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Le lacrime di Confindustria (e il sudore nostro)
di Collettivo Clash City Workers

Profitti/lavoro, i numeri di Confindustria: quando l’associazione padronale dimentica la teoria economica per chiedere la riduzione dei salari nei Ccnl

Nello scorso numero di Paginauno abbiamo analizzato la nuova ondata di rinnovi contrattuali nel settore chimico, metalmeccanico, dei trasporti e del commercio (1): attacco al salario e allungamento della settimana lavorativa, limitazione del diritto di sciopero e introduzione del cosiddetto welfare aziendale sono gli elementi di netta revisione e arretramento che abbiamo evidenziato. Ma quali sono i precedenti dai quali le organizzazioni padronali sono partite per dare un fondamento razionale alla revisione della contrattazione nazionale?

Forse qualcuno si ricorda la boutade dell’autunno scorso del presidente di Confindustria Squinzi, secondo il quale le richieste dei sindacati alla vigilia del rinnovo dei contratti collettivi nazionali erano inaccettabili, dato che chiedevano aumenti delle retribuzioni “insostenibili” e addirittura “fuori dalla realtà”. Un attacco frontale alla contrattazione nazionale in sé dato che, in realtà, i nostri timidi sindacati chiedevano i minimi aumenti salariali previsti a ogni rinnovo dei Ccnl, appena sufficienti a star dietro all’aumento del costo della vita, dei servizi, a quella sfida che tutti noi chiamiamo arrivare a fine mese.

Sappiamo poi com’è andata a finire: i sindacati confederali hanno facilmente ceduto alle richieste degli imprenditori in quasi tutti i casi, e questi ultimi sono riusciti addirittura a chiedere e ottenere soldi dai lavoratori del settore della chimica e sono in procinto di fare altrettanto con i metalmeccanici.

Dietro le considerazioni di Squinzi c’è la famigerata nota del Centro studi di Confindustria (2), in cui si sostiene che “la quota del valore aggiunto che va al lavoro è ai massimi storici, mentre la redditività delle imprese è ai minimi”. Tradotto: quella parte della ricchezza prodotta in un anno nel Paese che finisce in tasca ai lavoratori è alta come mai lo è stata prima. Potrà sembrare molto strano a chi abbia la sfortuna di lavorare in questo Paese ma, secondo Confindustria, al lavoro dipendente va una quota di Pil che supera “il picco di metà anni Settanta, quando il sindacato dei lavoratori era all’apice del potere rivendicativo”. Per questo i sindacati dovrebbero smettere con le loro anacronistiche pretese!

A noi i conti non tornavano e ci siamo messi a leggere un po’ di numeri (e a leggere tra di essi), aiutando nei calcoli la docente di economia Antonella Stirati, che si è spesso occupata di distribuzione ‘funzionale’ del reddito (cioè la quota di reddito che spetta ai diversi fattori della produzione, capitale e lavoro, che si traducono in profitti e salari), e che è tornata sull’argomento proprio per rispondere alle dichiarazioni di Confindustria. Ciò che emerge è un quadro molto diverso da quello dipinto dall’associazione padronale, e purtroppo conforme non solo all’esperienza comune di tanti lavoratori, ma anche alla arcinota crescita delle diseguaglianze a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni: si rivelano, infatti, tre decenni di abbassamento della quota dei salari sul Pil. Un dato che poi andrebbe probabilmente ulteriormente corretto al ribasso, visto che la quota del lavoro include anche i salari dei manager
che nello stesso periodo sono aumentati, accaparrandosi percentuali sempre più alte di ricchezza.

Da dove spuntino i dati usati dal Centro studi della maggiore associazione padronale italiana è poi un mistero e rimandiamo all’articolo di Stirati pubblicato su Economia e Politica per le note più tecniche (3). Quello che è certo è ciò che pretendono i soci di Confindustria: tornare a registrare elevate quote di profitto in modo da essere stimolati a fare gli investimenti di cui “il Paese ha bisogno”, ottenendo le stesse condizioni delle imprese equivalenti negli Stati concorrenti, che a detta loro sanno sfruttare maggiormente i propri lavoratori.

Secondo Confindustria, infatti, “l’andamento delle quote distributive in Italia risulta in controtendenza rispetto all’Eurozona e, in particolare, ad alcuni grandi Paesi competitor”. Da qui la ripresa di richieste ancora più incisive sul piano del lavoro: dopo aver strappato la possibilità di licenziare a piacere con la seconda parte del Jobs Act e relativi decreti attuativi, ora i nostri grandi imprenditori vogliono un “sistema di istruzione maggiormente integrato con il mondo produttivo”, che già rifornisce di manodopera gratuita proveniente direttamente dalle scuole come previsto dall’alternanza scuola-lavoro (4); chiedono di “correlare la dinamica dei salari a quella della produttività misurata in azienda”, cioè lo svuotamento della contrattazione nazionale a cui stiamo tristemente assistendo; e, infine, ribadiscono l’importanza di “rimuovere le restrizioni alla concorrenza nei servizi”, che non significa altro che ulteriori privatizzazioni.

Come sempre le pretese del Capitale si ammantano di una retorica sulla crescita del sistema Paese che è sempre crescita innanzitutto dei profitti delle imprese, alle cui sorti saremmo noi tutti subordinati. Ma con l’uscita dalla crisi in realtà tutto questo c’entra poco. O meglio, c’entra con l’uscita dalla crisi per loro.

 

 

Effettivamente in questi ultimi anni la quota dei salari sul Pil è aumentata (vedi Grafico); cioè, in proporzione, i profitti sono calati. Ma attenzione: questo non perché i lavoratori abbiano guadagnato di più, anzi. Come si legge nel rapporto annuale Istat del 2015 sulla situazione del Paese (5), dal 2007 al 2014 le retribuzioni reali sono calate del 1,5% in agricoltura e del 4,2% nei servizi. Se nella manifattura sono invece cresciute dell’8,4%, questo secondo l’Istat è perché “giocano un ruolo preponderante la maggiore contrazione delle posizioni lavorative a qualifiche più basse e anzianità minore”, cioè il fatto che con la crisi sono stati licenziati principalmente i lavoratori giovani e/o scarsamente qualificati, facendo crescere artificiosamente la media delle retribuzioni.

Il calo dei profitti dunque non è assolutamente correlato a un dichiarato, da Confindustria, troppo elevato livello delle retribuzioni. Dipende dal fatto che, se la crisi economica ha un immediato impatto negativo sui guadagni delle imprese, a causa dal calo del fatturato e quindi della maggiore incidenza dei costi fissi, prima del Jobs Act alle aziende non risultava così facile licenziare istantaneamente i propri dipendenti e tagliare gli stipendi quanto avrebbero voluto, così da scaricare sui lavoratori i costi della crisi; senza contare che in alcuni casi avrebbe significato perdere manodopera formata.

Allo stesso modo il calo della produttività si può spiegare con il fatto che la recessione dissuade le imprese a fare quegli investimenti necessari ad aumentarla. E infatti, come rivelano le elaborazioni di Stefano Perri sui dati Eurostat-AMECO (6), dal 2007 al 2014 lo stock di capitale fisso lordo è diminuito mediamente del 3,93% l’anno, mentre quello netto è cresciuto di un misero 0,43%. Per questo il fatto che la quota dei salari cresca in proporzione durante le crisi, sia cioè anticiclica, non stupisce; così come non deve stupire che, di converso, calino i profitti.

Il Capitale vuole però uscire dalla crisi – dalla sua crisi! – e dunque, dopo aver smesso di investire pretende un costo della manodopera adeguato al calo della produttività, ossia bassi salari e totale flessibilità da parte dei lavoratori, correndo, tra l’altro, il paradossale rischio di aggravarla, la crisi. Se è vero infatti che nel capitalismo crescita significa crescita dello sfruttamento del lavoro, attraverso l’estrazione di plusvalore assoluto o relativo che sia, è anche vero che la miseria che dilaga tra larghi strati della popolazione restringe il mercato in cui realizzarli questi benedetti profitti, attraverso la vendita di merci e servizi. Si tratta di una delle tante vecchie e note contraddizioni di un sistema che non produce beni per soddisfare i bisogni delle persone, ma merci che gli permettano di valorizzarsi indefinitamente.

E allora le richieste avanzate da Confindustria, fedelmente eseguite dal governo Renzi, non rappresentano altro che il tentativo di sfruttare il più possibile il momento di crisi, per poter tornare a fare profitti ora, in una fase di calo di produzione, e poterli aumentare ulteriormente un domani, se e quando l’economia reale ripartirà.

Esprimono anche la capacità confindustriale di far valere le proprie priorità sull’agenda politica, approfittando della confusione e dello scoraggiamento che regna tra i lavoratori e i disoccupati, costretti dalla recessione a una concorrenza al ribasso che assume sempre più i tratti di una guerra tra poveri. È in questo modo che il Capitale riesce a trasformare ogni sua crisi in un nuovo ricatto ai lavoratori. È una spirale perversa, ma anche piena di contraddizioni. Si tratta di riuscire a farle esplodere.

Collettivo Clash City Workers

 

1) Collettivo Clash City Workers, Salari da fame, orari da pazzi: i nuovi contratti nazionali, Paginauno n. 46/2016
2) Centro studi Confindustria, In Italia salari reali aumentati più della produttività e al lavoro una percentuale record del Pil, 3 ottobre 2015
3) A. Stirati, Le lacrime di Confindustria, Economia e politica, 17 febbraio 2016
4) Clash City Workers, L’alternanza scuolalavoro. Ovvero perché la riforma della scuola riguarda tutti noi, 5 febbraio 2016
5) Istat, Rapporto annuale 2015, Mercato del lavoro: soggetti, imprese e territori (capitolo 4), pagg. 155-158
6) S. Perri, Quota salari e investimenti: alcuni effetti delle riforme del lavoro, Economia e politica, 16 luglio 2015l

 

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