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A cosa serve un compressore?
Lavoro e licenziamento a Embraco
Collettivo Clash City Workers

Aumento del 160% della produttività, 70 milioni di fondi pubblici incassati, utile passato da 6 a 14 milioni: ma l’azienda delocalizza

Un termostato scatta e chiude il circuito; gli elettroni fluiscono; il motore elettrico si mette in funzione; la pressione aumenta; la temperatura cresce; l’impianto di refrigeramento si innesca; quella tipica vibrazione scuote la cucina nel silenzio ormai calato dopo pranzo. Una storia di compressione e refrigerazione che viene dai mitici FIAT, frigoriferi come non ne fanno più, con un design che attira ancora l’attenzione e un consumo elettrico da spaventare le etichette energetiche. Il compressore è l’elemento fondamentale di ogni impianto di refrigerazione, frigorifero domestico compreso.

A fine 2017 i lavoratori della Embraco, un’azienda controllata dalla multinazionale Whirlpool, presidiano l’ingresso dello stabilimento di Riva di Chieri (Torino) contro i quasi 500 licenziamenti annunciati dall’azienda. Uno stabilimento nato negli anni Settanta all’interno del gruppo Fiat, quando ancora gli Agnelli producevano elettrodomestici e a Riva di Chieri impiantarono un grande stabilimento per la produzione di compressori a tenuta stagna. Poi, nel 1985, il passaggio alla multinazionale americana Whirlpool, che nel 1994 destina lo stabilimento chierese alla controllata brasiliana Embraco, specializzata in produzione di compressori per frigoriferi. È in questa fase che, sul finire degli anni Novanta, l’azienda raggiunge il massimo della sua capacità produttiva, producendo 4,5 milioni di compressori l’anno grazie a 2.500 lavoratori.

Nel frattempo Embraco apre il secondo stabilimento europeo in Slovacchia, dove manda un gruppo di operai torinesi a formare i nuovi colleghi. A inizio anni duemila a Chieri comincia il declino occupazionale con una riduzione che giunge fino ai 537 lavoratori attualmente in organico nello stabilimento, con una produzione che non è scesa sotto i 2,5 milioni di pezzi. Quattro milioni e cinquecentomila compressori prodotti da duemilacinquecento lavoratori fanno milleottocento compressori a testa in un anno, 7 al giorno, dalla progettazione alla spedizione; due milioni e mezzo prodotti da cinquecentotrentasette lavoratori e lavoratrici significa quattromilaseicentocinquanta compressori ogni anno a testa, 18 al giorno: un incremento del 160% della produzione a lavoratore... alla faccia della poca produttività del lavoro in Italia.

Il pistone della produttività ha spinto su più fronti: da una parte sugli investimenti tecnologici che hanno migliorato la capacità produttiva, pagati dai numerosi incentivi pubblici di cui Embraco ha usufruito in questi anni, e dall’altra, come in ogni azienda metalmeccanica che si ‘rispetti’, sull’aumento dei ritmi di lavoro: la pressione sale, i lavoratori si affaticano ma il ciclo di refrigerazione non si innesca. La pressione sui lavoratori rimane alta, aumentano le malattie professionali e i rischi di infortunio e il lavoro diventa sempre più faticoso.

Sembra una legge della meccanica, forze esterne impongono maggiore sfruttamento, carichi più pesanti, ma almeno nel compressore la pressione ciclicamente si riduce, il pistone si abbassa e prende un respiro. Cosa che non avviene quando l’unica legge (ed è una legge sociale) è la massimizzazione del profitto.

Dopo mesi di presidio, a fine gennaio 2018, arriva la notizia ufficiale: la capogruppo Whirlpool intende chiudere lo stabilimento torinese e trasferire tutto in Slovacchia, dove il costo del lavoro sarebbe più basso. Si parla di 497 licenziati su 537 dipendenti: rimarrebbero solo 40 lavoratori adibiti alla logistica, forse con l’obiettivo di riconvertire i capannoni in magazzini. Per congelare i licenziamenti l’azienda propone la riassunzione a part-time, con conseguente riduzione del salario: proposta immediatamente respinta dai lavoratori.

La vertenza nel frattempo attira l’attenzione mediatica e non solo, visto il periodo elettorale, tanto da costringere Embraco quanto meno a congelare la procedura di licenziamento per tutto il 2018. Un risultato davvero minimo, visto che si tratta unicamente di licenziamenti rinviati, perché la multinazionale non ha alcuna intenzione di rilanciare la produzione in Italia. Sembra però abbastanza per convincere i sindacati di categoria a revocare lo sciopero generale dei metalmeccanici torinesi inizialmente previsto per il 13 marzo. Sciopero che invece andrebbe rilanciato immediatamente per sostenere la lotta di 500 lavoratori che da mesi presidiano lo stabilimento per evitare che vengano portati via i macchinari, sciopero che servirebbe a non farli sentire soli e a mantenere al centro del dibattito pubblico il lavoro dignitoso e la necessità di mettere un freno alla libertà delle aziende di sfruttare, godere di incentivi pubblici e poi dileguarsi.

Tanto più che Whirpool da anni fa il bello e il cattivo tempo in Italia. Già nel 2015, infatti, il gigante dell’elettrodomestico aveva annunciato 1.400 licenziamenti distribuiti tra gli stabilimenti di Carinaro (Caserta), Fabriano (Ancona) e None (Torino). La catastrofe all’epoca fu evitata in maniera non indolore per i lavoratori, con un accordo firmato da governo, impresa e sindacati. Ma Embraco non è tra i firmatari di quell’accordo. E dopo aver dimezzato il numero dei dipendenti negli ultimi dieci anni, e aver spremuto per bene la restante metà, può decidere di fatto senza conseguenze di scappare via col malloppo, mettendo a rischio la sopravvivenza di migliaia di persone.

In barba all’art. 41 della Costituzione che impone alle imprese di svolgere l’attività economica senza che questa sia in contrasto con l’utilità sociale, e purché non rechi danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana; se solo si applicasse la Costituzione, piuttosto che provare a smantellarla, saremmo di fronte a una realtà ben più umana e lontana dalla barbarie nella quale la rincorsa al profitto a ogni costo sta cercando di ricacciarci.

La vertenza Embraco risulta tanto più incredibile se pensiamo alla quantità di finanziamenti pubblici erogati e soprattutto al fatto che non si tratta di un’azienda in crisi. Sono ancora in corso indagini della Guardia di Finanza, ma i sindacati stimano oltre 70 milioni di euro di fondi pubblici incassati: 21 da Regione Piemonte e Ministero del Lavoro, per formazione e acquisto di superficie produttiva inutilizzata, più cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali pari a circa 50 milioni di euro. Tutto questo a fronte di una crisi inesistente, visto che negli ultimi cinque anni, mentre sfruttava la cassa integrazione guadagni straordinaria per ristrutturazione (2014- 2015) e poi la solidarietà (2016-2017), la divisione europea di Embraco (Italia e Slovacchia) ha raddoppiato gli utili netti dai 6 milioni del 2012 ai 14 del bilancio 2016, a fronte di un costo del lavoro di 26 milioni (7% del fatturato). Niente che potesse mettere a repentaglio i profitti di Embraco-Whirlpool, ma sufficiente per una riorganizzazione aziendale che prevede il licenziamento di 500 lavoratori.

In questi mesi in Germania si è parlato di riduzione dell’orario di lavoro, con la firma di un contratto collettivo che non ha nulla di rivoluzionario, come molta stampa italiana ha fatto credere, ma che ha quantomeno il pregio di rimettere al centro del discorso una questione fondamentale davanti alle trasformazioni tecnologiche, all’alto livello di disoccupazione e alle pratiche da rapina di tante imprese: l’insostenibilità delle quaranta ore a settimana (quando non sono ben di più). Insostenibilità per lavoratrici, lavoratori e disoccupati si intende, mentre a Confindustria dicono il contrario: la vicepresidente Mattioli ha sostenuto al quotidiano La Stampa che una riduzione del genere è possibile in Germania perché lì c’è piena occupazione, mentre da noi no. Sembrerebbe piuttosto vero il contrario: una riduzione dell’orario settimanale lavorativo favorirebbe il taglio della disoccupazione perché aumenterebbe la domanda di forza-lavoro da parte delle imprese, fatta pari la produttività.

La Mattioli, dunque, ha commesso un errore? Sì, perché il suo ragionamento è in sé corretto, ma a essere sbagliate sono proprio le premesse: la riduzione dell’orario in Italia non è impossibile a causa dell’alto tasso di disoccupazione, bensì non conviene alle imprese, dal momento che possono contare su un numeroso bacino di lavoratrici e lavoratori disoccupati o sottoccupati per tenere i salari bassi e le settimane lunghe. Lavorare meno e lavorare tutti a parità di salario è un obiettivo che ha fatto capolino solo poche volte nella campagna elettorale, ma insieme a un ripensamento complessivo delle politiche industriali che preveda investimenti e strumenti concreti per impedire quello che sta facendo Embraco, pare l’unica prospettiva sensata.

 

Collettivo Clash City Workers

 

 

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