| L’incapacità di fare i conti con la
propria storia, in Italia è un’abitudine consolidata; il
tempo trasforma in leggenda i vincitori, degrada a fantasma sociale
i vinti e ossifica in luogo comune i fatti. Una dinamica che non poteva
risparmiare gli anni Settanta. Segreti, omissis, stragi impunite, scontri
tra manifestanti e poliziotti, operai e studenti in piazza, fascisti,
comunisti, stragi di stato, strategia della tensione, Aldo Moro, Brigate
rosse e, su tutto, lei, la parola magica: terrorismo! Tutti elementi
frettolosamente stipati nell’immaginario collettivo degli italiani
e riportati alla ribalta dall’arresto di Cesare Battisti, avvenuto
lo scorso marzo a Copacabana.
I giornalisti hanno fatto a gara per mostrarlo come un grande atto di
giustizia. Impettiti nelle loro certezze, hanno cavalcato la parola
terrorista, fingendo di dimenticare le complesse implicazioni politiche
dell’arresto.
Un medesimo atteggiamento hanno mostrato i politici. Il ministro Mastella,
dimentico dei vari mandati di arresto da spedire negli Stati Uniti,
si è affrettato a chiamare il Brasile e chiedere di accelerare
i tempi dell’estradizione. Un solo parlamentare, l’onorevole
Giovanni Russo Spena, ha provato a spostare il dibattito su un’ipotesi
di amnistia, con il risultato di venire seppellito dalle urla dei colleghi,
alcuni dei quali, trent’anni fa erano soliti menare le mani e
saettare al cielo orgogliosi saluti romani.
Più docili e discreti, gli scrittori sono rimasti in silenzio,
a dimostrazione del totale disinteresse che nutrono per la storia del
loro Paese. La stessa storia che nella testa degli italiani si riassume
ormai in una grottesca baruffa tra opposti. Un’ambiguità
che la politica non fa che alimentare continuamente. Che cosa è
stato il Risorgimento? L’afflato patriottico di un’intera
popolazione o una conquista armata dei Savoia? E il fascismo? Dittatura
da operetta o sanguinoso regime totalitario? E i partigiani? Spietati
assassini o eroi? E Tangentopoli? Un complotto delle toghe rosse o l’espressione
democratica di una magistratura libera? E le stragi mafiose del 1992?
Un conto chiuso con i propri nemici, o un tentato golpe della mafia
con la complicità della massoneria e di gruppi neofascisti?
E che cosa è stata Piazza Fontana?
Il contraddittorio, che dovrebbe rappresentare la ricchezza di una democrazia,
in Italia dimostra di essere solo confusione costruita ad arte; il risultato
non casuale della brutta abitudine accennata all’inizio. A Milano
ogni anno si organizza per il 12 dicembre un ritrovo in Piazza Fontana,
in occasione del quale sindaco ed esponenti della destra regolarmente
non si presentano, salvo poi caldeggiare la costruzione di una stele
in memoria del commissario Calabresi. E sempre a Milano gli oppositori
chiedono, per dovere storico, di erigerne una anche in memoria del suo
oppositore teorico, l’anarchico Pinelli, dove anche è
la vera parola chiave, con il risultato di confermare l’assunto
che vuole due volti per ogni verità.
Doppiezza tutt’altro che neutra. Uno Stato che non sa se riconoscersi
nei valori fascisti o in quelli dei partigiani, se in quelli dei giudici
di Tangentopoli o in quelli di politici e imprenditori corrotti, se
nei depistaggi strumentali del commissario Calabresi o nella morte dell’anarchico
Pinelli, che di quei depistaggi è stato vittima, in realtà
è uno Stato che dimostra di avere scelto eccome. E la strage
resta là, innominata, rimossa nei suoi significati; quasi che
gli anni Settanta non fossero iniziati con quel boato devastante.
La storia, quella che ci educa a scuola, che imperversa
in programmi televisivi, che ci chiama dalle targhe delle vie che ci
orientano in città, che leggiamo a frammenti sui giornali, è
solamente uno dei mezzi con cui il Sistema conferma se stesso; con cui
vengono donati ai cittadini un’identità nazionale e sani
principi in cui credere. È il linguaggio della verità,
parlato dai telegiornali, dai quotidiani, da tutti quegli strumenti
atti a rendere credibili le parole dei politici. E quando accade di
leggere il resoconto di un fatto, raccontato in maniera superficiale
come nel caso di Cesare Battisti, è normale che sorga una sottile
pena per il suo estensore e per il lettore comune. Pena e dispiacere
per l’ennesima conferma dell’esistenza di argomenti che
non possono essere trattati per intero. L’affaire Battisti
è uno di questi.
La sua vicenda, infatti, se analizzata e inserita in un contesto storico
più ampio, conduce nel dominio della verità illegittima;
dritto nei corridoi del Palazzo, laddove, a partire dai giorni dell’Autunno
caldo, sono stati organizzati i piani per la restaurazione e la conservazione
politico-economica del Paese. Piani eretti su tre colonne portanti:
la provocazione dei movimenti di protesta, l’alleanza con il Pci
attraverso l’attuazione del compromesso storico, e la repressione
mediatica, militare e giudiziaria.
Cesare Battisti, l’uomo, l’individuo Battisti, è
il personaggio perfetto per un romanzo sugli anni Settanta; perché
è proprio dal caso personale che uno scrittore sceglierebbe di
partire. Non c’è alcun dubbio che l’uomo, solo e
sfinito, arrestato a Copacabana dopo due anni di latitanza, contenga
in sé due persone: il terrorista di ieri, condannato per due
omicidi politici, e lo scrittore di oggi, rifattosi una vita grazie
a una promessa politica. Chiedersi quale delle due persone stia andando
in carcere a scontare un ergastolo implica (per uno scrittore, naturalmente,
non certo per l’onorevole Castelli e il suo degno successore,
il ministro Mastella) il confronto con un triplice problema (umano,
politico e storico), al quale si aggiunge il silenzio che grava da trent’anni
sugli anni Settanta. Nessun buon romanzo può essere scritto senza
che il suo autore si proponga di sviluppare le tre dimensioni. Non serve
altro: una piccola storia di uomini, sentimenti ed emozioni, una società
civile e politica e, su tutto, la grande Storia. Sugli anni Settanta,
questo romanzo oggi non è ancora stato scritto.
La generazione di scrittori post-sessantottina si è
spesa assai poco sugli anni Settanta. Al contrario, ha preferito (vuoi
per ignoranza, vuoi per congenita consunzione interna del mondo editoriale)
adagiarsi su una stucchevole introspezione o su inutili romanzi di genere.
Persino oggi che gli anni Settanta sono di moda (ogni anno è
il trentennale di qualche episodio – adesso il famigerato '77,
il prossimo toccherà alla morte di Moro…), la narrativa
non pare in grado di sottrarsi ai fattori passionali, che li hanno animati.
È vero che qualche autore si è dato da fare per stemperare
il grigiore della definizione Anni di piombo inventata dal
linguaggio di regime, ma solamente nei confini della falsa ottica divisoria
tra buona sinistra e cattiva sinistra, inevitabilmente destinata a condurre
il lettore tra le calde braccia della verità istituzionale. Esclusi
pochi casi isolati, quindi, ancora gli scrittori non sono riusciti ad
allontanarsi dagli scontri di piazza, dal lancio di sampietrini, dalle
pistolettate, dal racconto di vite desolate, da storie di droga e di
disperati caduti nella rete della lotta armata, e dal risultato di restituire,
di quel periodo, un aspetto molto suggestivo per quanto secondario.
Marginale, addirittura, nel momento in cui si vuole allargare il raggio
d’azione della riflessione. In realtà il continuo battere
sul tasto del terrorismo di strada, non fa che infittire la nebbia.
Gli scrittori sembrano non capire che scontri feriti e morti, giovano
al potere e continuano a dargli credito; che insistere a parlarne decuplica
questo vantaggio. Gli anni Settanta diventati materia di libri gialli,
di noir, di mercato, rendono fuffa la verità.
Il vero limite di tutta questa narrativa consiste nell’incapacità
di verticalizzare l’analisi, nel non riuscire a porre interrogativi
di responsabilità più generale. Chi sono i mandanti delle
bombe? Quali elementi appartenenti allo Stato? Quali uomini dei servizi
segreti?
Domande che potrebbero essere un ottimo punto di partenza per un romanzo,
oltre che l’occasione di una riflessione approfondita su altre
figure che potrebbero diventare altrettanti personaggi: giudici istruttori,
per esempio, procuratori generali, procuratori della Repubblica, sostituti
procuratori generali, capi di polizia, generali dei carabinieri, ministri,
presidenti del consiglio, industriali che finanziano movimenti neofascisti.
È dietro queste istituzioni che vanno cercati i creatori di Piazza
Fontana e delle altre stragi, e che, in seguito, si sono preoccupati
di organizzare la conseguente e necessaria repressione militare e giudiziaria.
Si annidano lì dentro le ragioni dogmatiche del potere, quelle
che hanno avuto bisogno di nutrirsi di sangue innocente, di creare omissioni
e reticenze che si trascinano ancora oggi.
Per cui si può affermare che la parte narrabile di Cesare Battisti,
quella suggestiva e buona per movimentare il mercato editoriale e la
verità istituzionale, è già stata raccontata da
altri romanzi. Cose già scritte e che, nel romanzo che adesso
ci accingiamo a progettare, fungeranno per questo da semplice contorno.
Il primo problema narrativo da risolvere consiste nel
trovare un equilibrio tra storia e Storia. Ciò che poco fa abbiamo
rimproverato alla Storia italiana è la sua ambiguità.
La mancanza di volontà politica (o l’interesse nascosto
dietro tale immobilismo) di stabilire in maniera netta e chiara i fatti.
Il che non significa soffermarsi sulla loro consequenzialità,
comunque importante, bensì analizzare le motivazioni che vi si
nascondono dietro, i moventi, pragmatici o etici che siano, le influenze,
gli obblighi, le proibizioni, le seduzioni, le intimidazioni…
La Storia è soprattutto storia di uomini, oltre che movimento
di apparati.
È difficile infatti comprendere le motivazioni e le influenze
sociali e politiche che hanno condotto migliaia di giovani, molti dei
quali appartenenti alla classe borghese, a prendere le armi e a sparare;
che li hanno spinti a rinunciare a una vita comoda e normale (come si
suole dire), giocandosi tutto a un tavolo in cui il banco è un
inafferrabile baro come lo Stato.
È difficile, se si estrapola l’esperienza armata dalla
complessità del contesto sociale, come fanno superficialmente
gli scrittori che oggi ambientano i romanzi negli Anni di piombo, e
come fanno molti giornalisti ogni volta che parlano di terrorismo.
È difficile capire la loro scelta, senza analizzare le dinamiche
del boom economico nella loro completezza; gli esclusi dal grande miracolo,
la grande produzione di plusvalore degli operai, in cambio di un’illusoria
mobilità sociale per loro e per i loro figli; dimenticando l’interesse
di Fiat e americani nel restaurare le forze di produzione, licenziare
gli operai politicizzati, aumentare la meccanizzazione del lavoro e
chiamare dal sud un nuovo modello di lavoratore, l’operaio di
linea, meno sindacalizzato e più sfruttabile; senza parlare dell’inefficienza
dello Stato riguardo l’organizzazione di strutture urbane di accoglienza
per fronteggiare l’immigrazione (indotta e funzionale alla grande
industria), di strutture scolastiche e sanitarie.
È difficile se non si valuta il peso della protesta studentesca
nata in seno alla borghesia e a quella determinante degli operai, ancora
più grave per il capitale perché strutturale.
È difficile se ci si limita a guardare la strage di Piazza Fontana
come un fatto tra gli altri, senza considerarlo parte di un progetto
eversivo e, come tale, una dichiarazione di guerra che lo Stato lancia
alla società che protesta, utilizzando come leva il peso di un’opinione
pubblica ignara di quanto stia accadendo.
È difficile se si dimentica la rinascita del fascismo con la
complicità di movimenti quali la Lega dei colonnelli greci, attiva
in molte città per organizzare un golpe anche in Italia.
Un romanzo non è un saggio. Per sviluppare una
trama tematica ha bisogno di personaggi e di una storia. E dal momento
che lo scrittore ha individuato in Cesare Battisti il personaggio simbolo
ideale, non gli rimane che individuare l’antagonista. Sarebbe
sbagliato consegnare un tale ruolo a parole astratte come Stato, Chiesa,
Fascismo o Padroni; senza cioè incarnarle in caratteri che, attraverso
l’azione, assumano molteplici significati. E dal momento che,
riguardo alla verità sulle stragi, le sentenze o la verità
istituzionale non aiutano, lo scrittore è costretto a costruirli
secondo criteri di verosimiglianza. Nel caso della bomba di Piazza Fontana,
non dovrebbe mancare un generale, a capo del Sid (Servizio informazione
della difesa), che funge da mediatore nel passaggio di 500.000 dollari
dalle casse dell’ambasciata americana alle mani di gruppi neofascisti;
così come non mancheranno alcune morti misteriose di alcuni possibili
testimoni e un altro agente del Sid nei preparativi per la strage di
Milano, insieme a membri appartenenti agli Affari riservati del ministero
degli Interni.
In questo modo viene dato un volto e ben tre astrazioni: il terrorismo
neofascista, con il quale sono in combutta l’Msi, alcuni ambienti
della Dc e parti dell’apparato statale, oltre che aprire la strada
ai depistaggi che seguiranno, dietro le figure di un commissario e di
un giudice istruttore; tre o quattro personaggi, non di più.
Episodi del passato cui ispirarsi non mancano: lo squadrismo fascista,
le aggressioni, gli attentati a membri delle Camere del Lavoro e a oppositori
di sinistra, degli uomini di Mussolini tra il 1919 e il 1926, in complicità
con proprietari terrieri e industriali. Infatti, nel 1969 come allora,
la risposta al diffondersi dell’insoddisfazione nel Paese è
stato proprio il terrorismo nero.
Per scrivere, uno scrittore deve conoscere, informarsi il più
dettagliatamente possibile, pur nella consapevolezza che buona parte
del lavoro svolto non troverà sede all’interno della propria
macchina narrativa. L’importante è che si immerga nell’atmosfera
in cui si muovono i suoi personaggi. Per esempio non gli farà
male conoscere fatti che soli meriterebbero un romanzo a parte, come
il tentato colpo di stato del 1964 del generale dei carabinieri De Lorenzo,
appena dopo la formazione del primo governo di centro-sinistra. I tanti
finanziamenti provenienti da industriali, albergatori, agrari, banche,
distribuiti in grandi flussi al partito fascista e alle organizzazioni
minori sin dalla fine degli anni Sessanta. Soldi che permettono il proliferare
di giornali e riviste neofasciste, di Leghe e di movimenti i cui reclutamenti
attingono nell’universo dei giovanissimi; e che contribuiscono
al crescendo di aggressioni, culminato con la bomba esplosa nella Banca
Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana. Non gli farà
male conoscere, se vuole dare maggiore incisività alla scrittura,
altri due tentativi di Golpe: quello di Valerio Junio Borghese (graziato
dall’amnistia del 1948 che ha rimesso in circolo i fascisti nel
sistema politico italiano) del 1970, e quello di Edgardo Sogno e della
congiura della Rosa dei Venti del 1974.
Tuttavia, la vera lezione di Piazza Fontana è legata alla sua
funzione strategica: creare insicurezza e caos per spostare l’opinione
pubblica a destra e così suscitare il desiderio di un governo
forte in grado di riportare l’ordine, visto che il sistema democratico
non è in grado di farlo. Una strategia antioperaia e liberticida,
di cui la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura è
stata solo un primo atto della costruzione di un luogo comune, tutt’ora
vivo, che vuole il terrorismo essere unicamente di sinistra. Lo stesso
termine stragismo, utilizzato da storici e analisti, crea una distinzione
sospetta da ciò che viene chiamato, senza esitazione, terrorismo.
Idee più simili a sentimenti che non a concetti, che tuttavia
stridono con le cifre degli anni Settanta.
Le statistiche accertano complessivamente, tra il 1969 e il 1980, 12.690
attentati politici. Su un totale di 362 vittime, 92 morte tra il 1969
e il 1974, mentre 270 negli anni che vanno dal 1975 al 1980. Nel primo
periodo, 63 vengono uccise da attentati terroristici di destra, 9 da
attentati di sinistra e 10 cadono in conflitti a fuoco con le forze
dell’ordine. Di dieci non è stata accertata la paternità
degli attentati.
Nel secondo periodo, 115 persone vengono uccise da terroristi di destra
e 110 da terroristi di sinistra, 29 dalle forze dell’ordine (dalle
quali sono escluse quelle legate a leggi speciali che lasciavano loro
mano libera di sparare anche sui manifestanti) e 16 di padre ignoto.
Nella seconda metà degli anni Settanta cresce anche il numero
dei feriti, soprattutto in attentati senza un obiettivo preciso che
non fosse il terrore, che sono una specialità del terrorismo
di destra (551, di cui 200 solamente a Bologna nel 1980), ma anche in
attentati mirati (172 feriti, di cui 147 vittime di sinistra, 6 di quelli
di destra e 19 senza paternità).
Numeri che aiutano a capire perché ancora oggi l’opinione
pubblica sia tanto sensibile al richiamo della parola magica, ma che
dimostrano la perfetta riuscita di quella strategia se perdura ancora
oggi simile a un archetipo junghiano, in immediato ed esclusivo abbinamento
alla parola comunismo. Dei paramilitari neofascisti e della violenza
di Stato, la cui connivenza nelle stragi resta tutt’oggi inconfessabile,
chissà perché, non si parla mai.
Il protagonista è uno dei giovani che in questo
contesto storico decidono di armarsi. Di coloro, cioè, che pensano
il Parlamento come un nucleo compatto costruito con i voti dei cittadini
in difesa di interessi privati e che da quel luogo niente di buono per
i lavoratori potrà mai uscire. Di giovani che, dopo avere tentato
la via della contestazione nelle piazze e avere assaggiato la violenza
dello Stato, delle sue sanguinose provocazioni e delle leggi speciali,
decidono di rispondere con le armi. Cadono nella trappola, accettano
la provocazione e si tuffano nell’impazzimento di quegli anni.
È una strada senza uscita e di difficile comprensione per il
lettore-massificato di oggi, addomesticato da anni di martellamento
mediatico, e che ha assorbito in maniera acritica il linguaggio della
verità. Lo scrittore deve essere pienamente consapevole dei censori
creati da questo linguaggio e dell’uso strumentale che esso fa
del sostantivo terrorista; un sempreverde utilizzato ancora oggi dagli
Stati capitalisti per impostare anche la politica estera.
Deve tenerne conto quando ricostruisce le motivazioni dei protagonisti:
perché uomini dell’apparato statale decidono di costruire
sul sangue di persone innocenti la loro strategia? Perché scelgono
di allearsi con la peggiore feccia politica? Perché un giovane
decide di prendere le armi lungo una strada che conduce all’inevitabile
autodistruzione? Sono queste le domande che portano avanti la vicenda
e il percorso intimo dei personaggi. E proprio quest’ultimo è
la grande scommessa con il lettore; scandagliare quel tratto di terra
di nessuno che si situa tra le motivazioni e l’azione che solamente
la narrativa è in grado di attraversare. Condannare o assolvere
è compito dei giudici, non di un romanziere, al quale, semmai,
spetta il compito dell’analisi, di liberarsi di ogni pregiudizio
e di ogni interesse di parte. La parola mostro può circolare
sulla bocca di giornalisti e politici, ma non può trovare asilo
nella penna di chi scrive. E se c’è qualcosa che il nostro
scrittore avverte, di fronte all’arresto finale del suo personaggio
avvenuto con ventisette anni di ritardo, è la sensazione di assistere
a una ideale prosecuzione di una trama iniziata con la bomba di Piazza
Fontana - di una condotta politica che lo Stato non ha intenzione di
chiudere. E vuole riprodurre sulla pagina la sensazione di angoscia
che adesso lo pervade. Non riuscire in questo, non trasmettere dubbi
al lettore, rappresenterebbe il fallimento del romanzo.
È bene ricordare che, poco più di trent’anni
fa, quando apparvero sulla scena genovese i primi attentati del gruppo
gappista XXII ottobre, i suoi componenti non vennero definiti come terroristi
contro i quali mobilitare le masse. Ancora non si identificava il terrorista
come nemico dello Stato democratico, e una simile etichetta, che oggi
appare assai scontata e di immediato effetto, non sarebbe stata necessariamente
accolta nel tessuto sociale con assoluta riprovazione. In Parlamento
sedevano ancora politici di vario orientamento politico, che avevano
operato con azioni di stampo terroristico durante e dopo la Resistenza,
quando non contro di essa. E nella memoria degli individui erano ancora
presenti le imprese dei partigiani.
Tuttavia, tante premure sono venute meno con lo svilupparsi degli eventi.
In fondo, detto senza ipocrisie, coloro che sparavano e i morti, inseriti
in un contesto come quello italiano, in cui l’amore per il governo
non era certo la fede più diffusa, non rappresentavano per i
politici il problema più grave. Negli ultimi dieci anni sono
state uccise dalla mafia 2.500 persone. Eppure, nessuno in parlamento
avverte una simile strage come una tragedia sociale.
La violenza, quindi, non è mai stata di per sé un problema
per lo Stato, e anche allora lo era solo in parte; non grave, almeno,
quanto la massiccia pressione del dissenso generato dalla controinformazione
di alcuni intellettuali e accademici, della quale le proteste studentesche,
la gente in piazza e gli scioperi operai erano solo la manifestazione
più visibile. Ciò che faceva paura ai padroni del vapore
era la strisciante sfiducia e il malcontento diffusi nell’intero
tessuto sociale. Tuttavia, i politici sapevano che chi sparava era un
ottimo terreno su cui costruire un’offensiva per colpire il dissenso
a 360 gradi. Nasce così il processo 7 aprile 1979.
Uno dei meriti dei governi di allora è stato l’uso dei
media per raggiungere i propri obiettivi, la spettacolarizzazione del
problema, la cui performance più riuscita è stata il rapimento
di Aldo Moro. Pur tuttavia, il consenso dell’elettorato è
fondamentale in una democrazia. Per uno Stato dal bilancio fallimentare,
in cui non una sola istituzione funzionava, a partire dalla scuola per
finire alla sanità, in cui gli stipendi erano tra i più
bassi d’Europa e la sicurezza sul lavoro un lusso, era divenuto
vitale trasformare agli occhi del cittadino quello che era un grave
problema sociale ed economico in una questione di ordine pubblico. Ed
è stato questo il grande capolavoro dei politici. Una recita
che non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di stampa e televisione.
Proprio come oggi non sarebbe possibile la caccia al terrorista in Medio
Oriente senza le menzogne dell’intero apparato mediatico. Tant’è
che giornali, radio e televisione, si sono mansuetamente assestati sulla
linea della solidarietà nazionale, con un surplus di impegno
forcaiolo da parte dei giornali di sinistra come L’unità,
La Repubblica e Paese sera.
Accadde così quel che Leonardo Sciascia descrive ne L’affaire
Moro: “È come se un moribondo si alzasse dal letto, balzasse
ad attaccarsi al lampadario come Tarzan alle liane, si lanciasse alla
finestra saltando, sano e guizzante, sulla strada. Lo Stato italiano
è resuscitato. Lo Stato italiano è vivo, forte, sicuro
e duro. Da un secolo, da più che un secolo, convive con la mafia
siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni
coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico
in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi. [...] Ma ora, di
fronte a Moro prigioniero delle Brigate rosse, lo Stato italiano si
leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità?”
La definitiva repressione dello Stato, per come si è verificata
e per le anomalie democratiche di cui è stata portatrice, pone
allo scrittore un complicato problema narrativo. Come spiegare fatti
le cui logiche vanno ricercate nella ragione di Stato e non in quella
di una normale routine democratica? Come dire che gli anni Settanta
si sono svolti politicamente all’insegna di un perenne colpo di
Stato mai confessato? Come vincere l’incredulità del lettore?
Non è un caso che il 7 aprile 1979 sia una data opportunamente
rimossa, a differenza del 12 dicembre, dalla coscienza degli italiani,
i quali, dell’istruzione di tale processo, hanno saputo solamente
ciò che faceva comodo sapessero: il lancio dell’arresto
con il trionfalismo dei titoli (catturato il vertice delle Brigate rosse!),
le colossali menzogne seguite dal silenzio e la loro lenta caduta nell’oblio.
Eppure, se ancora oggi il sostantivo terrorista può inglobare
chi parla e chi scrive (l’abbiamo visto proprio nella settimana
che ha preceduto le manifestazioni spontanee contro il raddoppiamento
della base americana a Vicenza), lo si deve in buona parte all’operato
di un pugno di giudici in occasione di quella che si può definire
la più grande montatura mediatico-giudiziaria della Repubblica
italiana. Un caso talmente eclatante da suscitare l’interesse
di Amnesty International e da costringere il presidente francese Mitterrand
a una decisione politicamente grave e importante, oltre che molto discussa.
Si tratta del momento in cui lo Stato, incarnato nei suoi tre poteri,
sviluppa i principi d’attacco all’opposizione politica extraparlamentare
di sinistra, della cui riuscita il Pci si rende garante. Dopo avere
accettato lo Stato delle stragi, per realizzare il compromesso storico
in cambio della propria presentabilità politica, il partito comunista
si fonde con esso nei panni dell’istituzione giudiziaria, per
arrivare in futuro a trasformarsi il quel sarchiapone politico di oggi.
Il punto di ancoraggio è la parola terrorismo. Riuscire a estendere
il suo significato a chi scrive, a chi insegna nelle università,
a chi parla in radio, a intellettuali, accademici, scrittori e direttori
di giornali; in poche parole, riuscire a cambiare nome al reato d’opinione.
Nasce così il Teorema Calogero, dal nome dal sostituto procuratore
che l’ha inventato. Il capolavoro di alchimia penale che porterà
quest’ultimo ad affermare di avere incastrato il Grande Vecchio
e i capi supremi del terrorismo italiano. Il teorema è semplice,
persino banale nella sua formulazione: il terrorismo è una specie
di cupola, una piramide al cui vertice siedono intellettuali, scrittori
e accademici, nella fascia centrale stanno i loro libri e i direttori
dei giornali di controinformazione, il cui compito consiste nel pubblicare
ordini criptati dei capi, destinati ai gruppi armati che formano la
base. Basta togliere di torno i capi per tagliarne la testa. Con quali
prove arrestarli? Non ce n’è bisogno. Essendo capi non
lasciano certo tracce, ma proprio questa è la prova della loro
colpevolezza. Sarebbe come dire: Si fidi, lei è colpevole! E
con questo prodigio giuridico-giudiziario, la contiguità/partecipazione
e una serie di forzature del diritto riguardo all’allungamento
artificioso della carcerazione preventiva – che per alcuni è
durata fino a cinque anni – Calogero riesce a mettere in carcere
e a tenere dentro, in attesa di giudizio, 140 persone.
Si può a questo punto comprendere perché la costruzione
di un personaggio da inquisizione medioevale come il sostituto procuratore
Calogero possa presentare non pochi problemi allo scrittore, tra tutti
la difficoltà di renderlo credibile, nonché di spiegare
al lettore come un individuo del genere possa agire indisturbato in
una democrazia moderna. D’altro canto, questo è quanto
è accaduto in Italia alla fine degli anni Settanta, ed è
ciò che lo scrittore ha scelto di raccontare.
Il tema del ritorno è il filo che lega il presente
al passato, non solo in narrativa. L’arresto nel 2007 del personaggio
Cesare Battisti e il salto indietro fino al 12 dicembre 1969, diventano
l’espediente narrativo che permette di risalire il tempo e la
Storia. L’Italia è cambiata da allora, la differenza si
sente, anche se non è cambiato il modo di fare politica. Diversa,
semmai, è la partecipazione del cittadino alla cosa pubblica.
Ognuno per sé, compresi gli scrittori che hanno smesso di incontrarsi
per discutere sulla società. Trent’anni fa, su un episodio
come questo si sarebbe sollevato un dibattito tra contrari e favorevoli
all’arresto. Gli scrittori ne avrebbero scritto, parlato. Nessuno
avrebbe avuto paura di esprimere la propria opinione. Mentre adesso
Cesare Battisti è un uomo solo che entra in carcere nell’indifferenza
generale, tra la propria proclamazione di innocenza e gli sberleffi
di alcuni giornalisti che senza vergogna hanno descritto la sua latitanza
a Copacabana come una piacevole vacanza. In questa sua prospettiva di
ritorno si avverte la fine della speranza di chiudere un vecchio contenzioso
che esca dalle esperienze personali, dai desideri di vendetta dei parenti
delle vittime e dello Stato. Si sente che un atto di giustizia sia qualcosa
di più complesso di un semplice arresto, che oggi dovrebbe avere
un respiro più ampio, più vicino a una verità che,
evidentemente, a troppe persone costerebbe cara.
E che Cesare Battisti non abbia a che vedere con il processo 7 aprile,
per il romanzo conta relativamente. Lo scrittore ha scelto di narrare
quel processo, tra tanti altri, per il suo valore simbolico. D’altro
canto, nemmeno la sentenza che condanna Battisti in contumacia, così
come è accaduto per molti altri processi di quel periodo, è
priva di vizi di forma e di ombre. E i giornalisti lo sanno, tant’è
che, nel riportare sommariamente la notizia del suo arresto, hanno accennato
alla legge Mitterrand, tacendone però i termini. Eppure la spiegazione
non avrebbe occupato molto spazio: analizzati gli atti, i giudici francesi
hanno ritenuto che Cesare Battisti fosse stato condannato nel 1987 sulla
base della legislazione d’emergenza – un tribunale militare
– riservata ai processi contro i militanti dell’estrema
sinistra. Senza cioè che gli venissero riconosciuti gli elementari
diritti di difesa che qualunque codice di diritto penale garantisce
all’imputato. Basti pensare che nell’istruttoria precedente
al processo per l’omicidio Torreggiani, tredici indiziati hanno
denunciato torture e ci sono state molte confessioni in seguito ritrattate.
Tra i testimoni dell’accusa figurano una minorenne psicolabile
e un pentito con turbe mentali. La contraddittoria condanna per due
omicidi commessi nel febbraio 1979, lo stesso giorno e alla stessa ora,
uno a Milano e l’altro a Venezia. E allo stesso modo che per Battisti,
e per gli stessi motivi, la Francia ha deciso di garantire tolleranza
anche ad altri latitanti, dietro promessa di ripudiare la lotta armata.
Tra questi figurano alcuni condannati nel processo 7 aprile. Tolleranza,
naturalmente, e non asilo politico; lo scrittore deve ricordarlo durante
la stesura del romanzo. In fondo l’Italia era pur sempre una democrazia.
Tolleranza scaduta nel 2004, quando il presidente Chirac ha dato il
consenso all’estradizione.
Da qui, arrivare a chiudere la vicenda è oramai solamente una
questione di mestiere. Giunto a questo punto, lo scrittore può
scegliere se far estradare il protagonista dal Brasile dove si trova
adesso, o se inventare una soluzione diversa; per il romanzo poco cambierebbe.
Quello che doveva dire, ormai l’ha detto.
Walter G. Pozzi
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