È uscito il numero 62
aprile - maggio 2019

 


seguici sulla ns pagina

La rivista
tutti i numeri
ordina numero
abbonamenti
Contenuti
analisi politica
inchieste
dura lex...
percorsi storici
interviste
critica letteraria
recensioni libri
segnalazioni libri
spunti letterari
racconti
musica
cinema
arte
autori
Contenuti per tema
Europa
economia
lavoro e conflitto sociale
nuove tecnologie
la sinistra in Italia
la nuova destra in Europa
ecologia
Stati Uniti
NO Expo
privatizzazioni
politica dell'immigrazione
rapporto cultura, informazione e potere
scontro politica e magistratura
osservatorio sulla mafia
rapporto Stato e Chiesa
politica medioriente
Il progetto Paginauno

la scuola
corsi di giornalismo d'inchiesta, scrittura
creativa e FilmMaking

Comunicazione
newsletter
la stampa
link
contatti
area riservata

 

Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

Iacopo Adami
Capolinea
Narrativa

 

Vittorio Alfieri
La virtù
sconosciuta
La Sposa del Deserto

 

Jules Janin
Racconti
bizzarri
Il Bosco di Latte

 

Margaret Oliphant
La finestra
Il Bosco di Latte

 

John Wainwright
Anatomia di
una rivolta
Narrativa

 

Davide Steccanella
Across the Year
in utero

 

William McIlvanney
Chi si rivede!
Il Bosco di Latte

 

Honoré de Balzac
L'albergo rosso
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Emma B
Narrativa

 

Rinomata Offelleria Briantea
Ventinovecento
Narrativa

 

Silvia Albertazzi
Leonard Cohen
Manuale per vivere nella sconfitta
Saggistica

 

Thomas Wolfe
Un'oscura vitalità
Il Bosco di Latte

 

Francis Scott Fitzgerald
Basil Lee
Il Bosco di Latte

 

Felice Bonalumi
Storia del gusto
saggistica

 

Mario Bonanno
33 Giri
in utero

 

Raymond Williams
Terra di confine
narrativa

 

47 Autori
Poesie per un
compleanno
La Sposa del Deserto

 

Rudi Ghedini
Rivincite
Saggistica

 

Edith Wharton
Triangoli
imperfetti
Il Bosco di Latte

 

Joseph Conrad
Ford Madox Ford
La natura
di un crimine
Il Bosco di Latte

 

James Robertson
Solo la terra resiste
narrativa

 

Christine Dwyer Hickey
Tatty
narrativa

 

Carmine Mangone
Il corpo esplicito
saggistica

 

Suzanne Dracius
Rue Monte au Ciel
narrativa

 

Davide Steccanella
Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

Carmine Mezzacappa
Cinema e
terrorismo
saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Fulvio Capezzuoli
Nel nome
della donna
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
in Europa
libro inchiesta

 

Davide Corbetta
La mela marcia
narrativa

 

Honoré de Balzac
Un tenebroso affare
narrativa

 

Massimo Battisaldo
Paolo Margini

Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
novantadue
narrativa

 

Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
narrativa

 

Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

 

 

 

Creative Commons License
Il contenuto di questo sito

coperto da
Licenza Creative Commons

 

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice

Polemos

 

Lavoro: una rete di sportelli e camere popolari
Collettivo Clash City Workers

Contro la frammentazione, una realtà dei lavoratori per i lavoratori: sostegno alle lotte, tutela legale gratuita, formazione, dibattito e socialità

“La bassa plebe va rispettata
perché lavora da mane a sera
abbasso dunque la mano nera
senza di lor ne faremo a men.”
E nella camera del lavoro, canto popolare


The making of English working class è il titolo originale del famoso studio sulla storia della classe operaia inglese, pubblicato nel 1963 da Edward P. Thompson: quel making presuppone un processo di formazione e costruzione non solo oggettivo ma anche soggettivo. Per Thompson si può dire che la classe o ha una coscienza di se stessa o non è tale: vivere oggettivamente un insieme di relazioni ed esistere come insieme che produce la ricchezza non è sufficiente a essere
quel soggetto sociale e politico che è stato protagonista soprattutto del Novecento. Come ha poi dimostrato Beverly J. Silver quarant’anni dopo nel suo Forces of Labor (2003), la coscienza non sorge mai slegata da fattori oggettivi, da concentrazioni produttive e da bisogni materiali: dove si sposta il capitale, si sposta anche il conflitto.

A riprova dell’insopprimibile bisogno di libertà, riscatto e dignità che nasce contro lo sfruttamento umano tipico dell’organizzazione economica e sociale del capitalismo, ogni ondata di delocalizzazione massiccia di industrie e servizi è stata seguita da un picco di mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori a cui manager, azionisti, Stati hanno reagito promuovendo nuove ricollocazioni. Lo abbiamo visto anche in questi anni, quando le nuove generazioni di immigrati interni alla Cina, produttori dei beni di più largo consumo a livello globale, hanno reagito alla mancanza di prospettive, allo sfruttamento più intenso e all’autoritarismo del regime
della fabbrica-dormitorio con un crescendo di scioperi che ha spinto a una delocalizzazione verso zone rurali o in altri Paesi del sud-est asiatico.

Come i fattori oggettivi, altrettanto fondamentale è il ruolo delle forme organizzative, dei movimenti, dei luoghi di discussione e socialità che consentono il sorgere di un riconoscimento collettivo di sé. Se il ciclo descritto sopra, dopo aver coinvolto pressoché ogni spazio geografico del globo, può sempre approfondirsi in intensità, cosa dovremmo pensare della situazione che ci
troviamo a vivere in Italia e nel resto dei Paesi di più vecchia industrializzazione?

Per molti anni abbiamo assistito a una rimozione delle questioni del lavoro dal ragionamento politico di sinistra, mentre veniva veicolata l’idea di una ‘fine della storia’ che ci avrebbe consegnato un mondo pacificato nel quale i conflitti dovevano essere risolti all’interno di un quadro di riferimento pre-codificato, rispondente all’insegnamento di Margaret Thatcher: T.I.N.A. (There Is No Alternative). La crisi economica emersa e approfonditasi tra il 2007 e il 2010 ha fatto crollare questa illusione. Il conflitto nei luoghi di lavoro, per il lavoro, per la salute, non è mai scomparso: si era semplicemente inabissato sotto la superficie del discorso pubblico. Ma a partire dal 2008 il lavoro che manca, le condizioni di quello che c’è, le riforme del suo mercato e i conflitti che lo attraversano sono riemersi con costanza nei titoli dei giornali e negli annunci e provvedimenti dei governi.

Per assurdo, chi ha avuto più difficoltà a tornare a parlare di questo mondo è stato chi in qualche modo era erede delle esperienze novecentesche. Mentre il sindacato assumeva un atteggiamento neo-corporativo, gli elementi più avanzati della classe operaia rimanevano isolati e le esperienze di resistenza venivano in larga misura abbandonate a se stesse. Di conseguenza il periodo di grandi e piccoli licenziamenti collettivi diffusi nella struttura produttiva italiana è stato punteggiato di conflitti spesso risolti in drammi individuali o in disperati tentativi di visibilità, dalle gru alle torri. Nonostante l’iperconnessione digitale, l’isolamento sostanziale non si è risolto con quell’informazione dal basso che pure aveva creato grandi aspettative.

Se in un’epoca di grande interdipendenza oggettiva, con processi produttivi che dipendono da migliaia di persone che agiscono organicamente in quanto parti di un meccanismo che travalica i continenti, hanno avuto così tanto successo teorie e atteggiamenti introspettivi e isolazionisti è
anche perché di questa organicità manca qualsiasi comprensione. Allora ripartire dalla comprensione e dallo sviluppo di una coscienza e conoscenza del sé collettivo può essere un’esperienza molto poco mistica ma altrettanto emozionante.

Una rete di sportelli e camere popolari
Nei mesi passati in sei città d’Italia, da Napoli a Bergamo, è nata una rete di Sportelli contro lo sfruttamento e di Camere Popolari del Lavoro. Una serie di strutture territoriali espressamente dedicate ai lavoratori. Si occupano di mappare le vertenze che si sviluppano sul territorio, dando loro visibilità e sostegno; offrono un servizio di assistenza e tutela legale gratuita rivolto anche a singoli lavoratori e lavoratrici; sviluppano corsi di formazione sui diversi aspetti del rapporto di lavoro (lettura busta paga, conoscenza contratti nazionali di settore ecc.); e soprattutto diffondono il dibattito e la presa di coscienza politica tra lavoratori, promuovendo campagne specifiche e diffondendo materiale informativo (campagna contro il lavoro nero ecc.). In breve: si tratta di uno strumento messo a disposizione dai lavoratori per i lavoratori, un luogo di formazione, dibattito, e, perché no, anche di socialità.

Dentro uno qualsiasi dei prodotti materiali che ci circondano, che sono il frutto del nostro lavoro, è cristallizzato lo sforzo di una molteplicità di figure lavorative, molto più grande rispetto al passato. Dietro uno smartphone, dietro un mobile acquistato da Mondo Convenienza o da Ikea, c’è un processo che parte dalle materie prime e dalla produzione in fabbriche meccanizzate, passa attraverso reti logistiche internazionali e viene distribuito nelle grandi superfici commerciali.

Nonostante la continua cooperazione, lavoratrici e lavoratori non sono mai stati così isolati. La percezione dell’unità oggettiva è costantemente offuscata da una estrema frammentazione soggettiva. La precarizzazione del lavoro, la paura del licenziamento, la frammentazione categoriale, la minaccia della delocalizzazione, il ricatto del permesso di soggiorno, la distruzione del welfare universalistico che scarica sulle donne il lavoro di cura, l’individualismo imperante: tutti questi fattori funzionano come altrettanti paraventi, elementi di ricatto, che impediscono ai lavoratori e alle lavoratrici di percepirsi come membri solidali della stessa classe, e in tal modo di organizzarsi.

Di fronte a questa situazione, abbiamo pensato che la prima cosa da fare per ritrovare una lingua comune fosse quella di ripescare nella tradizione del movimento operaio e individuare così quegli strumenti che in altri tempi hanno consentito lo sviluppo della coscienza di classe, per provare quindi ad attualizzarli. Abbiamo così ‘scoperto’ le Camere del Lavoro, luoghi in cui le diverse anime professionali e categoriali del lavoro ottocentesco hanno saputo conoscersi, riconoscersi e organizzarsi, sottraendo così alle imprese di allora l’arbitrio sulle loro vite e conquistando migliori condizioni di lavoro. Se oggi molte delle antiche Camere del Lavoro sono diventati degli uffici servizi, e hanno smesso di assolvere al compito originario, quello cioè di creare solidarietà e consapevolezza tra i lavoratori, questo non vuol dire che la necessità di strutture simili sia venuta meno. Anzi questa necessità si è fatta nuovamente concreta, per rilanciare quegli elementi soggettivi a cui facevamo riferimento all’inizio in quanto indispensabili
per definire la classe operaia, proprio come faceva E.P. Thompson.

Ma perché andare alla ricerca di qualcosa che sembrava finito? Prima di tutto perché il racconto per cui saremmo un giorno stati tutti imprenditori di noi stessi e la società sarebbe stata felice e pacificata era un racconto falso, quando non una vera e propria truffa: come abbiamo scoperto scrivendo il nostro libro Dove sono i nostri (1), i lavoratori hanno ancora un’importanza fondamentale nel funzionamento della nostra società. Lo sfruttamento del lavoro rimane ancora la fonte della ricchezza a livello globale e le questioni che impattano su questo ambito della nostra vita costituiscono ancora un momento fondamentale della discussione politica, che con la scelta del cosa, come e quanto produrre delinea gran parte delle nostre esistenze.

Se nel corso degli anni sono emerse e sono state affrontate, in parte mitigate in parte peggiorate, decine di questioni che riguardano le nostre vite, dall’ambiente ai problemi etici legati allo sviluppo tecnologico, lo sguardo obliquo dal nostro punto di vista di lavoratrici e lavoratori può consentire di immaginare un ribaltamento complessivo dei nessi sociali, che ponga le basi per chiudere questa lunga fase storica dominata dalla contraddizione fra Capitale e Lavoro.

Nel 1891 nascevano le Camere del Lavoro di Milano, Torino e Piacenza, non più con la funzione solo mutualistica che era propria delle organizzazioni, appunto, di mutuo soccorso, in cui l’operaio finiva per essere solo oggetto di assistenza, ma per essere luogo in cui il lavoratore divenisse un soggetto con dignità, che rivendica i propri diritti ed è propulsore sociale e politico. Gli Sportelli contro lo sfruttamento e le Camere Popolari del Lavoro vogliono riprendere in mano questo pezzo della nostra storia e sviluppare un ‘nuovo’ strumento per supportare tutti i lavoratori, anche quelli nascosti dietro i ‘divieti d’accesso’ della nostra società, dai campi dove si pratica il caporalato, ai bar e ristoranti dove il lavoro nero è la norma.

 

Sportelli contro lo sfruttamento e Camere Popolari del Lavoro


Bergamo: aperto ogni domenica dalle 18.00 alle 20.00 presso il Circolo Barrio Campagnola, via Ferruccio dell’Orto 20

Cava dei Tirreni: aperto ogni lunedì dalle 20.00 alle 21.00 presso lo spazio Pueblo, via Raffaele Baldi 1

Firenze: aperto ogni mercoledì dalle 17.30 alle 19.30 in via de’ Pilastri 43/r

Napoli: aperto ogni mercoledì dalle 18.00 alle 20.00 presso ex-Opg Je so’ pazzo, via M.R. Imbriani 218; le riunioni aperte si tengono ogni primo e terzo mercoledì del mese a partire dalle ore 19.00

Padova: aperto ogni sabato dalle ore 09.00 alle ore 12.00 presso il Catai, Ponte San Leonardo 1 Roma: aperto ogni mercoledì dalle 18.30 alle 20.30 presso l’occupazione abitativa di viale delle Province 196

 

 

Collettivo Clash City Workers

 

1) Cfr. Collettivo Clash City Workers, Supportare la resistenza, preparare l’offensiva, Paginauno n. 45/2015

Torna su