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| Recensione
de Il circo capovolto, Milena Magnani |
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È questo il porto al quale approda, durante
l’inverno della grande pioggia, Branko Hrabal, alla guida
di un camion carico di scatoloni, convinto di poter trovare uno
spazio libero dove accamparsi. Non è così semplice,
anche un campo nomadi è un crogiolo di realtà molteplici
e poco compatibili, esattamente come la società che lo circonda,
e come quest’ultima è un campo di potere, con regole
e gerarchie alle quali sottostare, e nel quale prevalgono l’aggressività
e l’esclusione – almeno iniziale – dell’altro.
Un microcosmo nel quale è facile riconoscere la stessa emarginazione
e lo stesso disagio che connotano la società esterna, quella
dei ‘normali’. I bambini gli sono intorno da subito – dalla
notte in cui la grande pioggia ha reso il campo una palude e l’ostile
profugo croato Askan, capo indiscusso della piccola comunità,
gli ha assegnato il punto peggiore del campo, a patto che faccia
scomparire il suo merdume, i suoi scatoloni – in una babele
di linguaggi e in un incantamento che andrà via via crescendo
col procedere della narrazione e con la scoperta parallela del suo
bagaglio, del quale i bambini non si stancano di chiedere. All’inizio i bambini sono delusi, la spiegazione di Branko si traduce per loro in modo molto semplice: “gli scarti di un circo abbandonato”. Ma Branko chiede a una di loro, una piccola profuga kosovara: «Perché fai la vita qua? Qual è stato il pensiero di portare la tua vita qua?» «Guarda che io vivo qua per non vivere là, perché là non è che si può vivere, dopo quello che hanno fatto a mio fratello, alla Mahala…» «Allora vedi che così è identico il circo mio, io ho provato di portarlo qua per fare che non sta più là, a Tokaj, in Ungheria, dopo quello che gli hanno fatto». E la narrazione di che cosa è stato fatto
al piccolo Kék Cirkusz di suo nonno Nap apó sarà,
in realtà, la narrazione di ciò che è stato
fatto alla sua genìa, cancellata nell’orrore di Birkenau
ad eccezione di un solo bambino sopravvissuto: il padre di Branko,
che una volta uscito dall’incubo rimuoverà ogni possibile
riferimento alle sue origini e crescerà “come le persone
ferme, che erano sempre vissute nelle case”, studiando e parlando
l’ungherese dell’ufficialità, diventando un funzionario
dell’ufficio delle tasse, insomma costruendosi “una
vita in linea con tutte le persone regolari”. Come non riscontrare nel piccolo circo, nella
sua spoliazione, il simbolo di ciò che costituisce l’anima
profonda di questi figli di un dio minore? Un simbolo tematico,
il circo, che introdotto fin dalle prime pagine con riferimenti
a malapena reperibili, cresce via via fino a diventare ragione di
vita e speranza di riscatto. “Perché in fondo – dirà
Branko – non siamo una tribù di parenti o consanguinei,
veniamo da paesi incredibilmente distanti, però ci accomuna
questo aver steso i panni sopra gli stessi fili, questo esserci
accettati l’un l’altro in quanto cittadini senza più
radici”. Anche qui, in un percorso a ritroso, la circolarità del tempo determina la continuità, il senso della storia e della Storia. Come Macon Dead, anche Branko va alla ricerca delle proprie radici, e con esse della propria identità, a dispetto di un padre che ha disperatamente cercato di negare entrambe. E come nel Canto della scrittrice americana, i bianchi dominanti sono una presenza intuita e minacciosa, esplicitata solo in sporadiche comparsate sempre caratterizzate negativamente. Anche qui l’elemento fiabesco-simbolico ha una parte importante, sia nella costruzione del mito – come quello di Solyom, che come già il Solomon del Canto, si libra in volo simbolo di libertà e di riscatto per le file eterne dei profughi – sia nella conquista identitaria del protagonista fino all’epilogo della sua vicenda. Detto questo, la scrittura di Milena Magnani non
ha nulla di morrisoniano, gode di una forza assolutamente personale,
data da uno sviluppo narrativo solido e ben costruito al quale,
sa donare la leggerezza “di una foglia galleggiante sul fiume”
grazie alla magia di una lingua che Erri De Luca ha propriamente
definito “sorella gemella della musica”. Sfido chiunque legga il romanzo di Milena Magnani
a mantenere inalterato il proprio sguardo sui nomadi che incontrerà,
a non domandarsi quale storia stia dietro alle loro facce segnate
e sporche, a giudicarli indistintamente esseri umani senza valore.
Anche Branko se lo chiede: “Chissà se qualcosa di me
è rimasto fuori a alitare per le strade. Sugli autobus. Sotto
i rossi dei semafori. Chissà se qualche sconosciuto per caso
un giorno si farà venire in mente il mio volto, magari mentre
ricorda un’altra cosa, se ritroverà l’immagine
di questo mezzo randagio che sono stato, seduto sul fondo. […]
Chissà se qualcuno proverà sollievo non vedendomi
salire alla fermata degli ipermercati, al pensiero che non dovrà,
per quel giorno, abbassare immediatamente il finestrino. E infine
chissà se, dopo tanto sollievo, qualcuno si domanderà
dove sono finito. Così malandato. Così poco gradevole
come qualsiasi altro baraccato”. Perché ciò
che noi siamo, quello che ci sentiamo, dice ancora Branko, “alla
fine è soltanto un pensiero”, perché così
è fatta la vita di un uomo “è un’immagine
che si crede di aver visto, inghiottita di colpo da un dolore senza
preavviso”.
(1) vedi Il volo delle parole di Luciana Viarengo, PaginaUno n° 1/2007
Il circo capovolto, Milena Magnani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2008 |