| Con bombe intelligenti si intende generalmente indicare
armi che, facendo uso di un sistema di puntamento laser, riescono a
colpire con maggiore precisione il bersaglio loro designato.
Divenute celebri durante la prima Guerra del Golfo, queste tipologie
di bombe permettono, a detta dei loro sostenitori, di evitare distruzioni
inutili (i cosiddetti danni collaterali) incidendo chirurgicamente solo
l’area di interesse militare.
Lungi dal criticare questa affermazione, l’intenzione è
invece quella di dimostrare come siano esistite bombe intelligenti già
durante il secondo conflitto mondiale, celebre per le sue brutali e
tutt’altro che mirate tecniche di bombardamento a tappeto.
Restituiremo quindi onore a quella che può essere considerata
la nonna di tutte le bombe intelligenti e la ringrazieremo per tutte
le vite che ha salvato grazie alla sua precisione.
Ma procediamo con ordine. La storia ufficiale della dottrina del bombardamento
a tappeto comincia simbolicamente con l’attacco da parte dell’aviazione
tedesca alla città spagnola di Guernica il 26 aprile 1937, durante
la guerra civile spagnola.
Tale dottrina viene poi sviluppata durante il secondo conflitto mondiale:
si passa dall’utilizzo delle tecniche di bombardamento verticale
(piccoli aerei che in picchiata sganciano con accuratezza un’unica
bomba, i celebri Stuka), a una matura applicazione del bombardamento
a tappeto, grazie all’adozione dei grandi bombardieri strategici
(le cosiddette fortezze volanti) capaci di sganciare tonnellate di bombe
da altezze considerevoli, diminuendo la precisione dell’azione
e aumentando i danni inflitti. Il primo caso di bombardamento a tappeto
fu l’attacco del 30 maggio 1942 presso Colonia, mentre l’episodio
più eclatante fu la distruzione di Tokyo per mezzo di bombe incendiarie
- usate indiscriminatamente sulle case di carta e legno dei quartieri
residenziali - che portarono allo sterminio di 85.000 persone in una
sola notte.
Queste tecniche, per quanto efficaci nel demoralizzare la popolazione,
si rivelavano però inadeguate nel colpire con precisione obbiettivi
importanti. Un esempio fra tanti: Pontevico, un piccolo paese sulla
strada fra Brescia e Cremona, dal 1943 al 1945 viene attaccato undici
volte. Obiettivo dei raid, i due ponti che attraversano l’Oglio
proprio a Pontevico. Dopo numerosi tentativi e senza l’intralcio
di alcuna difesa i due ponti vengono resi inutilizzabili, ma sono colpite
anche altre zone - il cimitero e un convento di suore.
Bombardamenti imprecisi sono quindi uno spreco di tempo, di risorse
e uno strumento in mano alla propaganda nemica.
Finalmente arriviamo, nel 1972, alla nascita delle bombe intelligenti.
Il loro battesimo, durante la guerra del Vietnam, non poteva essere
più soddisfacente: utilizzando bombe laser guidate, l’aviazione
USA riuscì ad abbattere il ponte di Thahn Hoa, importantissima
arteria di comunicazione, con un’unica missione, mentre le 871
azioni precedenti condotte con armi convenzionali erano tutte terminate
in un fallimento e nella perdita di undici aerei.
Da questo momento le bombe a guida laser sono introdotte in ogni esercito
e grazie alla prima Guerra del Golfo balzano all’onore della cronaca
ed è coniato per loro il gratificante appellativo di bombe intelligenti.
Questa, in sintesi, la storiografia ufficiale, che si discosta però
dalla Storia. Ciò che nessuno ha mai rivelato infatti, è
che durante la seconda guerra mondiale sono stati usati prototipi molto
più efficaci e precisi delle moderne bombe intelligenti.
Queste bombe, che definiremo senzienti per differenziarle dalle loro
nipoti meno sviluppate, hanno contribuito a salvare la vita di migliaia
di persone, perlopiù lavoratori coatti (ebrei, slavi o prigionieri
di guerra) impiegati nell’industria bellica tedesca.
Per raccontare questa storia straordinaria e misteriosa dobbiamo tornare
a Colonia. Come detto questa città servì da cavia per
sperimentare le nuove tecniche di bombardamento a tappeto ed entro la
fine della guerra venne quasi completamente distrutta.
Ma nell’audio documentario “Soldati di Badoglio” a
cura di Karola Fings, del Centro di documentazione sul nazionalsocialismo
di Colonia, possiamo ascoltare l’intervista di Claudio Sommalunga,
al tempo ufficiale italiano prigioniero dei tedeschi e costretto al
lavoro forzato nello stabilimento della Glanzstoff & Courtaulds.
Sommalunga afferma che lo stabilimento dove lavorava “fu l'unica
fabbrica di Colonia a non essere bombarda. Anzi, ci fu un altro caso.
Anche la Ford non fu mai bombardata. Caso strano: la Glanzstoff che
era mezza inglese e la Ford che era mezzo americana. Io poi sono riuscito
ad avere le foto aeree dei bombardamenti di Colonia e c'è un
cerchio di 800 metri di diametro senza bombe che è quello della
fabbrica. Idem la Ford”.
In mezzo a questo mare di distruzione, bombe senzienti erano riuscite
a evitare con chirurgica precisione questi due obiettivi, e grazie alla
loro pietà Sommalunga e molti altri suoi colleghi forzati riuscirono
a salvarsi.
Anche lo scrittore Michael Parenti ricorda che “Colonia fu quasi
rasa al suolo dai bombardamenti alleati, ma lo stabilimento della Ford,
che forniva equipaggiamento militare per l’esercito nazista, non
venne toccato; infatti i civili tedeschi cominciarono a utilizzare lo
stabilimento come rifugio antiaereo”.
Quindi, quale logica di intelligenza spingeva quelle bombe a evitare
accuratamente i due stabilimenti? La Glaznstoff produceva fibre sintetiche
per i paracaduti mentre lo stabilimento Ford autocarri per l’esercito.
Erano obiettivi strategici, ma non vennero mai colpiti.
E in secondo luogo, perché due fabbriche finanziate per metà
da capitale alleato erano attive in Germania, producevano materiale
bellico per i nazisti e sfruttavano manodopera schiavile acquistata
dalle SS?
La risposta a questa seconda domanda è la più scontata:
perché tali industrie erano estremamente redditizie.
Prendendo in esame solo le multinazionali statunitensi, si nota come
dal 1929 in poi gli investimenti USA in Germania aumentarono del 48,5%,
mentre diminuirono drasticamente nel resto d’Europa. Questo flusso
finanziario era dovuto alle mutate condizioni politiche: gruppi come
Ford, General Motors, General Electric, Standard Oil, Texaco, International
Harvester, ITT e IBM, sfruttarono l’opportunità di operare
in una grande nazione industriale e di beneficiare al contempo della
disgregazione di sindacati e movimenti operai conseguenti all’avvento
del nazismo; collaborarono inoltre attivamente al grande affare della
ricostruzione dell’esercito tedesco e infine, durante la guerra,
rifornirono la macchina bellica nazista e fecero largo uso del lavoro
coatto di ebrei, slavi e prigionieri di guerra per aumentare ancor di
più i propri profitti potendo contare su forza lavoro praticamente
gratuita.
Prima dello scoppio della guerra, Ford e General Motors, quest’ultima
attraverso la propria controllata Opel, si spartivano il 90% del redditizio
mercato automobilistico tedesco. All’approssimarsi del conflitto,
nell’ottica del riarmo tedesco, entrambe accettarono di riconvertire
la produzione da civile a militare. Ford produsse i camion Blitz per
l’esercito e GM/Opel motori per aerei da combattimento. Per questo
motivo Hitler, che nutriva una devozione personale nei confronti di
Henry Ford tanto da avere un suo ritratto a grandezza naturale nel suo
ufficio di Monaco, nel 1938 riconobbe a quest’ultimo la massima
onorificenza tedesca riservata agli stranieri: la Gran Croce dell’Aquila
Tedesca. Ford accettò di buon grado e anche quando smise di pubblicare
scritti antisemiti continuò a cercare di influenzare la politica
americana in funzione filonazista. Un mese dopo anche James Mooney,
dirigente General Motors, ricevette una simile onorificenza per “essersi
distinto al servizio del Reich”.
Ma Ford e GM non si limitarono a divenire l’Arsenale del Nazifascismo
prima ancora di essere le protagoniste, controvoglia, del tanto celebrato
Arsenale della Democrazia.
Bradford Spell, storico che ha compiuto una ricerca ventennale sui maggiori
produttori automobilistici, afferma in un articolo apparso sul Washington
Post che Ford si adoperò per rifornire la Germania di materie
prime strategiche, soprattutto gomma; e riferendo di una confessione
ricevuta dallo stesso Albert Speer, ministro degli armamenti di Hitler,
ci informa che solo grazie alle tecnologie ricevute da General Motors
nel campo della produzione di combustibili sintetici (indispensabili
per sopperire alla scarsità di risorse petrolifere nei paesi
dell’Asse) Hitler poté prendere in considerazione l’invasione
della Polonia.
Anche dopo lo scoppio della guerra i due grandi gruppi continuarono
a mantenere contatti indiretti con le loro filiali in Germania (Robert
Schmidt, il direttore della fabbrica Ford di Colonia e importante membro
del partito nazista, si incontrò nel ‘43 in Portogallo
con i dirigenti Ford); evitarono inchieste e aggirarono i divieti imposti
dal governo americano rivendicando il diritto a proteggere i propri
investimenti; utilizzarono forza lavoro schiavile proveniente dai campi
di concentramento; incassarono dalle filiali i relativi profitti (Ford
intascò 60.000 dollari nel periodo 1941/43), realizzati sulla
pelle dei lavoratori coatti.
Finita la guerra ricominciarono a produrre veicoli civili per ricostruire
l’Europa che avevano contribuito a distruggere, forti delle loro
fabbriche lasciate intatte dalla saggezza delle nostre bombe senzienti.
Il governo USA, come quello britannico, chiuse entrambi gli occhi sulle
attività delle corporations in Germania. Non le condannò
in un tribunale, e ordinò esplicitamente ai propri piloti di
non colpire i loro stabilimenti ben sapendo cosa producevano. Il loro
potere era ed è inviolabile. Lo stesso Rober Schmidt, direttore
di Ford Colonia, arrestato dopo l’arrivo degli alleati in città,
trascorse solo un paio di mesi in prigione e nel 1950 fu riassunto come
dirigente.
Un ultima domanda: a quale logica di intelligenza, che la Storia ha
mostrato esistere, rispondono le bombe intelligenti che colpiscono –
“per errore” secondo le versioni ufficiali – scuole,
ospedali, ambasciate, mercati, villaggi di civili, nelle guerre di oggi?
Nicola Loda
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