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aprile - maggio 2012
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| Il vero e il falso come
criteri per giudicare le narrazioni di Felice Accame |
| In una lettera a Marin Mersenne del 16 ottobre 1639, Descartes parlando del De veritate di Herbert di Cherbury riassume un problema piuttosto diffuso – è un eufemismo – e offre spericolatamente la propria soluzione. Herbert di Cherbury “esamina cos’è la verità”, ma lui – lui Descartes – sembra quasi ritenerla un’indagine inutile, superflua. Non ne ha mai dubitato, parendogli “una nozione così trascendentalmente chiara che è impossibile ignorarla”. Infatti, se “vi sono dei sistemi per valutare una bilancia prima di servirsene”, “non se ne troverebbero di certo per imparare che cos’è la verità”. Per fortuna, la si conoscerebbe “per natura”. “Quale ragione avremmo”, dice Descartes a sostegno della propria tesi, “di assentire a chi ci insegnasse, se non sapessimo che è vero, cioè, se non conoscessimo la verità?”. “In questo modo”, aggiunge, “si può certamente spiegare cosa significhi il nome ‘verità’ a chi non capisce la lingua, e dire loro che questo termine, verità, nel suo significato proprio, denota la conformità del pensiero all’oggetto, ma che, quando lo si attribuisce a cose che sono fuori dal pensiero, significa soltanto che queste cose non possono fungere da oggetti di pensieri veri, sia nostri, sia di Dio; ma non si può dare alcuna definizione di logica che aiuti a conoscere la sua natura. E credo lo stesso di molte altre cose, che sono molto semplici e si conoscono naturalmente, come la figura, la grandezza, il movimento, il luogo, il tempo, ecc., sicché quando si vuole definire queste cose, le si rende oscure e ci si ingarbuglia” (1). Il caso di Descartes ricorda quello di Newton – non definisco ‘tempo’ e ‘spazio’ perché sono noti a tutti, ma con la differenza che un tentativo – almeno – lo fa: ‘verità’ denoterebbe la “conformità del pensiero all’oggetto”, ma più in là non va – e noi rimaniamo con il cerino acceso in mano, non essendo in possesso di un criterio per stabilire quando un pensiero è conforme o meno a un oggetto. Descartes non è stupido, prende atto della storia della filosofia e cerca di evitare le secche in cui sono finiti i coraggiosi – e incauti – colleghi che l’hanno preceduto. Fatto è, tuttavia, che il problema del vero e del falso – del reale e della parvenza – nasce nella filosofia dalle pretese della teoria della conoscenza: la garanzia che la copia ‘esterna’ sia identica alla copia ‘interna’ (due localizzazioni spaziali e, dunque, due metafore irriducibili [2]) del risultato della percezione, il voler aver due volte – come dice Lichtenberg (3) – quel che già si ha una volta – e che, come tale, dovrebbe bastare. Se ci si provasse ad abbandonare il terreno delle ontologie e
si assumesse un punto di vista strettamente operativo – se,
in altre parole, si lasciasse perdere la domanda ‘cosa è
il vero?’ e la si sostituisse con la domanda ‘come faccio
a costituirlo?’ – si potrebbero evitare fraintendimenti
annosi e dannosi. Adottando questa soluzione, possiamo affermare che i problemi umani sono finiti? No, ovviamente, perché in linea teorica la libertà dell’operare è garantita. Di fatto, per fortuna della reciproca convivenza, non troppo. Il repertorio dei percetti condivisi è piuttosto ampio rispetto a quello dei percetti non condivisi – qualche particella sub-atomica magari sta a lungo in un limbo degli statuti epistemici incerti prima di venir accolta o buttata nella pattumiera della storia della scienza; le categorie mentali vengono applicate con discreta univocità; le relazioni consecutive fra i singoli costituiti (percetti e categorie) subiscono variazioni sì, ma senza che la loro mappa complessiva debba esserne modificata eccessivamente. Resta molto da discutere, beninteso, ma diciamo che i vincoli sociali – gli adempimenti conseguenti al processo educativo – selezionano anch’essi, complementarmente all’evoluzione naturale, il viabile dal non viabile (per dirla come la direbbe Ernst Von Glasersfeld [4]), o l’evolutivamente vantaggioso dallo svantaggioso. Potrei anche metterla così: in linea di principio, qualcuno può sempre ritrovare una differenza laddove io trovo un’uguaglianza, o viceversa – sempre di operazioni mentali si tratta; e qualcun altro può non condividere affatto un costituito mentre lo stesso viene condiviso come tale da mille altre persone. Perlopiù, però, i conti tornano, perché ogni costituito – Fleck direbbe che “fa parte di un collettivo di pensiero” (5) – una volta costituito, è posto in rapporto con altri – entra a far parte di una rete di costituiti – la ‘realtà’, come insieme dei costituiti condivisi – che, in quanto tale – in quanto già costituita, in quanto pregressa – ha acquisito una sua indipendenza dal costituire. Ci si può sempre tornar sopra, ma con il rischio di dover modificare la rete intera (6). Il vero e il falso si portano dietro un plusvalore che deriva loro
dalla teoria della conoscenza come si dibatte nell’intera
storia della filosofia (7). Liquidata quest’ultima, il vero
e il falso tornano a essere parole spendibili nei confronti di qualsiasi
narrazione. Sarei propenso – mi rispondo – più alla seconda
ipotesi che alla prima, a condizione, beninteso, che di ogni singola
categorizzazione Arnheim sia pienamente consapevole – che
non la consideri un dato di fatto – e che non la ritenga l’unica
possibile. Pertanto, a mio avviso, non aveva perfettamente ragione Heinz Von
Foerster allorché sosteneva che “la verità è
l’invenzione di un bugiardo” (9). La sua tesi vale solo
nel caso della ‘verità’ filosofodipendente –
quella che dovrebbe, ma non può, scaturire dall’impossibile
confronto con la pretesa ‘realtà’. In tutti gli
altri casi – quelli in cui possono essere esplicitati i criteri
di controllo – cercare, e trovare, la verità –
o la falsità – di una narrazione è una fatica
non solo legittima ma doverosa. La dobbiamo agli altri – se
con gli altri vogliamo costruire relazioni paritetiche. Se degli
altri volessimo solo servirci, allora la verità filosofodipendente
è l’ideale – quasi indispensabile direi, forse
senza il quasi.
(1) Cfr. R. Descartes, Tutte
le lettere 1619-1650, Bompiani, Milano 2005, pag. 1061
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tra controinformazione, storia e rappresentazioni di realtà,
Paginauno n. 22/2011
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