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Non ho mai letto, a proposito dei campi nomadi, descrizione
più toccante e veritiera di quella pronunciata dal protagonista
de Il circo capovolto: “Sempre l’ho sentito chiamare ‘campo
baracche’, ma in realtà è soltanto un grumo. Un
coagulo che il destino deve aver scartato dal flusso inarrestabile
della corrente del benessere”.
Sullo sfondo una città solo suggerita, nella sagoma dei casamenti,
nei fari e nei motori delle auto che corrono sul raccordo autostradale.
Tutto intorno il fango, i rifiuti, le fogne a cielo aperto, i fantasmi
sventrati di vecchie fabbriche che assediano le kasolle del campo
nomadi.
È questo il porto al quale approda, durante l’inverno
della grande pioggia, Branko Hrabal, alla guida di un camion carico
di scatoloni, convinto di poter trovare uno spazio libero dove accamparsi.
Non è così semplice, anche un campo nomadi è
un crogiolo di realtà molteplici e poco compatibili, esattamente
come la società che lo circonda, e come quest’ultima
è un campo di potere, con regole e gerarchie alle quali sottostare,
e nel quale prevalgono l’aggressività e l’esclusione
– almeno iniziale – dell’altro. Un microcosmo nel
quale è facile riconoscere la stessa emarginazione e lo stesso
disagio che connotano la società esterna, quella dei ‘normali’.
L’orgoglio imporrebbe di risalire sul camion e riprendere il
cammino, ma ci sono gli occhi dei bambini, la loro curiosità
per il carico che lui ha dichiarato: un circo. E Branko rimane.
È lui, l’hungarez, l’io narrante che ci conduce
nella realtà del campo e che ricostruisce per quei bambini
e per noi la sua storia, col passo lieve di una fiaba e il peso insopportabile
della tragedia.
Lo fa da morto, cioè dal momento in cui il suo cadavere giace
accoltellato nel fango del campo fino a quando il coperchio della
bara si chiude e viene calato nel ventre caldo e rassicurante della
terra.
I bambini gli sono intorno da subito – dalla notte in cui la
grande pioggia ha reso il campo una palude e l’ostile profugo
croato Askan, capo indiscusso della piccola comunità, gli ha
assegnato il punto peggiore del campo, a patto che faccia scomparire
il suo merdume, i suoi scatoloni – in una babele di linguaggi
e in un incantamento che andrà via via crescendo col procedere
della narrazione e con la scoperta parallela del suo bagaglio, del
quale i bambini non si stancano di chiedere.
“Voi avete fretta di capire queste scatole. Bene. Allora pensate
un circo come lo conoscete voi e eliminate subito il tendone, poi
le sedie e anche le panche delle tribune. Quindi eliminate gli animali,
e alla fine le persone. Ecco, dopo aver eliminato queste cose, quello
che rimane è un circo come il mio, che si può mettere
dentro grandi contenitori e lasciare nel buio di un posto chiuso per
anni. Értitek? Riuscite a capire come spiego le scatole?”
All’inizio i bambini sono delusi, la spiegazione di Branko si
traduce per loro in modo molto semplice: “gli scarti di un circo
abbandonato”. Ma Branko chiede a una di loro, una piccola profuga
kosovara: «Perché fai la vita qua? Qual è stato
il pensiero di portare la tua vita qua?» «Guarda che io
vivo qua per non vivere là, perché là non è
che si può vivere, dopo quello che hanno fatto a mio fratello,
alla Mahala…» «Allora vedi che così è
identico il circo mio, io ho provato di portarlo qua per fare che
non sta più là, a Tokaj, in Ungheria, dopo quello che
gli hanno fatto».
E la narrazione di che cosa è stato fatto al piccolo Kék
Cirkusz di suo nonno Nap apó sarà, in realtà,
la narrazione di ciò che è stato fatto alla sua genìa,
cancellata nell’orrore di Birkenau ad eccezione di un solo bambino
sopravvissuto: il padre di Branko, che una volta uscito dall’incubo
rimuoverà ogni possibile riferimento alle sue origini e crescerà
“come le persone ferme, che erano sempre vissute nelle case”,
studiando e parlando l’ungherese dell’ufficialità,
diventando un funzionario dell’ufficio delle tasse, insomma
costruendosi “una vita in linea con tutte le persone regolari”.
Anche Branko nasce e cresce da ‘regolare’. Ma poiché
un’irrequietezza di fondo gli impedisce di passare le ore sui
libri, decide di andare a lavorare in una ditta di ponteggi sui quali
scopre di sapersi muovere con la leggerezza e l’abilità
di un trapezista. Una realtà che spingerà il padre a
svelare, non senza sofferenza, le vere origini della loro famiglia
e con esse l’esistenza del piccolo circo, sopravvissuto al naufragio
ma legato a una storia di tradimento e di vendetta, che la scrittrice
snoda per noi con la magia di una fiaba e il fascino di un noir.
Come non riscontrare nel piccolo circo, nella sua spoliazione, il
simbolo di ciò che costituisce l’anima profonda di questi
figli di un dio minore? Un simbolo tematico, il circo, che introdotto
fin dalle prime pagine con riferimenti a malapena reperibili, cresce
via via fino a diventare ragione di vita e speranza di riscatto.
La ricchezza de Il circo capovolto sta proprio nello sguardo privo
di pietismo e di giudizio morale con il quale Milena Magnani parla
di dislocazione e di diversità, rendendoli sì espressione
di spaesamento e di dolore, ma anche possibilità di rinascita,
testimonianza di nuove possibilità.
“Perché in fondo – dirà Branko – non
siamo una tribù di parenti o consanguinei, veniamo da paesi
incredibilmente distanti, però ci accomuna questo aver steso
i panni sopra gli stessi fili, questo esserci accettati l’un
l’altro in quanto cittadini senza più radici”.
Nonostante le etnie dei personaggi e le civiltà dalle quali
provengono non possano apparire più lontane e diverse da quella
di Macon Dead, la storia che Branko ricompone riporta per molti aspetti
– quelli che danno forza alla vicenda – al personaggio
creato da Toni Morrison, tragico eroe del Canto di Salomone. (1)
Anche qui, in un percorso a ritroso, la circolarità del tempo
determina la continuità, il senso della storia e della Storia.
Come Macon Dead, anche Branko va alla ricerca delle proprie radici,
e con esse della propria identità, a dispetto di un padre che
ha disperatamente cercato di negare entrambe. E come nel Canto della
scrittrice americana, i bianchi dominanti sono una presenza intuita
e minacciosa, esplicitata solo in sporadiche comparsate sempre caratterizzate
negativamente. Anche qui l’elemento fiabesco-simbolico ha una
parte importante, sia nella costruzione del mito – come quello
di Solyom, che come già il Solomon del Canto, si libra in volo
simbolo di libertà e di riscatto per le file eterne dei profughi
– sia nella conquista identitaria del protagonista fino all’epilogo
della sua vicenda.
Detto questo, la scrittura di Milena Magnani non ha nulla di morrisoniano,
gode di una forza assolutamente personale, data da uno sviluppo narrativo
solido e ben costruito al quale, sa donare la leggerezza “di
una foglia galleggiante sul fiume” grazie alla magia di una
lingua che Erri De Luca ha propriamente definito “sorella gemella
della musica”.
La scrittrice sa creare un’atmosfera di assoluta lievità
senza, tuttavia, fare sconti al tratto spietato della Storia e a quello
altrettanto duro della società, la nostra, che circonda la
realtà indefinita e composita dei nomadi. Una realtà
esplicitata anche nell’incrocio dei differenti idiomi che compongono
i dialoghi, neppure tradotti, forse a sottolineare che non è
importante comprendere ogni singolo particolare di chi, diverso da
noi, ci sta di fronte. Il messaggio, se si è disposti ad ascoltare,
arriva comunque. E ciò che Branko chiede al lettore, in questo
piccolo capolavoro di ‘realismo fantastico’, è
di ascoltare, di permettergli di sistemare la sua storia prima di
andarsene definitivamente, di seguirlo passo passo nel compimento
del suo destino e di assistere al seme gettato, in attesa che germogli.
“E poi la sensazione impalpabile, simile a un presentimento,
di poter vivere nel campo in un modo diverso, in un modo che, forse,
potrebbe mettere in salvo”.
Sfido chiunque legga il romanzo di Milena Magnani a mantenere inalterato
il proprio sguardo sui nomadi che incontrerà, a non domandarsi
quale storia stia dietro alle loro facce segnate e sporche, a giudicarli
indistintamente esseri umani senza valore. Anche Branko se lo chiede:
“Chissà se qualcosa di me è rimasto fuori a alitare
per le strade. Sugli autobus. Sotto i rossi dei semafori. Chissà
se qualche sconosciuto per caso un giorno si farà venire in
mente il mio volto, magari mentre ricorda un’altra cosa, se
ritroverà l’immagine di questo mezzo randagio che sono
stato, seduto sul fondo. […] Chissà se qualcuno proverà
sollievo non vedendomi salire alla fermata degli ipermercati, al pensiero
che non dovrà, per quel giorno, abbassare immediatamente il
finestrino. E infine chissà se, dopo tanto sollievo, qualcuno
si domanderà dove sono finito. Così malandato. Così
poco gradevole come qualsiasi altro baraccato”. Perché
ciò che noi siamo, quello che ci sentiamo, dice ancora Branko,
“alla fine è soltanto un pensiero”, perché
così è fatta la vita di un uomo “è un’immagine
che si crede di aver visto, inghiottita di colpo da un dolore senza
preavviso”.
Consigliabile una distribuzione gratuita alle manifestazioni anti
rom.
(1) vedi Il volo delle parole
di Luciana Viarengo, PaginaUno n° 1/2007
Il circo capovolto, Milena Magnani,
Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2008
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