| Mettere
in relazione la Russia e il freddo è un processo piuttosto
scontato, ma nell’opera prima di Travis Holland non c’è
neppure bisogno di soffermarsi sulle condizioni meteorologiche e sui
paesaggi innevati: il gelo che dalle pagine di Storia di un archivista
pervade il lettore è una sensazione interiore, sapientemente
costruita dall’autore – tanto da far dimenticare che si
tratta di un autore americano al suo romanzo d’esordio e non
di un affermato scrittore sovietico – attraverso gli ambienti
e i simboli tematici che costellano il romanzo; un rigore che si assorbe
per osmosi, attraverso gli orrori solo intuiti della Lubjanka, la
rovina dei palazzi, il degrado dei quartieri, gli appartamenti condivisi
ma, soprattutto, attraverso l’aura venefica di diffamazione,
delazioni, controllo esasperato, nel quale ogni cittadino è
costretto a vivere, nel perenne terrore della NKVD (la polizia politica
pre-KGB), la cui visita improvvisa equivale a una condanna senza appello.
Questa ricostruzione accurata del disastro materiale e umano della
Russia stalinista affacciata sul baratro della guerra costituisce
la cornice, e al contempo l’humus della vicenda narrata da Holland,
il cui protagonista è un giovane ex professore di letteratura
russa, Pavel Dubrov.
Caduto in disgrazia per non aver impedito a suo
tempo la diffamazione di un collega da parte degli studenti, e costretto
a lasciare l’insegnamento, Pavel aveva ricevuto ‘una proposta
che non si può rifiutare’: un lavoro all’interno
della Lubjanka.
Che cosa può esserci di peggio al mondo per un amante della
letteratura che dover distruggere manoscritti? Perché questo
è l’incarico assegnato a Pavel, negli archivi letterari
della Quarta Sezione, “un’unica stanza appena sotto il
livello stradale. Un tempo ripostiglio per scope, secchi e materiale
d’ufficio in disuso”. La stanza è stata riempita
di scaffali, e gli scaffali di scatole di cartone, e le scatole di
cartone di cartelline verdi che arrivano fino al soffitto. In questo
oceano di parole il nostro protagonista è costretto a un continuo
catalogare fascicoli e scatole naufragati sulla sua scrivania, con
il disgustoso contrappunto delle sortite – una discesa agli
inferi aggravata dall’odore mefitico del petrolio – alla
stanza dell’inceneritore, per rovesciarci dentro i fascicoli
di volta in volta designati dal suo diretto superiore, il fanatico
sottotenente Kutyrev, figura realmente esistita all’interno
dell’archivio letterario del carcere.
A pensarci bene, considerata la qualità di tanti libri che
oggi vengono pubblicati, in qualche occasione un simile lavoro potrebbe
risultare ben accetto, ma non nel caso di Pavel, costretto a perpetrare,
con la distruzione dei manoscritti, la morte simbolica degli intellettuali
caduti in disgrazia agli occhi del regime e rinchiusi alla Lubjanka
in attesa che, questa volta senza simbolismo.
Tra questi il famoso Babel’– scrittore
e drammaturgo ebreo russo, ucciso nel 1941, reale vittima illustre
delle purghe staliniane – del quale, per ordine di Kutyrev,
spetta a Pavel accertare la paternità in merito a un racconto
sfuggito alla catalogazione del materiale probatorio.
Il romanzo si apre proprio sul loro incontro, in una disadorna e fredda
stanzetta della Lubjanka, con Pavel suo malgrado investito del ruolo
di persecutore di una vittima che rispetta e della quale ammira le
opere, ora ridotta a un malconcio fantasma.
A sconvolgere Pavel non è tanto l‘aria dimessa o il vistoso
livido che, appena sotto l’occhio, scende a coprire la guancia
di Babel’, quanto la mancanza degli occhiali: un particolare
che svela come allo scrittore sia stata negata la possibilità
di leggere e di scrivere, in una estrema privazione di dignità.
Una dignità che durante il colloquio Pavel tenta in ogni modo
di preservare.
Da quest’occasione di incontro, maturerà
in lui la decisione di sottrarre alla distruzione il racconto incompiuto,
un gesto che basterebbe, una volta scoperto, a distruggere la sua
vita, quella di sua madre e dei suoi amici.
Un bivio davanti al quale scegliere: la sottomissione totale alla
tirannia nella illusoria speranza di una vita tranquilla da un lato,
l’incoercibile riaffermazione del valore del pensiero umano
e della letteratura dall’altro.
Impossibile, per chi abbia visto lo splendido film di Florian Henckel
von Donnersmarck, Le vite degli altri, non collegare la figura di
Pavel Dubrov a quella dell’agente della Stasi HGW XX/7, il capitano
Gerd Wiesler, al quale un eccezionale Ulrich Mühe aveva saputo
donare una stranita e dolente umanità; quella stessa umanità
di cui è ricco anche l’archivista di Holland.
Facile anche immaginare che, come Wiesler/Mühe,
Pavel lasci trasparire il proprio travaglio interiore solo attraverso
impercettibili espressioni facciali, sguardi subito domati: un atteggiamento
compassato che altro non è se non mimetismo conservativo.
Sotto la patina di autocontrollo di Pavel, infatti, corrono i nervi
scoperti di una vita familiare segnata dalla morte della giovane moglie
in un incidente ferroviario – perdita resa ancora più
crudele da una burocrazia elefantiaca che non gli consente di rientrare
in possesso delle ceneri – e dal declino della madre, afflitta
da amnesie sempre più frequenti. Due aspetti dell’amore,
quello per la propria compagna e quello filiale, che Holland tratta
con dita leggere, senza indugiarvi, come un pittore al quale basti
una pennellata perché l’occhio dello spettatore si focalizzi
proprio su quel punto del quadro, indispensabile a comprenderne la
totalità. La bravura di questo giovane scrittore americano
è quella di farne simboli, entrambi, di una più universale
dicotomia, quella del rapporto passato/presente, di un ‘prima’
luminoso e irrimediabilmente perduto, e di un ‘ora’ del
quale pare essersi perso il senso e la necessaria progettualità
di un ‘dopo’.
Questa assenza di futuro è ben rappresentata dal rapporto con
Natal’ja, la giovane portinaia dello stabile in cui Pavel vive,
con la quale ha una relazione difficile da definire, priva com’è
sia del calore di un’amicizia sia della vampa di una passione
erotica. Due vite senza futuro insieme, segnate dalla tragedia e casualmente
approdate allo stesso letto, dove il sesso appare quasi algido.
Ma il veleno che si insinua nella vita quotidiana non permette altro,
amici e conoscenti continuano a cadere nella rete di terrore e infamia
che avviluppa la città. L’ignavia è un modo per
sopravvivere.
Semën, anch’egli docente, figura paterna
per Pavel e ben più di lui determinato a non piegarsi, decreta:
«Di questi tempi, ovunque vada, mi sembra di incontrare fantasmi».
E allo stesso Pavel, percorrendo le strade costellate di negozi e
chioschi arrugginiti, di appartamenti disabitati – strade nelle
quali l’iconografia propagandistica appare quasi una beffa oscena
– sembra di scorgere il vero volto del proprio Paese, devastato,
spogliato, divorato dal dolore.
Tuttavia, come già il film di Henckel von Donnersmarck, anche
Storia di un archivista non è riducibile a una vicenda di denuncia
dai risvolti demagogici, poiché Trevis Holland è in
grado di rendere immediatamente palese il punto cardine del romanzo:
proteggere la cultura opponendosi alla crudeltà e alla cecità
di chi manovra la Storia. Provare, anche attraverso il coraggio di
un atto individuale, a impedire che un’ ideologia votata al
bene comune diventi un mostro in grado di cibarsi dei propri figli.
Restano, una volta terminata la lettura, gli interrogativi fondamentali:
davvero l’atto di un singolo uomo può intervenire sul
corso della Storia? E fino a che punto il genere umano è in
grado di trasformare l’ideologia in vita quotidiana senza stravolgerla
e piegarla a vantaggio dei pochi?
Vera, la moglie di Semën, insegna pianoforte e in uno scorcio
sugli anni felici la si vede infilare, allegra, un famoso ragtime
americano fra Schubert e Bach. A libro chiuso, più facile immaginarla
con gli occhi rossi e asciutti, sulla struggente Sonata per uomini
buoni.
Storia di un archivista, Travis Holland, Guanda,
2008
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