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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| La notte del giornalismo
di Giovanna Cracco |
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“Nascita
di una dittatura” sulle origini del fascismo e il ‘caso
Cirillo’ ne “La notte della Repubblica”: analisi
del giornalismo fintamente obiettivo propagandato nei documentari
storico/politici a firma di autorevoli esponenti del piccolo schermo |
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“E
perché io dico ‘poveri noi’? Perché voi,
il pubblico, Secondo il rapporto Censis 2009 su Comunicazione e media, il 59,1% degli italiani si affida alla televisione per informarsi sull’attualità politica; quando si tratta di cronaca, la televisione è l’unica fonte d’informazione per il 72,4%. Per scegliere chi votare, il 69,3% si forma un’opinione sulla base delle informazioni ricevute dai telegiornali e il 30,6% segue i programmi giornalistici televisivi di approfondimento. Ogni personale opinione, tuttavia, non poggia solo sulle informazioni d’attualità ma anche su un bagaglio culturale e storico: la televisione provvede a fornire anche questo, attraverso documentari e programmi di vario genere – da quelli giornalistici alle fiction. Le reti private hanno un ‘padrone’ che
detta la linea editoriale, e lo spettatore che lo tiene bene a mente
può riuscire a fare la tara ai telegiornali e alle trasmissioni
mandate in onda. Che il padrone sia pubblico o privato, la sostanza
non cambia; cambia quello che si può o non si può dire,
denunciare, criticare. Cambia soprattutto l’etica ufficiale:
a differenza di quella privata la televisione di Stato deve ambire
alla patente di ‘servizio pubblico’; deve apparire neutrale
e super partes, titolare della stessa falsa patente che lo Stato rivendica
per se stesso. Per far carriera all’interno di un mezzo di propaganda, dunque, esiste certamente quello che oggi possiamo chiamare l’‘eccesso Minzolini’ – essere sfacciatamente al servizio del governo in carica. Una logica che però non paga in termini di autorevolezza, perché rende palese la funzione di propaganda della televisione pubblica. Il giornalista che al contrario riesce a mantenere un apparente equilibrio, un professionale distacco, a fingersi moderato, sarà non solo apprezzato dal potere, che lo premierà con una lunga carriera e importanti ruoli istituzionali, ma anche dall’opinione pubblica, convinta da anni di indottrinamento culturale che la ‘verità’ stia sempre nel mezzo. L’incarnazione televisiva di questo modello
di giornalismo, divenuto emblema di autorevolezza e indipendenza,
apprezzato dalla politica, dal mondo dell’informazione e dall’opinione
pubblica da ormai quarant’anni, è Sergio Zavoli. Nella sua lunga carriera, spiccano su tutti due programmi: Nascita di una dittatura, sei puntate sul fascismo dal 1914 al 1925, andate in onda nel 1972, e La notte della Repubblica, venti puntate sui cosiddetti ‘anni di piombo’, dalla strage di piazza Fontana all’omicidio Ruffilli del 1988, trasmesse a partire dal dicembre 1989. Del primo, così ne scrisse Giorgio Bocca nel dicembre 1972 sulla rivista Tempo: “Impera da anni nella televisione italiana e da essa si è diffusa nella stampa quotidiana l’ideologia del disimpegno democratico, o se preferite, del falso equilibrio, della falsa obiettività democratica. Essa consiste nel rifiuto delle responsabilità personali e di gruppo e nella costruzione di macchine inutili che mostrano il loro mirabile equilibrio stando sospese a mezz’aria, incapaci sia di volare che di cadere. La ricetta è molto semplice e ve la spiego con un esempio: Sergio Zavoli ha l’idea di raccontare per televisione le origini del fascismo. Detto fatto gli rifilano sul groppone cinque o sei storici delle scuole e delle idee più diverse, un Cln di storici che comprende il comunista, il socialista, il socialdemocratico, il cattolico, eccetera. Che ne direste voi di un libro sulla storia del fascismo dove cinque o sei interpretazioni diverse, dove cinque o sei angolature dissimili si paralizzassero a vicenda? Direste che è un pastrocchio, un centone. Ma è qualcosa di peggio. In realtà l’ideologia televisiva della falsa obiettività serve solo a far passare la merce moderata, serve solo ad accreditare il prestigio, la presenza di una cultura moderata che in realtà è inesistente o asfittica. Serve a presentare un fascismo che nasce, ecco il risultato, più per colpa della sinistra che per protervia e ferocia e stupidità delle destre”. Opinione di Giorgio Bocca, e in quanto tale assolutamente
opinabile. La Rai inizia a rifilare ai cittadini il revisionismo sulla Resistenza, con le immagini di piazzale Loreto e della ‘crudeltà’ dell’accanimento della folla sul corpo del Duce, con le denunce degli ‘eccidi dei partigiani’ nell’immediato dopoguerra, con le dichiarazioni politiche che propongono la pacificazione e la parificazione tra vinti e vincitori e la giustificazione morale alla scelta dei ‘ragazzi di Salò’. Contemporaneamente l’Msi – che nelle precedenti consultazioni elettorali si aggirava intorno al 6% e nel 1991, per bocca di Fini, proponeva il “fascismo del 2000” e nel 1992 ancora celebrava l’anniversario della Marcia su Roma – ad aprile del ’93 inizia a parlare per la prima volta di una ‘alleanza nazionale’ con quei politici conservatori rimasti orfani di un partito a causa dell’inchiesta Mani pulite, come gli esponenti della corrente di destra della Democrazia cristiana. Alle amministrative del novembre dello stesso anno l’Msi è primo partito a Roma e a Napoli e nel dicembre Fini fonda Alleanza nazionale. In questo contesto viene ritrasmesso, a cadenza
settimanale, il documentario di Zavoli, il quale l’8 gennaio,
sul Corriere della sera, così commenta: “Quando Nascita
di una dittatura andò in onda la prima volta fu una novità
assoluta. Mettemmo a confronto i fascisti di quel tempo e i loro oppositori.
Ricordo l’attonita reazione dei fascisti, che si disposero con
franchezza e onestà intellettuale all’incontro. Si sollevò
un dibattito generale. Un critico televisivo mi chiese se avrei ospitato
anche Mussolini, nel caso fosse stato ancora vivo. Gli risposi ovviamente
di sì”. Il 26 gennaio Berlusconi – che a novembre
aveva sostenuto Fini nella sua candidatura a sindaco di Roma –
‘scende in campo’; Forza Italia si allea al sud con Alleanza
nazionale e nel settentrione con la Lega nord, un partito ferocemente
di destra mascherato da forza territoriale. Lo schieramento vince
le elezioni e per la prima volta nella storia della Repubblica l’estrema
destra diventa forza di governo. Per l’Msi segue la ‘svolta
di Fiuggi’ del 1995, mentre la Lega avvia il suo percorso per
divenire partito nazionale; nasce la seconda Repubblica. Un altro periodo storico tenuto costantemente sotto la lente del revisionismo è quello degli ‘anni di piombo’. Zavoli li affronta nella sua pluripremiata trasmissione La notte della Repubblica. Emblematica, in particolare, la narrazione che il giornalista fa del ‘caso Cirillo’ del 1981, perché rappresentativa di una chiave di lettura strumentale degli anni Settanta tuttora vigente. Così narra Zavoli, dopo l’abituale frase: “Come sempre, lasciamo parlare i fatti”. Ciro Cirillo è l’assessore regionale democristiano in Campania, una figura poco conosciuta sul piano nazionale ma centrale in ambito locale, in quanto vice presidente del Comitato tecnico per la ricostruzione che controlla gli ingenti fondi stanziati dal governo a seguito del terremoto del 1980. Il 27 aprile 1981 viene rapito dalle Brigate rosse, le quali pongono richieste “demagogiche” per il suo rilascio: requisizione degli alloggi sfitti nella cintura urbana di Napoli per destinarli ai senzatetto del terremoto e conseguente chiusura del villaggio di roulotte creato alla mostra d’Oltremare; istituzione di una indennità di disoccupazione per i terremotati; pubblicazione dei comunicati delle Br e dei verbali del processo fatto dai brigatisti a Cirillo. Gli alloggi vengono requisiti, il villaggio chiuso, l’indennità rilasciata: il 28 luglio Cirillo viene liberato. Segue intervista video a Cirillo stesso – indifeso,
debilitato, senza voce e fiato – che dichiara: «Mi hanno
detto che io ero già condannato a morte per il fatto stesso
di appartenere alla organizzazione dello Stato democratico…
era una colpa che le Brigate rosse considerano già come un
fatto che deve essere pagato con… con una condanna a morte». Dopo la cattura delle Br impegnate nel sequestro
– torna a raccontare la voce fuori campo – uno stralcio
del processo si è occupato di far luce sulla modalità
della trattativa e sulla provenienza del riscatto, e tenta di scoprire
la sua destinazione finale; si teme infatti che servisse alle Br per
portare ancora più avanti l’aggressione allo Stato. Nella
fase istruttoria il giudice Alemi formula un’ipotesi inquietante:
intrecci, complicità inconfessabili, gioco delle parti, tra
malavita e certi settori della politica. Il tribunale di Napoli il
25 ottobre 1989 assolve tutti gli imputati tranne Cutolo, condannato
per tentata estorsione. Insomma, una nebulosa in cui è impossibile fare chiarezza. O meglio: la narrazione di Zavoli illumina l’operato delle Br e accantona nel cono d’ombra lo Stato. Nell’approfondimento giornalistico spiccano infatti, su tutte, alcune omissioni fondamentali per capire la particolarità del caso Cirillo – e non solo “nella storia del terrorismo italiano” ma soprattutto in quella dello Stato italiano – relative a informazioni e fatti già noti nel 1989, quando Zavoli costruiva la sua inchiesta: chi è Cirillo, chi sono quei “personaggi politici democristiani” coinvolti, chi sono gli imputati assolti dall’inchiesta sulla trattativa, chi sono gli “amici” di Cirillo che raccolgono il denaro del riscatto e perché lo fanno. Più temibile infatti della destinazione finale della somma incassata dalle Br – abbastanza scontata, non l’avrebbero certo usata per aprire negozi di scarpe – risulta essere la sua provenienza. Ciro Cirillo è il luogotenente di Antonio Gava a Napoli. Presidente dell’amministrazione provinciale di Napoli, poi segretario provinciale della Dc, poi consigliere regionale, deputato e infine più volte ministro, Gava è un esponente di spicco della Democrazia cristiana, leader della corrente dorotea del partito. Quando lascia Napoli per Roma, nel 1972, affida il controllo della Dc nel capoluogo campano a Ciro Cirillo, riconosciuto in tutti i congressi democristiani come il “presidente del primo seggio elettorale”, il signore incontrastato delle tessere, l'uomo con cui Gava collabora strettamente dalla fine degli anni Cinquanta in un interscambio continuo di ruoli e incarichi in provincia e regione. I principali “personaggi politici democristiani”
coinvolti sono: Francesco Patriarca, senatore, Raffaele Russo e Alfredo
Vito, deputati, e soprattutto Gava, Scotti e Piccoli, quest’ultimo
in quel periodo segretario nazionale della Dc. Quando Cirillo viene
rilasciato, raccolto sulla strada da due pattuglie della polizia stradale
– stranamente subito intercettate da agenti della questura accompagnate
da Biagio Ciliberti, figlio di un consigliere provinciale della Dc
della corrente dorotea – invece di essere condotto in questura,
come vuole la prassi in questi casi, è portato nella sua abitazione,
dove lo aspettano Gava e Piccoli; i magistrati gli potranno parlare
solo 48 ore dopo. Per quasi un anno, Piccoli, Gava, Cirillo –
che nel frattempo era tornato nel Consiglio regionale campano –
i suoi famigliari e la Dc tutta, negano il pagamento di un riscatto
di cui tutti i giornali Quegli imprenditori erano i titolari delle imprese edili napoletane che già avevano partecipato al sacco della città degli anni Cinquanta e Sessanta, legati alla famiglia Gava (il potere dei Gava nasce con il padre di Antonio, Silvio, alla fine degli anni Quaranta) da un consolidato sistema di tangenti: sono gli stessi ‘amici’ che faranno affari d’oro con la ricostruzione post terremoto. Avevano dunque tutto l’interesse a mantenere in vita e a far rientrare in politica la gallina dalle uova d’oro Ciro Cirillo, il vicerè di Gava che avrebbe loro assicurato i futuri appalti pubblici, come già aveva fatto con quelli passati. Sono disposti a mettere di tasca loro i soldi del riscatto sulla base di un semplice accordo: le cifre versate per la liberazione di Cirillo valgono come tangenti anticipate. Chiarito questo, è facile rispondere anche
alla questione del perché Gava si rivolge a Cutolo: non esiste
sistema di tangenti in un territorio controllato dalla criminalità
organizzata in cui l’organizzazione stessa non sia uno degli
attori principali, amica tra gli amici in nome degli affari. Nebuloso
infatti è rimasto l’ammontare della somma raccolta. Di tutto questo non c’è traccia nella
narrazione di Zavoli, nonostante tali aspetti della vicenda fossero
stati ampiamente trattati da diversi quotidiani negli anni dal 1981
al 1989; alcuni dettagli – i nomi degli ‘amici’,
il presunto ammontare del riscatto – videro la propria conferma
giuridica solo nei successivi gradi di giudizio del processo sulla
trattativa, seguenti al 1989, ma un giornalista politico non fa cronaca
giudiziaria. Ha ragione Fassino: Zavoli, al pari di ogni giornalista
che fa carriera all’interno del principale mezzo di propaganda
del potere, “si è messo con generosità e passione
al servizio delle istituzioni”. Il drappo notturno che oscura
la Repubblica – e il giornalismo televisivo – raramente
cala dall’esterno, quasi sempre dall’interno.
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