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dicembre 2011- gennaio 2012
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Buone nuove |
| Aspettando la rivoluzione di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Le cinque giornate, Luciano Bianciardi |
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In Bianciardi, la vita e la scrittura – strettamente
legate fra loro tanto da essere, la prima, una ineludibile chiave
interpretativa della seconda – sono due esempi eclatanti di
quella rivoluzione permanente che lo scrittore maremmano auspicava
a livello sociale, pronto com’era a cambiarne l’assetto
– sia dell’una che dell’altra – non appena
quello corrente rischiava di intrappolarlo nei ranghi. Ne è
un esempio anche Le cinque giornate, che rientra in quel filone storico-risorgimentale
– seppure funzionale a un discorso di ben più ampia portata
– che Bianciardi amava fin da bambino e con il quale spiazzò
tutti coloro per i quali era l’ormai consacrato fustigatore
del nascente consumismo e della disumanizzazione sociale metropolitana
(nella fattispecie quella milanese). Bianciardi non si limita, infatti, a spostare i
moti di Milano nel 1959 ma mantiene in vita, gomito a gomito, personaggi
risorgimentali e contemporanei: Carlo Cattaneo, federalista “ingrugnito
e spregioso come non mai”, dirige un giornale avvalendosi, tra
le altre, della collaborazione di Giorgio Bocca, con il quale dissente
dall’amico Cesare Correnti, filo-piemontese; Carlo Ripa di Meana
frequenta gli stessi salotti del conte Porro Lambertenghi, dove Oriana
Fallaci si lancia in un’esibizione dell’ultimo ballo di
moda, il twist; una ripresa televisiva di fine ’58 inquadra
Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi tra Pellegrino Rossi, Don Prospero
Colonna e il generale Aloja, più “qualche mignotta d’alto
bordo” (ma quelle son trasversali a ogni epoca storica); un
gruppo di partigiani ha scelto la famosa linea emme, “e cioè
il Mazzini, il Marx, il Mao, il Min e il Marcuse”; le prime
riunioni popolari e spontanee vedranno Giorgio Gabersic [sic] suonare
la chitarra a porta Romana; mentre un giovane Enzo Jannacci fa una
comparsata nei giorni dei moti, sulle barricate costruite con automobili
capovolte e frigoriferi espropriati dai negozi di elettrodomestici,
tra le quali Paolo Grassi foraggia i rivoltosi con le armi di scena
del Piccolo. Il risorgimento diviene, nella scrittura di Bianciardi,
strumento narrativo di delusioni rivoluzionarie della storia più
recente, da quella partigiana a quella nascente sessantottina, della
quale con lungimiranza intuisce l’inefficacia politica, individuandone
la debolezza anche in una sorta di “infantilismo tattico”
nella scelta degli obiettivi primari: si occupano – con inutili
sit-in – postazioni per nulla strategiche quali municipi, e
università. Con la sua lucida individuazione degli obiettivi,
Bianciardi appare dunque un lungimirante corifeo per la scena dell’attuale
crisi economica, politica e sociale. Di quel risorgimento fallito del ’59, i personaggi
illustri riparano in Svizzera e l’io narrante/Bianciardi si
rifugia a Nesci (Rapallo) da dove ogni giorno scruta il gabellino,
attende un segno, perché lui non ha smesso di aspettare i compagni,
né di credere che la rivoluzione riprenderà. Tuttavia,
il dubbio, il rischio della disillusione sono in agguato: il Godot
di Bianciardi potrebbe non arrivare, intanto la corda che unisce un
Pozzo ormai cieco e un Lucky muto si fa sempre più corta. E
questo lascito letterario e ideologico – così ingannevolmente
divertente, se si vogliono ignorare delusione e rabbia che il sarcasmo
dissimula – ci fa comprendere quanto Bianciardi ne fosse conscio.
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