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Bitcoin, tra tecnologia e politica
di Giovanna Cracco

Che cos’è e come circola e la potenzialità rivoluzionaria di una criptovaluta che non poteva che andarsi a inserire nelle dinamiche capitalistiche di accumulazione, delocalizzazione e speculazione, ma la blockchain può anche creare una ‘moneta del comune’

Novembre 2008: in una mailing list della comunità hacker compare il manifesto Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System, a firma di Satoshi Nakamoto. Il nome è uno pseudonimo, e a tutt’oggi non si è mai saputo chi vi fosse dietro, e nemmeno se un individuo o un collettivo. Il documento contiene i principi e il codice per poter sviluppare un software open source (1) che crea: una criptovaluta, chiamata appunto bitcoin (2), una rete peer-to-peer (P2P) (3) sulla quale questa moneta digitale circola, e il relativo protocollo di comunicazione (4). Nel gennaio 2009 viene rilasciata, sempre all’interno della comunità hacker, la prima versione del software – sarà poi aggiornato più volte – che inizia a essere utilizzato.

L’aspetto tecnico del Bitcoin è strettamente legato a quello politico: per come è stato pensato e implementato, infatti, non poteva che andarsi a inserire nelle dinamiche capitalistiche (perfino di sfruttamento di lavoro delocalizzato, come vedremo) fino a diventare un asset speculativo. Contiene tuttavia un’idea – la blockchain – che potrebbe creare qualcosa di politicamente molto diverso.

 

Che cos’è e come circola
Innanzitutto il bitcoin è una stringa digitale alfanumerica. I processi che lo riguardano sono due: la creazione e la circolazione.

Creazione. A cadenza temporale costante il software Bitcoin rilascia nella rete P2P un blocco Coinbase (5): lo potremmo definire un problema crittografico da risolvere. Il primo computer della rete che ne arriva a capo, trovando attraverso dei calcoli una serie di numeri, riceve una ricompensa in bitcoin di nuova emissione (pensiamo a banconote appena stampate che vanno ad aumentare la massa monetaria in circolazione). È definita attività di mining, ossia estrazione, e nell’idea di Nakamoto richiama l’attività di estrazione dell’oro. Anche confermare un pagamento in bitcoin (vedremo come) significa risolvere un problema di crittografia, e anche in questo caso i miners (minatori) ricevono in cambio una ricompensa in nuovi bitcoin.

Circolazione. Il problema che Nakamoto ha dovuto risolvere, inventando una moneta digitale che opera senza intermediari finanziari – le transazioni avvengono direttamente tra i due soggetti A e B – è stato fondamentalmente quello della fiducia. Tutti i pagamenti che si effettuano nel web necessitano infatti di una terza parte, che ha il ruolo di garante: quando si utilizza la carta di credito, la transazione passa attraverso una banca che assicura, di fatto, due cose: che chi sta spendendo quella quantità di denaro ne abbia disponibilità sul proprio conto corrente, e che non l’abbia già utilizzato per effettuare un altro pagamento – il cosiddetto double spending, doppia spesa. Nakamoto ha sostituito la fiducia con la crittografia, e la funzione di garanzia è stata assegnata non a un’istituzione finanziaria ma a tutta la rete P2P, grazie al sistema blockchain. Vediamo come.

Semplificando, possedere bitcoin significa avere un portafoglio virtuale – ossia un indirizzo Bitcoin (6) – che utilizza un sistema di crittografia asimmetrico, a doppia chiave, pubblica e privata (7): ai bitcoin è associata la chiave pubblica del portafoglio, e ogni individuo può spendere solo la criptovaluta collegata al proprio indirizzo, mentre la chiave privata consente di apporre la propria firma digitale per effettuare il pagamento. Per diventare definitiva (e irreversibile) la transazione deve essere confermata da almeno sei nodi della rete P2P. Il fatto che le chiavi di tutti i portafogli Bitcoin siano pubbliche rende pubbliche tutte le transazioni, che vengono infatti memorizzate in un database – una sorta di ‘libro contabile’ generale, disponibile a tutti i nodi della rete, la blockchain appunto (‘catena di blocchi’) – che finisce per contenere lo storico di tutti i movimenti di tutti i bitcoin generati, a partire dall’indirizzo del loro creatore fino all’ultimo proprietario. Questo permette di verificare che i bitcoin oggetto della transazione appartengano effettivamente a quel portafoglio, e che non siano già stati spesi: grazie alla struttura storica della blockchain infatti, un tentativo di double spending verrà immediatamente scoperto e la transazione non sarà confermata, finendo nel nulla.

Di fatto quindi il sistema Bitcoin è non solo sicuro ma anche trasparente. E non è nemmeno anonimo, come molti pensano. È pseudonimico, che è tutt’altra cosa. Ogni individuo può generare un numero infinito di doppie chiavi crittografiche (pubblica/privata) e dunque un numero infinito di portafogli (indirizzi) Bitcoin: anche uno per ogni singola transazione. Questo significa che può crearsi un ventaglio di identità – gli indirizzi non contengono infatti informazioni personali sui relativi proprietari – e rendere più difficoltoso risalire a chi c’è dietro i movimenti di criptovaluta. Tuttavia è possibile farlo, grazie a degli algoritmi, come ha dimostrato l’Fbi quando ha arrestato una serie di persone che avevano effettuato acquisti di merce illegale con bitcoin su Silk Road, mercato online del dark web dove si poteva comprare droga, armi ecc.

Il legame inscindibile tra Bitcoin e crittografia significa anche che se la chiave privata viene smarrita, i bitcoin a essa associati sono irrimediabilmente persi, distrutti come banconote in un falò, perché non esiste altro che quel codice per dimostrarne la proprietà e quindi utilizzarli.

 

La rete: da P2P a gerarchica
I calcoli da effettuare per risolvere il problema crittografico, sia esso di Coinbase o di conferma di transazioni, non poggiano su conoscenze particolari ma su un numero elevato di tentativi; ne consegue che ciò che conta è solo la potenza del computer che si utilizza. La competizione è evidente: chi primo arriva incassa il premio in bitcoin di nuova emissione.

Se all’inizio, quando la rete P2P conteneva pochi nodi, la sola CPU di un computer poteva svolgere i calcoli, man mano che la rete è cresciuta (e che il problema crittografico si è fatto più complesso, come vedremo), ciò è divenuto impossibile. Il primo conseguente passaggio ha visto alcuni nodi crescere di potenza – i proprietari dei relativi pc hanno iniziato ad acquistare hardware – quando anche questo non è più stato sufficiente si è progettato hardware specializzato in quel particolare processo di calcolo (quindi oggi non è più possibile estrarre bitcoin con un computer normale), e sono nati i mining pool: nodi che si sono uniti, per accrescere la potenza in termini computazionali, spartendosi poi la ricompensa in nuovi bitcoin a seconda del contributo al processo di calcolo dato da ciascun computer.

Contemporaneamente, in una dinamica circolare, più la rete cresce in potenza più il software Bitcoin complica la difficoltà di calcolo del problema crittografico; i nodi quindi sono spinti a un costante aumento di potenza computazionale. Sono aspetti tecnici che disegnano un profilo politico.

Innanzitutto, la rete Bitcoin non può più essere definita peer-to-peer ma è divenuta gerarchica. Ora esistono server e client, e l’appartenenza a un gruppo o all’altro dipende principalmente dall’avere o meno le risorse economiche per acquistare hardware destinato al mining. Quindi si è riprodotta, se non un’autorità centrale, una sorta di élite – vogliamo definirla classe dirigente? – che effettua Coinbase e verifica le transazioni, traendone un guadagno in nuovi bitcoin, e una massa di utenti che non possono che limitarsi a utilizzare la criptovaluta. È evidente che il profitto si misura nella differenza di costi e ricavi: tra i primi la spesa per l’hardware – e, per nulla secondaria, quella per l’energia elettrica per far funzionare h24 potenti computer – tra i secondi il valore dei bitcoin che ricevo come ricompensa, ossia la loro quotazione sul dollaro. I miners quindi vedono con favore il fatto che la criptovaluta sia divenuta un asset speculativo più che una moneta di scambio per transazioni commerciali.

Non solo. L’accresciuta complessità del calcolo da effettuare ha reso insufficienti anche i mining pool e ha creato una sorta mining conto terzi delocalizzato in Cina. Grandi capannoni, situati generalmente nei pressi di centrali elettriche, dalle quali attingono l’energia per alimentare un’enorme numero di computer dedicati all’attività di mining. Sia la disponibilità di energia che il suo minor costo – anche dello stesso harware – rendono conveniente al miner la delocalizzazione del processo di estrazione, pagando una commissione alla ‘miniera di bitcoin’ sulla criptovaluta che essa estrae per suo conto. Vi lavorano operai, addetti al controllo dei computer, a salari cinesi, in lunghi turni, spesso dormendo sul posto (8). È stato calcolato che oggi quasi il 70% del processo di mining è delocalizzato in Cina. È la medesima logica della delocalizzazione manifatturiera capitalistica.


Una risorsa finita
Nakamoto ha strutturato la formula matematica alla base del software in modo che il numero di bitcoin che può essere estratto, sia per i blocchi Coinbase che per le conferme delle transazioni, sia finito. Si è calcolato – tralasciando i dettagli tecnici – che in totale verranno creati 21 milioni di bitcoin nel giro di 130 anni circa. La ricompensa in criptovaluta di nuova emissione per l’elaborazione dei blocchi è stata programmata per diminuire nel tempo fino a scomparire (9), e a qual punto i miners avranno come unica fonte di guadagno le commissioni pagate dagli utenti per l’attività di conferma delle transazioni – come una banca, di fatto, che incassa commissioni per effettuare un bonifico.

Il fatto che sia stata pensato come risorsa finita (al pari dell’oro, appunto), rende il bitcoin ontologicamente deflattivo: nel caso in cui avesse infatti preso piede come valuta (non era detto, la sua circolazione poteva restare chiusa a una piccola cerchia hacker e quindi finire per essere nulla più che una stringa alfanumerica), il suo valore sarebbe inevitabilmente aumentato nel tempo, per il basilare principio di scarsità: offerta limitata a fronte di una domanda in crescita.

Il bitcoin è stato inoltre immediatamente agganciata al dollaro, in un sistema a cambio variabile: è quindi la legge del mercato che ne stabilisce la quotazione. Tutto questo lo rende, come la cronaca degli ultimi tempi ha mostrato, un perfetto strumento di speculazione finanziaria.
Anche sotto questo profilo, quindi, la sua struttura tecnica ne ha caratterizzato l’aspetto politico.


L’ascesa del Bitcoin
Com’è possibile che una stringa alfanumerica, che esiste solo nel mondo virtuale, che è il risultato di un calcolo matematico proposto da un software, diventi una moneta? Occorre fare un salto logico e culturale.

Di fatto una moneta è (anche) una convenzione sociale. Dalla fine di Bretton Woods è evidente che la massa monetaria in circolazione di qualsiasi valuta non ha più alcun aggancio con la quantità di oro presente nelle camere blindate delle varie banche centrali. Io accetto quindi di chiamare banconota un pezzo di carta perché riconosco legittimità a due poteri: il primo è politico, ed è quello che fa capo a uno Stato o all’Unione europea, e autorizza un’istituzione finanziaria a stampare quel pezzo di carta, a cui riconosce un ‘corso legale’; il secondo è economico, ed è esercitato da una banca, che la politica ha definito centrale, che ha l’autorità di emettere moneta e di essere garante del sistema di circolazione.

Se all’interno di una comunità accetto dunque culturalmente che una stringa alfanumerica, e non una banconota, sia qualcosa che posso utilizzare per acquistare beni e servizi, quella stringa diviene una moneta; il concetto non è diverso se pensiamo ai braccialetti di perline che circolavano dentro i villaggi turistici. A una condizione: che soddisfi le caratteristiche di garanzia necessarie, ossia che la sua proprietà possa essere univocamente e irrevocabilmente identificata, e che non sia possibile il double spending. Nel caso della perlina, la possiedo in quanto oggetto materiale nelle mie mani, e non posso evidentemente spenderla due volte; nel caso della stringa alfanumerica, la possiedo grazie alle doppie chiavi crittografiche, e la rete P2P, attraverso il sistema della blockchain, controlla la circolazione e impedisce la doppia spesa.

Certo le perline, come i bitcoin, non hanno corso legale al di fuori del villaggio turistico, e dei mercati virtuali che accettano la criptomoneta in pagamento; ma entrambe possono essere convertite in una valuta a corso legale, la prima dalla direzione del villaggio, la seconda nei siti web che cambiano bitcoin contro dollari sulla base della quotazione di mercato.

Di fatto quindi, lo stesso sistema finanziario del mondo reale ha accettato i bitcoin come moneta – cosa che non ha mai fatto con le perline del villaggio turistico. Senza questo fondamentale passaggio, non saremmo qui a parlare di Bitcoin. Perché l’ha fatto? Per un’unica ragione: perché è qualcosa su cui è possibile fare attività speculativa, e quindi profitti.

 

 

Come mostra il grafico (10), fino ad agosto 2010 i bitcoin valevano zero dollari; ad aprile 2011 erano quotati qualche centesimo di dollaro; hanno registrato un’impennata nel giugno 2011, arrivando a 35 dollari, per poi oscillare per l’intero 2012, con variazioni percentualmente anche importanti ma senza mai superare i 14 dollari; dal 2013 la quotazione è iniziata progressivamente a salire, per impennarsi nei dodici mesi del 2017.

Al loro esordio i bitcoin non avevano corso, salvo forse all’interno della ristretta comunità hacker. Se si voleva la criptovaluta, o si diventava miners e la si estraeva, o ci si rivolgeva a un miner per acquistarla direttamente. Poi, complice la convinzione che garantissero l’anonimato – e di fatto le forze di polizia hanno impiegato un po’ di tempo a mettere a punto algoritmi per poter risalire alle identità coperte dalla crittografia – i bitcoin hanno iniziato a essere utilizzati soprattutto su Silk Road, all’epoca uno dei maggiori mercati virtuali del dark web, per acquistare merce illegale – non ha molto senso comprare droga con la Visa. Queste due realtà, il Bitcoin e i mercati del dark web, si sono quindi in qualche modo compenetrate. A quel punto sono anche nati siti di cambio, dove si poteva acquistare bitcoin pagando in dollari con la carta di credito.

Il 7 dicembre 2010 accade qualcosa di importante. Come reazione alla vicenda cablegates, la pubblicazione da parte di Wikileaks di documenti diplomatici statunitensi riservati, Bank of America, Visa, Master- Card, PayPal e Western Union bloccano arbitrariamente, senza alcun mandato legale di alcuna Corte di giustizia, la possibilità di fare donazioni all’organizzazione. La comunità hacker insorge e inizia a promuovere il Bitcoin come moneta per sostenere finanziariamente Wikileaks. È un gesto che ha una valenza politica molto forte. Forse per la prima volta ci si rende conto che cosa significhi l’esistenza di una moneta digitale – e dunque mondiale – del tutto autonoma, nella creazione e nella circolazione, rispetto a qualsiasi potere economico e politico costituito.

Nel maggio 2011 la rivista Forbes pubblica il suo primo articolo su Bitcoin: la criptovaluta esce dal circuito hacker e virtuale per iniziare a essere conosciuta nel mondo reale – e registra la sua prima impennata nella quotazione sul dollaro, quella del giugno 2011. Da quel momento sempre più testate iniziano a parlarne, siti di ogni genere cominciano ad accettarla come mezzo di pagamento – giochi online ma anche e-commerce – poi arrivano i primi negozi fisici nei quali, grazie agli smartphone, si può fare acquisti in bitcoin. La criptovaluta si diffonde, la domanda aumenta, la quotazione sul dollaro cresce, è il mercato, bellezza! Estrarre bitcoin diventa sempre più proficuo, il numero dei miners aumenta, la rete P2P cresce in potenza, innescando la dinamica sopra descritta che arriva fino alla delocalizzazione in Cina.

La speculazione finanziaria ci si butta, inizia a vendere e comprare bitcoin per guadagnare sulle variazioni del cambio: la criptovaluta diventa uno degli asset finanziari più volatili mai esistiti. Fino ad arrivare al 10 dicembre 2017, quando sul Chicago Board Options Exchange fanno la loro comparsa i primi titoli derivati collegati al prezzo del bitcoin – sono futures, titoli che, semplificando, scommettono sulla sua quotazione futura.


Blockchain: una ‘moneta del comune’?
Sebbene, soprattutto all’inizio dell’avventura Bitcoin, tante realtà antagoniste di sinistra ne abbiano fatto una propria bandiera, l’area ideologica della comunità hacker da cui nasce la criptovaluta è quella anarco-capitalista della Silicon Valley. Ed è anche probabile che la temporalità non sia casuale: il manifesto di Nakamoto esce a fine 2008, ossia a un anno dall’esplosione della bolla dei mutui suprime, e quando si sta già evidenziando il passaggio della crisi dall’economia finanziaria a quella reale. Vi è quindi l’idea anarchica di sottrarre l’individuo a un potere, centralizzato e dall’alto, ma nessuna intenzione di trasformare la struttura della società capitalistica. Da qui l’architettura tecnica del Bitcoin, che come abbiamo visto ha creato una moneta che è andata pienamente a inserirsi nelle dinamiche di accumulazione, sfruttamento
e speculazione.

Resta il fatto che Bitcoin è qualcosa di straordinario, come ha mostrato la vicenda Wikileaks. Perché ha immaginato una moneta dal basso e decentralizzata, ed è riuscita a crearla dal punto di vista tecnico con la struttura della blockchain, che è potenzialmente rivoluzionaria. Se le si incardina, infatti, un modello di moneta diverso, politicamente il risultato può essere opposto: una criptovaluta non deflattiva (quantità non finita), che non può quindi diventare valuta di riserva e innescare accumulazione e speculazione, ma al contrario programmata per perdere valore se non la si utilizza come moneta di scambio; la cui generazione non metta in competizione i miners e, mantenendo una rete P2P, elimini le logiche del profitto che hanno portato alla delocalizzazione; anche sul sistema del cambio con una valuta a corso legale, si può ragionare. Aspetti complessi, che tuttavia non escludono la possibilità di riuscire a creare una moneta alternativa per una rete di realtà cooperative e anticapitaliste, che non siano comunità di esodo nelle quali rifugiarsi ma la base per un progetto politico, dal basso, più ambizioso: una società che si sottrae alle dinamiche capitalistiche non solo nella produzione/scambio di merci ma anche nell’aspetto monetario, liberandosi dal potere dei mercati finanziari e delle autorità centrali.

Non è un aspetto di poco conto: una moneta non è mai solo una moneta, ma è un rapporto di forza e un dominio, e ciò si è reso più che mai evidente in Europa, con l’euro e la troika, dove ogni possibile alternativa politica è andata a infrangersi nel ricatto dei mercati finanziari, della speculazione sui titoli pubblici, dei prestiti del Fmi e della Bce.

Esistono già realtà antagoniste che studiano questa possibile ‘moneta del comune’, e possiamo dire che due aspetti, dopo l’esperienza del Bitcoin, sono ancora più chiari: la tecnologia non è neutra, ha sempre un indirizzo politico; cambiare la forma della moneta è altra cosa dal cambiarne la funzione. Significa che non è la moneta che crea la società ma il contrario; che il primo passaggio è sempre culturale, sociale, politico, è pensiero critico che deve conquistare terreno sul pensiero dominante; poi, viene la moneta.

Giovanna Cracco

 

 

1) È open source un software il cui codice sorgente è pubblico (quindi non privato né proprietario), e ciò permette sia di studiarlo che di apportarvi collettivamente modifiche ed estensioni
2) Indicato in maiuscolo, Bitcoin, ci si riferisce alla tecnologia e alla rete, in minuscolo, bitcoin, alla valuta
3) Una rete informatica nella quale i computer – chiamati nodi – sono collegati tra loro in modo paritario e non gerarchico, che significa che non sono distinguibili in server – computer che offre un servizio – e client – computer che utilizza quel servizio – ma possono essere entrambe le cose, in una condizione, appunto, paritaria
4) Le regole di comunicazione tra computer
5) Esistono due tipi di blocchi: uno contiene una cosiddetta transazione Coinbase, che ha l’unico scopo di emettere nuovi bitcoin, l’altro contiene transazioni, ossia pagamenti da un soggetto A a un soggetto B, di bitcoin già circolanti; per entrambi i blocchi la soluzione del problema crittografico viene ricompensata con bitcoin di nuova emissione
6) Gli indirizzi sono sequenze casuali alfanumeriche lunghe in media 33 caratteri, per esempio
1NAfBQUL4d2N7uu1iKxjwF8dESXTT3AKcq
7) I crittosistemi asimmetrici utilizzano due chiavi crittografate: una è definita pubblica e viene distribuita, l’altra è privata e quindi tenuta segreta; la caratteristica è che ogni coppia di chiavi è formata in modo tale che ciò che viene cifrato con una, può essere decifrato solo con l’altra
8) Cfr. Dove si fanno i bitcoin, ilpost.it. 18 dicembre 2017
9) È stata prevista una progressione geometrica, con un dimezzamento della ricompensa ogni quattro anni circa: dai 50 bitcoin iniziali per blocco si è passati a 25 a fine 2012, e a 12,5 nel luglio 2016
10) Qui il grafico interattivo con il dettaglio di tutte le quotazioni nel tempo https://blockchain.info/charts/market-price

 

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