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aprile - maggio 2020
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| Il romanzo mai scritto sugli
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|
Il caso
Cesare Battisti e gli anni Settanta |
| L’incapacità di fare
i conti con la propria storia, in Italia è un’abitudine
consolidata; il tempo trasforma in leggenda i vincitori, degrada a
fantasma sociale i vinti e ossifica in luogo comune i fatti. Una dinamica
che non poteva risparmiare gli anni Settanta. Segreti, omissis, stragi
impunite, scontri tra manifestanti e poliziotti, operai e studenti
in piazza, fascisti, comunisti, stragi di stato, strategia della tensione,
Aldo Moro, Brigate rosse e, su tutto, lei, la parola magica: terrorismo!
Tutti elementi frettolosamente stipati nell’immaginario collettivo
degli italiani e riportati alla ribalta dall’arresto di Cesare
Battisti, avvenuto lo scorso marzo a Copacabana. Un medesimo atteggiamento hanno mostrato i politici.
Il ministro Mastella, dimentico dei vari mandati di arresto da spedire
negli Stati Uniti, si è affrettato a chiamare il Brasile e
chiedere di accelerare i tempi dell’estradizione. Un solo parlamentare,
l’onorevole Giovanni Russo Spena, ha provato a spostare il dibattito
su un’ipotesi di amnistia, con il risultato di venire seppellito
dalle urla dei colleghi, alcuni dei quali, trent’anni fa erano
soliti menare le mani e saettare al cielo orgogliosi saluti romani.
Il contraddittorio, che dovrebbe rappresentare la
ricchezza di una democrazia, in Italia dimostra di essere solo confusione
costruita ad arte; il risultato non casuale della brutta abitudine
accennata all’inizio. A Milano ogni anno si organizza per il
12 dicembre un ritrovo in Piazza Fontana, in occasione del quale sindaco
ed esponenti della destra regolarmente non si presentano, salvo poi
caldeggiare la costruzione di una stele in memoria del commissario
Calabresi. E sempre a Milano gli oppositori chiedono, per dovere storico,
di erigerne una anche in memoria del suo oppositore teorico, l’anarchico
Pinelli, dove anche è la vera parola chiave, con il
risultato di confermare l’assunto che vuole due volti per ogni
verità. La storia, quella che ci educa a scuola, che imperversa
in programmi televisivi, che ci chiama dalle targhe delle vie che
ci orientano in città, che leggiamo a frammenti sui giornali,
è solamente uno dei mezzi con cui il Sistema conferma se stesso;
con cui vengono donati ai cittadini un’identità nazionale
e sani principi in cui credere. È il linguaggio della verità,
parlato dai telegiornali, dai quotidiani, da tutti quegli strumenti
atti a rendere credibili le parole dei politici. E quando accade di
leggere il resoconto di un fatto, raccontato in maniera superficiale
come nel caso di Cesare Battisti, è normale che sorga una sottile
pena per il suo estensore e per il lettore comune. Pena e dispiacere
per l’ennesima conferma dell’esistenza di argomenti che
non possono essere trattati per intero. L’affaire Battisti
è uno di questi. Cesare Battisti, l’uomo, l’individuo Battisti, è il personaggio perfetto per un romanzo sugli anni Settanta; perché è proprio dal caso personale che uno scrittore sceglierebbe di partire. Non c’è alcun dubbio che l’uomo, solo e sfinito, arrestato a Copacabana dopo due anni di latitanza, contenga in sé due persone: il terrorista di ieri, condannato per due omicidi politici, e lo scrittore di oggi, rifattosi una vita grazie a una promessa politica. Chiedersi quale delle due persone stia andando in carcere a scontare un ergastolo implica (per uno scrittore, naturalmente, non certo per l’onorevole Castelli e il suo degno successore, il ministro Mastella) il confronto con un triplice problema (umano, politico e storico), al quale si aggiunge il silenzio che grava da trent’anni sugli anni Settanta. Nessun buon romanzo può essere scritto senza che il suo autore si proponga di sviluppare le tre dimensioni. Non serve altro: una piccola storia di uomini, sentimenti ed emozioni, una società civile e politica e, su tutto, la grande Storia. Sugli anni Settanta, questo romanzo oggi non è ancora stato scritto. La generazione di scrittori post-sessantottina si è spesa assai poco sugli anni Settanta. Al contrario, ha preferito (vuoi per ignoranza, vuoi per congenita consunzione interna del mondo editoriale) adagiarsi su una stucchevole introspezione o su inutili romanzi di genere. Persino oggi che gli anni Settanta sono di moda (ogni anno è il trentennale di qualche episodio – adesso il famigerato '77, il prossimo toccherà alla morte di Moro…), la narrativa non pare in grado di sottrarsi ai fattori passionali, che li hanno animati. È vero che qualche autore si è dato da fare per stemperare il grigiore della definizione Anni di piombo inventata dal linguaggio di regime, ma solamente nei confini della falsa ottica divisoria tra buona sinistra e cattiva sinistra, inevitabilmente destinata a condurre il lettore tra le calde braccia della verità istituzionale. Esclusi pochi casi isolati, quindi, ancora gli scrittori non sono riusciti ad allontanarsi dagli scontri di piazza, dal lancio di sampietrini, dalle pistolettate, dal racconto di vite desolate, da storie di droga e di disperati caduti nella rete della lotta armata, e dal risultato di restituire, di quel periodo, un aspetto molto suggestivo per quanto secondario. Marginale, addirittura, nel momento in cui si vuole allargare il raggio d’azione della riflessione. In realtà il continuo battere sul tasto del terrorismo di strada, non fa che infittire la nebbia. Gli scrittori sembrano non capire che scontri feriti e morti, giovano al potere e continuano a dargli credito; che insistere a parlarne decuplica questo vantaggio. Gli anni Settanta diventati materia di libri gialli, di noir, di mercato, rendono fuffa la verità. Il vero limite di tutta questa narrativa consiste
nell’incapacità di verticalizzare l’analisi, nel
non riuscire a porre interrogativi di responsabilità più
generale. Chi sono i mandanti delle bombe? Quali elementi appartenenti
allo Stato? Quali uomini dei servizi segreti? Il primo problema narrativo da risolvere consiste nel trovare un equilibrio tra storia e Storia. Ciò che poco fa abbiamo rimproverato alla Storia italiana è la sua ambiguità. La mancanza di volontà politica (o l’interesse nascosto dietro tale immobilismo) di stabilire in maniera netta e chiara i fatti. Il che non significa soffermarsi sulla loro consequenzialità, comunque importante, bensì analizzare le motivazioni che vi si nascondono dietro, i moventi, pragmatici o etici che siano, le influenze, gli obblighi, le proibizioni, le seduzioni, le intimidazioni… La Storia è soprattutto storia di uomini, oltre che movimento di apparati. È difficile infatti comprendere le motivazioni
e le influenze sociali e politiche che hanno condotto migliaia di
giovani, molti dei quali appartenenti alla classe borghese, a prendere
le armi e a sparare; che li hanno spinti a rinunciare a una vita comoda
e normale (come si suole dire), giocandosi tutto a un tavolo in cui
il banco è un inafferrabile baro come lo Stato. Un romanzo non è un saggio. Per sviluppare
una trama tematica ha bisogno di personaggi e di una storia. E dal
momento che lo scrittore ha individuato in Cesare Battisti il personaggio
simbolo ideale, non gli rimane che individuare l’antagonista.
Sarebbe sbagliato consegnare un tale ruolo a parole astratte come
Stato, Chiesa, Fascismo o Padroni; senza cioè incarnarle in
caratteri che, attraverso l’azione, assumano molteplici significati.
E dal momento che, riguardo alla verità sulle stragi, le sentenze
o la verità istituzionale non aiutano, lo scrittore è
costretto a costruirli secondo criteri di verosimiglianza. Nel caso
della bomba di Piazza Fontana, non dovrebbe mancare un generale, a
capo del Sid (Servizio informazione della difesa), che funge da mediatore
nel passaggio di 500.000 dollari dalle casse dell’ambasciata
americana alle mani di gruppi neofascisti; così come non mancheranno
alcune morti misteriose di alcuni possibili testimoni e un altro agente
del Sid nei preparativi per la strage di Milano, insieme a membri
appartenenti agli Affari riservati del ministero degli Interni. Per scrivere, uno scrittore deve conoscere, informarsi il più dettagliatamente possibile, pur nella consapevolezza che buona parte del lavoro svolto non troverà sede all’interno della propria macchina narrativa. L’importante è che si immerga nell’atmosfera in cui si muovono i suoi personaggi. Per esempio non gli farà male conoscere fatti che soli meriterebbero un romanzo a parte, come il tentato colpo di stato del 1964 del generale dei carabinieri De Lorenzo, appena dopo la formazione del primo governo di centro-sinistra. I tanti finanziamenti provenienti da industriali, albergatori, agrari, banche, distribuiti in grandi flussi al partito fascista e alle organizzazioni minori sin dalla fine degli anni Sessanta. Soldi che permettono il proliferare di giornali e riviste neofasciste, di Leghe e di movimenti i cui reclutamenti attingono nell’universo dei giovanissimi; e che contribuiscono al crescendo di aggressioni, culminato con la bomba esplosa nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana. Non gli farà male conoscere, se vuole dare maggiore incisività alla scrittura, altri due tentativi di Golpe: quello di Valerio Junio Borghese (graziato dall’amnistia del 1948 che ha rimesso in circolo i fascisti nel sistema politico italiano) del 1970, e quello di Edgardo Sogno e della congiura della Rosa dei Venti del 1974. Tuttavia, la vera lezione di Piazza Fontana è
legata alla sua funzione strategica: creare insicurezza e caos per
spostare l’opinione pubblica a destra e così suscitare
il desiderio di un governo forte in grado di riportare l’ordine,
visto che il sistema democratico non è in grado di farlo. Una
strategia antioperaia e liberticida, di cui la bomba alla Banca Nazionale
dell’Agricoltura è stata solo un primo atto della costruzione
di un luogo comune, tutt’ora vivo, che vuole il terrorismo essere
unicamente di sinistra. Lo stesso termine stragismo, utilizzato da
storici e analisti, crea una distinzione sospetta da ciò che
viene chiamato, senza esitazione, terrorismo. Idee più simili
a sentimenti che non a concetti, che tuttavia stridono con le cifre
degli anni Settanta. Il protagonista è uno dei giovani che in questo contesto storico decidono di armarsi. Di coloro, cioè, che pensano il Parlamento come un nucleo compatto costruito con i voti dei cittadini in difesa di interessi privati e che da quel luogo niente di buono per i lavoratori potrà mai uscire. Di giovani che, dopo avere tentato la via della contestazione nelle piazze e avere assaggiato la violenza dello Stato, delle sue sanguinose provocazioni e delle leggi speciali, decidono di rispondere con le armi. Cadono nella trappola, accettano la provocazione e si tuffano nell’impazzimento di quegli anni. È una strada senza uscita e di difficile comprensione per il lettore-massificato di oggi, addomesticato da anni di martellamento mediatico, e che ha assorbito in maniera acritica il linguaggio della verità. Lo scrittore deve essere pienamente consapevole dei censori creati da questo linguaggio e dell’uso strumentale che esso fa del sostantivo terrorista; un sempreverde utilizzato ancora oggi dagli Stati capitalisti per impostare anche la politica estera. Deve tenerne conto quando ricostruisce le motivazioni dei protagonisti: perché uomini dell’apparato statale decidono di costruire sul sangue di persone innocenti la loro strategia? Perché scelgono di allearsi con la peggiore feccia politica? Perché un giovane decide di prendere le armi lungo una strada che conduce all’inevitabile autodistruzione? Sono queste le domande che portano avanti la vicenda e il percorso intimo dei personaggi. E proprio quest’ultimo è la grande scommessa con il lettore; scandagliare quel tratto di terra di nessuno che si situa tra le motivazioni e l’azione che solamente la narrativa è in grado di attraversare. Condannare o assolvere è compito dei giudici, non di un romanziere, al quale, semmai, spetta il compito dell’analisi, di liberarsi di ogni pregiudizio e di ogni interesse di parte. La parola mostro può circolare sulla bocca di giornalisti e politici, ma non può trovare asilo nella penna di chi scrive. E se c’è qualcosa che il nostro scrittore avverte, di fronte all’arresto finale del suo personaggio avvenuto con ventisette anni di ritardo, è la sensazione di assistere a una ideale prosecuzione di una trama iniziata con la bomba di Piazza Fontana - di una condotta politica che lo Stato non ha intenzione di chiudere. E vuole riprodurre sulla pagina la sensazione di angoscia che adesso lo pervade. Non riuscire in questo, non trasmettere dubbi al lettore, rappresenterebbe il fallimento del romanzo. È bene ricordare che, poco più di trent’anni
fa, quando apparvero sulla scena genovese i primi attentati del gruppo
gappista XXII ottobre, i suoi componenti non vennero definiti come
terroristi contro i quali mobilitare le masse. Ancora non si identificava
il terrorista come nemico dello Stato democratico, e una simile etichetta,
che oggi appare assai scontata e di immediato effetto, non sarebbe
stata necessariamente accolta nel tessuto sociale con assoluta riprovazione.
In Parlamento sedevano ancora politici di vario orientamento politico,
che avevano operato con azioni di stampo terroristico durante e dopo
la Resistenza, quando non contro di essa. E nella memoria degli individui
erano ancora presenti le imprese dei partigiani. La violenza, quindi, non è mai stata di per
sé un problema per lo Stato, e anche allora lo era solo in
parte; non grave, almeno, quanto la massiccia pressione del dissenso
generato dalla controinformazione di alcuni intellettuali e accademici,
della quale le proteste studentesche, la gente in piazza e gli scioperi
operai erano solo la manifestazione più visibile. Ciò
che faceva paura ai padroni del vapore era la strisciante sfiducia
e il malcontento diffusi nell’intero tessuto sociale. Tuttavia,
i politici sapevano che chi sparava era un ottimo terreno su cui costruire
un’offensiva per colpire il dissenso a 360 gradi. Nasce così
il processo 7 aprile 1979. Accadde così quel che Leonardo Sciascia descrive
ne L’affaire Moro: “È come se un moribondo si alzasse
dal letto, balzasse ad attaccarsi al lampadario come Tarzan alle liane,
si lanciasse alla finestra saltando, sano e guizzante, sulla strada.
Lo Stato italiano è resuscitato. Lo Stato italiano è
vivo, forte, sicuro e duro. Da un secolo, da più che un secolo,
convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo
sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza,
disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni
e frodi. [...] Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate
rosse, lo Stato italiano si leva forte e solenne. Chi osa dubitare
della sua forza, della sua solennità?” Si tratta del momento in cui lo Stato, incarnato
nei suoi tre poteri, sviluppa i principi d’attacco all’opposizione
politica extraparlamentare di sinistra, della cui riuscita il Pci
si rende garante. Dopo avere accettato lo Stato delle stragi, per
realizzare il compromesso storico in cambio della propria presentabilità
politica, il partito comunista si fonde con esso nei panni dell’istituzione
giudiziaria, per arrivare in futuro a trasformarsi il quel sarchiapone
politico di oggi. Nasce così il Teorema Calogero, dal nome
dal sostituto procuratore che l’ha inventato. Il capolavoro
di alchimia penale che porterà quest’ultimo ad affermare
di avere incastrato il Grande Vecchio e i capi supremi del terrorismo
italiano. Il teorema è semplice, persino banale nella sua formulazione:
il terrorismo è una specie di cupola, una piramide al cui vertice
siedono intellettuali, scrittori e accademici, nella fascia centrale
stanno i loro libri e i direttori dei giornali di controinformazione,
il cui compito consiste nel pubblicare ordini criptati dei capi, destinati
ai gruppi armati che formano la base. Basta togliere di torno i capi
per tagliarne la testa. Con quali prove arrestarli? Non ce n’è
bisogno. Essendo capi non lasciano certo tracce, ma proprio questa
è la prova della loro colpevolezza. Sarebbe come dire: Si fidi,
lei è colpevole! E con questo prodigio giuridico-giudiziario,
la contiguità/partecipazione e una serie di forzature del diritto
riguardo all’allungamento artificioso della carcerazione preventiva
– che per alcuni è durata fino a cinque anni –
Calogero riesce a mettere in carcere e a tenere dentro, in attesa
di giudizio, 140 persone. Il tema del ritorno è il filo che lega il presente al passato, non solo in narrativa. L’arresto nel 2007 del personaggio Cesare Battisti e il salto indietro fino al 12 dicembre 1969, diventano l’espediente narrativo che permette di risalire il tempo e la Storia. L’Italia è cambiata da allora, la differenza si sente, anche se non è cambiato il modo di fare politica. Diversa, semmai, è la partecipazione del cittadino alla cosa pubblica. Ognuno per sé, compresi gli scrittori che hanno smesso di incontrarsi per discutere sulla società. Trent’anni fa, su un episodio come questo si sarebbe sollevato un dibattito tra contrari e favorevoli all’arresto. Gli scrittori ne avrebbero scritto, parlato. Nessuno avrebbe avuto paura di esprimere la propria opinione. Mentre adesso Cesare Battisti è un uomo solo che entra in carcere nell’indifferenza generale, tra la propria proclamazione di innocenza e gli sberleffi di alcuni giornalisti che senza vergogna hanno descritto la sua latitanza a Copacabana come una piacevole vacanza. In questa sua prospettiva di ritorno si avverte la fine della speranza di chiudere un vecchio contenzioso che esca dalle esperienze personali, dai desideri di vendetta dei parenti delle vittime e dello Stato. Si sente che un atto di giustizia sia qualcosa di più complesso di un semplice arresto, che oggi dovrebbe avere un respiro più ampio, più vicino a una verità che, evidentemente, a troppe persone costerebbe cara. E che Cesare Battisti non abbia a che vedere con
il processo 7 aprile, per il romanzo conta relativamente. Lo scrittore
ha scelto di narrare quel processo, tra tanti altri, per il suo valore
simbolico. D’altro canto, nemmeno la sentenza che condanna Battisti
in contumacia, così come è accaduto per molti altri
processi di quel periodo, è priva di vizi di forma e di ombre.
E i giornalisti lo sanno, tant’è che, nel riportare sommariamente
la notizia del suo arresto, hanno accennato alla legge Mitterrand,
tacendone però i termini. Eppure la spiegazione non avrebbe
occupato molto spazio: analizzati gli atti, i giudici francesi hanno
ritenuto che Cesare Battisti fosse stato condannato nel 1987 sulla
base della legislazione d’emergenza – un tribunale militare
– riservata ai processi contro i militanti dell’estrema
sinistra. Senza cioè che gli venissero riconosciuti gli elementari
diritti di difesa che qualunque codice di diritto penale garantisce
all’imputato. Basti pensare che nell’istruttoria precedente
al processo per l’omicidio Torreggiani, tredici indiziati hanno
denunciato torture e ci sono state molte confessioni in seguito ritrattate.
Tra i testimoni dell’accusa figurano una minorenne psicolabile
e un pentito con turbe mentali. La contraddittoria condanna per due
omicidi commessi nel febbraio 1979, lo stesso giorno e alla stessa
ora, uno a Milano e l’altro a Venezia. E allo stesso modo che
per Battisti, e per gli stessi motivi, la Francia ha deciso di garantire
tolleranza anche ad altri latitanti, dietro promessa di ripudiare
la lotta armata. Tra questi figurano alcuni condannati nel processo
7 aprile. Tolleranza, naturalmente, e non asilo politico; lo scrittore
deve ricordarlo durante la stesura del romanzo. In fondo l’Italia
era pur sempre una democrazia. Tolleranza scaduta nel 2004, quando
il presidente Chirac ha dato il consenso all’estradizione.
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