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Inchiesta

 

Un Corvo al Viminale
Fondi europei e appalti truccati per la sicurezza dei cittadini
di Davide Corbetta

Inchiesta sui fondi europei e la denuncia di appalti truccati al ministero dell’Interno

Esattamente sette giorni prima che studenti e polizia si scontrassero nelle piazze italiane di Milano, Brescia, Padova, Trieste, Roma, e in quella spagnola di Madrid, per il primo ‘sciopero europeo’ (avvenuto il 14 novembre scorso), il vice capo vicario del Dipartimento di Pubblica sicurezza, Nicola Izzo, rassegnava le dimissioni, a seguito dell’inchiesta che lo vede tuttora coinvolto per malaffare nella gestione degli appalti di forniture in impianti tecnologici del Viminale.
Una vicenda relegata alle pagine interne dei quotidiani, che offrivano sul piatto dell’opinione pubblica la conta degli arresti e dei feriti alla manifestazione indetta dal CES (Confederazione Europea dei Sindacati), contro le politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica imposte dai governi in tutti i Paesi dell’Unione europea.
Eppure, l’esposto anonimo che ha sconvolto il ministero dell’Interno, e la sua Direzione centrale per i servizi tecnico-logistici e la gestione patrimoniale (di cui Nicola Izzo fu a capo dal 2005 al 2007), va a puntare il dito anche sui soldi pubblici dell’Unione europea, e più nello specifico i fondi PON (Programma Operativo Nazionale Sicurezza per lo Sviluppo).

Un anonimo, forse per la puntualità delle rivelazioni, preso sul serio dalla “casa di vetro” (così definito il Viminale, dal ministro Cancellieri), che tramite la procura di Roma ha già avviato l’indagine alla ricerca di “una persona molto informata”; qualcuno che ha a che fare con una delle aziende rimaste escluse dalle gare di appalto, secondo il capo della polizia Manganelli.
Quali sono le denunce del Corvo? Perché ha attirato tanto l’attenzione del Viminale? Chi sono le persone coinvolte? E a quanto ammontano i fondi dell’Unione europea?


Associazione a delinquere e turbativa d’asta: le persone e le aziende coinvolte
La denuncia del cosiddetto Corvo è relativa all’interesse privatistico che graviterebbe attorno alla gestione della sicurezza pubblica: “La casa della legge” scrive, “diventa luogo prediletto per l’affermazione d’interessi personali”, realizzati tramite l’assegnazione diretta delle commesse, con una procedura coperta da “forme di segregazione”.
L’accusa è di associazione a delinquere e turbativa d’asta: “Chiunque, con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba la gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbliche amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti” (art. 353 c.p.). Denuncia rivolta, per l’appunto, all’ormai ex vice capo della polizia Nicola Izzo, che nelle parole del Corvo diventa “il proprietario di tutti i fondi della Polizia di Stato, sia nazionali, sia provenienti dall’Unione europea, che spietatamente controlla tutti gli uffici delegati alla gestione economica e amministrativa”. E con lui anche i suoi successori presso la Direzione centrale per i servizi tecnicologistici e la gestione patrimoniale: i prefetti Giovanna Iurato e Giuseppe Maddalena, oltre al consulente tecnologico della Polizia, Alessandro Spasiano.

Sotto inchiesta gli appalti per l’acquisto di licenze software, utili alla gestione informatica di vari uffici della polizia, in particolare quella ferroviaria, rimasti inutilizzati a causa dell’inadeguatezza tecnologica del centro presso il quale dovevano essere installati. Sorte simile è toccata ai palmari della Polizia ferroviaria, incapaci di coprire tutta la rete autoferrotranviera da nord a sud, e al progetto per l’acquisto di apparecchi, collegati in tempo reale col Viminale e tutti gli archivi compatibili, efficaci nella rilevazione e verifica delle targhe d’auto, anche questi mai entrati in funzione.
Il Corvo, inoltre, fa menzione di altri uomini, e aziende appaltatrici, che avrebbero beneficiato dei fondi comunitari, partecipando a gare di appalto in turbativa d’asta: Enzo Roveda, amministratore della Divitech, Gianfranco Polizzi, proprietario della Sintel e Massimo Sordilli, funzionario commercialista di Telecom; e punta il dito con precisione su alcuni appalti (vedi tabella).

 

 

Un circuito di imprese che si occupano della fornitura di apparati tecnologici per le comunicazioni, come la Beyond Security e Finmeccanica, vicine agli ex responsabili della direzione tecnico- logistica del ministero dell’Interno.
Alla Beyond Security, infatti, il prefetto Maddalena avrebbe affidato la fornitura dei registratori digitali, facente parte della gara d’appalto per il concentratore di chiamate del Numero Unico Europeo di Emergenza 112 (non ancora attivo in tutta Italia); assegnazione avvenuta più che per la capacità dell’azienda di soddisfare i requisiti del bando, per l’amicizia che legherebbe il prefetto al titolare dell’impresa.
Alla Finmeccanica, invece, secondo l’inchiesta in corso dal 2010, denominata Global Service 2, furono l’ex vice capo della polizia Nicola Izzo (poiché responsabile della gestione dei fondi PON) e il prefetto dell’Aquila Giovanna Iurato (all’epoca direttrice dell’ufficio tecnico-logistico), ad affidare la gara del CEN di Napoli Capodimonte: un appalto da 37 milioni per la costruzione della banca dati necessaria alla raccolta di filmati, utili alla sicurezza pubblica nel napoletano.

Un’opera varata nel 2007 dal Piano sicurezza del governo Prodi, che gli ex direttori dell’ufficio tecnico-logistico (iscritti nel registro degli indagati, secondo la procura, solo per “accertamenti”, e non per “affermazione di responsabilità”) avrebbero manovrato procedendo a trattativa negoziata (1) senza asta pubblica, violando quindi la direttiva del Parlamento europeo secondo la quale, in fase di negoziazione, “le amministrazioni aggiudicatrici/gli enti aggiudicatori garantiscono la parità di trattamento fra tutti gli offerenti. In particolare esse non forniscono, in modo discriminatorio, informazioni che possono avvantaggiare determinati offerenti rispetto ad altri” (2).

A essere avvantaggiate sono state cinque aziende del gruppo Finmeccanica: Vitrociset S.p.A., Engeneering ingegneria informatica S.p.A., Cap Gemini Italia S.p.A. e Organizzazione Impianti tecnologici S.r.l., guidate dalla Elsag-Datamat, di cui è manager Giovanni Grazioli, marito del prefetto Iurato – la quinta azienda, la Selex comunication, sempre di Finmeccanica, si ritirò, facendo entrare un’altra azienda, per partecipare agli appalti di videosorveglianza.
Un giro d’interessi che avrebbe fatto ricorso anche al vecchio sistema delle sovrafatturazioni, sostenute da acquisti di merci tramite società intermediarie anziché dai fornitori diretti del prodotto, consentendo in tal modo alle prime di fatturare prezzi maggiorati e quindi creare una riserva finanziaria.

Un’indagine, come evidenzia anche il Corvo nel suo dossier, macchiata dal suicidio del vice questore Salvatore Saporito, sparatosi un colpo di pistola – era il 30 marzo 2011 – nella Caserma di Castro Pretorio a Roma. La ragioni del gesto sarebbero da rintracciare nella depressione, nell’ignominia di chiudere la propria carriera senza la promozione a prefetto a causa del coinvolgimento, prima come persona a conoscenza dei fatti, poi come indagato, proprio nell’inchiesta di Napoli sul CEN. Saporito lavorava alla direzione tecnicologistica e, secondo l’indagine ancora in corso, fu vittima di mobbing, giacché voleva opporsi al ‘sistema appalti’. Sistema probabilmente alimentato dai fondi comunitari di sviluppo regionale.


Finanziamenti per la sicurezza dei cittadini
Migliorare il capitale umano, l’accesso all’occupazione e alla sostenibilità, l’innovazione e l’imprenditorialità delle piccole e medie imprese, in particolar modo nei settori tecnologici di ricerca e sviluppo, sono le principali categorie di spesa che l’Unione europea ha voluto patrocinare con la creazione del FESR, ovvero il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Una risorsa comunitaria, stabilita su base forfettaria, nata per fronteggiare l’insufficienza delle risorse degli Stati membri e delle regioni in ritardo di sviluppo. Una serie di obiettivi mirati, tra i quali quello denominato “Convergenza”, che riguarda regioni con Pil “misurato in parità di potere d’acquisto” inferiore al 75% della media comunitaria, e Stati membri con reddito nazionale pro capite inferiore al 90%, sempre rispetto alla media comunitaria; la cui partecipazione può variare a seconda della gravità dei problemi economici, sociali e territoriali, delle priorità comunitarie, nazionali e regionali, e al “tasso di mobilitazione di risorse private, segnatamente nell’ambito di partenariati pubblico-privato, nei settori interessati” (3).

Una fonte di finanziamento europea che solo per l’obiettivo indicato ammonta a 251 miliardi di euro, ai quali si possono aggiungere le risorse del PON riservate all’Italia, per i territori ad alto tasso di criminalità: Calabria, Campagna, Puglia e Sicilia. Quei fondi PON gestiti da Nicola Izzo e utilizzati per appalti pubblici quali il CEN di Napoli Capodimonte, nonostante l’affermazione dall’ex vice capo della polizia di “non occuparsi di appalti nella sua veste di vice capo”. Affermazione dubbia, dato che l’articolo 56 del Regolamento CE n. 1083/2006 specifica che “una spesa è ammissibile alla partecipazione di fondi soltanto qualora sia stata sostenuta per operazioni decise dall’autorità di gestione del programma operativo in questione, o sotto la sua responsabilità, conformemente ai criteri fissati dal comitato di sorveglianza”.
Esattamente, allora, di cosa si tratta?

Vengono definiti “strumenti innovativi d’ingegneria finanziaria”, disponibili anche per “investimenti in partenariati tra settore pubblico e privato, e altri progetti inclusi in un piano integrato per lo sviluppo urbano sostenibile” (4) e, dal 2007 al 2013, hanno messo nelle mani dell’ex vice capo, e quindi del Viminale, una cifra come 1,1 miliardi di euro, garantiti dallo Stato italiano e dall’Unione europea (50% di riserva appunto del FESR). “Strumenti innovativi d’ingegneria finanziaria” pensati per migliorare il capitale umano, ma impiegati principalmente nella costruzione di apparati per il controllo pubblico, rivelatisi utili, più che alla sicurezza del cittadino, al margine produttivo del capitale privato. A conti fatti uno sfruttamento della ‘risorsa uomo’, specie quella lavorativa, nel momento in cui questi fondi sono ripartiti secondo indicatori quali: popolazione ammissibile, prosperità regionale, prosperità nazionale e tasso di disoccupazione.

“Strumenti innovativi”, dunque, che si riducono a finanziamenti agevolati per le imprese appaltatrici (amiche), grazie anche alla modalità con cui gli Stati membri distribuiscono alle rispettive Regioni la propria quota in dotazione (5): prefinanziamento, pagamento intermedio e saldo finale. Tre fasi che seguono la dichiarazione di spesa, da presentarsi alla Commissione entro il 30 aprile di ogni anno, riportando la previsione dei pagamenti per l’esercizio in corso e per quello successivo. Una nota spese corredata dalle fatture o dai documenti contabili di “valore probatorio equivalente” alla spesa sostenuta, che non può superare il 95% del contributo dei fondi al programma operativo. Nel caso in cui entro il termine del 30 aprile non venga presentata alcuna dichiarazione di pagamento, le rate già erogate di prefinanziamento dovranno essere restituite, comprese di eventuali interessi di mora che vengono “considerati risorsa per lo Stato membro in quanto contributo pubblico nazionale” (6).

Una procedura, quella del prefinanziamento, che potrebbe spiegare, oltre al ricorso al sistema di sovrafatturazione, anche perché vengano portati a compimento appalti inutili per la tanto sbandierata sicurezza dei cittadini – apparecchiature non efficaci, come i software e i palmari della Polizia ferroviaria, o addirittura mai messe in funzione, come gli strumenti di rilevazione delle targhe o il concentratore di chiamate del 112 – ma utilissimi per le casse delle aziende appaltatrici, che incassano i fondi europei.
Pratica che rientra in un ambito di sicurezza pubblica o di difesa “non militare”, dove con questo termine si intendono “aree in cui forze militari e non militari cooperano per adempiere alle stesse missioni e/o in cui lo scopo dell’appalto è di proteggere la sicurezza dell’Unione europea e/o degli Stati membri sul loro territorio, o al di là di esso, da gravi minacce provenienti da attori non militari e/o governativi” (7). Missioni quali la protezione delle frontiere, la gestione di crisi o, appunto, le attività di polizia.


Altre forme di finanziamento per la difesa dei cittadini
Visto l’impiego che gli enti appaltatori hanno fatto dei fondi comunitari, non sarebbe poi del tutto sbagliato assegnare il FESR e il PON a quella categoria di finanziamento a sostegno della difesa, nazionale ed europea, militare e non militare, della quale fa parte anche il Ddl varato dal governo Monti a febbraio 2012. Una riserva di circa 1,3 miliardi di euro destinata alle spese per le operazioni militari in Afghanistan, Libano, Balcani, Bosnia, Darfur, isola di Cipro, acque somali, Gibuti, Albania, Palestina, Kosovo e finanche per il contrasto alla pirateria nel Mediterraneo.
Un decreto che, non diversamente dai fondi europei già citati, prevede l’elargizione di un anticipo (fossero appalti potremmo chiamarlo prefinanziamento?), ai ministeri della Difesa e degli Esteri, pari a 660 milioni di euro, per “disposizioni necessarie e urgenti per l’Amministrazione della Difesa, intese a potenziare, sotto il profilo organizzativo e finanziario, l’operatività dello strumento militare per le esigenze connesse con l’impiego del personale militare nelle missioni internazionali e nelle attività istituzionali svolte sul territorio nazionale” (8).

Attività istituzionali come la regolazione delle assunzioni per il personale tecnico al ministero della Difesa (9); la modifica di “alcuni articoli del codice dell’ordinamento militare” (10); lo stanziamento pluriennale di fondi per “investimento e sviluppo in settori di alta tecnologia, d’interesse anche della Difesa”, divisi in 25 milioni annui per il periodo 2012-2016, e 125 milioni annui per il 2017 e il 2018.
Somme di denaro che si considerano essenziali, se non addirittura urgenti, come specificato nel comma 1 dell’art. 5 del Ddl, per consentire il mantenimento dell’esercito e della difesa, in termini di risorse materiali e costi del personale, centri di spesa paragonabili a quelli del FESR.

Eppure sembra che tutto questo non basti a garantire oltre che la sicurezza dei cittadini, anche quella delle stesse forze dell’ordine. È di ottobre, infatti, la protesta degli uomini della Polizia di Stato e delle altre forze di polizia, tenutasi al Palazzo della Regione Lombardia, contro i tagli della sicurezza attuati dalla spending review. Il punto cardine è il blocco dei turn-over dal 2013 al 2015: periodo di tempo durante il quale è prevista l’assunzione di un solo agente ogni cinque fuoriusciti per pensionamento, con la prospettiva di perdere circa 22 mila agenti, quando a oggi sono già vacanti 11 mila posti nella polizia e 9 mila nei carabinieri. Una contraddizione agli obiettivi di miglioramento del ‘capitale umano’, dell’occupazione e della sostenibilità.

Il motivo? Mentre si pensa ad agevolare e finanziare cospicuamente le procedure di appalto, il sindacato autonomo SAP denuncia la mancanza di soldi per le trasferte degli agenti, per la benzina, per le pulizie degli uffici e addirittura per le divise. Un taglio, secondo il suo segretario Nicola Tanzi, di 200 milioni di euro (11). Preoccupazione che trova riscontro nelle dichiarazioni del sindaco Pisapia, secondo il quale mancano le risorse e i mezzi necessari affinché la polizia possa garantire il giusto servizio, benché il capo della polizia Manganelli, dopo gli scontri nelle piazze avvenuti durante lo sciopero europeo, abbia dichiarato: “In assenza di una soluzione ai problemi sociali, di un lavoro di mediazione e composizione dei conflitti da parte della politica, e penso non solo alla crisi della fase economica, ai disoccupati e agli studenti, ma anche a emergenze sul territorio improvvise [...] la polizia diventa sciaguratamente il solo interlocutore. L’antagonista di piazza su cui scaricare ogni tipo di tensione”.

Tutto questo mentre i cittadini chiedono maggiore sicurezza, a causa dell’aumento di criminalità, imputabile, secondo la Lega Nord, alla crisi economica in corso. Attenta disamina di un problema d’interesse nazionale, ritenuto un “bene primario imprescindibile”, proprio nel momento in cui Roberto Maroni si propone candidato al governo della Regione Lombardia.
Si potrebbe definire una situazione all’italiana, dove una mano dà, e l’altra toglie. Dove la polizia in protesta motteggia “Cittadini aiutateci a difendere la vostra sicurezza”, e il vice capo vicario del Dipartimento di Pubblica sicurezza rassegna le proprie dimissioni a causa di un esposto anonimo che denuncia l’uso di denaro pubblico per business privati. Quando il ministro Cancellieri, all’ottantunesima assemblea generale dell’Interpol, tenutasi il 3 novembre a Roma, stigmatizza l’abilità della malavita a “diffondersi al di là dei confini nazionali e a individuare ovunque opportunità di business”, e il capo della polizia Manganelli esorta a “rubare i soldi a chi ruba”, ad “aggredire i patrimoni illeciti” e attaccare la criminalità, “spossessandola dei soldi” per “far tornare i soldi nelle case delle persone perbene, spogliando l’esercito della criminalità organizzata”.


Infamie di un Corvo o pratiche del potere di punire?

A prescindere dalle responsabilità, ancora tutte da appurare, delle persone chiamate in causa da ciò che Nicola Izzo ha definito “infamie di un Corvo”, rimane la sensazione di quello che Foucault chiamava “snaturamento del potere giudiziario”.
“Le nuove forme del diritto, i rigori della regolamentazione, le esigenze dello Stato, sia dei proprietari, sia degli imprenditori, e le tecniche più rigorose di sorveglianza, [moltiplicano] le occasioni d’infrazioni, e [fanno] passare dall’altra parte della legge molti individui che, in altre condizioni, non sarebbero passati alla criminalità specializzata” (12).
Forse le stesse forme del diritto che portano alla solita ‘narrazione della tensione’ in occasione degli scontri di piazza, impostata su “frange di estremisti infiltrati” in “assetto da combattimento”, armati di pietre e petardi, da una parte, e reparti mobili, blindati della polizia e jeep dei carabinieri, dall’altra; dove i primi sono i carnefici, che durante lo sciopero europeo hanno operato, secondo il questore di Roma, seguendo una “regia” preimpostata, mentre i secondi sono le vittime, che devono reagire quando vengono “aggrediti militarmente”, per “tutelare la legge”.

Situazione che riporta alla memoria un’altra, questa sì, regia, quella della sicurezza dei cittadini preimpostata in piazza Alimonda, in piazza Manin o alla scuola Diaz, sebbene il capo della polizia Manganelli definisca Genova 2001 un capitolo chiuso, chiedendo rispetto per la democrazia. Lo stesso rispetto chiesto dal ministro Cancellieri, che alla fine della giornata di scontri del 14 novembre scorso ha speso parole di elogio per l’azione della polizia e condannato gli atti di violenza dei manifestanti, dicendosi vicina agli “operatori di polizia” rimasti feriti. Dimenticando tre cose: di feriti ce ne sono stati da entrambe le parti; la parola ‘violenza’ significa “azione violenta, aggressiva, prepotente, esercitata con mezzi fisici o psicologici” a prescindere da che parte cominci; e che gli “operatori di polizia” magnificati sono gli stessi che protestavano al Palazzo della Regione Lombardia per il ridimensionamento previsto dalla spending review, la quale impedirebbe il pieno e ottimale esercizio delle funzioni di difesa dell’ordine pubblico tanto auspicato dal ministro.

“In questa umanità centrale e centralizzata, effetto e strumento di complesse relazioni di potere, corpi e forze assoggettate da dispositivi di carcerazione multipli, oggetti per discorsi che sono a loro volta elementi di quella strategia, bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia” (13).

 

Davide Corbetta

 

 

(1) Per procedura negoziata si intende quando “[...] le amministrazioni aggiudicatrici/gli enti aggiudicatori negoziano con gli offerenti le offerte da essi presentate per adeguarle ai requisiti indicati nel bando di gara, nel capitolato d’oneri e negli eventuali documenti di supporto e al fine di individuare l’offerta migliore”, cfr. Direttiva 2009/81/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 luglio 2009 relativa al Coordinamento delle procedure per l’aggiudicazione di taluni appalti di lavori, di forniture e di servizi nei settori della difesa e della sicurezza da parte delle amministrazioni aggiudicatrici/degli enti aggiudicatori
(2) Direttiva 2009/81/CE cit.
(3) Art. 52 Regolamento CE n. 1083/2006
(4) Regolamento CE n. 1083/2006 cit.
(5) “La dotazione di ciascuno Stato membro è la somma delle dotazioni per le sue singole Regioni ammissibili, calcolate sulla base della prosperità relativa a livello regionale e nazionale, e dal tasso di disoccupazione” che prevede un premio di euro 700 per ogni persona disoccupata “applicato al numero di disoccupati in quella Regione che eccede il numero di disoccupati che si avrebbe qualora si applicasse il tasso medio di disoccupazione di tutte le Regioni di convergenza dell’Ue”, cfr. Allegato II Quadro finanziario Regolamento CE n. 1083/2006
(6) Artt. 82 e 83 Regolamento CE n. 1083/2006
(7) Direttiva n. 2009/81/CE cit.
(8) Art. 5 Ddl di conversione in legge del decreto n. 215, 29 dicembre 2011
(9) Art. 5, comma 1, Ddl cit.
(10) Art. 5, comma 2, Ddl cit.
(11) Cfr. F. Grignetti, Spending review, la rivolta di polizia e carabinieri, in La Stampa, 14 agosto 2012
(12) M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi
(13) Ibidem

 

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Il caso Leprini e il business della sicurezza stradale di Davide Corbetta
Appalti, privatizzazioni e profitti sui
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