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Nel 1976, durante una manifestazione, un ragazzo viene ucciso dalle forze dell’ordine. Venticinque anni dopo il suo maglione insanguinato, prova evidente dell’omicidio, dato per scomparso dalla polizia, ricompare nelle mani di Roman Zeri, figlio del giornalista che l’aveva sottratto dalla scena del delitto. E’ questo lo spunto di un romanzo che, attraverso la vita di Max e Roman Zeri, ma anche di Oscar Selvaggi (l’indimenticabile e cinico co-protagonista de “L’infedeltà”), denuncia i silenzi politici, l’imporsi di nuovo miti sociali e la perdita d’identità degli italiani nel corso dell’ultimo quarto di secolo. La grande repressione del 1979 in cui decine di intellettuali finirono incarcerate per motivi ideologici, l’edonismo della “Milano da bere” degli anni Ottanta e il conseguente e definitivo smarrimento di una forte individualità collettiva... In una discesa temporale che parte dall’oggi per andare agli “anni di piombo” e nuovamente ritornare ai giorni nostri, Walter G. Pozzi costruisce una sequenza di scene narrative nelle quali personaggi di finzione s’incontrano con personaggi realmente esistiti e partecipano a fatti realmente accaduti, ricostruendo così il mosaico contemporaneo di un Paese dedito esclusivamente al divertimento, alla distrazione televisiva, al culto del lavoro e al mito dell’apparire. Con una narrazione via via sempre più incalzante, in una ideale ricerca “dell’assassino”, Pozzi individua in una ipotetica data dalla connotazione fortemente simbolica (il 3 gennaio 1979) e in un processo politico (la cosiddetta inchiesta “3 gennaio”) celebrato contro l’intellettualità dissenziente e il pensiero critico, il momento della perdita di coscienza che ha condotto il Paese alla disgregazione dei valori e all’incapacità di riflettere su di sé, tipica dei giorni nostri. Altri destini, Walter G. Pozzi, Giovanni Tranchida editore, 2003 |
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Amore e fedeltà. Infedeltà e amore. La logorante incertezza di un rapporto che si vorrebbe invariato negli anni. Il desiderio di una storia che possa continuare a rinnovare le emozioni degli inizi, e la consapevolezza della sua impossibilità. Il cinismo di chi crede nella periodicità degli amori. Il romanticismo inutile di chi si ostina a tenere in vita una relazione che ha perduto da tempo la freschezza originaria. In questo suo lucido romanzo dalla trama mirabilmente orchestrata, Walter G. Pozzi fa un’analisi a tutto tondo dell’infedeltà, scandagliando i più svariati e variabili atteggiamenti di chi ama, o crede di amare. Mano a mano che procede nella sua narrazione, Pozzi agita le acque, le rende sempre più torbide, fino ad annullare totalmente la trasparenza di coloro che considerano il rapporto a due come un monolito inscalfibile. Ed è così che i ruoli si ribaltano, inaspettatamente, spontaneamente, contro ogni rigido principio che nella realtà non trova mai una facile applicazione. Nel suo romanzo Walter Pozzi non dà spazio a risposte o a dimostrazioni; per lui l’unica tesi di qualche respiro è quella che avvalora l’ambiguità, della vita e dell’amore. E poi la lezione di Zenone, per cui Achille non raggiungerà mai la tartaruga. L’infedeltà è il romanzo di chi almeno una volta nel corso della sua esistenza si è chiesto se sia possibile amare una sola persona. E dunque è il romanzo di tutti. L'infedeltà, Walter G. Pozzi, Giovanni Tranchida editore, 2000 |
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Romanzo esistenziale quello dello scrittore monzese Walter G. Pozzi di grande intensità emotiva, dove il vissuto e il narrato si intrecciano e si fondono in una sintesi avulsa da civetterie letterarie e pose accademiche. Romanzo originale Il corpo e l’abbandono, nel quale non mancano alcune singolarità di rilievo anche dal punto di vista della tecnica narrativa. L’atmosfera è di tragedia ovattata e i tanti «perché» che travagliano l’autore non sono mai urlati ma quasi bisbigliati a un ipotetico interlocutore che sembra tanto vicino quanto più è lontano e misterioso. Non si tratta d’un interlocutore distaccato dal contesto e insensibile al male che affligge il protagonista, ma al contrario pronto a raccogliere i tanti quesiti che questi pone, anche se non sembra in grado di fornire la risposta sollecitata. E’ un romanzo nel quale confluiscono senza mai dipanarsi del tutto molte delle tematiche del nostro tempo. Il conflitto generazionale padre-figlio-nipote nella sua circolarità, la difficoltà nel poter stabilire relazioni in un mondo sempre più dominato dalla fretta e dall’egoismo, il malessere di sentirsi rifiutato per una diversità accettata e razionalizzata, ma mai sbandierata per bisogno di sterile protagonismo, rendono il libro molto articolato e ricco di spunti interessanti. Dice il protagonista: «... non posso evitare di pensare a quando confessai la mia omosessualità prima a mio padre e poi a mia madre...» E ancora: «... mio padre mi confidò in seguito che il primo pensiero era stato quello di non poter diventare nonno. Ora forse lo capisco...» In questo contesto di quasi incomunicabilità persino il terribile male che ha colpito il protagonista sembra attenuarsi. Ed è proprio attraverso la coscienza dell’ineluttabilità del male sia esso fisico perché legato alla malattia che avanza e non concede scampo sia esso esistenziale (malessere del vivere) che il protagonista rompe alcune delle gabbie, in cui la società relega il cosiddetto uomo comune, e acquista la sua valenza positiva. La scrittura è avvincente il ritmo narrativo tambureggiante e la materia viva perché le tematiche affrontate non sono del protagonista, ma dell’uomo. Il corpo e l'abbandono, Walter G. Pozzi, Giovanni Tranchida editore, 1997 |
È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010
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