| Stavolta le buone nuove
non son nuove per nulla.
Anzi, a volerla dire tutta, sono doppiamente vecchie. In primo luogo
perché l’autore, dopo tanto impegnarsi In una lotta contro
la vita, è riuscito ad avere la meglio su di lei già nel
lontano 1971; secondo, perché parliamo della riedizione di una
riedizione, che di nuovo ha soltanto il titolo.
Tuttavia, lo scrittore in questione è stato – ed è
tuttora – oggetto di fiero ostracismo da parte dell’istituzione
scolastica, e di lunga e colpevole rimozione da parte dell’oligarchia
editoriale. Nessuna opportunità di parlare di Luciano Bianciardi
va dunque sprecata: troppi dei già scarsi (a volte distratti,
spesso allocchiti) lettori italiani avrebbero rischiato di perdere l’occasione
di una lettura (o rilettura) stimolante come poche, se Stampa alternativa
non avesse deciso di mettere nuovamente sugli scaffali Le cinque giornate
(già Aprire il fuoco per i tipi di Rizzoli nel 1969 e di ExCogita
in tempi recentissimi).
L’editore, e il curatore Ettore Bianciardi, ci restituiscono l’ultimo
romanzo che il grande scrittore si vide pubblicare in vita, oggi riproposto
con un dvd, un audio libro e l’appendice di un lungo racconto
a firma Guido Gianni, sindaco e scrittore che di Bianciardi è
conterraneo.
Dunque, un romanzo non nuovo secondo l’accezione più comune
del termine ma – come sempre accade alla letteratura degna di
questo nome – attuale più di parecchie prime edizioni dei
nostri giorni.
In Bianciardi, la vita e la scrittura – strettamente legate fra
loro tanto da essere, la prima, una ineludibile chiave interpretativa
della seconda – sono due esempi eclatanti di quella rivoluzione
permanente che lo scrittore maremmano auspicava a livello sociale, pronto
com’era a cambiarne l’assetto – sia dell’una
che dell’altra – non appena quello corrente rischiava di
intrappolarlo nei ranghi. Ne è un esempio anche Le cinque giornate,
che rientra in quel filone storico-risorgimentale – seppure funzionale
a un discorso di ben più ampia portata – che Bianciardi
amava fin da bambino e con il quale spiazzò tutti coloro per
i quali era l’ormai consacrato fustigatore del nascente consumismo
e della disumanizzazione sociale metropolitana (nella fattispecie quella
milanese).
Una prospettiva più ampia che non la mera appartenenza al romanzo
risorgimentale è subito dichiarata anche formalmente: Le cinque
giornate è un geniale pastiche, e non solo per la funambolica
mescidanza linguistica e concettuale della quale lo scrittore è
un incontrastato maestro capace di muoversi su più registri,
ma anche e soprattutto per quella temporale nella quale trascina il
lettore.
Bianciardi non si limita, infatti, a spostare i moti di Milano nel 1959
ma mantiene in vita, gomito a gomito, personaggi risorgimentali e contemporanei:
Carlo Cattaneo, federalista “ingrugnito e spregioso come non mai”,
dirige un giornale avvalendosi, tra le altre, della collaborazione di
Giorgio Bocca, con il quale dissente dall’amico Cesare Correnti,
filo-piemontese; Carlo Ripa di Meana frequenta gli stessi salotti del
conte Porro Lambertenghi, dove Oriana Fallaci si lancia in un’esibizione
dell’ultimo ballo di moda, il twist; una ripresa televisiva di
fine ’58 inquadra Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi tra Pellegrino
Rossi, Don Prospero Colonna e il generale Aloja, più “qualche
mignotta d’alto bordo” (ma quelle son trasversali a ogni
epoca storica); un gruppo di partigiani ha scelto la famosa linea emme,
“e cioè il Mazzini, il Marx, il Mao, il Min e il Marcuse”;
le prime riunioni popolari e spontanee vedranno Giorgio Gabersic [sic]
suonare la chitarra a porta Romana; mentre un giovane Enzo Jannacci
fa una comparsata nei giorni dei moti, sulle barricate costruite con
automobili capovolte e frigoriferi espropriati dai negozi di elettrodomestici,
tra le quali Paolo Grassi foraggia i rivoltosi con le armi di scena
del Piccolo.
Alla fine del libro, un elenco esplicativo dei nomi aiuta a muoversi
nel ginepraio temporale, ma prima di consultarlo, vale la pena sforzarsi
un po’: gli escamotage traduttivi con i quali Bianciardi ha ‘nascosto’
taluni personaggi o istituzioni conosciute sono un piccolo piacere che
va ad aggiungersi a quello ben più grande e profondo che la lettura
del romanzo riserva, come i nomi dell’aristocratico e famoso editore,
suo nemico sui sentieri giudiziari del reale, connotato da precise parti
anatomiche di volta in volta declinate con differenti sinonimi dialettali,
sempre rigorosamente preceduti dalla particella nobiliare.
Il risorgimento diviene, nella scrittura di Bianciardi, strumento narrativo
di delusioni rivoluzionarie della storia più recente, da quella
partigiana a quella nascente sessantottina, della quale con lungimiranza
intuisce l’inefficacia politica, individuandone la debolezza anche
in una sorta di “infantilismo tattico” nella scelta degli
obiettivi primari: si occupano – con inutili sit-in – postazioni
per nulla strategiche quali municipi, e università.
I giovani, sostiene, dovrebbero leggersi Pisacane prima di Che Guevara:
hanno scelto quest’ultimo perché hanno riconosciuto in
lui un loro predecessore, un maestro di infantilismo rivoluzionario.
Invece, come precisa il sottotitolo del libro, “bisognerebbe occupare
anche le banche”, novelle cattedrali della religione dell’oppressore,
con “i cassieri officianti dietro l’altare e i chierichetti
affaccendati a portare turiboli e pissidi”. Ma non solo: oltre
al potere economico andrebbe annientato anche quello mediatico. Vero
che all’epoca di Bianciardi quest’ultimo obiettivo risultava
di più semplice realizzazione: gli sarebbero bastate due persone,
perché “entrare in corso Sempione è facilissimo:
non occorre neanche dire il proprio nome, basta farsi notare parlando
a voce alta agitando le mani, sembrare importanti, insomma”. Mentre
oggi sarebbe necessario muoversi su scala più ampia ma di certo,
complice il conflitto di interessi, l’azione avrebbe qualche gustoso
effetto collaterale aggiuntivo.
Con la sua lucida individuazione degli obiettivi, Bianciardi appare
dunque un lungimirante corifeo per la scena dell’attuale crisi
economica, politica e sociale.
Ne Le cinque giornate, il reazionario governo austroungarico è
l’efficace allegoria del potere clericale e democristiano dei
primi anni Sessanta, un assetto contraddistinto da profonda ingiustizia
sociale al quale il popolo vuole ribellarsi. Ma dopo l’entusiasmo,
i fuochi, e le “bambate”, il potere torna a far capolino
nei governi provvisori, come dimostra il foglio ufficiale denso di gride
e di moniti, davanti ai quali Bianciardi chiosa sconsolato:“ Stai
fresco, caro mio, quando si comincia a parlare di pubblica sicurezza
[…] Stai fresco quando decidi di offrire al papa buono disprezzati
arnesi come il Bolza e il duca Dubelin, mio indefatigabile nemico (rispettivamente
il commissario della polizia milanese durante i moti ottocenteschi e
l’editore Bompiani, qui gratificato da uno degli appellativi di
cui già si è detto, n.d.a.)”. Il regime ritrova
la propria forza e si rinsedia, nascondendo la repressione dietro demagogiche
manovre finanziarie che tanto ci ricordano l’attuale Robin Hood
tax. E al popolo resta il fallimento.
Se la prima causa di questo insuccesso fu di natura politica, ossia
la fiducia nell’appoggio papale (Pio IX, o Giovanni XXIII che
fosse; cambiando gli addendi non cambia il risultato), la seconda fu
di natura ideologica, o filosofica per dirla con Bianciardi, ovvero
“credere che alla rivoluzione debbano necessariamente seguire
nuove istituzioni di governo. Credere che la rivoluzione possa e debba
dar luogo a un ordine nuovo, e così resistere. Se chiama i cittadini
alle urne perché eleggano i loro capi, addio .[…] Dovunque
la rivoluzione ha cessato di essere permanente, là è tornata
la tirannia“. Di certo, fosse ancora tra noi, Bianciardi avrebbe
di che allargare lo spazio temporale in cui ambientare la vicenda.
Di quel risorgimento fallito del ’59, i personaggi illustri riparano
in Svizzera e l’io narrante/Bianciardi si rifugia a Nesci (Rapallo)
da dove ogni giorno scruta il gabellino, attende un segno, perché
lui non ha smesso di aspettare i compagni, né di credere che
la rivoluzione riprenderà. Tuttavia, il dubbio, il rischio della
disillusione sono in agguato: il Godot di Bianciardi potrebbe non arrivare,
intanto la corda che unisce un Pozzo ormai cieco e un Lucky muto si
fa sempre più corta. E questo lascito letterario e ideologico
– così ingannevolmente divertente, se si vogliono ignorare
delusione e rabbia che il sarcasmo dissimula – ci fa comprendere
quanto Bianciardi ne fosse conscio.
Si potrebbe chiudere il libro limitandoci a pensare che grande scrittore
fosse e che miglior fortuna e longevità avrebbe meritato la sua
opera. Ma c’è qualcos’altro: una rapida riflessione
sul nanismo intellettuale e politico che corrompe oggi la nostra vita
pubblica ed ecco sentir salire in gola il ‘magone’ –
lui a Milano non l’avrebbe definito altrimenti – per quest’
uomo arrabbiato e coerente, rimasto solo con i suoi ideali mai rinnegati.
Lo riafferma lui stesso, se mai ce ne fosse bisogno: il Mauser che gli
fu compagno durante le cinque giornate lui non l’ha consegnato,
e quando tornerà l’aguzzino, lui è pronto ad aprire
il fuoco.
Le cinque giornate, Luciano Bianciardi, Stampa Alternativa/Nuovi
Equilibri, 2008
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