| Il giallo – noir,
poliziesco, che dir si voglia – è un genere letterario
che da sempre gode di grande fortuna, oggi più che mai. Anzi,
si potrebbe addirittura sostenere che il suo successo sia inversamente
proporzionale al suo peso politico: quanto più quest’ultimo
si è alleggerito dando spazio alla connotazione di ‘letteratura
d’intrattenimento’, tanto più si è allargata
la diffusione presso il grande pubblico, in apparenza desideroso soltanto
di esorcizzare le proprie ataviche paure del caos e della morte, paure
ben sollecitate dal fuoco incrociato delle ansiogene politiche securitarie
correnti.
Ecco, quindi, che il trionfo della giustizia e la conservazione dell’ordine
costituito, con la loro funzione rassicurante e consolatoria, sembrano
essere gli unici requisiti richiesti alla trama dall’editoria
italiana per lanciare sul mercato l’ennesima storia gialla. Una
scelta che finisce per svilire e connotare negativamente un genere dal
quale gli intellettuali, infatti, si tengono sdegnosamente lontani.
In realtà, il giallo può costituire un veicolo letterario
perfetto per mostrare a tutto tondo, attraverso una storia di delinquenza,
la realtà sociale, politica ed economica che di quel particolare
episodio è contorno e substrato, senza per questo doversi trasformare
in un indigesto pamphlet.
Ma evidentemente si tratta di un impegno arduo, forse troppo faticoso,
di sicuro controproducente, soprattutto nel nostro Paese dove criminalità
e potere costituiscono un viluppo spesso inscindibile.
Meglio quindi percorrere strade meno impervie e livellarsi al basso,
nascondendosi dietro l’alibi, frusto quanto fasullo, di “dare
al lettore ciò che desidera”: un delitto, un investigatore
intrigante, e una soluzione che pacifichi gli animi, il tutto condito
da uno stile di scrittura passabile. Un’equazione perfetta per
assicurarsi un ritorno in termini di copie vendute.
A parte rarissime eccezioni, le denunce in campo letterario di guasti
economici o socio-politici vengono ormai demandate – da quanti
abbiano la forza e il coraggio di costruirci sopra un libro –
alla saggistica o al giornalismo investigativo, seppure anche quest’ultimo
non scoppi di salute.
Un esempio di come questa discutibile logica editoriale italiana possa
essere disattesa con ottimi risultati viene offerto da una serie di
gialli svedesi a firma Maj Sjöwall e Per Wahlöö, comparsi
in Italia negli anni Settanta per i tipi di Garzanti, ed entrati ora
– per la prima volta tradotti dalla versione originale svedese
– nella sempre notevole produzione della Sellerio, dietro consiglio
di Andrea Camilleri.
Dieci romanzi (di cui per ora solo sei ripubblicati) scritti fra il
1965 e il 1975 costituiscono uno splendido esempio di come la narrativa
poliziesca possa divenire “uno scalpello per sventrare il sedicente
“welfare state” di tipo borghese, ideologico, pauperistico
e moralmente discutibile”, per dirla con lo stesso Per Wahlöö,
ansioso di ribaltare la visione della società svedese comunemente
ritenuta se non perfetta almeno accettabile.
Purtroppo, come spesso accade (si suppone per logiche di marketing sconosciute
ai lettori, ma non per questo meno irritanti) la pubblicazione in Italia
non ha rispettato la sequenza originale, circostanza già verificatasi
con altre case editrici, per esempio Marsilio con le vicende del commissario
Kurt Wallander nato dalla penna del giallista svedese Mankell (sorte
avversa riservata agli scrittori scandinavi?).
Mai come in questo caso, sarebbe stato invece importante poter godere
della lettura di questi dieci libri secondo la progressione logica della
pubblicazione avvenuta in patria, non solo per poter seguire l’evoluzione
dei personaggi, ma per monitorare attraverso questi ultimi, i mutamenti
e le storture sociali nel mirino dei due autori e gustare la crescita
della loro vis polemica, appena accennata nei primi volumi e via via
più intensa con il procedere delle pubblicazioni. E, non ultimo,
per non perdere i rimandi ipertestuali che la coppia Sjöwall -Wahlöö
si diverte a utilizzare, addirittura ripescando colpevoli da vicende
precedenti.
A tale scopo, ecco la sequenza corretta con la quale leggere quanto
finora pubblicato da Sellerio: Roseanna (1965), L’uomo al balcone
(1967), Il poliziotto che ride (1968), L’autopompa fantasma (1969),
Omicidio al Savoy (1970), Un assassino di troppo (1974). Peccato, per
gli anni intermedi ancora mancanti. Bisogna attendere.
Non a caso, Per Wahlöö, componente maschile della coppia di
scrittori (tale anche nella vita), scomparso nel 1975, descrisse la
produzione decennale come “un intero che dovrebbe formare un libro
di 300 capitoli”. E, sempre non a caso, ciascuno dei libri reca
il medesimo sottotitolo “romanzo su un crimine”.
Il riferimento non è al delitto sul quale il commissario Martin
Beck e la sua Squadra omicidi svolgono di volta in volta l’indagine;
non si tratta della donna stuprata e ripescata dalle gelide acque di
un fiordo della quale si racconta in Roseanna, o del faccendiere ucciso
al tavolo di un elegante ristorante di Omicidio al Savoy ; il riferimento
non è neppure ai tre morti nell’incendio doloso di una
palazzina narrato ne L’autopompa fantasma, o alla donna strangolata
nel bosco di Un omicidio di troppo, né tantomeno al massacro
sull’autobus delle pagine de Il poliziotto che ride o alle bambine
adescate nei parchi della città e uccise nella vicenda de L’uomo
al balcone. Il crimine sul quale i due autori hanno inteso puntare il
dito con questa impresa da ‘dieci libri in dieci anni’ è
quello commesso dalla socialdemocrazia ai danni dei lavoratori svedesi,
con una critica alla cosiddetta società del benessere alla quale
intendono togliere il velo della retorica per mostrare quanto questo
millantato benessere neocapitalista sia fondato sulla normalizzazione
e sul controllo.
La critica investe i trasporti inefficienti, la sanità solo apparentemente
funzionante, la stampa vampiresca a caccia di scandali e di vittime
sacrificali, le gerarchie dell’ordine pubblico pronte a cercare
sempre e soltanto le soluzioni politicamente più comode, ma soprattutto
la presenza pervasiva e paranoica di una polizia spesso ottusa, sempre
meno tutore e sempre più gestore di un disordine sociale da reprimere
con l’autoritarismo e l’uso delle armi, sottolineando come
questo non risulti affatto funzionale al benessere ma si traduca invece,
sul lungo termine, in una risposta sociale più virulenta, con
una sorta di effetto rebound.
Inutile sottolineare, dopo questa premessa, come il lavoro della coppia
svedese non mostri affatto i segni del tempo…
Lo sventramento ipotizzato da Maj Sjöwall e Per Wahlöö
avviene sottotono, con uno stile letterario pacato, privo dell’enfasi
sensazionalistica presente in molta della produzione noir, con una scrittura
divertente, pervasa di ironia e capace di tratteggiare con cura meticolosa
personaggi realistici e umani, al punto che non solo il cauto e riflessivo
commissario Martin Beck può detenere il ruolo di protagonista
bensì tutta la sua squadra di collaboratori, personaggi sfaccettati,
capaci quanto lui di mostrare, insieme alle proprie peculiarità,
uno spessore psicologico grazie al quale affiorano il malessere esistenziale
della società svedese e i dubbi sul ruolo della polizia all’interno
della società. Il fantasma delle dimissioni per motivi ideologici
aleggia spesso su di loro e per qualcuno non potrà che rappresentare
l’inevitabile soluzione.
Il valore di questa deca scandinava – per ora incompleta, ma si
tratta solo di avere un po’ di pazienza – sta nel suo ricorso
al realismo tipico delle indagini senza mai cadere nella piattezza del
verosimile, nell’essere espressione politica senza ricorrere a
manifesti e proclami ideologici, di giocare con l’umorismo e l’ironia
dimostrando che non per questo il messaggio fondante perderà
di credibilità. Ma soprattutto ha il pregio di essere, per questo
messaggio, un involucro anomalo: un libro giallo con un inconsueto colpevole.
I romanzi gialli Roseanna, L’uomo
al balcone, Il poliziotto che ride, L’autopompa
fantasma, Omicidio al Savoy, Un assassino
di troppo, di Maj Sjöwall e Per Wahlöö sono
pubblicati da Sellerio
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