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Intervista

 

Vittorio Agnoletto
Genova, dieci anni dopo: le verità che nessuno vuole sentire
intervista di Sabrina Campolongo

 

A dieci anni da quella “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”, dalla definizione di Amnesty International, a maggio 2011 è uscito L’eclisse della democrazia, di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, saggio che ricostruisce i fatti, senza omettere le responsabilità. Dalla criminalizzazione preventiva del Movimento, alla violenza della repressione, al tentativo, tuttora in atto, di far cadere quella ferita nell’affollato dimenticatoio collettivo italiano.

L’eclisse della democrazia, il libro-inchiesta che ha scritto insieme al giornalista Lorenzo Guadagnucci, testimone e vittima del blitz alla scuola Diaz, esce a distanza di dieci anni dai drammatici avvenimenti del G8 di Genova, e a più di un anno dalla sentenza del processo di appello ai funzionari di polizia coinvolti negli eventi. Innanzitutto, perché ora?

Siamo voluti uscire con questo libro in occasione del decennale di quegli eventi, quando ormai tutti i processi sono già arrivati alla sentenza di appello e quindi esiste una verità giudiziaria su quanto è avvenuto alla Diaz, a Bolzaneto e nei fatti di strada, e questa verità giudiziaria coincide esattamente con quanto affermato, allora, dieci anni fa, dal Genoa Social forum. Certo, mancano ancora le sentenze della Cassazione, ma quelle sono sentenze, quelle della Cassazione, di metodo, non di merito. Ormai lo svolgimento dei fatti è stato appurato. Per questo al libro che ho scritto insieme a Lorenzo Guadagnucci – giornalista de Il Resto Del Carlino e una delle 93 vittime della notte della Diaz – ha collaborato ampiamente il pubblico ministero Enrico Zucca, il pm del processo della Diaz. Il nostro è un libro soprattutto storico, più che politico, che ricostruisce passo per passo quello che è avvenuto in quei giorni e anche quello che è avvenuto nei nove anni dell’inchiesta, con tutti i tentativi che ci sono stati di bloccarla.

Quali sono le più importanti evidenze emerse dall’inchiesta genovese e quali invece le zone d’ombra più inaccettabili?

Direi che ormai le inchieste genovesi hanno chiarito fino in fondo quanto è allora avvenuto. Le zone d’ombra riguardano due questioni molto specifiche. Primo, il peso che hanno avuto nel determinare i meccanismi repressivi di Genova, gli organismi internazionali, il coordinamento dei servizi segreti a livello internazionale, e su questo non c’è tanto materiale. E poi, non ci sono ovviamente nelle sentenze le responsabilità dei politici, di coloro che dieci anni fa erano ai vertici del governo, del ministero degli Interni, anche se invece nel libro noi ricostruiamo le varie responsabilità.
Il libro parte dal prendere atto che vi sono state delle sentenze che hanno condannato 25 funzionari di polizia per l’assalto e le violenze alla scuola Diaz, e che vi sono state 44 condanne in appello per le torture consumatesi a Bolzaneto. Molte delle condanne sono condanne a risarcimenti civili, perché i reati sul piano penale sono andati in prescrizione.
E c’è poi la condanna in appello dell’allora capo della polizia, Gianni De Gennaro, oggi coordinatore dei due servizi segreti italiani, e dell’allora capo della Digos, Spartaco Mortola, per induzione alla falsa testimonianza del questore Colucci. Lo scandalo principale è che le persone che sono state condannate sono rimaste non solo al loro posto, ma sono state promosse a ruoli di maggiori responsabilità, in luoghi importantissimi per la gestione dell’ordine pubblico e per la tutela dei diritti dei cittadini previsti dalla Costituzione.
Possiamo fare degli esempi: oltre al già citato Gianni De Gennaro, c’è Gilberto Caldarozzi, allora vice direttore del Servizio centrale operativo, che ne è diventato direttore; Francesco Gratteri, direttore del Servizio centrale operativo allora, poi capo della Direzione centrale anticrimine; fino ad arrivare a Spartaco Mortola, allora capo della Digos di Genova: due condanne – una legata ai fatti della Diaz, l’altra nel processo insieme a De Gennaro per induzione alla falsa testimonianza del questore Colucci – due promozioni, prima vice questore, e poi questore. Questo è uno scandalo, è in contrasto con le sentenze della Corte europea dei Diritti dell’uomo, che prescrivono che quando un pubblico ufficiale è imputato per fatti relativi ad attività svolte nella sua veste professionale deve essere sospeso, e che quando è condannato deve essere rimosso. In Italia invece sono stati tutti promossi, lasciando in totale solitudine i magistrati che hanno condotto le inchieste.

Perché governo e opposizione sembrano uniti nel voler mantenere i funzionari incriminati e condannati in secondo giudizio al loro posto, rivestendo incarichi che in molti casi sono ancora più delicati e cruciali di quelli del 2001?

Un anno fa, l’estate del 2010, quando è arrivata la condanna in appello di Gianni De Gennaro, una giornalista di una radio nazionale mi ha chiamato per domandarmi se almeno io chiedevo le dimissioni di De Gennaro, perché aveva intervistato dodici parlamentari dell’opposizione e nessuno dei dodici aveva osato chiedere le dimissioni dell’attuale coordinatore dei servizi segreti. Noi nel libro spieghiamo, direi in modo molto preciso, quella che purtroppo è la realtà. E cioè: non c’è dubbio che a commettere le violenze all’interno della scuola Diaz e le torture a Bolzaneto sono stati gruppi di poliziotti, carabinieri e finanzieri con un orientamento politico verso l’estrema destra, basta ricordare le suonerie dei cellulari con ‘faccetta nera’, o l’obbligo ai manifestanti rinchiusi a Bolzaneto di cantare ‘1,2,3 viva Pinochet!’. E si possono fare tanti altri esempi, le canzoni antisemite che venivano obbligati a cantare i manifestanti fermati...
D’altra parte, i nomi che ho citato prima, cioè i vertici della polizia, condannati per l’assalto alla scuola Diaz, non sono persone che hanno fatto carriera sotto la destra, sono tutte persone che hanno fatto carriera coi governi di centro-sinistra, le loro frequentazioni non sono quelle di Fini, e a difenderle sui media vi sono le interviste, che riportiamo nel libro, di Luciano Violante e di Giuliano Amato. E così accade che, a pochi giorni dalla mattanza della Diaz, Massimo D’Alema interviene in Parlamento e parla di “notte cilena”, come dire quindi una notte fascista, e quell’intervento fatto pochi giorni dopo l’assalto alla Diaz resta isolato: D’Alema non prenderà più la parola per dieci anni su questi fatti.

Cos’è cambiato? Che nei primi giorni tutti gli occhi erano puntati sulla responsabilità di coloro che concretamente avevano picchiato la gente che dormiva alla Diaz, quindi sulla responsabilità degli esecutori materiali, e quindi di gruppi di poliziotti con un orientamento politico a destra (per altro nella maggioranza dei casi mai identificati, avendo agito con il volto coperto); più i magistrati andavano avanti con le indagini, però, più salivano nella catena di comando e arrivavano a identifi care le responsabilità tra i vertici della polizia – responsabilità individuate nell’aver lasciato agire così la truppa, nel non aver bloccato la mattanza che si stava svolgendo, responsabilità in falsa testimonianza, in verbali falsi, che portano la firma di dirigenti importanti di polizia – mano a mano che risalivano la piramide, fino ai vertici delle forze dell’ordine, arrivavano a imputare, poi a ottenere la condanna, di dirigenti di polizia che non hanno un orientamento di destra. Da quel momento è scattata un’azione congiunta centro-destra e centro-sinistra, per isolare i pubblici ministeri di Genova e per impedire, per esempio, la Commissione d’inchiesta parlamentare. Leggendo il nostro libro, purtroppo, questa triste verità appare in modo lampante.

Come mai di questo libro non abbiamo sentito parlare in televisione?

Quando abbiamo deciso di scrivere questo libro io ho preannunciato a Carlo Feltrinelli, l’editore, che ci sarebbe stato un oscuramento e una censura totale. Il motivo è molto semplice: nel libro noi ricostruiamo tutti i fatti facendo nomi e cognomi, noi raccontiamo come nel primo anno dell’inchiesta, quindi nel 2002, a un certo punto c’è un tentativo, condotto dalla questura di Genova, di mettere tutto a tacere, di mettere una pietra sui processi e fare finta che non sia accaduto assolutamente nulla.
Noi raccontiamo di quella proposta, sono parole del pubblico ministero Zucca: “In quella fase arriva dalla polizia una richiesta esplicita, una sorta di patto: voi rinunciate ad andare a fondo nelle inchieste sulla polizia, noi facciamo altrettanto nelle indagini sui manifestanti. La proposta ci è riferita in questi termini dal procuratore aggiunto Giancarlo Pellegrino. È decisamente rifiutata”.
Oppure raccontiamo tutti i retroscena, come a un certo punto, quando i magistrati decidono di andare avanti, viene fatta girare la voce, a Palazzo di giustizia, che se procedono con gli avvisi di garanzia ci potrebbe essere una sollevazione, addirittura, di reparti interi di polizia. Oppure raccontiamo di come a un certo momento scompaiono le bottiglie molotov, che erano la prova d’accusa principale contro i poliziotti (come si sa, le molotov furono messe dalla polizia per accusare i manifestanti).

In quel momento gli avvocati dei poliziotti dicono: sono scomparse le molotov che erano affidate in custodia alla questura, quindi deve interrompersi il processo. E noi raccontiamo come i magistrati riescono a scoprire dove sono finite le molotov, attraverso un’altra inchiesta, che non c’entrava nulla, perché un magistrato sta conducendo un’inchiesta a carico di un uomo d’affari siriano che vive a Genova, inserito nella lista nera dei trafficanti d’armi delle Nazioni Unite. E, attraverso l’intercettazione delle telefonate di questo uomo d’affari siriano, si arriva a scoprire cosa è accaduto delle bottiglie molotov. Oppure raccontiamo come si è svolto il processo a rito abbreviato di Gianni De Gennaro.
Sono cose che nessuno vuole sentire. Sono state ignorate da tutti. Da Fazio, come dalla Dandini, in Rai, tanto per essere precisi, cioè anche da coloro per i quali noi abbiamo manifestato per la libertà d’espressione, ma ovviamente qui si va a toccare un potere troppo forte. Quando l’editore ha organizzato la conferenza stampa di presentazione, il 17 giugno alla Feltrinelli di Genova, ha inviato ben più di cento inviti a diversi giornalisti italiani; alla presentazione era presente un solo giornalista, quello della radio svizzera.

Dopo Genova 2001, il Movimento è stato azzerato, la gente spaventata, le piazze svuotate; ora la crisi ha riportato le persone a manifestare contro le politiche economiche nazionali e sovranazionali, nel nome di ‘non paghiamo questo debito’. Che cosa pensa di questo nuovo Movimento definito degli ‘indignati’? Come ha vissuto la manifestazione romana del 15 ottobre scorso?

Innanzitutto, non direi che dopo il 2001 il Movimento è scomparso, perché altrimenti non comprendiamo da dove nasce la grande vittoria referendaria per l’acqua come bene pubblico, con 27 milioni di persone che vanno a firmare per un referendum. Le radici di questo referendum affondano proprio in quei sei mesi del 2001, dal primo forum mondiale di Porto Alegre fino al luglio del 2001 a Genova. È in quei due eventi che è stato coniato il termine di ‘beni comuni’ riferendosi anche all’acqua, come elemento essenziale della vita che deve essere sottratto al mercato. Dopo il 2001 il Movimento è stato fortemente ferito, siamo riusciti ad arrivare fino al 15 febbraio 2003, non dimentichiamolo, la più grande manifestazione di tutto il mondo contro la guerra, con 3 milioni di persone in piazza. Poi, il Movimento non è più riuscito a produrre grandi iniziative unitarie, però sono andate avanti le attività dei vari settori, delle varie associazioni, in centinaia di vertenze locali che poi hanno ritrovato un punto di incontro comune nel referendum sull’acqua.

Il Movimento che ha manifestato il 15 ottobre, sì, mediaticamente viene chiamato degli ‘indignados’, ma anche per comprendere questo Movimento dobbiamo guardare a Genova. Nel libro, noi riportiamo gli interventi di Walden Bello e Susan George del 16 luglio del 2001, ed è impressionante vedere come in quegli interventi si prevedeva quello che sarebbe accaduto. Walden Bello in particolare diceva: “Attenzione, se va avanti questo modello di sviluppo arriveremo a un confl itto insanabile tra lo sviluppo capitalista e l’equilibrio della biosfera”.
Quello che è avvenuto: crisi climatiche, disastri che sono all’ordine del giorno. Oppure Susan George che dice: “Se va avanti la finanziarizzazione dell’economia avremo la crisi sociale ed economica più grande degli ultimi decenni”. Noi dicevamo quelle verità, avevamo gli strumenti per fare un’analisi e l’analisi si dimostrò corretta.

A dieci anni di distanza, le manifestazioni di oggi riprendono le ragioni di allora, solo che oggi abbiamo meno tempo, oggi siamo nel pieno di quella crisi che avevamo previsto. I giovani precari, senza lavoro, coloro che più giovani non sono, ma sono diventati disoccupati e che hanno manifestato a Roma, manifestano contro le cause di questa crisi, manifestano contro la speculazione finanziaria. Quattro trilioni di dollari, vuol dire quattromila miliardi di dollari, vengono scambiati ogni giorno sui mercati finanziari e il 90% di quegli scambi sono scambi speculativi. Il 50% dei cereali che saranno prodotti nei prossimi cinque anni sono già stati comprati nella borsa di Chicago, la borsa dei prodotti agricoli, da un pugno di multinazionali che determineranno il costo, negli anni futuri, dei prodotti alimentari. Queste sono alcune delle ragioni, senza parlare dei paradisi fi scali ecc., di una crisi che trova le sue ragioni nelle politiche delle banche e della finanza e che trova i governi subalterni a quelle istituzioni internazionali; infatti finanziano le banche e tagliano i servizi sociali. Allora, nel 2001, era un Movimento che diceva: attenzione, se si va avanti così andiamo a sbattere contro il muro, avremo una crisi incredibile; oggi questo Movimento dice: la crisi la stiamo vivendo, le ricette che i governi propongono per uscire dalla crisi sono destinate a far diventare ancora più pesante la crisi.

Questa è una consapevolezza ampia, lo dico per quei dirigenti politici che invece hanno affermato che questo Movimento non sa dove va... no, è un Movimento estremamente competente. La forza di questo Movimento, nella manifestazione di Roma del 15 ottobre, è stata rovinata dalle azioni violente di alcune centinaia di persone, chiamiamoli black bloc o incappucciati, come vogliamo, che hanno agito in totale contrasto con quella che era l’indicazione, l’appello del Movimento. Abbiamo cercato di fermarli, ci sono stati anche degli scontri per cercare di mandare via questi gruppi, un manifestante ci ha anche rimesso due dita, colpito da una bomba carta. Rimane una domanda: com’è possibile che cinquecento, seicento persone, con i caschi, con i bastoni, con le bombe carta, siano potuti arrivare a Roma, girare per la città e raggiungere il corteo, in un Paese che ha due servizi segreti e diverse decine di migliaia di agenti inquadrati dentro polizia, carabinieri, ecc.? Ora, il sospetto, qualcosa più di un sospetto, l’idea, è che li abbiano lasciati passare apposta, per distruggere la grande manifestazione, in modo tale che il giorno dopo si parlasse degli incidenti e non delle ragioni di un Movimento che sta crescendo. È una tattica non molto diversa da quella che hanno utilizzato a Genova. Fortunatamente, oggi non siamo a piangere un altro morto.

Dopo Genova 2001 e la visibilità che le ha dato l’essere stato il portavoce del Genoa Social Forum, ha avuto difficoltà a lavorare, ha trovato porte chiuse? Tolta ovviamente la parentesi della legislatura europea...

Io ho scelto anche di raccontare pubblicamente la mia storia. Io oggi ho grande difficoltà a trovare lavoro. E non solo perché c’è la crisi, ma perché trovo tutte le porte chiuse, perché nessuno mi perdona il ruolo svolto a Genova. Ma io non ho nulla da farmi perdonare, noi a Genova siamo stati le vittime, non siamo stati i responsabili. I responsabili sono promossi. Il medico di Bolzaneto, condannato per le torture, fa carriera nella Asl, ha ricevuto persino un premio, qualche settimana fa; io trovo le porte chiuse presso varie istituzioni sanitarie nelle quali lavoravo prima dell’esperienza in parlamento europeo, e trovo anche molto timore da parte delle associazioni a collaborare con me, per paura di vedersi tagliati i fondi dalle istituzioni governate dalla destra.
Insomma, questo è forse un ulteriore terreno di riflessione, su quali siano gli spazi di libertà in questo Paese. Detto questo, ho svolto il mio ruolo allora in assoluta coscienza e consapevolezza, ritengo che la scrittura di questo libro per me e per Lorenzo sia stato un dovere morale e me ne assumo tutte le conseguenze, sia pubbliche che nella vita privata.

 


Vittorio Agnoletto ha lavorato fino al 2004 come medico di fabbrica. È stato tra i fondatori della Lila (Lega italiana per la lotta contro l’Aids), poi parlamentare europeo. Attualmente è direttore culturale di OLE, il Forum internazionale su ‘Mafie, criminalità organizzata e globalizzazione finanziaria’ che si svolge annualmente organizzato da Flare, Freedom Legality And Rights in Europe. Nel 2001 è stato il portavoce del Genoa Social Forum. Ha scritto, fra l’altro, La società dell’Aids (Baldini & Castoldi, 2000); Prima Persone. Le nostre ragioni contro questa globalizzazione (Laterza, 2003)

 

Sabrina Campolongo

 

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