l’articolo 49 è stato utilizzato solo tre volte, e tutte e tre per far passare leggi fortemente volute da Medef.


La riforma francese...
Andiamo allora a vedere in che cosa consiste la (contro) riforma francese, perché è così desiderata da Medef, osteggiata dalla popolazione, e in che modo ha a che fare con noi. È importante focalizzare cinque questioni centrali, includendo nell’analisi anche alcuni provvedimenti che sono in parte già contenuti all’interno della legge Macron, emessa in piena crisi greca con l’obiettivo di rassicurare gli investitori privati e la Commissione europea (Emmanuel Macron è l’attuale ministro francese dell’Economia, rappresentante dell’ala liberista del Partito socialista), e che trovano la loro vera funzione nel progetto di legge El Khomri, con il chiaro intento di riformare il code du travail.

Deroghe contrattuali
L’introduzione della possibilità per gli accordi aziendali (o di secondo livello) di andare in deroga ai contratti nazionali di categoria e allo stesso codice del lavoro è certamente la modifica più importante. Essa dispone la fine del principio di favore, ossia la regola principe del diritto del lavoro, per la quale qualsiasi accordo sindacale può discostarsi dai contratti nazionali e dalle leggi solo nel caso in cui sia favorevole al lavoratore. La Loi Travail invece dispone che in caso di accordo aziendale, siglato dai sindacati in possesso della maggiore rappresentatività, esso potrà andare in deroga alle fonti gerarchicamente superiori pur essendo favorevole all’impresa.

Un po’ quanto previsto, in Italia, dall’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 (e il conseguente del 10 gennaio 2014), e soprattutto dall’articolo 8 della legge 148, figlia del governo Monti. Nel caso invece non vi sia maggioranza sindacale, ossia se i rappresentanti dei lavoratori rifiutano l’accordo peggiorativo, una qualunque sigla sindacale può richiedere che venga svolto un referendum all’interno dell’azienda; referendum che, però, ben lontano dall’essere una forma di partecipazione democratica, in una simile situazione diventa un voto sotto ricatto, con il lavoratore lasciato solo di fronte a una falsa scelta: quella tra il provvedimento aziendale (spesso una delocalizzazione o una riduzione del personale) e il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro. È la storia della Fiat di Pomigliano e dell’Electrolux in Italia, della Bosch di Vénissieux in Francia, della General Motors a Strasburgo, della Continental di Clairoix e della Dunlop di Amiens.

Licenziamenti collettivi
Grazie al governo di Nicolas Sarkozy (2008), all’Accordo Nazionale Interprofessionale siglato da Stato, Medef e sindacati concertativi (CFDT E CGC) e alla legge socialista di “sécurisation de l’emploi” del 2013, è già possibile ridurre i salari, aumentare tempi e ritmi di lavoro e licenziare in caso di “difficoltà economiche”. La Loi Travail, però, indebolisce gravemente la definizione di difficoltà economiche. Esse consisterebbero in “un abbassamento del giro d’affari” o nella “perdita di redditività” dell’impresa lungo un intervallo di “diversi trimestri”; non è specificato quanti, ma possiamo immaginare l’interpretazione che ne verrà data: semplicemente più di uno.

Non sarà difficile provare un calo del giro di affari lungo un periodo di sei mesi, né tantomeno crearlo. La legge infatti specifica che la diminuzione di fatturato debba verificarsi a “livello di impresa” e non più “a livello di gruppo”. Nell’epoca delle grandi società multinazionali e delle abilità tecnico-contabili nel far sparire e riemergere costi e profitti da una sede all’altra e da un Paese all’altro, tramite prezzi arbitrari per i semilavorati o strumenti di debito e credito interni al gruppo, è evidente come un’azienda composta da diverse filiali possa facilmente determinare l’andamento economico di un singolo stabilimento per poter rientrare nei parametri previsti dalla legge El Khomri.

Infine, nel nuovo testo viene colpito anche l’obbligo di ricollocamento relativo ai licenziamenti economici – le imprese erano obbligate a proporre al lavoratore il ricollocamento in un’altra filiale del medesimo gruppo – che semplicemente viene eliminato.

Licenziamenti individuali
Altra modifica sostanziale è quella che riguarda i licenziamenti illegittimi. In Francia, pur non esistendo l’articolo 18 come lo abbiamo conosciuto in Italia (tutela molto forte che è servita a garanzia dell’azione sindacale e abolita dal Jobs Act per tutti i nuovi contratti di lavoro), in caso di licenziamento considerato illegittimo il lavoratore può ricorrere ai giudici del lavoro, che ne definiscono la natura, lo convalidano o, più spesso, condannano l’impresa al reintegro o al pagamento di un’indennità proporzionata al danno subìto dal lavoratore. La Loi Travail elimina il limite minimo dell’indennità (sei mensilità) e ne fissa uno massimo (sei mensilità per i dipendenti con meno di cinque anni di anzianità, quindici mensilità per quelli con più di vent’anni). In questo
modo, per liberarsi di lavoratori scomodi o ‘in eccesso’ le imprese avranno la possibilità di calcolare in anticipo i costi massimi del licenziamento, proprio come avviene in Italia con il contratto a tutele crescenti introdotto con la riforma del lavoro del governo Renzi.

Questa parte della legge è un attacco diretto al cuore della classe lavoratrice francese. Se è infatti vero che il 90% dei nuovi contratti stipulati sono precari, ancora nel 2014 l’86% dei contratti esistenti, sul totale dei 23 milioni di dipendenti francesi, erano a tempo indeterminato. È quindi evidente l’obiettivo del governo Hollande-Valls: rendere più precari e ricattabili i cosiddetti ‘garantiti’ – più protetti e sindacalizzati – fornendo al contempo un’infrastruttura giuridica più vicina alle imprese, in grado cioè di assicurare il primato della contrattazione aziendale a discapito della regolazione ex lege tipica dell’ordinamento francese.

Indennità di disoccupazione
Il debito dell’organismo creato nel 1958 per gestire le indennità di disoccupazione, l’Unedic, ha raggiunto nel 2015 la cifra record di 25 miliardi. Il governo francese vorrebbe quindi riformare (ovvero ridurre) l’erogazione del sussidio di disoccupazione, per andare verso un pareggio di bilancio. Le trattative tra governo, Medef e sindacati, iniziate a fine febbraio, sono tuttora in corso, e dovranno concludersi prima della fine di giugno, data di scadenza dell’accordo attualmente in vigore. Nonostante governo e imprese stiano accusando lavoratori e disoccupati di “aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità” e di non voler “fare i giusti sacrifici”, diversi studi dimostrano come il deficit annuale dell’Unedic non sia tanto legato al funzionamento della cassa del sussidio di disoccupazione ma a precise scelte politiche.

Infatti i contributi versati annualmente dai lavoratori risultano eccedenti rispetto ai sussidi di disoccupazione erogati dall’Unedic: nel 2014 il saldo tra le due voci era in attivo di circa 2,7 miliardi di euro. Dove cercare dunque le ragioni del debito? L’Unedic è obbligata a finanziare ogni anno una parte del budget del Pole Emploi (Centri per l’impiego). Il deficit annuale è dunque in larga misura generato da questo finanziamento, ossia da una deresponsabilizzazione dello Stato e delle imprese nei confronti degli chomeurs (disoccupati).

C’è dunque l’intenzione di caricare questa responsabilità sulle spalle degli stessi disoccupati, con la conseguente corsa al ribasso dei salari e delle tutele innescata dalla guerra tra poveri che verrebbe a scatenarsi. Va infine tenuto in conto che nella Francia della crisi il ricorso ai contratti a tempo determinato è letteralmente esploso (3); insieme a quelli interinali, riguardano più del 90% delle nuove assunzioni, mentre diminuisce anno dopo anno la durata media dei contratti. È evidente che un taglio ai sussidi di disoccupazione andrebbe a colpire tanto i giovani precari quanto i ‘nuovi’ disoccupati soggetti ai licenziamenti.

Giornata lavorativa
La Francia è considerata – a torto – il Paese delle 35 ore, introdotte per legge nel 1998 dall’allora governo Jospin. In realtà, le 35 ore calcolano la durata normale della settimana lavorativa, oltre la quale è obbligatorio pagare gli straordinari. Le imprese ne hanno guadagnato in flessibilità e sgravi fiscali: le 35 ore infatti rappresentano la media settimanale calcolata su tutto l’anno solare. Ciò vuol dire che attualmente è possibile avere giornate di lavoro di dieci ore, e che fino a dodici settimane consecutive è possibile usufruire di un lavoratore per una media di 46 ore senza pagare straordinario alcuno.

In linea con questa impostazione, l’attuale governo vorrebbe andare oltre e cancellare definitivamente l’idea delle 35 ore. Nel progetto El Khomri, infatti, si prevede che in periodo di accresciuta attività produttiva la giornata di lavoro, previo accordo sindacale, possa raggiungere le dodici ore; che la maggiorazione per il lavoro straordinario sia ridotta dal 25% al 10%; che si possa lavorare per 46 ore settimanali per sedici (e non più dodici) settimane consecutive (e 48 ore in caso di sovrappiù produttivo), e che questa media possa addirittura raggiungere le 60 ore settimanali in caso di ispezione amministrativa positiva.

Le nuove misure andranno a colpire la possibilità di avere una vita sociale e la necessità di rifiatare di tanti lavoratori, anche perché la nuova legge permette di frazionare le undici ore di riposo obbligatorie tra un turno di lavoro e l’altro. Queste norme si faranno sentire soprattutto in quei settori, come il commercio, nei quali alle imprese è già permesso di tutto: in determinate zone della Francia ricche di centri commerciali e nei pressi delle stazioni è possibile tenere aperti i negozi sette giorni su sette fino a mezzanotte, e a queste domeniche ‘a ciclo continuo’ si aggiungono le dodici di apertura straordinaria previste dalla Loi Macron dello scorso anno, che possono essere concesse su delibera dei prefetti o delle municipalità in tutto il territorio francese. Un po’ quello che è avvenuto in Italia con il decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti.


… e noi
È facile riconoscere come la Loi Travail si inserisca nel filone già tracciato dal Jobs Act in Italia e ancora prima dal Piano Hartz in Germania. È una lotta di classe dall’alto, messa in atto dal Capitale accanto alla narrazione dominante che ne decreta al contrario la fine (Marchionne docet), in nome dell’obiettivo di uscire dalla crisi economica. Sempre le crisi sono il momento ideale per ridisegnare l’architettura sociale ed economica di un Paese, e questa non fa eccezione.

L’ideologia neoliberista mira a ripristinare in Europa un feroce sfruttamento lavorativo e a smantellare il welfare, per ridare fiato ai profitti delle imprese. Una politica che abbiamo visto applicare nella forma più brutale in Grecia, dal 2010 in poi. Neppure le forti mobilitazioni di massa, gli scioperi generali e l’elezione di un governo di sinistra ‘radicale’ hanno saputo imprimere un’inversione di tendenza nel piccolo Paese ellenico, costretto a piegarsi da istituzionali sovranazionali e a suon di speculazioni finanziarie sui titoli pubblici. Bisogna allora ripartire da una presa di coscienza che era in parte emersa con il sostegno all’OXI! (NO!) greco, e sembra oggi riprendere con il sostegno all’opposizione francese, che il 15 maggio scorso ha visto mobilitazioni in trecento città in tutta Europa: l’attacco al lavoro si muove sul piano internazionale, e dunque internazionale deve essere la risposta. Nel 2010 lo striscione che sventolava sull’Acropoli di Atene diceva: “People of Europe, rise up!”.

 

Collettivo Clash City Workers

 

1) E. Lefebvre e D. Perrotte, Myriam El Khomri: «Il n’y a aucun recul des droits des salariés», Les Echos, 19 febbraio 2016
2) Cfr. Collettivo Clash City Workers, Salari da fame, orari da pazzi: i nuovi contratti nazionali, Paginauno n. 46/2016
3) Cfr. Aujourd’hui, 85% des contrats de travail sont des CDI, FranceInfo.fr., 12 gennaio 2016

 

 

 

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