È uscito il numero 51
febbraio - marzo 2017

 


La rivista
tutti i numeri
ordina numero
abbonamenti
Contenuti
analisi politica
inchieste
dura lex...
percorsi storici
interviste
critica letteraria
recensioni libri
segnalazioni libri
spunti letterari
racconti
musica
cinema
arte
autori
Contenuti per tema
Europa
NO Expo
privatizzazioni
la sinistra in Italia
la nuova destra in Europa
lavoro e conflitto sociale
politica dell'immigrazione
rapporto cultura, informazione e potere
scontro politica e magistratura
osservatorio sulla mafia
economia criminale
rapporto Stato e Chiesa
politica medioriente
Il progetto Paginauno

la scuola
corsi di giornalismo d'inchiesta, scrittura
creativa e FilmMaking

Comunicazione
newsletter
la stampa
link
contatti
area riservata

 

Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

Davide Steccanella
Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

Carmine Mezzacappa
Cinema e
terrorismo
saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Fulvio Capezzuoli
Nel nome
della donna
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
in Europa
libro inchiesta

 

Davide Corbetta
La mela marcia
narrativa

 

Honoré de Balzac
Un tenebroso affare
narrativa

 

Anna Teresa Iaccheo
Alla cerca della Verità
filosofia

 

Massimo Battisaldo
Paolo Margini

Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
novantadue
narrativa

 

Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa

 

Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
narrativa

 

Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria

 

 

 

Creative Commons License
Il contenuto di questo sito

coperto da
Licenza Creative Commons

 

Cineforum
(recensioni film)
di Iacopo Adami


Una dittatura chiavi in mano
Snowden, Oliver Stone
(febbraio 2017)


È lo spettacolo, bellezza!
Lo sciacallo, Dan Gilroy
(dicembre 2016)


Alla ricerca dell'Uomo
Lei, Spike Jonze
(ottobre 2016)

 

Zona franca
(film in pillole)
di Andrea Cocci

Paginauno n. 51

Arriva John Doe, Frank Capra
À L'intérieur, Alexandre Bustillo e Julien Maury
Totò, Peppino e le fanatiche, Mario Mattoli

 

Paginauno n. 50

A prova di morte, Quentin Tarantino
Clerks, Kevin Smith
Gomorra (serie tv), S. Sollima, F. Comencini, C. Cupellini

 

Paginauno n. 49

Il segreto, Cyop e Kaf
Birdman, Alejandro González Iñárritu
IT, Tommy Lee Wallace

 

Paginauno n. 48

Bubba Ho-Tep, Don Coscarelli
Silvio forever, Roberto Faenza e Filippo Macelloni
Non si uccidono così anche i cavalli?, Sydney Pollack

 

Paginauno n. 47

La moglie più bella, Damiano Damiani
The End of the Tour, James Ponsoldt
Sbatti il mostro in prima pagina, Marco Bellocchio

 

Paginauno n. 46

L'uomo senza sonno, Brad Anderson
The Shining (miniserie tv), Stephen King
Donnie Darko, Richard Kelly

 

Paginauno n. 45

Mad Max: Fury Road, George Miller
La morte corre sul fiume, Charles Laughton
The Truman Show, Peter Wei

 

Paginauno n. 44

Roma, Federico Fellini
The Stalker, Giorgio Amato
True Detective 2, Nic Pizzolatto

 

Paginauno n. 43

Arcana, Giulio Questi
Bed time, Jaume Balagueró
La parola ai giurati, Sidney Lumet

 

Paginauno n. 42

Dallas buyers club, Jean-Marc Vallée
Holy motor, Leos Carax
Snowpiercer, Bong Joon-ho

 

Paginauno n. 41

La misma luna, Patricia Riggen
Samsara, Ron Fricke
Breaking bad, Vince Gilligan

 

Paginauno n. 40

In treatment, Saverio Costanzo
Il lato grottesco della vita, Federica Di Giacomo
Me and you and everyone we know, Miranda July

 

Paginauno n. 39

Tetsu, Shinya Tsukamoto
Precious, Lee Daniels
Scott Pilgrim vs. The World, Edgar Wright

 

Paginauno n. 38

Der Todesking, Jörg Buttgereit
Occhi senza volto, Georges Franju
Tras el cristal, Augustì Villaronga

 

Paginauno n. 37

Team America: World Police, Trey Parker
Solo Dio perdona, Nicolas Winding Refn
Le streghe di Salem, Rob Zombie

 

Paginauno n. 36

Existenz, David Cronenberg
Pietà, Kim-Ki Duk
La grande bellezza, Paolo Sorrentino

 

Paginauno n. 35

Cosmopolis, David Cronenberg
Oltre il giardino, Hal Ashby
Oldboy, Park Chan-wook

 

Paginauno n. 34

Cella 211, Daniel Monzón
Quinto potere, Sidney Lumet
Carnage, Roman Polanski

 

Paginauno n. 33

Todo modo, Elio Petri
This must be the place, Paolo Sorrentino
Carnival of souls, Herk Harvey

 

Paginauno n. 32

Zeitgeist the movie, Peter Joseph
Keoma, Enzo G. Castellari
Killer Joe, William Friedkin

 

:::

 

 

 

Nonostante l’amniotica routine – parliamo di un’opaca staticità che farebbe sbadigliare la noia stessa – Trevor non dorme da un botto. Come fa a tenersi in piedi? Cos’è successo? È successo qualcosa? Chi gli attacca bigliettini con il gioco dell’impiccato sul frigo? Vogliono sfidarlo, suggerirgli qualcosa o nulla di tutto ciò? Chi li scrive? LSS in un aggettivo:
esperienziale. In verità, più che di un narcolettico scheletrico (per interpretare Trevor, Christian Bale mangiò per un anno intero una scatoletta di tonno [pranzo] e una mela [cena]) che si trascina dal lavoro in fabbrica al bar dell’aeroporto e poi a casa, come fosse alla ricerca di qualcosa, il film ha come protagonista la dilatazione del tempo. Con un simile intreccio narrativo Anderson avrebbe potuto sfornare un dark Pulp Fiction, invece opta per tessere un’unica, cristallizzata atmosfera tra denso incubo e piatta realtà nera, intrappolandovi l’Osservatore. Ma, ancora più in verità di quanto diceva il vecchio papa colpito dal meteorite, ho usato esperienziale perché vivrete il vivere di Trevor nella vostra pelle (badate: non nella vostra mente). Al cinema accade raramente. E in verità della verità vera LSS è una parabola sul s.d.c. (capirete l’acronimo dopo averlo visto). Cultone assoluto senza remore.

 

L’UOMO SENZA SONNO
regia di Brad Anderson, 2004

 

Torna all'inizio

 

Il kubrickiano, storico, epico Shining è un capolavoro senza tempo. Fin qui (penso) siamo tutti d’accordo... beh... tutti tutti... no. Tutti tranne uno: Stephen King, quel solitario, gigante nerd che scrisse il romanzo – grazie al quale il regista di Arancia meccanica poté squarciare l’immaginario collettivo ancora una volta – disse che gli fece cagare e tutto indignato s’incazzò persino con Stanley. Sicché (quasi) vent’anni dopo, per restituire a Jack Torrance e all’Overlook Hotel l’originaria anima dannata, scrisse la sceneggiatura di questa miniserie (in tutto 273 min.) Sì, è un prodotto televisivo americano di fine anni ‘90 con un bambino dai denti di coniglio e i capelli a scodella che prenderesti a schiaffi tutto il giorno, la madre che strilla e rompe continuamente le palle al marito – (interpretato da un attore con la faccia di gomma, probabilmente plasmata [in laboratorio] sulle fattezze di James Woods) che quotidianamente pensa alla bottiglia come un ergastolano sogna la gnocca – isolati in un gargantuesco hotel circondato dalla neve e infestato dai fantasmi. Ma quando a scrivere è lo Re puoi star sereno che funzia! Ha vinto. Neanche miglia dal proto Shining, ma v’assicuro che l’Overlook Hotel ha riaperto. E non chiuderà tanto facilmente. Me lo son gustato.

 

THE SHINING (miniserie tv)
di Stephen King, 1997

 

Torna all'inizio

 

Donnie: ragazzo sensibile, acuto. Profondo. Ma anche sbarellato. Diede fuoco a una casa abbandonata, così ora è in terapia psichiatrica. Fosse solo questo. È anche sonnambulo. Spesso si sveglia a chilometri dal letto. L’amico immaginario (?), un coniglio gigante, gli svela giorno e ora della fine del mondo. Donnie vedrà il da farsi. Nel frattempo, Patrick Swaize [...] video motivazionali per sconfiggere la paura... [...] una porno prigione per... Basta trama; penso che apprezzerai. Forte di una storia affascinante, (studiatamente) criptico labirintica a/su più livelli, DD è un miracolo (indie) che gratta le cellule ancestrali del Complesso R come farebbe un test di Rorschach fatto di volti e suoni. Quando lo rivedo scovo qualcosa che prima non c’era, tanto da essermi convinto che di notte, mentre dormo, qualcuno aggiunga fotogrammi al dvd. Psichiatria, self helping, gare di bambine cheerleader, wormholes, viaggi nel tempo, fisica quantistica; elementi che mischiati così (e così bene) non s’era mai visto. Se lo chef è anche alchimista (Richard Kelly, papà dell’altrettanto bello/snobbato dalla critica The Box) può permettersi di buttare tante carni sul fuoco creando comunque un ghiotto spezzatino. Da sola la colonna sonora vale l’Oscar.

 

DONNIE DARKO
regia di Richard Kelly, 2001

 

Torna all'inizio

 

Se detesti i film d’azione (anzi, gli ecscionmùvis) di macchinoni che si rincorrono alla velocità della luce, guidati da ritardati muscolosi decerebrati impegnati a conquistare un pianeta ridotto a macerie e dolore, dove la vita non vale niente... Guardalo! Guilty pleasure? Sì... ma anche no!Finiti i soldini ricavati da Happy Feet2 (che non è un sollazzo per feticisti [o forse sì!] ma un lungometraggio d’animazione [che non ho avuto il coraggio di visionare]) George Miller torna a guadagnarsi la pagnotta divertendo il grande pubblico, contemporaneamente dimostrando alla platea un pelino-ino più esigente che se ci sai fare, circondato da veri professionisti, puoi prendere una storia senza troppe pretese e renderla qualcosa di epico. Alcuni Cinefili parlano di capolavoro; per concordare o fanculizzare dovrei rivederlo; MMFR è anomalo; nonostante possieda tutte le caratteristiche (montaggio videoclipparo, fotografia HHHHHD, colonna sonora creata in laboratorio, rallenty auto celebrativi ecc.) per sembrare un blockbuster figlio del suo tempo – un tempo fatto di niente e poca roba ripiena di nulla – si rivela l’opera di un sapiente artigiano capace di stupire e conquistare anche chi non si lascia ammaliare da giochini di prestigio. Concedetegli almeno una chance; se la merita.

MAD MAX: FURY ROAD
regia di George Miller, 2015

 

Torna all'inizio

 

Harry Powell è un predicatore – tra i più falsi, viscidi, stronzO e meglio caratterizzatO della storia del cinema (parere puramente personale, n.d.a.) – che sposa e uccide facoltose vedove per ciulargli il patrimonio. Riesce sempre a scamparla (chi mai sospetterebbe di un timorato, fervente, logorroico rappresentante [porta-a-porta] di Dio?) fino a che non s’imbatte nei figlioletti di Willa Harper, i quali lo faranno più che incazzare. Al cinema passò inosservato, ma non c’è da stupirsi; che certe opere – troppo avanti per l’epoca in cui vengono partorite – verranno (ri)scoperte e apprezzate soltanto nei decenni successivi (vedi Quarto potere!!!) non è una costante. È una legge. Ciononostante, a distanza di sessant’anni, non possiamo fare a meno di notare che era e rimane un capolavoro senza tempo, perché puoi manipolare e riscrivere la/una storia; gli archetipi erano, sono e saranno al di là dell’intervento umano. Menzione d’onore per la genuina onestà del finale; questi sono veri bambini. I bambinuomini cinematografici d’oggi sono inverosimili; pensano e agiscono come adulti fatti e finiti. È talmente bello che potrei guardarlo ogni giorno, a rotazione, continuando a provare le medesime ancestrali sensazioni. Da vedersi rigorosamente in lingua.

 

LA MORTE CORRE SUL FIUME
regia di Charles Laughton, 1955

 

Torna all'inizio

 

Parlando di cinema: quante volte t’è capitato di citare un cult con nonchalance e, notata l’espressione pescelessa dell’interlocutore, bloccarti per chiedergli: Come? NON L’HAI MAI VISTO? Diamo per scontate molte cose. Chi non ha mai visto The Truman Show? Già. Se non lo hai mai visto corri immediatamente a comprare il dvd. La trama? Se è bello? VA’-SUBITO-A-COMPRARLO! Se l’hai già visto riguardalo. Perché? DALL’OTTICA SOCIALE: nel lontanissimo 1998 uscii dal cinema soddisfatto. Ma ero anche inquieto. Mi domandai se un futuro simile fosse possibile. Vivendo ora quel ‘futuro’ chiedo a te: pare ancora così fantascientifica l’idea di telecamerizzare qualcuno (ancor prima che nasca!) e trasmetterlo in tv 24h su 24 per puro divertimento? DALL’OTTICA UMANO-EVOLUTIVA: TTS è una favola iniziatica. Mostra dettagliatamente cosa succede a chi realizza che quella che la stragrande maggioranza di noi percepisce come ‘realtà reale’ altro non è che un’illusione frutto di manipolazione. Prima indotta, poi autoindotta. È la storia dell’Uomo che intraprende la strada della Consapevolezza. Anche Ricomincio da capo trattava questo argomento. Nigredo, albedo, rubedo: ti dicono niente? L’alchimia non si occupa solo di metalli e fantomatiche pietre magiche. Truman: uomo della verità? FRATELLI: SVEGLIAA!!!

 

THE TRUMAN SHOW
regia di Peter Weir, 1998

 

Torna all'inizio

 

Di film Fellini ne ha fatti tanti e in tanti ne abbiam visti pochi. Sapete, giusto quel minimo sindacale atto a farci sentire in pace con noi stessi/utile per poterci far gridare: “Io c’ero” (... di fronte allo schermo). Vidi La dolce vita a vent’anni, e pensai … embé?!, così decisi di accantonare l’idea di cimentarmi con gli altri lavori di questo Maestro della settima arte. Ero impreparato. Dargli una seconda chance (a Fellini) s’è rivelato salvifico; disappannato l’occhio interiore non sono più presbite e nemmeno miope. Con me l’oculista ha fallito. Roma è tra le più ipnotiche, nostalgiche, commoventi, divertenti prove che ho visto negli ultimi anni. Un passionale tributo alla città, alle strabilianti e (perché no?) felliniane anime che l’hanno vissuta e fatta vivere. Una trama vera e propria non c’è; l’intreccio semi/meta narrativo consiste in un susseguirsi di brandelli di vita di vite accadute tra il fascismo e i primi anni ’70. Elettrizzante! Forse non vi esalterete come me; se siete capaci di provare un pizzico di amore sincero per il cinema, per la poesia della vita, arduo che storcerete il naso. Si dice che quando guardi un film vieni trasportato altrove. Con Roma ho avuto la sensazione di essere abdotto dall’essenza di un qualcosa di vivo tanto quanto me.

 

ROMA
regia di Federico Fellini, 1972

 

Torna all'inizio

 

Chi sostiene che il cinema italiano è morto può essersi convinto di questa attraente cazzatella distopico-disfattista per uno dei seguenti motivi: (Costui/ei): 1) è pigro/a, sicché evita di strisciare oltre il recinto dell’offerta mainstream; 2) non sa cercare attentamente; 3) ha l’encefalo ostruito da pretese irragionevoli, ancorate a una (ormai) arcaica concezione di cinema che non può più esistere. Ai membri d’una delle sopracitate categorie – ma anche ai fiduciosi bimbi affiliati a nessuna loggia – consiglio a cuore in mano The Stalker, seconda opera del talentuoso Giorgio Amato, già regista di Circuito chiuso (anch’esso uscito straight to video), de Il ministro (che entro dicembre 2015 potremo [finalmente] vedere nelle sale) e sceneggiatore dell’interessante Psychomentary. Ritratto anche fin troppo preciso di un folle molestatore e delle conseguenze delle sue azioni. Riesce a trascinarti nelle acquitrinose sinapsi di una testa assai disturbata senza ricorrere a violenza fine a se stessa o ad altri trucchetti solitamente usati per portarci a pensare ‘mmamia’nt’èmatto’stoquà’. Tolta la fotografia, dignitosa ma non entusiasmante, è un prodotto di serie A realizzato con pathos e cervello. E il risultato si vede. E si sente. Diritto sugli incisivi.

 

THE STALKER
regia di Giorgio Amato, 2014

 

Torna all'inizio

 

Quattro duri – che definire ‘disadattati’ è riduttivo – alle prese con un labirintico intreccio di trame intricate e gineprai di sotto trame. Devo avvisarvi: (forse, all’inizio) farete fatica a seguire gli sviluppi delle vicende
di TD2, ma se sarete vigili e avrete pazienza ne uscirete lietamente satolli. Quasi 9h di film (sì, è un film, non un serial) scritto dall’ormai mitico
Nic Pizzolatto e messo in scena da professionisti sinceri, tra cui il superlativo Vince Vaughn che, smessi gli abiti del suo rituale personaggio
da commedia leggera, ci regala un boss duro e puro lontano da molti cliché del Genere.
ACCORATO APPELLO: Per evitare di auto sabotarvi l’opportunità di degustare questo noir di pregiatissima fattura, evitate di approcciarvi così come ci si sono maleducatamente impantanati tutti (tutti!) i soggetti coi quali ne ho discusso da luglio (quando era appena iniziato) a oggi (che è finito, che non ha lasciato nulla in sospeso e che l’ultima puntata [rivelatasi un film a sé] ci ha scaraventati dalla poltrona). Anche se sarà difficile dovrete togliervi dalla testa Rust, Marty e il Texas della prima stagione. Qui siamo su un altro pianeta. Evitate di comparare TD e TD2. Far paragoni minimizza la Bellezza e corrompe l’unicità d’ogni cosa. In questo caso men che mai.

 

TRUE DETECTIVE 2
scritto da Nic Pizzolatto, 2015

 

Torna all'inizio

 

Causa limiti spaziali + presuntuosa presa in considerazione degli ipotetici gusti/esigenze dei lettori da me pronosticati/e (non posso stare nella vostra testa; non per ora), fino a oggi ho evitato di sforare sul personale esprimendo sana incazzatura verso certe robacce, limitandomi a raccontare/commentare film (secondo me) degni di nota . Ma ieri, proprio ieri, ho visto Django Unchained di Tarantino, Oscar come Migliore Sceneggiatura 2013 (!!!). E mi son girate come pianeti idrofobi. (quasi) 3h di noia citazionistica autoreferenziale, per di più percepita da pubblico e (certa) critica come “atto d’accusa contro lo schiavismo in America”.
D: perché ostinarci a scovare significati dove non ce ne sono? R: Ego Nulla più. Vedere questo inclassificabile Arcana, (m’)è servito ad alleviare il dolore intellettual-emotivo (a Tarantino volevo bene) subìto al capezzale di quei due noiosi, logorroici, falsi caubbòi. E a stupirmi di un cinema italiano oltre ogni schema, privo di presunte pretese eppur potente. Madre e figlio si dilettano in ‘sedute spiritiche’ a discapito di disperati creduloni. Poi si scopre che il ragazzo possiede veri poteri paranormali e... Magnifico delirio. Alla faccia di molti inutili B-Movie presi come riferimento dal ‘riesumatore del cinema bis italiano’.

ARCANA
regia di Giulio Questi, 1972

 

Torna all'inizio

 

Mite. Discreto. Ti fidi di lui. A priori. È innocuo. Gentile. Rappresenta una certezza. Lo vedi ogni giorno. Il vostro rapporto si limita a qualche «Salve» o «Mi servirebbe...» Questo è quanto. Ma: se ogni notte Egli entrasse nel tuo appartamento e passasse ore immobile sotto al tuo letto, aspettando che ti addormenti per anestetizzarti e fare di te ciò che vuole, in quanto nella tua felicità è racchiuso il suo malessere? Che la Terra contenga agglomerati pluricellulari (alias esseri umani) geneticamente incapaci di provare stati emotivi al di fuori di rabbia e infelicità sono (in parte) d’accordo; ne conosco parecchi. Ma penso che ciò sia per scelta personale. Tuttavia: ammesso che esistano umanoidi biologicamente incapaci di sperimentare quell’ambita emozione comunemente denominata ‘gioia’ – che per me è solo una conseguenza secondaria derivante da uno stato di quiete interiore (alias pace) – grazie a BT saremo testimoni della messa in scena di cosa possa significare essere patologicamente estromessi dalla contentezza e di come uno di questi esseri agisca, cercando di raggiungere suddetto stato tramite la trasmissione del proprio dolore al prossimo.
Dopo due cazzate del ciclo Rec, nel 2011 Balagueró tornò (provvisoriamente) al vero cinema. Oggi s’è già riperso; ma vabbè.

 

BED TIME
regia di Jaume Balagueró, 2011

 

Torna all'inizio

 

... pensare che nemmeno l’avevo mai sentito nominare... ed è una pietra miliare! LPAG l’ho conosciuto e visto a trentuno anni suonati. E ho goduto oltre ogni oltre. Capolavoro. Sceneggiatura livellata, levigata con maestria – nulla è per caso; esiste solo quanto serve e senza troppi caz... succede tutto esattamente quando deve succedere – interpretata da un Henry Fonda (coi contro zebedei) accerchiato da due pugni e un dito di mirabili ‘spalle’ (se tali possano definirsi; interpreti tutti azzeccati). Dodici giurati in una stanza torrida priva di aria condizionata, la partita che tutti aspettano – e non vedono l’ora di vedere – che sta per cominciare, ed ettolitri di sudore che colano e colano. Così: perché perdere tempo a discutere dell’ovvia sentenza di colpevolezza appena emessa contro un ragazzino accusato di omicidio (e condannato a morte), invece di smuoversi in direzione dello stadio? Ma non si scherza con la vita degli altri, tanto meno quando è appesa a un filo che è anche nelle tue mani. Henry Fonda questo lo sa bene e per tutto il giorno cercherà di far chiarezza su una faccenda che poi si scoprirà fare acqua da tutte le parti. E grazie a lui anche gli altri si troveranno a fare i conti con se stessi. Parabolona sul giudizio e sul senso di colpa. Da vedere e rivedere.

 

LA PAROLA AI GIURATI
regia di Sidney Lumet, 1957

 

Torna all'inizio

 

Ron Woodroof, cowboy metropolitano, ammazza le giornate drogandosi e scopando come non ci fosse un domani fino al giorno in cui gli scatta il fatidico dubbio, si sottopone al test dell’Hiv, scopre d’essere positivo (non tutte le cose ‘positive’ sono cosa buona e giusta) e inizia a (soprav)vivere schiacciato dalla consapevolezza che, a breve, per lui non ci sarà più domani. Ricoverato in una clinica per outsider scopre che l’unico modo per rallentare l’avanzamento del (retro)virus è fare tutto il contrario di quanto raccomanda la medicina ufficiale. Comincia a importare in America e a spacciare (la legge vieta simili rimedi) integratori alimentari e medicine esponenzialmente meno dannose del famigerato AZT consigliato a tutti i sieropositivi. Fonda un club i cui soci, per la somma di 400$, hanno diritto mensilmente a quanto gli occorre per vivere serenamente il più possibile, senza morire tra dolori e sofferenze.
Sulle spalle di un credibilissimo Mattew McConaughey (ha perso 23 kg per) un film duro, triste, capace di suscitare un senso di smarrimento e morte come pochissimi film (tipo Requiem for a dream) hanno saputo fare. Attendendo il risultato di quel test, il sottoscritto visse giorni di autentico terrore; DBC l’ha fatto tornar su.
Perché vedere un film così?
Fate voi.

 

DALLAS BUYERS CLUB
regia di Jean-Marc Vallée, 2013

 

Torna all'inizio

 

Adorate il cinema? Godete assaporando esperimenti di meta cinema? Allora non serve che vi racconti la trama di uno dei (per il sottoscritto) capolavori del 2013. Un incantevole atto d’amore verso la settima arte e (perché no?) verso la crisi che sta passando. … però… se escono film così non me la sentirei troppo di parlare di crisi.
Un caleidoscopio di situazioni poetiche, deliranti, sconnesse, riconnesse, paludose, artificiali, artefatte, sublimi, oniriche, reali, dolorose, angoscianti, catartiche, sotterranee, squallide, malinconiche, opprimenti e liberatorie. Un trionfo di eccessi e stranezze… che, però, a me mi piacciono. Un trionfo dell’arte. Occhio, però: è uno di quelli “o lo ami o lo butti nell’immondizia con tutto il lettore dvd dopo un quarto d’ora”. Modestamente, almeno una visione integrale la consiglio a tutti, pure ai futuri appartenenti alla seconda categoria; di sicuro rimarrà impresso anche nelle vostre memorie. Uno di quei film che “no, non ci credo, non posso crederci”, eppure sì. Esiste!
Lunga vita al cinema e a Leos Carax – che, in tanti, erano andati a Cannes per prenderlo per il c… e alla fine gli hanno sparato l’applausone da far venir giù il teatro.

 

HOLY MOTOR
regia di Leos Carax, 2012

 

Torna all'inizio

 

Nell’immancabile ‘imminente futuro’ proprio di buona parte dei film di
fantascienza post apocalittici et simili, l’uomo ha immancabilmente mandato tutto a puttane (e per fortuna che era per preservare la specie!), è in corso una nuova glaciazione che ha reso invivibile (?) il pianeta, e i ‘fortunati’ che sono riusciti a salvarsi vivono a bordo di un treno – che si auto-alimenta grazie a un motore perpetuo (costruito da un eccezionale William Hurt) – suddivisi per classi sociali: i poveracci stipati (letteralmente) come sardine negli ultimi vagoni, il ceto medio nel mezzo (e dove sennò?!), gli aristocratici in testa.
Neanche a dirlo, in fondo al treno vige una pesante dittatura basata sulla mortificazione psicologica dell’individuo, sulla punizione corporale e sulla guardia armata. Ma quando il protagonista scoprirà che le armi sono tutte scariche... Filmone d’autore capace di accontentare anche il pubblico senza pretese che va al cinema “per passare due ore spensierate” (come se Pensassero 24h su 24). Di spunti di riflessione sulla società, sull’uomo, sull’istinto di sopravvivenza ce ne sono in abbondanza, così come non mancano scene d’azione adrenaliniche strumentali allo sviluppo della trama. Pensavo fosse una porc…; ancora una volta, i coreani dimostrano di essere grandi cineasti.

 

SNOWPIERCER
regia di Bong Joon-ho, 2013

 

Torna all'inizio

 

La settimana tipo di uno psicologo atipico. Cosa rende questo “mago della mente” (così come lo chiama uno dei suoi pazienti più problematici) uno specialista fuori dal comune? A differenza della stragrande maggioranza dei colleghi, anziché limitarsi ad ascoltare/analizzare/ interpretare/assolvere dopo cinquant’anni di terapia, questo qui empatizza, vive in prima persona le magagne emotive dei pazienti, coi quali condivide un rapporto (quasi) simbiotico.
Serie televisiva tutta italiana che prende spunto da una serie americana che ha preso spunto da una serie israeliana. Il risultato? Un telefilm capace di scavare a fondo nella psiche dei personaggi come pochi. Ogni episodio rappresenta una vera e propria lezione di vita su come ognuno di noi sia moooolto simile a tutti gli altri – sebbene ci si percepisca diversi nonché unici e speciali. In Treatment sopratutto mostra, sviscerandolo mirabilmente, cosa significhi il concetto di ‘proiezione’, cardine sul quale si fondano tutte le incomprensioni interpersonali, che generano i conflitti e rendono il nostro mondo il calderone di amarezza, rancore e di Io? Io vado bene, siete voi che siete sbagliati che è.

IN TREATMENT
regia di Saverio Costanzo, 2013

 

Torna all'inizio

 

La regista è andata a Matera per visitare i celebri Sassi (o, magari, semplicemente per farsi i cacchi suoi nel posto in cui Mel Gibson si è crogiolato nelle proprie catarsi teologiche) e, trovatasi immersa in una realtà che definire desichiano/lynchiana è riduttivo, s’è sentita sullo stomaco il peso della responsabilità di raccontare al mondo cosa significhi vivere intrappolati in certi micro-microcosmi fuori dal mondo e, armatasi di telecamera, ha seguito giorno e notte (per non so quanto tempo) un pugno di veri outsiders – si va da una coppia composta da un folle semi analfabeta e un semi folle analfabeta sino a un pittore che vende quadri a 5.000.000.000.000 di euro!!! – che si guadagnano da (soprav)vivere spacciandosi per guide turistiche qualificate. Per tutto questo spaccato squarcio squarciante ci inebriamo della bellezza e della poesia che scaturiscono dall’ignoranza genuina, quella che permette a certi individui di conservare intatta l’innocenza propria dei bambini. Risate agro amare per settantacinque minuti. Unica, sola, protagonista de Il lato grottesco della vita è una risposta; quella a una domanda scomoda: cosa significa vivere nello sgabuzzino del dimenticatoio della società?

 

IL LATO GROTTESCO DELLA VITA
regia di Federica Di Giacomo, 2006

 

Torna all'inizio

 

Lei, artista in attesa di riconoscimento, fa l’autista per anziani. Lui, che la moglie l’ha mollato da un po’ ma che gli brucia ancora (letteralmente), vive coi due figli – che in chat si spacciano per un coprofilo in cerca di avventure coprofaghe – e lavora nel negozio di scarpe dove lei, appena può, va per comprarsene un paio, orfana del coraggio che le occorre per stabilire un contatto (è innamorata). E poi ci sono le teenager che devono provare il sesso a tutti i costi e il vicino di casa semi-pedofilo che fantastica di portarsele a letto. Uno di quei casi cinematografici ai quali molti reagiscono con No, ma che, ma dai, è troppo esagerato mentre altri Sì, ancora, vi prego, continuate, non fermatevi. … eh? Sì. MAYAEWK splende dell’anima di personaggi reali; forse anche troppo reali. Non sono i classici stereotipi-proto-umani-idealizzati ai quali Hollywood ci ha abituato – al punto da indurci a credere che nella vita reale esistano persone che pensano, parlano, agiscono così come vediamo nei blockbuster. Adoro quando registi (o romanzieri) riescono nell’arduo intento di mostrarci quanto, di per sé, sia assurda la vita così come la viviamo e, contemporaneamente, indurci a riflettere sul fatto che frasi tipo È una persona normale non significano un cacchio di niente.

 

ME AND YOU AND EVERYONE WE KNOW
regia di Miranda July, 2005

 

Torna all'inizio

 

Per capire cosa gli altri avessero capito/percepito/assimilato del primo lungometraggio di Tsukamoto – pellicola che, anno dopo anno, (ri)utilizzo come metro di misura del mio continuo cambio di percezione della ‘realtà’– ho girato per forum e siti specializzati. A tuttora pochi sono riusciti a “venirne a capo”, sebbene alcuni denotino un certo grado di chiarezza riguardo “cosa significhi” l’opera. Tutte le volte riesco a scorgerci qualcosa di diverso, perché continuo a cambiare (io, in quanto osservatore/testimone dell’esperienza cinematografica). I fotogrammi industriali sconnessi, talvolta in stop motion, che sommati danno l’ipnotico sensoriale risultato che è quest’esperienza brutale, nichilista, avvilente, distruttiva, sconnessa, elegante (nel suo alchemico processo contro natura) mi catturano differentemente in maniera diversamente diversificata.
Troppe ripetizioni? Troppi aggettivi? Troppa troppezza? È che l’ho appena rivisto e, pestando i tasti del portatile sotto l’influenza delle sostanze prodotte dalla visione, sto pulsando di pus. Sicché o te lo guardi oppure amen. Cronenberg ci preparò alla Nuova Carne. Tsukamoto la servì su un piatto di ferro. Chi la assaggiò nel 1989, chi vorrà assaggiarla oggi, per la prima volta... Tutto sta nell’avere uno stomaco di metallo.

 

TETSUO
regia di Shinya Tsukamoto, 1989

 

Torna all'inizio

 

L’obesa adolescente Precious conduce un’esistenza niente male, stipata in una topaia assieme alla madre – altrettanto obesa, nonché bastarda nell’animo, che la massacra di botte e la umilia in tutti i modi possibili (come non fossero bastati gli abusi sessuali paterni) – e alla figlioletta down. Quando si viene a sapere che P. è incinta per la seconda volta (e il padre del nuovo nascituro è ancora una volta... il padre!) viene espulsa da scuola. Per non lasciarla naufragare definitivamente, la direttrice fa sì che P. venga ammessa in un istituto per disastrati. Di qui in poi assistiamo al suo percorso di crescita personale, verso una nuova vita. Verso una vera vita.
Questo film non fu girato per shoccare o scandalizzare (come va di moda
da un po’ di anni a ‘sta parte); volevano solo raccontare una storia di vita. Grazie a Precious capiamo che per disturbare basta raccontare certe storie così come sono andate, senza premere l’acceleratore sui dettagli cruenti (spesso inventati per aumentare l’effetto drama). La vita di certe anime è peggio di quanto si possa immaginare. Non fosse per montaggio e musiche da film-film-film/fiction, Precious potrebbe tranquillamente passare per un documentario sull’estrema violenza ed esagerata bellezza della vita dentro e fuori dal ghetto.

 

PRECIOUS
regia di Lee Daniels, 2009

 

Torna all'inizio

 

Appena smontato il palco di Biagio Antonacci, scappato da San Siro, mi ritrovo a casa di un amico. L’amico sparisce, poi riappare col dvd di Scott Pilgrim vs. The World. Silenzioso, come un Andreotti che sa ma non si pronuncia, lo infila nel lettore senza chiedere se io abbia voglia di vedere un film, tanto meno se voglia vedere questo; mai sentito. Dalla locandina si evince che debba sorbirmi, per 90 min., l’ennesima puttanata adolescenziale lobotomizza anime/corrompi generazioni. Interiormente sussurro un Vabbé, va’ da sconfitto dalla vita, apprestandomi alla visione. Dai titoli di testa ai titoli di coda vivo nello schermo, cogli occhi doloranti perché continuo a sgranarli mentre schiamazzo eccitato come un bambino all’oratorio negli anni ‘50, iper attento come un bambino sotto Ritalin degli anni 2000, insieme iper accelerato come il medesimo bimbo quand’era ancora se stesso (cioè pre-Ritalin).
Inutile parlarvi di trama, di personaggi, di attori. Di stacchi in asse, di carrelli digitali a 200Km/h, di montaggio a strappo, di animazioni, di split screen ed effetti speciali da mascella alle rotule, di onnipresente musica adrenalinica. Vi invito a non fare ricerche o a chiedere in giro di questo film.
Fate in modo di vederlo da vergini.

 

SCOTT PILGRIM VS. THE WORLD
regia di Edgar Wright, 2010

 

Torna all'inizio

 

Sei personaggi. Sei vite. Sei diramazioni della medesima strada. Lungi da un recente pippotto mucciniano, eoni dalla storia di formazione/ rimpatriata post liceale per quarantenni malinconici à la De Carlo, sei anime (già) spente sono immortalate nell’atto di scontare l’Ultimo Giorno. Sette saggi ipnotico-sensoriali sulla Fine collegati da un alito di morte. Il Maestro Buttgereit (celebre per Necromantik, cultone underground che fece scuola) ci versa addosso un elisir spremuto dal succoso frutto della sua poetica. Un lungometraggio d’avanguardia che (tra)sfigura corpi e anime. Ombre di uomini disperati e annichiliti si muovono quasi in stop motion – occupando svogliatamente contesti alienati, bui, claustrofobici – di fronte ai cancelli del nessun dove per antonomasia.
La morte non si può narrare né descrivere ma la si può sentire; Der Todesking è uno dei rari casi in cui qualcuno è riuscito a condensarla e trasmetterla. Potrei scriverci un accurato saggio, perché negli anni l’ho visto, rivisto, riassimilato, e ogni volta ne sono uscito... Ne sono uscito? Potrei fare la sintesi della sinossi d’ogni episodio, ma il tetto di battute non lo consente. Conviene procurarvi il dvd e Sentire.

DER TODESKING
regia di Jörg Buttgereit, 1989

 

Torna all'inizio

 

Un chirurgo esperto in trapianti epidermici rapisce giovani donne per averne la pelle; a quanto pare sua figlia ne ha più bisogno delle legittime proprietarie. Dopo tentativi su fallimenti ecco che l’obiettivo viene raggiunto. Ma i sogni impiegano nulla a deteriorarsi in deliri.
Stimato amico di Truffaut, Georges Franju assemblò suddetto capolavoro nel 1960 regalando a personaggi come Jess Franco e Dario Argento chili di sostanza dalla quale estrapolare le proprie visioni e dando un tacito ok a decine d’altri registi, colpevoli di altrettante imitazioni/scopiazzature,
nessuna delle quali regge il confronto con l’originale, benedetto da ottima recitazione, santificato da un bianco e nero orgasmico, reso immortale dalla colonna sonora – che canticchierete ogniqualvolta vivrete
una situazione macabra: per momenti inquietanti utilizziamo pressoché tutti la Fuga in Re minore di Bach, no?
Tra gli absolutely must see che girano nella mia psiche ho scelto di segnalarvi Occhi senza volto perché: 1) mi fa sbarellare, 2) non è conosciuto quanto merita, 3) è vero cinema, come non se ne fa da decenni. Non so per quale motivo è stato etichettato come ‘horror gotico’; nulla da togliere ai fantastici B-movies di castelli cartonati&ragnatele zuccherose, ma qui siamo ad altri (e alti) livelli.

 

OCCHI SENZA VOLTO
regia di Georges Franju, 1960

 

Torna all'inizio

 

Tenuto in vita da un polmone artificiale, il nazista Klaus, misantropo nonché pedofilo, sta ‘vivendo’ quanto gli rimane come una pianta senza sole, accudito dalla moglie (odiosa) e dalla figlioletta (fate voi). La monocromatica, orizzontale routine del morente degenerato cambia con l’arrivo di Angelo, misterioso infermiere che conosce tutti i suoi scabrosi segreti. Il giovincello e il nazi mostro entreranno presto in malsana simbiosi.
Interpretazioni al limite del passivo, fotografia artica (prevalentemente blu e grigi) caratterizzano questo misconosciuto, primo lungometraggio (mai uscito in Italia) dell’iberico Augustì Villaronga, che nel 2000 partorì il
controverso (e altrettanto consigliato) El Mar, anch’esso basato su una relazione atipica. Costato 300.000$, Tras el cristal gorgoglia di tutti gli acidi basici capaci di corrodere parti di te. È del 1986 e continua a picchiar duro, nonostante il trascorso di quasi trent’anni durante i quali dire che il mondo è cambiato è riduttivo; sembra un remake apocrifo di Persona di Bergman – anche se a fine visione non ti senti propriamente deliziato come generalmente succede con Persona. Per chi apprezza i film sentimentali orfani dell’ausilio dei dentoni di Hugh Grant.

 

TRAS EL CRISTAL
regia di Augustì Villaronga, 1986

 

Torna all'inizio

 

Parodia delle avventure di un team stile J.I.-Joe alle prese col terrorismo. Le menti dietro il geniale South Park confezionano uno spaccato volgare, demenziale e surreale (eppure tremendamente realistico [secondo me l’attività cerebrale dei marines rispecchia quella qui presentataci]) per mostrarci l’action movie geist, cioè l’anima dell’anima dei polpettoni (made in Usa) tutti muscoli, frasi fatte da eroe (con la seconda elementare), impregnati del fastidiosissimo messaggio propagandistico riassumibile in: “Noi americani siamo i buoni perché siamo noi, per tanto di cose tutti gli altri che non sono noi (o con noi) sono terroristi malvagi e vanno annientati per il bene della democrazia nel mondo”. Azzeccatissima l’idea di realizzarlo utilizzando pupazzi stile Thunder Birds (con tanto di fili in bella vista), perché è proprio di burattini che si sta parlando.
‘sto film è ‘na cazzata senza pretese che tuttavia colpisce, come se quelle famose pretese ci fossero. Forse c’erano! Questo è il nostro cazzuto, fottuto cinema americano, yeeah, questa è l’America, yeeah, e noi siamo migliori degli altri. Aggiungerei: questi siamo noi tutti. Chi è che va a dare 8 euro ai multiplex per ‘gustarsi’ due ore di Matt Damon che fa saltare in aria mezzo globo per debellare i cattivi dal pianeta?
Esatto.

 

TEAM AMERICA: WORLD POLICE
regia di Trey Parker, 2004

 

Torna all'inizio

 

Per farsi voler bene dalla mamma – che gli preferisce il sadico, defunto fratellino – Ryan OrsacchiottoImpassibile Goslyng accetta (controvoglia & a malincuore) di vendicarlo, increspando onde di un micro mondo già di per sé violento e burrascoso. Onirico-noir a base di arti marziali privo di mazzate (tranne un match [realistico, nel vero senso della parola] da antologia, per scelta registica/musicale) che ha fatto fischiare Cannes ed esultare il sottoscritto.
L’ultima perla di Refn (tra i pochi filmmaker attuali capace di [di]mostrare, anche a un profano, cosa significhi saper stare dietro un m.d.p.) rappresenta un almost masterpiece che merita tutta l’attenzione del Pubblico con la ‘P’ plutoniana, cioè quello capace di recepire un’opera (davvero anticonvenzionale) che s’avvale d’una storia elementare e lineare come pretesto per mostrarci una serie di surrealistici dipinti in 4-D. Consiglio (cinematografico ed esistenziale): non approcciate mai una situazione (o un’opera) affrontandola prevenuti, con dei termini di paragone stampati di fronte agli occhi. Se cercate un altro Drive, Solo Dio perdona non vi piacerà; sarebbe come snobbare la conquista della stazione eretta perché praticate yoga o disdegnare l’invenzione della ruota perché il vostro orologio da polso è n’altro passo.

SOLO DIO PERDONA
regia di Nicolas Winding Refn, 2013

 

Torna all'inizio

 

Heidi è una deejay che spacca di bbbrutto, che conduce uno show radiofonico (che spacca altrettanto di bbbrutto) insieme a due deejay che... vabbé. Una sera, ascoltando un misterioso e inquietante disco – recapitatole da anonimo mittente – la sua psiche sorvola la tangente, s’avventura nei meandri di sentieri oscuri, e i suoi occhi cominciano a vedere cose (che noi umani era meglio se facevamo altro). Sta sbarellando oppure l’LP contiene un potente messaggio subliminale esoterico (capace di sovvertire la personalità) che la renderà idonea a ospitare il... ?
Vi piaccia o disprezziate il genere horror, sareste ipocriti se mi diceste che Rob Zombie non è un talentuoso artigiano, che ha dimostrato d’aver appreso (e a tratti riscritto) le lezioni dateci dai grandi maestri del genere, oltre ad aver creato una sua poetica (cosa che, oggi come oggi... di chi si può dire?).
Attenzione: non è un film di paura. Le streghe di Salem sta all’horror come C’era una volta in America sta al western, tanto pe’ capisse. Rappresenta il tentativo di un artista che ha voluto distaccarsi delicatamente dalle sue radici, per approdare in un mondo nuovo. Riuscendoci. Tra Lynch, Jodorowski e... Rob Zombie.
... per citare un segmento del programma condotto da Heidi: Bellezza o Mondezza? A me è piaciuto assai!

 

LE STREGHE DI SALEM
regia di Rob Zombie, 2012

 

Torna all'inizio

 

(Potrei cominciare con) In un futuro non troppo lontano (ma non me la sento; le vicende qui narrate potrebbero diventare il nostro apatico quotidiano tra qualche annetto) un gruppo di cavie ha il privilegio di testare il nuovo gioco di realtà virtuale che cambierà il corso della Storia. Tra realtà virtuale e realtà realtà (quale delle due è più ‘vera’?, e a quale diamo più valore?) verremo scaraventati a colpi di ‘connessioni biologiche’ in un mondo di bizzarre creature, armi ricavate da ossa e pelle umana, pasti a base di rettili, tecnologie disgustose, doppi giochi e tutta l’inconsapevole follia di cui soltanto noi, insoddisfatti, alienati, annoiati, disillusi giocatori del gioco della vita siamo capaci.
N.B. Il film è del 1999; come in (quasi) tutte le opere di Cronenberg ci vengono presentati fatti e scenari a primo impatto esagerati ma che analizzati a mente lucida si rivelano niente poco di meno che ‘assaggi’ di quanto ci aspetta; se vent’anni fa vi avessero parlato di Second Life avreste riso a crepapelle bollando l’interlocutore come visionario, paranoide pessimista.
Uno dei capolavori di David più (ingiustamente) sottovalutati. Da scoprire o riscoprire; sono del parere che, per essere davvero apprezzata, un’opera debba essere visionata (almeno) tre volte. Per eXistenZ ne basta una.

 

EXISTENZ
regia di David Cronenberg, 1999

 

Torna all'inizio

 

Kang-Do, un bastardo (in tutti i sensi), lavora per uno strozzino. Suo compito è riscuotere denaro. Quando visita i ritardatari (per andare sul sicuro!) li storpia brutalmente, così da poterne intascare l’assicurazione. La sua sporca, nello stesso tempo asettica vita, è riassumibile in due parole: apatia e violenza. Un giorno come un altro la routine viene stravolta da una donna, che dapprima lo pedina, poi si presenta alla sua porta dicendo di essere la madre. Lo è?
Diciottesimo film di Kim-Ki Duk. Qui la recensione potrebbe tranquillamente terminare. Chi conosce il Maestro sa di che pasta è fatto. O almeno crede.
In questa prova Kim ci stupisce confezionando un’opera che strizza l’occhio a un altro grande regista compatriota (il Park-Chan Wook di Oldboy), ma che vibra di un’anima altresì potente e personale, lontana dalla spiritualità di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera o dalla violenza poco più che suggerita di Ferro 3.
Amore, morte, denaro non sono neanche intercambiabili; sono la stessa cosa. Esatto, una cosa. Cattiveria e poesia onnipresenti, più una coppia di attori protagonisti da inchinarsi, ci regalano due ore di grande cinema e uno dei film più interessanti degli ultimi anni.
… e una decina di contorcimenti di pancia.

PIETÀ
regia di Kim-Ki Duk, 2012

Torna all'inizio

 

Poco più che ventenne, Jep Gambardella approdò a Roma, scrisse il suo capolavoro e si fece risucchiare “nel cosiddetto vortice della mondanità”, rimanendovi (volontariamente) intrappolato per continuare il resto dei giorni presenziando alle feste dell’alta società, giungendo a incarnare l’anima della Roma dandy fino al suo 65esimo compleanno, quando ammette a se stesso (velatamente, con garbo e malinconica ironia) di essere saturo dell’esasperante pesantezza di uno stile esistenziale vuoto a perdere, dopodiché capirà di essere sempre stato innamorato di una donna appartenente al passato, il cui marito gli porta la notizia del decesso quando egli pensava che lei fosse soltanto un ricordo senza peso, dando il via a una serie di eventi estetici, quanto sotterraneamente empatici, che scandiranno il percorso del fu scrittore fino all’apertissimo epilogo... e ho scritto tutto d’un fiato perché se La grande bellezza si guarda cogli occhi (ogni scena è finalizzata a gonfiarti dentro un senso di mastodontica prosperità [formale]), i quali si muovono veloci, senza sosta, a una visione più profonda ci si accorge che si tratta di una pellicola il cui piacere risiede nell’assaporare gli attimi di quiete tra un sublime dialogo e una scenografia da infarto.

 

LA GRANDE BELLEZZA
regia di Paolo Sorrentino, 2013

 

Torna all'inizio

 

Il giovane miliardario nonché guru della finanza mondiale Erick Packer avverte la necessità di attraversare Manhattan per recarsi dal barbiere di fiducia, sfidando peripezie ‘esistenziali’ d’ogni genere – è talmente motivato a raggiungere l’obiettivo da snobbare un titanico ingorgo stradale (sta arrivando in città il presidente Usa), un allarme sicurezza scattato in seguito a una sommossa, e infine perfino l’elaborazione del lutto del suo rapper sufi preferito. Rimanendo seduto in limo tutto il tempo.
Gli eventi fungeranno da trampolino per permettergli di lanciarsi dove mai
aveva osato: nel baratro di se stesso.
Delirio in pieno stile DeLillo. Cronenberg copia i dialoghi dell’omonimo romanzo e vi costruisce attorno una sceneggiatura solida, a tratti onirica, regalandoci il suo film più violento. Niente aberranti mutazioni corporee o teste che esplodono. Scordate la violenza grafica che ha caratterizzato l’opera cronenberghiana. Qui la violenza risiede nella brutalità di chi è diventato incapace di provare sentimenti. I personaggi di Cosmopolis sono androidi filosofici che pensano, ragionano, respirano variabili di quel caotico oceano numerico, fine a se stesso, che è l’andamento della Borsa.
Riscatto? Redenzione? A che servono, se non sono nemmeno quotati in borsa?

 

COSMOPOLIS
regia di David Cronenberg, 2012

 

Torna all'inizio

 

Il giardiniere Chance Giardiniere ha sempre vissuto nella sfarzosa villa padronale senza essersi mai spinto oltre il giardino in cui lavora quotidianamente. Quanto sa del mondo lo ha appreso dalla tv. Morto il padrone, solo e senza casa, munito di una valigia contenente abiti ‘nobili’, Chance si trova ad affrontare il mondo reale.
Meta Opera acchittata (abilmente/amabilmente) da commedia agrodolce, che a un primo livello di lettura denuncia la televisione vista come unica fonte d’informazione e l’incomunicabilità tra diverse classi sociali, il film in realtà mira a sollecitare piani di coscienza più elevati. Peter Sellers interpreta un bambino ingenuo, semi illuminato, che prendendoci per mano ci esorta a riflettere sulla relatività percettiva della realtà, accompagnandoci verso l’auto consapevolezza che trascende i media, le gerarchie sociali, l’apparente incomunicabilità generante separazione tra gli esseri umani.
(Per quanto sia concesso a una mente confinata nell’emisfero sinistro del cervello) Il finale quanto mai aperto ci porta a computare l’onirica, messianica scena madre per sinestesia: ragionare con la pancia.
Un gioiellino dimenticato. Da recuperare assolutamente.

OLTRE IL GIARDINO
regia di Hal Ashby, 1979

 

Torna all'inizio

 

Rapito, tenuto prigioniero quindici anni in un monolocale, solo, una televisione come unica compagna, amica, maestra, amante, chiesa, Dae-su vive la prigionia dedicandosi ad attività alienanti come stipulare una lista di tutte le persone che potrebbero averlo sequestrato, raschiare le pareti con un bastoncino, e addestrarsi a una sanguinosa vendetta che, quando riuscirà a evadere, si rivelerà impresa più facile del previsto.
Troppo facile.
Indagherà marciando sulla becera strada del Chi?, per scoprire (a carissimo prezzo) che la domanda delle domande, quella che porta a scoprire le verità della vita, è: Perché?
Mischiate Fellini con Winding Refn (che all’uscita del film non era ancora nessuno, ma rende l’idea), aggiungete un pizzico di Kim-Ki Duk, shakerate e lasciate riposare. Più che un cocktail verrà fuori un vino corposo, maturo.
Oldboy è un film perfetto, si parli del lato tecnico o della struttura narrativa. Quasi due ore senza tregua, cupe, angoscianti. Non c’è posto per le confortanti risate liberatorie a cui ci ha abituato Tarantino (che di Oldboy disse: «Questo è il film che ho sempre sognato di fare» [anche se non è andata così]).
Ridi, e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo.

OLDBOY
regia di Park Chan-wook, 2003

 

Torna all'inizio

 

Juan (attore clone di Keanu Reeves, versione A scanner Darkly di Linklater) è al suo (pre)primo giorno lavorativo nel carcere dove sarà secondino «per buona parte della sua vita», come dice il collega/orsacchiotto mentre gli fa visitare i vari bracci.
Un’esplosione.
Juan, ferito alla testa, viene trascinato dai colleghi nella cella 211. Si risveglia, intuisce che è scoppiata una rivolta. Per sopravvivere dovrà ricorrere all’ingegno e a grandi doti recitative.
Storia sull’amicizia virile travestita da film/denuncia del Sistema (anche carcerario) ricca di colpi di scena, sviluppi emotivi che puntano allo stomaco e ottime performance, in particolare il coprotagonista, uno di quei ‘cattivi non propriamente cattivi’ che scalfiscono l’immaginario dello spettatore. Dialoghi efficaci, veloci, scarni, crudi, brutali. Lo sceneggiatore ha unito tutto ciò e l’ha portato avanti per quasi due ore senza perdere il ritmo nemmeno per un
istante, volando alto, lontano dal calderone delle banalità. Persino i personaggi marginali sono efficaci, riusciamo a entrarci in empatia anche quando vorremmo sgozzarli.
Non concludo apostrofandolo ‘film amaro’; dopo tanta pappa buona mi sovviene quanto diceva mammina: «Accontentati, tutto è andato oltre le tue aspettative».

 

CELLA 211
regia di Daniel Monzón, 2009

 

Torna all'inizio

 

Storie parallele.
Un noto giornalista televisivo sta leggendo in diretta le solite notizie banali (paragonato al Tg4 è altissima letteratura avantpop) e viene folgorato dal supremo raggio dell’Illuminazione spirituale – o da un devastante attacco isterico. S’interrompe, decide di esprimersi apertamente su cosa pensa del mondo. Poi esorta i telespettatori ad affacciarsi alla finestra per strillare: «Sono incazzato nero!» Diverrà un messia.
Mossa dall’implicito slogan interiore ‘è mio, è tutto mio’, una donna ignara di cosa siano i sentimenti, pronta a uccidere pur di arrivare ai vertici della stazione televisiva in cui lavora, seduce e finge di amare un pezzo grosso, finendo con lo scoprirsi vuota, spenta. Insignificante.
Uscito in Italia con un titolo che indusse molti a bollarlo come “il continuo di quell’altro film vecchio”, e a ignorarlo (“i n. 2 non sono mai belli come l’originale”), Network (titolo originale) è un singolare esempio di come un Sistema finga di denunciare se stesso (la Metro Goldwyn Mayer, casa produttrice, non possiede a sua volta Network televisivi?) usando i suoi stessi mezzi, pur di confonderci. In grande stile.
Alcune memorabili battute sono state citate, riutilizzate, scopiazzate da molti. Magari anche da te; l’hai fatto per apparire figo su FB, vero?
Un cult.

QUINTO POTERE
regia di Sidney Lumet, 1976

 

Torna all'inizio

 

Un ragazzino ferisce un altro ragazzino. I genitori del ragazzino n. 1 vanno a casa dei genitori del ragazzino n. 2 per mettersi d’accordo su come procedere legalmente. Sono tutti affabili, bellissimi, cordiali, disponibili, educati, fascinosi; tutto il resto dell’alfabeto in aggettivi qualificativi positivi. Inevitabilmente cadranno le maschere. E la carneficina avrà inizio.
Esilarante kammerspiel che non fa prigionieri, confezionato ad arte da un
Polanski in insolite vesti (tolte passate incursioni nel campo della commedia non commedia). Echi di Rosemary’s Baby, L’inquilino del terzo piano, Repulsion precisamente udibili dallo spettatore più sensibile. Si ride tanto, insieme ci si disgusta di quanto si riesca a essere falsi nel rapporto con gli altri (quante volte avete risposto onestamente a: «Come va, tutto bene?» – cioè con: «Di merda»?! Visto?).
Una piccola sensazione paludosa, appena percettibile, lenta, stridula, strisciante, ci scorta per tutta la visione, come avessimo una mano nera dietro la testa, pronta a elargirci un sonoro schiaffone quando meno ce lo aspettiamo. Al momento meno opportuno.
Peggio di una doccia ghiacciata; ricevere una secchiata d’acqua gelata, poi riderci su anziché incazzarsi, lo trovo abbastanza maturo.
No?

CARNAGE
regia di Roman Polanski, 2011

 

Torna all'inizio

 

E se proponessi alla vostra spett.le attenzione un catastro-socio-politico-satirico-( fino a un certo punto)allegorico, misconosciuto filmone degli anni ‘70 che dopo la morte di Moro fu ritirato dal circuito cinematografico con l’ordine di essere distrutto (sic!) in quanto “indecoroso e offensivo” (io direi vagamente rivelatorio) girato da un Petri all’apice della sua poetica pragmatica, con un Volontè più istrionico che mai, un (come sempre) insostituibile Mastroianni nei panni di un prete che farebbe inginocchiare Satana se solo ce l’avesse a portata di Pentacolo, e un Ciccio Ingrassia mai tanto tragico, denutrito e clamorosamente grottesco, ambientato in Italia durante un’epidemia che
ha costretto l’intero staff della Democrazia cristiana a rifugiarsi in un bunker sotterraneo per proteggersi dalle insidie batteriologiche del mondo esterno, al contempo espiando gli innumerevoli peccati commessi sottoponendosi a due giorni di esercizi spirituali (così denominati dal suo inventore, Sant’Agostino) che li condurrà a un progressivo collasso generale dal quale si avvierà una (pre-programmata?) reazione a catena di confessioni sconvolgenti e assassinii? Siete ancora lì?
Ecco. Bravi.
(Tratto dall’altrettanto imperdibile e omonimo romanzo di Sciascia, ovviamente...)

 

TODO MODO
regia di Elio Petri, 1975

 

Torna all'inizio

 

Eclettico, inusuale, policromatico, polifonico road movie senza eroi virili, ma con una pantagruelica resa dei conti finale. Un’escalation sentimentale che vede il protagonista – depressa (ex) dark rock star, versione 2.1 di Robert Smith – in viaggio per l’America, munito di trolley, alla ricerca di sé. Di un motivo per andare avanti. Sorrentino fa esprimere personaggi, silenzi e paesaggi mediante un linguaggio impeccabile. Alle prese con un ruolo elementare (Cheyenne, incarnazione della purezza infantile) Sean Penn ci porge una versione capellona, cotonata, truccata, sarcastica e semi vegetale di sé, che quando apre bocca lo fa declamando ‘frasi da maglietta’ (“Qualcosa mi ha disturbato; non lo so esattamente cosa. Ma mi ha disturbato”).
Non anticipo altro della trama, sintetizzabile in una riga. Beh, questa è una riga. Avrei potuto farlo ma ho a disposizione 1.300 battute. Un’occasione persa. Ma anche no.
Posso soltanto dire: un’ora e cinquantatré minuti di trovate fono-grafo-sintattico-emozionali travestite da prodotto commerciale che inganneranno (benevolmente) i più deliziando la ‘minoranza silenziosa’ del pubblico attento e ricettivo.
C’è tutto, persino David Byrne in procinto di “suonare una città”.
Capito?!
Da vedere e (meglio) rivedere.

THIS MUST BE THE PLACE
regia di Paolo Sorrentino, 2011

 

Torna all'inizio

 

Due gruppi di giovani (maschi contro femmine) si sfidano in una corsa automobilistica. Poco dopo aver preso velocità l’auto delle ragazze finisce nel fiume. Muoiono tutte, tranne una. Seguiamo le vicende della superstite, attraente organista di chiesa, nel suo viaggio alla ricerca (o alla scoperta) di qualcosa che (forse) avrebbe preferito non trovare (o sapere).
Ebbi la fortuna di vederlo al Joe D’amato Horror Festival. Rimasi ipnotizzato per 90 minunti, convinto di aver assistito a un lungometraggio di Bergman girato sotto pseudonimo. Il cinema all’antica, di quelli con le poltrone che ancora conservano l’aroma emotivo (sudore) di generazioni di spettatori in cui lo vidi, aveva giocato un ruolo fondamentale affinché vegetassi in stato ipnotico? No. Fu l’Essenza del film. Un lento caleidoscopio di silenzi, cupe dimensioni scenografiche (il bianco e nero fa tanto, molto), musiche ambient incantanti e quelle imprescindibili tre/quattro sequenze che rimangono (il luna park, la giostra, l’uomo misterioso in fondo alle scale, la danza velocizzata dei fantasmi...). Finalmente disponibile in dvd anche in Italia.
Una delle rare opere sensoriali che viene apprezzata simultaneamente da inconscio e conscio.
M’è piaciuto Eraserhead (David Lynch) ma, a tratti, rompe un po’ le balle.
Questo no.

CARNIVAL OF SOULS
regia di Herk Harvey, 1962

 

Torna all'inizio

 

Se la storia di Gesù fosse soltanto una favola per imprigionarti in un recinto mentale? Hai mai formulato ipotesi adulte e razionali sui fatti dell’11 settembre? Il debito pubblico è effettivamente estinguibile o è un altro sistema di controllo autorigenerante capace di perpetrarsi sino al crollo dell’economia nazionale? Ti sei mai interrogato sulla provenienza delle convinzioni, dei valori etici e morali che hai ereditato, sui quali basi la tua ‘personale’ visione della vita? E se film come Matrix non fossero solo mera narrativa cinematografica fantascientifica d’intrattenimento, bensì una ragionevole possibilità percettiva della realtà che credi reale? Ammesso che tu l’abbia fatto: hai mai avuto i coglioni per disconnetterti da essa?
Zeitgeist the movie, web documentario non profit, ha come scopo fornire una visione dei problemi socio-economicopolitico-antropologico-esisten-ziali con cui le società mondiali si confrontano, diversa da quella unidirezionale presentataci dai media. Un calcio in culo per imparare l’arte di mettere in discussione tutto ciò in cui crediamo. Per camminare con le nostre gambe. Solo nel dubbio possiamo evolvere. Evoluzione, non ostacolata, è un continuum in progressione. ‘Sicurezza’ è sinonimo di ‘staticità’. Fai tu.

ZEITGEIST THE MOVIE
regia di Peter Joseph, 2007

 

Torna all'inizio

 

Terminata la guerra di secessione, il pistolero mezzo indiano Keoma (un Franco Nero in messianico stato di grazia), torna al suo villaggio per far pace col passato. Facendogli guerra. E ritrovando se stesso.
Uscito nel 1976, rappresenta il canto del cigno di un genere che, in Italia, per oltre un decennio, è stato forte di centinaia di titoli easy to eat. Leonardcoheniano (musiche suggestive, composte e dirette dai fratelli De Angelis – gli Oliver Onions di Galaxy Express, Dune Buggy e altri polpettoni di Bud Spencer&Terence Hill), crepuscolare, polveroso – enormi ventilatori inondavano di sabbia i set, facendo ritrovare gli attori “con le mutande piene di sabbia” (parole del coprotagonista Orso Maria Guerrini) – drammatico e mistico. Consigliato soprattutto a chi, come me, non ama il genere, lo collocherei tra i western più atipici della storia del cinema (proprio per questo risulta appetibile a chi non digerisce né Ringo né e i suoi fratelli). Diceva il regista Castellari: “Ogni anno a Cinecittà si producevano circa 300 western, di cui solo 20 erano buoni”. Tra quelli rivoltelleggia Keoma.
Recentemente è uscito in dvd, per la Cecchi Gori Home video, in edizione restaurata, zeppo di interviste. Imperdibile.

KEOMA
regia di Enzo G. Castellari, 1976

 

Torna all'inizio

 

Per intascare l’assicurazione sulla vita della mater familias, figlio e padre, redneck, assoldano Joe, poliziotto e killer professionista. Ciò che succederà... merita d’essere assecondato.
Durante una lunga carriera cinematografica, William Friedkin ha dimostrato di non credere nei cliché sul comportamento umano (ci sono i buoni, i cattivi, e alla fine il bene trionfa), e ce lo ricorda con una prova di regia viscerale ed elegante, sulla ferocia (dis)umana di cui è capace l’ignoranza. I cardini su cui poggia Killer Joe sono avidità e crudeltà, viste come caratteristiche proprie della specie umana. Abbiamo a che fare con un universo da manicomio: sociopatici, psicopatici, mezzi ritardati, prostitute, che si vivono addosso l’un l’altro, senza futuro. Senza significato. Immagini fredde come proiettili al mercurio, tese come cavi di fibra: scelte stilistiche strumentali al malessere di cui lo spettatore – il quale si sorprenderà a ridere quando non c’è niente di divertente (o forse sì) – diverrà portatore sano. La scena del pollo la porterete dentro per parecchio tempo.
Tanti film graffiano, solo alcuni lasciano il segno. Killer Joe squarcia, spara sopra le ferite, e se il cadavere presenterà profonde cicatrici, sai a chi gliene fotte?!

 

KILLER JOE
regia di William Friedkin, 2011

 

Torna all'inizio