È uscito il numero 53
giugno - settembre 2017

 


La rivista
tutti i numeri
ordina numero
abbonamenti
Contenuti
analisi politica
inchieste
dura lex...
percorsi storici
interviste
critica letteraria
recensioni libri
segnalazioni libri
spunti letterari
racconti
musica
cinema
arte
autori
Contenuti per tema
Europa
NO Expo
privatizzazioni
la sinistra in Italia
la nuova destra in Europa
lavoro e conflitto sociale
politica dell'immigrazione
rapporto cultura, informazione e potere
scontro politica e magistratura
osservatorio sulla mafia
economia criminale
rapporto Stato e Chiesa
politica medioriente
Il progetto Paginauno

la scuola
corsi di giornalismo d'inchiesta, scrittura
creativa e FilmMaking

Comunicazione
newsletter
la stampa
link
contatti
area riservata

 

Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

Carmine Mangone
Il corpo esplicito
saggistica

 

Suzanne Dracius
Rue Monte au Ciel
narrativa

 

Davide Steccanella
Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

Carmine Mezzacappa
Cinema e
terrorismo
saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Fulvio Capezzuoli
Nel nome
della donna
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
in Europa
libro inchiesta

 

Davide Corbetta
La mela marcia
narrativa

 

Honoré de Balzac
Un tenebroso affare
narrativa

 

Anna Teresa Iaccheo
Alla cerca della Verità
filosofia

 

Massimo Battisaldo
Paolo Margini

Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
novantadue
narrativa

 

Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa

 

Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
narrativa

 

Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria

 

 

 

Creative Commons License
Il contenuto di questo sito

coperto da
Licenza Creative Commons

 

Polemos

 

Iraq, il califfato dell’IS e le grandi manovre dell’imperialismo *
di Fabio Damen

Guerra fra imperialismi occidentali e mediorientali

Nel martoriato Medio Oriente, dopo la perdurante crisi siriana, si è aperto un altro fronte, quello iracheno.
L’auto-proclamatosi califfo, Ibrahim Abu Bakr al Baghdadi, jihadista della prima ora, capo incontrastato dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e del Levante), ha conquistato con le sue truppe, dopo Mossul, nuove posizioni nel nord dell’Iraq. Ha preso, oltre a Zumar, la città di Sinjar e i campi petroliferi di Ain Zalah e Batma, verso il confine con la Siria, dove controllava già la parte est del Paese. In Siria ha messo le mani sui giacimenti gassiferi di Shaer e su quelli petroliferi di Raqqa. L’avanzata e le facili conquiste hanno ispirato il ‘Califfo nero’ a proclamare la nascita dello Stato Islamico (IS) di Iraq e di Siria. Territorio divenuto ‘sacro’, retto dalla più intransigente delle interpretazioni della shariah. ‘Autonomo’ politicamente ed estremamente aggressivo nei confronti dei regimi sciiti circostanti.

La nascita dell’IS sarebbe il primo passo per la (ri)costruzione del Califfato i cui confini andrebbero dal Medio Oriente all’India passando per alcune zone dell’Asia europea. Tali e tante sono state la facilità nelle conquiste territoriali e la forza militare espressa che hanno sorpreso non solo il governo di Nuri al Maliki, ormai ex presidente sciita iracheno, costretto alle dimissioni dopo la disfatta del suo esercito e dalle pressioni politiche internazionali, ma anche quello curdo al nord del Paese e, in termini temporali, ancora prima, lo stesso presidente siriano el Assad.

Riandando alle vecchie cronache dei primi anni del duemila, all’epoca dell’attacco americano al regime di Saddam Hussein nel 2003, si intravedono le tracce della nascita di una serie di organizzazioni politicomilitari sunnite operanti contro la presenza americana e tutti i governi sciiti ‘apòstati’, sino a quello di al Maliki compreso. Tra le organizzazioni che per prime hanno avuto l’appoggio delle tribù locali e i primi finanziamenti dai Paesi del Golfo c’è stata al Queda, succursale irachena di quella nata in Afghanistan, sotto la guida ‘spirituale’ e militare di Al Zarqawi. Quella al Quaeda da cui più tardi, con denominazioni diverse e successive, è nata l’Isis di al Baghdadi.

Al Baghdadi dunque, non è sceso giù dal cielo come una meteora folgorando tutto e tutti. La sua entrata in scena nel tragico teatro mediorientale è anche il frutto di una serie di tensioni e frizioni imperialistiche che, ormai da anni, attraversano l’area sconvolgendone gli assetti economici e politici. L’Isis nasce a Falluja in Iraq nel 2006, come costola ‘impazzita’ di al Qaeda, tre anni dopo l’ingresso americano a Baghdad e la conseguente caduta di Saddam Hussein. Raccoglie la rabbia di centinaia prima, migliaia poi, di disperati, e la incanala all’interno del solito meccanismo nazionalistico-religioso di cui si rivestono, ormai da decenni, le varie fazioni borghesi che lottano nella zona in questione per soddisfare i particolarismi politici ed economici delle proprie ambizioni, molto spesso, se non sempre, sotto le ‘insegne’ degli imperialismi d’area o degli imperialismi che nell’area perseguono le rispettive strategie di dominio in campo energetico e strategico.

Al Baghdadi trasforma una banda di miliziani in un esercito efficiente che si espande nel nord dell’Iraq, nell’est della Siria e con propaggini organizzative anche in Libano e Giordania e, ultimamente, anche in Algeria e Libia. Il tutto grazie a una disponibilità finanziaria e militare notevole.
È pur vero che, come sottolineano molti osservatori, l’esercito del fanatismo islamico ha trovato forza e mezzi nelle razzie dei villaggi e delle città conquistate. L’esempio più evidente è che, dopo la conquista di Mossul, il Califfo nero ha dato ordine di ripulire la Banca centrale della città e tutte le succursali nell’arco di 50 chilometri. Risponde a verità che il movimento attinge petrolio nel nord della Siria e nell’Iraq e lo commercializza via camion verso la Turchia, così come ha tratto militarmente vantaggio dallo squagliamento dell’esercito iracheno impossessandosi di una parte consistente delle forniture militari, carri armati americani ed equipaggiamento pesante compresi.

Ma il grosso dei finanziamenti che hanno portato l’Isis a essere quello che è in termini di organizzazione e forza politica, è arrivato sin dagli inizi dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti con il contributo, non indifferente, degli Stati Uniti. È stato un flusso di soldi non facilmente quantificabile, ma certamente sufficiente a mantenere un esercito, a renderlo efficiente e in grado di essere una pericolosa mina vagante in tutta l’area mediorientale. Il beneplacito degli americani aveva lo scopo, in questa apparente ‘faida’ islamista, di usare i suoi, non sempre affidabili alleati, contro l’avversario siriano nel tentativo di sottrarre alla Russia l’agibilità dei porti di Tartus e Latakia e di indebolirne il ruolo nel Mediterraneo, pur sapendo di immergersi in un mare di rischi e di contraddizioni. Il regime di Riad ha, ovviamente, sempre negato di essere una delle fonti di sostegno e di finanziamento dei gruppi, a vario titolo definiti terroristici, dell’area mediorientale. E lo stesso atteggiamento lo ha tenuto anche nei confronti dell’Isis, ma al di là delle dichiarazioni di facciata, l’operatività del regno wahabbita è stata intensa e particolarmente ‘generosa’ in quanto a finanziamenti.

Gestore delle operazioni e motore primo di tutta l’operazione durata anni è stato il capo dei servizi segreti dei Saud, Bandar bin Sultan, ininterrottamente ambasciatore negli Usa dal 1983 al 2005, nonché uomo politico di alto rango a cui erano demandate le relazioni internazionali più delicate con i vari governi americani e gli stabili rapporti con rappresentanti del partito repubblicano. Bin Sultan raccoglieva fondi tra i principi sauditi dediti alla causa islamista e stanziava ingenti somme a nome di società fittizie che facevano capo al governo di Riad. Il malloppo finiva poi nelle casse delle banche del Kuwait e di qualche Emirato, perché non soggette alle leggi internazionali dell’antiriciclaggio, per prendere più facilmente la strada dei finanziamenti ‘occulti’ verso al Nusra in Siria e l’Isis in Iraq. Le operazioni finanziarie hanno avuto per anni degli interessati fan nel solito attivissimo senatore americano McCain e nel suo collega Limdsey Graham, che avevano il compito di seguire il corso dei flussi di denaro, contribuendo alla ‘colletta’ qualora venisse ritenuto necessario dalla super visione dell’intelligence americana.

Lo stesso discorso vale per il Qatar, anche se le modalità di raccolta e i motivi strategici dei finanziamenti rispondevano a logiche politiche diverse, se non contrapposte a quelle saudite.
I governi di Riad e di Doha hanno sborsato decine di milioni di dollari a favore dell’Isis sino a farne una organizzazione in grado di scatenare in Siria e in Iraq un ulteriore deterioramento della situazione nella regione medio orientale. A tutt’oggi si ritiene che il potenziale finanziario dell’Isis non sia inferiore ai due miliardi di dollari. La ragione di tanta magnanimità da parte di Arabia Saudita & Company nei confronti di al Baghdadi consiste nel tentativo, soprattutto del regime di Riad, di combattere la Siria di Assad, di indebolire l’Iraq di al Maliki, sia per liberarsi di avversari ostili, sia per estendere la propria supremazia in tutta l’area. In prospettiva per controllare, attraverso futuri governi amici, i flussi petroliferi che dal Medio Oriente vanno sia verso il Mediterraneo che in direzione est. Direzione in cui vive e opera il nemico numero uno di Riad, l’antagonista religioso e petrolifero per eccellenza: l’Iran. Nelle intenzioni dei sauditi, la bandiera religiosa del sunnismo, da brandire contro gli ‘eretici’ sciiti, iracheni, iraniani, o alawiti, come il siriano Bashar el Assad, altro non è che lo strumento religioso con cui combattere la propria battaglia imperialistica per la supremazia petrolifera, finanziaria e politica in tutta quell’area che va dal Mediterraneo al Mar Caspio, passando dalle zone curde di Siria, Iraq e Libano.

Al pari di altre formazioni jihadiste, l’Isis altro non è (era) che uno strumento nelle mani della monarchia wahabbita dei Saud. Il suo destabilizzante agire rispondeva alle logiche imperialistiche di Riad contro Teheran e Damasco, così come il suo potere militare e politico è rimasto tale sino a quando è risultato funzionale a tali logiche. Il che non ha escluso, anzi ha imposto che, nel momento in cui l’Isis ha tentato di agire in proprio, uscendo da queste logiche, gli equilibri imperialistici di zona hanno assunto ben altre direzioni, come gli ultimi avvenimenti di Iraq e Siria stanno a dimostrare. Quando le ambizioni del neo Califfato hanno cominciato a cozzare contro le strategie egemoniche dei Saud e le esigenze imperiali americane, i termini dell’intera questione, finanziamenti compresi, si sono completamente rovesciati.

Sul fronte opposto, per l’Iran del ‘nuovo corso’ del presidente Rohani, vale lo stesso discorso ma in termini completamente ribaltati. Teheran brandisce la bandiera dello sciismo esattamente come i Saud fanno con il sunnismo, consci entrambi di quanto, in questa fase, la trappola della religione, con il suo devastante corollario di integralismo militante, sia funzionale ai loro interessi imperialistici. E non lesinano aiuti, finanziamenti e coperture politiche alle creature militari che inventano dal nulla o che fanno crescere sotto il loro mantello protettivo. Così come nei decenni passati l’Arabia Saudita ha favorito la nascita dei Taliban in Afghanistan e Pakistan, di al Qaeda, come più recentemente dell’Isis in Iraq e Siria, così i regimi che si sono alternati al potere in Iran hanno sostenuto organizzazioni come gli Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e altre di ispirazione confessionale sciita. Obiettivi: 1) uscire dall’isolamento in cui è precipitato l’Iran dopo la rivoluzione khomeinista; 2) stabilire una serie di contatti economici, commerciali e politici con Paesi ‘affini’; 3) proporsi nell’area quale antagonista dell’Arabia Saudita in termini di esportazione di petrolio; 4) favorire la nascita di regimi a propria immagine e somiglianza e politicamente subalterni; 5) difendere anche con la forza Paesi come l’Iraq e la Siria, attualmente oggetto delle attenzioni militari dell’Isis, quindi di Riad.

Senza trascurare il fatto che dentro e ai margini di questa intricata matassa, chi ne tira le fila sono, immancabilmente, le grandi centrali imperialistiche che da decenni hanno trasformato queste terre e i loro abitanti in teatri di continue tragedie da recitare in favore dei loro irrinunciabili interessi economici e strategici.


Cambiamento di rotta: l’Isis non serve più. Tutti contro al Baghdadi
Quando i burattinai perdono il controllo dei burattini le cose si complicano e per i burattini dispettosi arrivano i rimproveri, in questo caso sotto forma di bombe e raid aerei. Sull’onda delle tragiche immagini televisive della decapitazione in diretta degli ostaggi occidentali dell’IS, è stata servita su di un piatto d’argento agli ex protettori e finanziatori di al Baghdadi l’opportunità di ‘redimersi’ e di iniziare a punire l’ex alleato. Per meglio dire, di rendere inoffensivo il letale strumento di cui si sono serviti sino a poco tempo prima e che è clamorosamente sfuggito loro di mano. L’undici settembre 2014, il presidente Obama lancia la ‘crociata’ contro l’IS definendola un’organizzazione terroristica, dedita al crimine sociale, nulla di più di un’accolita di tagliatori di teste da cancellare dalla faccia della terra, in quanto grave minaccia al mondo occidentale e allo stesso mondo musulmano, guardandosi bene dallo spiegare il perché dei rapporti precedenti, come se non fossero mai esistiti o che non riguardassero la sua, ormai, debolissima amministrazione.

All’appello americano rispondono – con Francia, Inghilterra, Italia e qualche altro Paese europeo – ben dieci Stati del Medio Oriente, tra cui, sorprendentemente l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti.
Tutti assieme appassionatamente, ma ognuno con i propri obiettivi da raggiungere o da difendere. Come mai un simile ‘contraddittorio’ cambiamento di strategia, quali nuovi scenari si sono evidenziati con la nascita dello Stato Islamico in terra di Siria e di Iraq che tanto preoccupa gli ex padrini dell’Isis?

Un primo elemento da prendere in considerazione è quello relativo alla decisione dell’Isis di mettersi in proprio, di uscire dalle tutele di chi lo aveva finanziato, per tentare di assumere il ruolo di polo d’aggregazione nel mondo sunnita e, più in generale, di quello islamico. Contro la corruzione occidentale, quella falsamente musulmana, per gestire in prima persona il ricco bottino energetico che il Medio Oriente in parte fornisce alle economie di mezzo mondo, e in parte ancora nasconde sotto forma di giacimenti da mettere in funzione. A questo stadio degli avvenimenti, con la nascita formale dello Stato Islamico, per gli Usa, come per gli altri Paesi dell’area, le cose si sono complicate. Finché al Baghdadi fungeva da guastatore contro i nemici di Washington, di Riad e Doha, aiutandoli a perseguire i rispettivi obiettivi imperialistici, tutto andava bene. Nel momento in cui il Califfo nero ha preso una strada diversa, l’atteggiamento dei patrocinatori è totalmente cambiato.

Per Riad i maneggi petroliferi dello Stato Islamico con l’Iran e con la Turchia non erano assolutamente tollerabili, così come non era nelle aspettative dei Saud che il neonato Stato avesse l’ambizione di ergersi a faro della confessione sunnita, minando il predominio saudita. Per il Qatar la decisione presa da al Baghdadi di non appoggiare la candidatura di Doha per i mondiali di calcio del 2022 è suonata molto male. Non perché al Baghdadi, capo di uno Stato che in realtà non esiste, che non ha confini e che non è riconosciuto da nessun Paese e, tanto meno, da nessuna organizzazione internazionale, contasse qualcosa sullo scenario mondiale del business calcistico (appalti, affari commerciali, sponsor e quant’altro), ma perché il suo rifiuto era l’allarmante dimostrazione che Doha non poteva più contare sull’alleato, nonostante i finanziamenti erogati. Non solo, ma la nascita dello Stato Islamico ha evidenziato una serie di frizioni che già esistevano tra i Paesi del Golfo, divaricando ulteriormente le rispettive strade imperialistiche.

Tra Arabia Saudita, Qatar ed Emirati è scoppiata la ‘guerra’ sulla questione dei Fratelli musulmani nell’esperienza egiziana, mentre il precedente Emiro del Qatar, Halifa al Tani, aveva puntato le sue carte su Morsi sino a proporre a quel governo il business del secolo, 100 miliardi di dollari per cento anni di amministrazione dei beni artistici egiziani. L’Egitto avrebbe incassato subito una ingente quantità di capitale finanziario da impiegare nell’asfittica economia del Paese, il Qatar avrebbe avuto l’opportunità di investire ‘produttivamente’ una parte consistente del suo surplus finanziario derivante dalla rendita gassifera.

Per l’Arabia Saudita e i suoi fedeli Emirati, i Fratelli musulmani erano un’organizzazione terroristica da combattere con tutti i mezzi e hanno appoggiato senza riserve l’esercito egiziano e il suo nuovo condottiero al Sisi sino alla loro cacciata dal governo. Doha ha accusato Riad di essere, a proposito di terroristi, il più consistente finanziatore dell’IS, mentre i sauditi hanno ritorto l’accusa ai qatarioti. Inutile dire che tutti e due negano spudoratamente rimpallandosi le accuse.

A suo tempo, non a caso, Al Maliki, ex presidente iracheno, ha accusato entrambi di essere alla base della costituzione dell’Isis e dei problemi del suo governo.
Mentre gli Usa primi artefici e coordinatori del tutto tacciono e, come novella Penelope, disfano la tela che hanno tessuto sino a poco tempo prima a difesa dell’Isis.
Normali contraddizioni dell’imperialismo.

A corollario di quanto detto c’è una seconda ragione che turba le notti degli imperialismi sunniti e degli Usa. È la presenza di uno Stato che, sebbene ancora tutto da inventare e da definire sul terreno economico e su quello istituzionale, nessuno ha mai pensato di favorire. Mai voluto, perché non programmato, perché difficilmente controllabile e, soprattutto, perché sfuggito dalle mani di chi, involontariamente, ha contribuito alla sua stessa nascita in una delle aree a maggiore criticità. Stato che ha immediatamente creato una situazione di pesante frizione tra le fila degli ex sostenitori dell’Isis, incrinando ulteriormente i rapporti dei soggetti imperialisti all’interno di un già precario equilibrio.

Infatti ha riaperto vecchie ferite nel mondo islamico, ha riproposto la questione curda dalla Siria all’Iraq sino alla Turchia. Ha messo in crisi vecchie alleanze, ha favorito la nascita di nuove e, soprattutto, ha turbato il sempre delicato quadro energetico regionale che, da almeno due decenni, ha partorito una guerra dietro l’altra.

Sempre a proposito di petrolio, la nascita dell’IS ai confini del Kurdistan iracheno ha messo in allarme tutti gli interpreti di questo ennesimo episodio di barbarie imperialista. In zona curda si produce il 60% del petrolio iracheno sin dai tempi di Saddam Hussein. Lì vi operano le maggiori Company petrolifere internazionali, tra cui quelle americane che si sono giovate dell’invenzione dell’ex presidente Bush della no fly zone prima e della nascita di una Amministrazione curda, sotto la guida del governo filo americano di Massud Barzani, poi. L’operazione doveva salvaguardare gli interessi americani e mettere in riga il governo di Al Maliki, troppo propenso a stabilire buoni rapporti energetici con l’Iran. Nei fatti si è aperto un contenzioso sullo sfruttamento e sulla commercializzazione del petrolio nord iracheno tra l’Amministrazione curda e il governo di Baghdad. E questa è una delle ragioni per cui, inizialmente, l’intelligence americana ha dato soldi e via libera all’Isis in chiave anti-irachena oltre che contro il regime di el Assad. Ma l’Isis diventato Stato a ridosso del Kurdistan ha messo in pericolo il fragile equilibrio faticosamente raggiunto.

In più si è presenta la delicata questione turca. Il governo di Ankara, pur aderendo alla richiesta americana di mobilitarsi, anche con le armi, contro l’esercito del Califfo nero, ha seri problemi a sostenere la formazione militare curda dei peshmerga di Barzani.
A parte l’atavica diffidenza nei confronti dei curdi, in prima battuta perché sostenere il ‘nazionalismo’ curdo in Iraq significherebbe spalancare una pericolosissima porta su quello domestico, cosa che il governo turco vorrebbe evitare a tutti i costi. Il che rende ancora più complicati i rapporti all’interno di una alleanza già sufficientemente strumentale, il cui denominatore comune è dato dalla necessità di sgombrare il campo da un ospite diventato scomodo, ma al cui numeratore non c’è nessuna comunanza d’intenti e di interessi da perseguire. L’unico punto fermo è che la nascita dell’IS ha messo in moto le contraddittorie tensioni imperialistiche che solo apparentemente si muovevano e si muovono all’unisono.

Non da ultima c’è la questione petrolifera vera e propria. L’avanzata delle truppe del Califfo nero e la creazione dello Stato Islamico non solo sono avvenuti in un’area strategicamente importante per gli equilibri energetici, ma si è garantita il possesso e la gestione di importanti giacimenti di petrolio e gas nei territori conquistati sia in Siria che in Iraq e ha minacciato quelli del Kurdistan iracheno.
Secondo molti analisti, l’IS avrebbe un introito giornaliero di tre milioni di dollari grazie al commercio sul mercato nero del suo petrolio e del suo gas. Scorporando il dato relativo al fatturato, sempre secondo i ben informati analisti di prima, un milione e duecentomila dollari arriverebbero giornalmente dal commercio dei giacimenti siriani, un milione e ottocentomila dollari dal commercio di quelli iracheni. Petrolio e gas che, prendendo la via della Turchia, arrivano un po’ dappertutto, Iran compreso.

Un ‘prodotto interno netto’ di circa un miliardo all’anno che, al momento, consente all’IS di poter far fronte alle spese militari e a un piccolo ‘stato sociale’ da gestire sui territori occupati per tenere buona la popolazione. E una liquidità disponibile di due miliardi di dollari che sono, al momento, abbondantemente in grado di sopperire all’improvviso esaurimento delle fonti di finanziamento degli ex alleati.

Quello che ulteriormente preoccupa i governi di Riad per il petrolio e di Doha per il gas, è la concorrenza sleale del neo Stato Islamico. Quando l’IS ha incominciato a commercializzare il suo petrolio, sul mercato internazionale il barile era valutato attorno ai 103-105 dollari. Sul mercato nero il prezzo praticato dei faccendieri dell’IS oscillava tra i 18 e i 40 dollari al barile, con grave nocumento e disappunto da parte di tutto il mondo arabo legato alla rendita petrolifera. L’Arabia Saudita, per esempio, nella persona del re Abdullah, ha fatto prendere tutte le misure possibili dai suoi servizi segreti per impedire ai seguaci del Califfo nero di penetrare ideologicamente e organizzativamente nella Terra santa dell’Islam, e ha spostato ben trentamila soldati ai confini con l’Iraq. Soldati che probabilmente non opereranno mai sul territorio nemico, ma che devono rappresentare un deterrente significativo ai novelli nemici di Riad. Il Qatar, che ha un peso specifico imperialistico ben più leggero di quello dei sauditi, si è limitato a ‘scomunicare’ i seguaci del Califfo attraverso le arringhe del teologo Yusuf al Qaradawi che, dai mirab di Doha, lancia anatemi su chi viola la legge del Corano, commettendo crimini di ogni genere nel nome di Allah.


Per una prima conclusione
Gli Usa con a fianco tutti, o quasi, i paesi del Medio Oriente, tra cui l’Arabia Saudita e il Qatar in prima linea, anche se con obiettivi contrapposti, e con il supporto di Inghilterra, Francia e Australia – che si sono sommati agli alleati del Golfo – con assoluta disinvoltura hanno compiuto un completo salto mortale carpiato e raggruppato. Chiaro messaggio verso la loro creatura che si è ‘emancipata’, creando una serie di guasti a cui la coalizione sta tentando di porre rimedio.

Dopo la conquista di Mossul, dopo il controllo della maggiore diga sul fiume Tigri nei pressi della stessa città e il possesso di alcuni pozzi petroliferi, nonché di giacimenti di gas da parte dell’Isis, gli Usa hanno pensato bene di intervenire militarmente con dei bombardamenti contro le postazioni militari di al Baghdadi. Inizialmente la scusa ufficiale è stata quella di dare sostegno umanitario ai profughi, soprattutto cristiani, di aiutarli con il lancio di alimenti e acqua, cosa molto funzionale all’immagine di Obama all’interno della opinione pubblica americana in un momento di particolare debolezza nei sondaggi e nei consensi. Poi si è arrivati a una ‘guerra non guerra’, basata sui bombardamenti, ma senza mandare un solo uomo, almeno per il momento, sul terreno del conflitto, lasciando il ‘lavoro sporco’ di difendere e conquistare terreno ai peshmerga curdi contro l’esercito dell’IS, che sta minacciando la città di Erbil, il petrolio del Kurdistan iracheno e tutti gli equilibri energetici sin qui raggiunti dall’imperialismo internazionale. Intanto la Turchia sta a guardare, o meglio, sarebbe pronta a intervenire con il suo esercito a due condizioni. La prima è che Erdogan chiede alla coalizione di non sostenere le truppe curde di Massud Barzani, di non appoggiare il nazionalismo curdo in terra siriana per non correre il rischio di risvegliare quello domestico del PKK. La seconda, che suona come una sorta di richiesta-ricatto: invoca la necessità di un intervento di terra contro il regime di Bashar el Assad in Siria e contro il nuovo governo iracheno se dovesse continuare una politica di collaborazione energetica con l’Iran, come sotto la guida del regime precedente di Al Maliki. A tal riguardo Ankara dalle parole è passata ai (non) fatti. Non ha mosso un dito quando l’esercito dell’IS ha assediato la città siriana di Kobane a pochi chilometri dal suo confine.

I carri armati di Erdogan, già schierati, non si sono mossi e hanno lasciato che i curdi se la vedessero da soli contro la superiorità militare dei ‘miliziani neri’. In aggiunta ha sollecitato Obama a intervenire duramente in Siria consigliandogli di non limitarsi a sostenere e a finanziare l’opposizione del Fronte Siriano della Rivoluzione, ma di agire direttamente contro il regime di Al Assad. Allora e solo allora la disponibilità turca a combattere l’IS diventerebbe operativa. In contemporanea, dovendo rintuzzare la rabbia di 15 milioni di curdi turchi, migliaia dei quali hanno manifestato a Istanbul e nelle maggiori città della Turchia, lasciando sul terreno una trentina di morti, ha promesso di valutare la possibilità della rimessa in libertà del leader storico del PKK Ochalan.

Persino l’Iran del ‘nuovo corso’ è entrata in questo arcipelago di contorsioni, di rovesciamenti di fronte, di ricatti palesi o occulti, di false promesse tra i vari interpreti della commedia imperialistica. Il neopresidente Rohani si è dichiarato disposto a sostenere l’impegno bellico contro il terrorismo dell’IS a condizione che gli Usa prendano in considerazione la possibilità di annullare l’embargo contro l’Iran, altrimenti ogni atto di guerra contro l’Iraq e la Siria verrebbe considerato da Teheran come una violazione del diritto internazionale.

Sul fronte imperialistico opposto, Russia e la Cina continuano a stare a fianco della Siria, appoggiano con preoccupata discrezione le eventuali contorsioni dell’Iran e delle sue propaggini
combattenti sui vari fronti caldi del Medio Oriente, come gli Hezbollah libanesi e Hamas nella striscia di Gaza, perché medesimo è l’obiettivo strategico.
Medesima è la necessità del controllo e della commercializzazione delle materie prime energetiche ma orientati verso est, verso la Cina e i mercati asiatici; intanto, però, la partita va giocata lì e subito.

In mezzo a tutto questo cresce enormemente la barbarie capitalistica delle guerra per procura, delle guerre civili, delle ‘rivoluzioni’ a sfondo religioso, delle ‘restaurazioni’ laiche o viceversa. Cresce il contorcersi di un mondo, quello capitalistico, che, oltre a produrre fame e miseria con le sue crisi economiche, è fonte di atrocità e morte ai quattro angoli del mondo con le sue devastanti guerre. Per sopravvivere a se stesso, per tentare di gestire le sue insanabili contraddizioni economiche e sociali, non può che essere sempre più malvagio, aggressivo, devastante per l’ambiente che lo circonda e feroce assassino per intere popolazioni quando, loro malgrado, si trovano a vivere nelle aree del loro interesse economico e strategico.

Soprattutto per questo non bisogna dimenticare che, dietro questi giochi d’area, dietro le solite bandiere dei contrapposti integralismi religiosi o delle pretese libertà democratiche laiche, chi funge da carne da macello per questa o quella borghesia petrolifera, per questi o quegli interessi imperialistici sono sempre i proletari, i diseredati che, senza una guida politica rivoluzionaria, finiscono inevitabilmente per cadere nel solito, tragico tranello degli interessi dell’avversario di classe.

Il primo passo per uscire dalla trappola è quello di non commettere il solito errore di schierarsi, come è ormai abitudine anche di certa ‘sinistra’ italiana e internazionale. Fatale sbaglio che comporta di stare con per andare contro. Di stare con il regime siriano di Bashar el Assad contro gli Usa, perché attaccato o soltanto perché più debole sul piano dei rapporti imperialistici. Di stare con la coalizione capeggiata dagli Usa contro l’IS, perché ‘brutti e cattivi’ e barbari tagliagole, dimenticando i crimini dei membri della coalizione nei confronti delle popolazione violentemente assoggettate.

Di stare con i peshmerga iracheni perché si difendono dall’aggressione dei soliti tagliagole, sottacendo il fatto che i secondi combattono per avere una fetta della rendita petrolifera locale e i primi la difendono come possono in nome della propria borghesia e dei suoi interessi petroliferi nazionali, e nascondendo, inoltre, il tragico fatto che sia gli uni che gli altri sono e sono stati gli strumenti di dominio e di controllo degli interessi dei grandi e piccoli imperialismi energetici di tutta l’area. Di invocare il diritto all’autodeterminazione dei popoli fingendo di non sapere che, nell’epoca del dominio del capitale finanziario, nella fase più completa della globalizzazione, sono i rapporti di forza imperialistici che dettano legge e non c’è spazio per nessuna rivendicazione nazionalistica a meno che non sia funzionale all’imperialismo stesso. Anche il Kurdistan iracheno di Massud Barzani è il prodotto degli interessi americani nella zona petrolifera irachena di maggior interesse. Di rimpiangere il ‘vecchio comunismo’ del PKK e di difendere il nuovo dalle attuali persecuzioni di Ankara dimenticando che i seguaci di Ochalan predicavano una via nazionale al socialismo, e che continuano a essere i figli politici dello stalinismo, ovvero della controrivoluzione in Urss. Che poi Ochalan e il PKK si siano convertiti, come testimoniano informati osservatori delle vicende curde, a una sorta di anarchismo democratico, non cambia di molto la questione.

I recenti fatti di Kobane hanno messo in discussione gli ‘accordi di pace’ del 2009 tra il governo turco e il nuovo PKK, rinfocolando la questione nazionale indipendentemente dalla diversa divisa ideologica di Ochalan e soci. Di impugnare la questione curda, invocando la solita autodeterminazione dei popoli, sul solito terreno borghese e nazionalistico, anche se in chiave democratica e progressista, con l’aggiunta magari di un aggettivo socialista, come nel caso dell’enclave curda di Rojava in Siria. Rinunciando così a priori a qualsiasi tentativo di costruzione di una prospettiva rivoluzionaria; è un autentico suicidio di classe. A furia di scegliere il campo di appartenenza o l’oggetto delle proprie alleanze, questa ‘sinistra’ che, in alcuni casi, ama definirsi rivoluzionaria, non fa altro che oscillare dagli interessi di una borghesia all’altra, da un polo imperialistico all’altro, senza mai porsi il problema della ricomposizione politica di tutto il proletariato dell’area in una prospettiva rivoluzionaria di alternativa sociale oltre che politica.

 

Fabio Damen

 

* Pubblicato in Documents, The internationalists, www.leftcom.org, 13 ottobre 2014

 

 

Leggi altri articoli sul tema politica medioriente

Torna su